Le cittá sono la ricchezza delle nazioni

Un nuovo modo di vedere l’economia

Archivio per Aprile 2nd, 2008

Il collasso dell’Uruguay

Pubblicato da janejacobs su Aprile 2, 2008

Mandria di vacche in Uruguay 

Le forze economiche di una citta’ si manifestano e si equilibrano all’interno delle aree metropolitane di cui abbiamo parlato in precendeza. Tali forze non i manifestano con pari forza ed equilibrio nelle regioni distanti. Quando le cinque forze economiche che definiscono una citta’ -mercati, lavoro, tecnologia, trasferimenti e capitale - si separano l’una dall’altra prendendo direzioni diverse,  le citta’ generano economie zoppicanti e bizzarre in ragioni distanti.

Le piu’ grottesche fra queste economie sono le regioni produttrici di beni primari. Queste regioni sono modellate in maniera sproporzionata da citta’ distanti. Le regioni produttrici di beni primari sono spesso povere , e quindi l’azzoppamento delle loro economie e’ spesso attribuito alla loro poverta’. Ma le mancanze di queste regioni vanno ricercate piu’ in profondita’ che nella semplice poverta’. In realta’ sono le mancanze di queste regioni a determinarne la poverta’.

L’Uruguay, ad esempio, era una regione produttrice di beni primari particolarmente ricca per molte generazioni. L’Uruguay fu per molto tempo un grande successo nel campo dell’allevamento di bestiame. Forniva carne, lana e cuoio a molte citta’ in Europa e produceva poco altro oltre a carne, lana e cuoio. Tuttavia, il Paese non mancava di nulla perche’ tutto quello che non produceva lo importava. L’Uruguay non era una citta’ di miseri paesani dominati da latifondisti. La maggior parte della popolazione era immigrata dall’Europa nella seconda meta’ del diciannovesimo secolo. Il Paese fu fondato da agricoltori che lavoravano duramente e con intelligenza su terreni fertili , utilizzando pochi dipendenti perche’ la manodopera era moto cara. A partire dal 1911 l’Uruguay costrui’ quello che probabilmente era lo stato sociale piu’ generoso dell’epoca, piu’ generoso della Scandinavia. In Uruguay non c’erano ricchezza e poverta’ estreme; l’educazione era accessibile a tutti fino all’Universita’; Montevideo, la capitale dell’Uruguay era una citta’ prospera dal punto di vista amministrativo, educativo, culturale ed era anche un centro di distribuzione ed un centro portuale. In Uruguay era facile trovare lavoro, si era ben pagati e si lavorava poco. Coloro che non raggiungevano l’educazione universitaria, potevano trovare lavoro negli uffici governativi, che assumevano piu’ personale di quanto ne avessero bisogno o nei centri di produzione della carne, nelle concerie, nell’edilizia o nei vari settori collegati all’importazione di prodotti importati dall’Europa.

L’Uruguay era definito la “Svizzera del Sud America“, un confronto che evocava le piccole dimensioni della nazione, le sue belle montagne, la sua stabilita’ e la sua democrazia. Naturalmente, tale sentimento patriottico non doveva essere proprio preso alla lettera, ma questo confronto e’ interessante perche’ e’ quanto di piu’ lontano dalla realta’ economica di quello che si possa immaginare. Basta riflettere un attimo su quanto limitata sarebbe stata l’economia Svizzera se gli Svizzeri si fossero limitati ad allevare vacche per esportarle in paesi lontani e avessero trascurato di sviluppare la loro economia in altre direzioni.

Negli anni 40 e 50, l’economia dell’Uruguay era in boom economico e le importazioni arrivavano in maniera sempre crescente. Per la maggior parte le importazioni erano beni di consumo. Fra i beni importati c’erano anche frigoriferi per il refrigeramento delle carni, impianti per il sollevamento delle carcasse delle vacche al’interno delle macellerie, coltelli, turbine, macchine a raggi x, posate e piatti per i ristoranti, carta, telefoni e le migliaia di altri beni che mantengono operativo il sistema di comunicazioni e trasporti, assieme agli ospedali, alle scuole, agli uffici governativi, ai teatri, alle fattorie e agli impianti di macellazione della carne.

Verso il 1953, le cose iniziarono ad andare storte per l’Uruguay. La produzione di carne e di lana nelle aree Europee travolte dalla guerra erano rifiorite. I paesi Europei, e in particolare la Francia volevano proteggere la loro economia dalla competizione, mentre gli allevatori dell’Australia e della Nuova Zelanda,  fra gli altri, cercavano di allrgare i propri mercati di sbocco con successo. Nel frattempo, prodotti sostitutivi della lana iniziavano a fare il loro ingresso sui mercati Europei e Americani.

I lontani mercati di sbocco per la carne, la lana e il cuoio dell’Uruguay, stavano riduendosi pericolosamente. L’Uruguay non poteva piu’ permettersi le importazioni che si era concesso negli anni precedenti. L’Uruguay doveva fare a meno di molti prodotti che fino ad ora aveva importato o doveva ottenere tali prodotti in modi diversi. Per ottenerli l’Uruguay avrebbe potuto sviluppare altri prodotti da esportare o rimpiazzare le importazioni, anziche’ importare praticamente ogni cosa. Dal momento che l’Uruguay non produceva praticamente nulla, era molto piu’ semplice per l’Uruguay spingere su esportazioni alternative che potevano essere richieste in mercati lontani. Il governo dell’Uruguay decise invece di spingere un programma di industrializzazione forzata, basato sulla costruzione di fabbriche che producessero dall’acciaio, ai tessuti, alle scarpe, all’elettronica.

Ne risulto’ un fiasco.

Quando queste fabbriche potevano produrre, i loro prodotti costavano molto di piu’ dei prodotti importati e la gente comprava comprava i prodotti importati perche’ non era poteva permettersi i prodotti domestici. Nel frattempo, la costruzione e la messa in opera delle fabbriche richiedeva ulteriori costose importazioni di macchinari e semilavorati. Il programma del governo dapprima esauri’ le proprie risorse, poi acquisto’ a credito i prodotti necessari per le fabbriche, poi divenne insolvente.

L’Uruguay fece bancarotta.

I governatori dell’Uruguay, non sapendo che il processo di rimpiazzo delle importazioni e’ un processo delle citta’, colloco’ le industrie nei luoghi in cui vi era maggiore disoccupazione. Questa decisione avrebbe decretato il fallimento di questa politica in ogni Paese, ma in un Paese come l’Uruguay, non avrebbe comunque fatto alcuna differenza. Anche se tutte le fabbriche si fossero collocate nei pressi di Montevideo, il progetto non avrebbe funzionato, perche’ la cita; mancava delle competenze, del sistema simbiotico di produttori di beni e servizi, e delle pratiche di improvvisazione e adattamento necessarie a nutrire il processo di rimpiazzo dele importazioni. Montevideo, non avendo mai prodotto quasi nulla, non era in grado di generare quel lavoro versatile di cui aveva disperatamente bisogno.

Il paese non poteva piu’ sopportare la spesa del suo generoso stato sociale, ma ci provo’ ugualmente, e per sostenere lo stato sociale, inizo’ a stampare moneta. L’inflazione schizzo’ a livelli mai visti. E mentre i prezzi e la disoccupazione crearono una forte stagflazione, la poverta’ e la miseria aumentarono, creando forti tensioni politiche, incluse rivolte popolari. Mezzo milione di cittadini, circa un sesto della popolazione,  abbandonarono il paese. Sui cittadini rimasti si instauro’ una brutale dittatura, che porto’ la pace e l’ordine tipiche di un “cimitero economico”.

Nel 1980, il potere di acquisto degli abitanti dell’Uruguay era circa la meta’ del potere d’acquisto che avevano nel 1968, l’anno in cui il Paese tento l’industrializzazione forzata. Nel 1968, il potere di acquisto si era gia’ dimezzato rispetto al 1950.

L’Uruguay di oggi e’ allo sbando e sta cercando di ricostruire un’economia basata sulle esportazioni di beni primari  (cuoio e lana) con salari da miseria. Anche se queste patetiche esportazioni producono miseri proventi, essi non bastano a mantenere il tenore di vita dei lavoratori; un terzo dei guadagni viene mangiato dal pagamento degli interessi sul debito pubblico che il governo e’ riuscito a rinegoziare a piu’ lunghe scadenze e il resto e’ usato per importare gas e petrolio.

L’Uruguay ha sempre avuto un’economia da “Terzo Mondo” anche quando era un paese prospero, perche’ era arretrato e sottosviluppato. L’Uruguay ha semplicemente avuto un periodo di ricchezza, e la differenza tra un’economia arretrata ricca e un’economia arretrata povera non e’ cosi’ grande come si creda. Ricca o povera, una regione che fornisce esclusivamente beni primari subisce una specializzazione eccessiva e un’economia sproporzionata, quindi fragile e insicura, che dipende da mercati di sbocco lontani.

I disastri che sono capitati all’Uruguay non fanno dormire sonni tranquilli ai governanti di regioni ricche di petrolio.

Sarebbe semplice subire la tentazione di addossare agli abitanti e ai governanti dell’Uruguay l’accusa di incompetenza, mancanza di programmare l’economia, superficialita’, pigrizia. Ma in realta’ gli abitanti dell’Uruguay facevano funzionare la loro regione esportatrice di beni primari in maniera efficente ed solidale. Quello che facevano. lo facevano bene. La cosa che non fecero, fu di creare citta’ produttiva, una citta’ che rimpiazzasse le importazioni nei periodi di crescita, e che quindi generasse quella complessa rete economica che genera una area metropolitana e che produce beni per la propria gente, per i propri produttori e per gli altri.

Il motivo per cui queste regioni rimangono povere e’ che producono essenzialmente per altre citta’ e regioni, ma non per se stesse.

Lo sbilancio di quest’economia era particolarmente rilevante per due ragioni. La prima era che i lontani mercati Europei erano selettivi nelle loro importazioni dall’Uruguay. La seconda era che, tutti i mercati in cui l’Uruguay esportava, anche se si trovavano in citta’ e Paesi diversi, volevano tutti lo stesso prodotto, e quindi agivano di fatto come un unico mercato di sbocco. Questa circostanza rendeva i mercati di sbocco dell’Uruguay enormemente potenti nel determinarne la sua ricchezza o la sua poverta’. Continua…

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Quando le aree metropolitane declinano

Pubblicato da janejacobs su Aprile 2, 2008

Le aree metropolitane, cosi’ come le citta’ metropolitane, comprendono moltissima vita economica in aree relativamente ristrette. Copenhagen e la sua area metropolitana, occupa solo una piccola parte del territoio Danese, tuttavia produce la maggior parte della ricchezza della nazione, possiede in se’ la maggiore la specializzazione e diversificazione economica, ed e’ abitata da piu’ della meta’ della popolazione Danese. 

La parte Sud Orientale dell’Inghilterra ha una densita di popolazione molto maggiore al resto del paese, e questo non solo grazie a Londra e alla sua periferia, ma anche alla regione economica e produttiva che alimenta e viene alimentata da Londra.

Molti di voi probabilmente vivono in una citta’, nei sobborghi di una citta’ o in un’area metropolitana.

Quando il nucleo di una citta’ metropolitana, l’originario centro cittadino, non attraversa piu’ il processo di rimpiazzo delle importazioni, inevitabilmente declina. Gradualmente la crescita economica della citta’ si affievolisce, invecchia. Non riesce piu’ a compensare attraverso la perdita di importazioni con le sue esportazioni e quindi i propri mercati si impoveriscono. Le regioni metropolitane naturalmente ne risentono anch’esse. I problemi pratici della citta’ e della sua area metropolitana si acuiscono e diventano intrattabili. La gente diviene piu’ pigra e svogliata. I giovani dell’area metropolitana, mentre prima emigravano nella vicina citta’, ora iniziano ad emigrare in metropoli lontane.

Le imprese continuano a spostarsi in aree sempre piu’ periferiche, ma questo non avviene piu’ perche’ giovani imprenditori nelle citta’ inventano nuovi prodotti facendo concorrenza alle imprese meno agili, ma perche’ le imprese scappano dai problemi irrisolti delle citta’ e lasciano il vuoto dietro di se’. Alla fine anche la fuga dalla citta’ in declino cessa, perche’ la fonte si e’ prosciugata.

Le regioni metropolitane hanno molte caratteristiche di rimpazzo delle importazioni delle citta’ stese, ma non sono citta’.  Nel bene e nel male sono creature delle citta’.

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La grande Tokyo ed il villaggio montano di Shinohata

Pubblicato da janejacobs su Aprile 2, 2008

Per vedere cosa succede quando le forze di espansione economica si riversano sulle aree circostanti, osserviamo un piccolo villaggio Giapponese che si trovava al di fuori dell’area metropolitana di Tokyo, e vediamo come e’ cambiato da quando, negli anni 50, Tokyo l’ha inglobata nella sua economia. Questo esempio e’ estremo proprio perche’ l’economia di Tokyo e’ potentissima, ma i cambiamenti di cui parleremo sono simili per tantissimi villaggi che vengono inclusi nell’orbita economie metropolitane.

L’esperienza di questo villaggio e’ descritta in un bellissimo libro di Ronald P. Dore, un autore Britannico considerato un’istituzione per la comprensione e al contemo uno specialista in politiche ed economie agricole. Le informazioni di cui parlero’ provengono dal suo splendido libro, Shinohata: Ritratto di un Villaggio Giapponese, ma daro’ un’interpretazione della sua storia nel quadro delle cinque forze che compongono l’espansione economica.

Antico villaggio Giapponese  

Dore visito’ per la prima volta il villaggio di Shinohata nel 1955, quano l’economia rurale del villaggio era ancora intatta. La gente allora era cosi’ candida nel fornirgli informazioni sul proprio il loro reddito, i loro successi e fallimenti economici che Dore, per proteggere la loro privacy dette al villaggio il nome fittizio di Shinohata. Il villaggio consiste di 49 famiglie con piccoli appezzamenti di terreno collocati a circa 50 miglia a Nordovest di Tokyo, molto oltre alle alte montagne che l’espansione di Tokyo ha raggiunto negli ultimi anni.

In un passato lontano, Shinohata era villaggio con un’economia di sussistenza fondato sull’agricoltura senza alcun commercio con le citta’, tuttavia, sin dai tempi antichi, ogni tanto passavano per il villaggio mercanti provenienti da Edo, il nome con cui Tokyo era conosciuta nell’antichita’. Gli abitanti del villaggio vendevano ai mercanti riso e bachi da seta e compravano dai mercanti te’ e carta. Inoltre, vendevano legname, carbone vegetale e, nella stagione autunnale, funghi. Per ottenere questi ultimi tre prodotti, gli abitanti del villagio setacciavano le montagne circostanti. Negli anni di carestia, gli abitanti del villaggio setacciavano le montagne con tale disperazione che ancora oggi,gli abitanti del villaggio chiamano  i lamponi, le radici e le erbe di montagna “cibo della disperazione”.

Tra il 1900 ed il 1955, i nuovi metodi agricoli aumentarono la resa della coltivazione di riso. Il tempo rispariato nella coltivazione del riso veniva impiegato per la produzione di bachi da seta, una produzione che costituiva una delle principali esportazioni Giapponesi agli inizi del 900. Ma per gli abitanti di Shinohata il guadagno proveniente dai bachi da seta era scarso. Nonostante alcune famiglie erano in grado di comprarsi beni “moderni” come le biciclette, il villaggio era ancora povero e la vita dura.

Ma talvolta, il destino porta a piccoli insediamenti rurali la forza economica delle citta’. Il cambiamento dei mercati cittadini avrebbero potuto portare poverta’ a Shinohata se avessero comportato un calo della domanda di grano. L’attrazione di lavori meno faticosi in citta’ avrebbe potuto spopolare il vilaggio come avvenne per il villaggio di Bardou. L’afflusso di nuove tecnologie avrebbe potuto togliere posti di lavoro alle fattorie e alle campagne, creando disoccupazione nel villaggio. Oppure, l’apertura di una fabbrica avvrebbe potuto fare di Shinohata un villaggio-fabbrica. Oppure avrebbe potuto trasformarsi in un villaggio che vive delle rimesse di figlie, figli o mariti che lavorano in citta’, o sotto qualche altra forma di rendita assistenziale.

Ma per fortuna , quando la forza dell’espansione dell’area metropolitana di Tokyo raggiunse Shinohata, tutte le cinque forze dell’espansione economica delle citta’ abbracciarono il villaggio contemporaneamente.

A Tokyo si aprirono mercati per nuovi prodotti agricoli. A partire dal 1950 gli abitanti di Shinohata si resero conto che potevano guadagnare di piu’ esportando nuovi prodotti agricoli: pesche, uva, pomodori, piante da giardino e alberi da piantare nei parchi delle citta’, e i “funghi della quercia”, una specialita’ culinaria Asiatica che puo’ essere venduta a prezzi molto alti, d’altro canto alcuni esperimenti come il luppolo, il tabacco e le pesche in scatola, furono fallimentari.La diversificazione ebbe effetti anche sulle diete degli abitanti del villaggio, i quali iniziarono a coltivare melanzane e nocciole, patate Irlandesi, rapanelli, zucche e cavoli. Dal momento che i cavalli non erano piu’ necessari, alcune famiglie avevano iniziato ad allevare mucche invece di cavalli. Solo 20 delle 49 famiglie lavoravano all’allevamento dei bachi da seta nel 1975, e anche quelle famiglie, avevano diversficato la loro attivita’. Ma 49 delle 49 famiglie erano ancora occupate nell’agricoltura e quasi tutte continuavano a coltivare riso. Le quantita’ prodotte di riso, assieme alle quantita’ di grano prodotte, aumentarono notevolmente.

Durante la fioritura agricola di Shinohata, i lavori cittadini iniziarono ad esercitare il loro fascino sugli abitanti del villaggio. A Shintohata, quasi nessuno era mai emigrato a Tokyo prima del 1956; fra le varie eccezioni, c’erano stati due maestri nella precedente generazione, uno divenne astronomo e l’altro medico. Ma a partire dal 1956, cosi’ tanti abitanti di Shinohata si erano trasferiti a Tokyo che nel 1975, 14 delle 49 famiglie avevano tutti i figli a lavorare a Tokyo, e nelle rimanenti 35, alcuni figli erano emigrati. Nel frattempo, nel villaggio si era aggiunta la cinquantesima famiglia, la famiglia di un professore di Tokyo e di sua moglie che amavano trascorrere i fine settimana fuori dal caos della grande citta’.

Con un numero crescente di giovani che volevano abbandonare l’agricoltura e con una crescente domanda di prodotti agricoli, qualcosa doveva cambiare. E quello che cambio’ fu il modo di lavorare la terra. Shinohata aveva sperimentato uno stallo che tipicamente accade nelle regioni vicine alle citta’. Gli abitanti del villaggio si affrettarono ad introdurre macchinari ed elettrodomestici per aumentare la produtivita’. Ad esempio, nel 1975 le ore necessarie per coltivare un chilo di riso erano circa la meta’ delle ore necessarie nel 1955.

L’esempio dell’aumento di produttivita’ piu’ impressionante riguarda i “funghi della quercia”, la specialita’ della cucina asiatica di cui Shinohata era ricca, paragonabile ai tartufi. Verso la meta’ degli anni 60 tre agricoltori iniziarono a sperimentare nuovi metodi per la produzione di questi funghi. Comprarono dei tronchi, con dei trapani li bucherellarono e li riempirono con terriccio e spore di funghi; poi lasciarono i tronchi a stagionare e dopo circa un anno furono in grado di raccogliere i funghi dai loro tronchi; una volta raccolti i funghi, gli agricoltori riempivano nuovamente i tronchi di terriccio e spore e ripetevano il processo. Nel 1975 questi agricoltori avevano 40-50 mila tronchi a testa e spedivano ogni giorno funghi a Tokyo, usando serre riscaldate durante l’inverno. Agricoltori dei villaggi vicini avevano iniziato ad imitare gli agricoltori di Shinohata.

Grazie anuovi macchinari e sistemi di produzione agricola, molti degli abitanti di Shinohata erano in grado di svolgere la loro attivita’ agricola part-time, assieme ad un lavoro da operai o dipendenti. Piu’ spesso, alcuni membri di una familia si dedicavano all’agricoltura, altri all’industria o al terziario. Generalmente, i piu’ anziani si occupavano della terra, mentre i giovani lavoravano nelle fabbriche. Nel 1975 sette vedove piuttosto anziane riuscivano a condurre le loro imprese agricole da sole, un compito che sarebbe stato impossibile per un uomo o una donna soli negli anni precedenti. In alcuni casi, l’acquisto di macchinari agricoli era finanziato dei loro figli che lavoravano a Tokyo.

Mentre avvenivano tutti questi cambiamenti, Tokyo iniziava a “trapiantare” le proprie fabbriche nei villaggi. Una grande societa’ agroalimentare decise di trasferire la sua produzione di cibo a Shinohata. L’immagine bucolica di Shinohata forni’ alla societa’ agroalimentare anche uno spunto per la propria campagna pubblicitaria. La grande societa’ agroalimentare era interessata al prezzo relativamente basso della terra del villaggio e alla vicinanza con i produttori. Gli agricoltori di Shinohata si spartirono i profitti della vendita della terra alla societa’ agroalimentare e continuarono a lavorare per conto proprio, trovando nella grande societa’ agroalimentare un canale aggiuntivo di vendita per i loro prodotti. Un abitante del paese che si era arricchito piu’ di altri perche’ possedeva una parte maggiore del terreno venduto aveva deciso di regalare alla comunita’ un impanto di filtraggio dell’acqua. Un esempio simile si ritrova nel villaggio di Bardou, dove si costrui’ un impianto fognario con i proventi della casa cinematografica.

La societa’ agroalimentare non aveva bisogno di molti dipendenti, perche’ il lavoro veniva fornito esternamente dagli agricoltori di Shinohata. Inoltre, in breve tempo, altre quattro imprese si trasferirono nel villaggio: un’impresa che comprava i rifiuti della societa’ agroalimentare e li riciclava per produrre mangimi per bestiame; un’impresa che fondeva pezzi di metallo riciclato dai macchinari in barre di acciaio; un’impresa di materiali da costruzioni; ed una piccola impresa che riparava centrifughe utilizzate nelle analisi mediche e chimiche. Quest’ultima impresa fu iniziata da un uomo che aveva lasciato Shinohata per Tokyo anni prima e aveva lavorato in una impresa di Tokyo che produceva simili macchinari. Volendo ritornare a Shinohata, persuase il suo datore di lavoro di dargli la concessione per la riparazione di tali macchinari in quella circoscrizione.

Il “trapianto” di lavori nell’antico villaggio agricolo di Shinohata dimostra come il villaggio si sia interconnesso con la vita della metropoli e di altre comunita; circostanti superando anche il limite dell’attivita’ agricola. Ad esempio. in una famiglia la moglie lavora in una fabbrica di biancheria intima recentemente “trapiantata” da Tokyo in un villaggio vicino a Shinohata; suo marito lavora in una tintoria tessile. In un’altra famiglia il marito lavorava nell’indotto della societa’ agroalimentare, sua moglie vendeva assicurazioni per la vita, mentre uno dei figli diventava apprendista cuoco in un grande albergo di Tokyo. Un altro uomo aveva un ufficio a Sano, una cittadina in fondo alla valle dove si trova Shinohata. Un altro era un autotrasportatore per una compagnia elettrica operante in una circoscrizione vicina; un altro lavora in una fabbrica di legname. un altro era diventato una guardia per una fabbrica che lui stesso aveva iniziato, ma che era fallita ed era poi stata comprata dai suoi attuali datori di lavoro. Acuni uomini erano fra i 35 dipendenti della la cooperativa agricola che raggruppava i villaggi della zona per un totale di 1,300 famiglie, 5,000 citta’. La divisione di questa cooperativa che si occupava di grano,  inizio’ attivita’ in proprio allo scopo di fornire lavoro part-time ai giovani agricoltori. Un uomo di Shinohata che prima lavorava in un centro di pesca commerciale, pote’ licenziarsi e lavorare part-time e occuparsi dei suoi studi di scienze naturali, quando suo moglie fu stata assunta in una vicina fabbrica di costruzioni ed poteva “guadagnare come un uomo”. Se sua moglie non avesse trovato quel lavoro, l’uomo non avrebbe potuto mantenersi con il suo lavoro part-time.

Nonostante Shinohata fosse un villaggio remoto, la nuova economia ha permesso ai suoi abitanti di ritagliarsi delle nicchie, un po’ come le nicchie ecologiche studiate dai professori di biologia, in una vita che altrimenti sarebbe stata molto povera e frustrante. Ad esempio, i proprietari delle foreste, che sono ora troppo occupati nelle loro occupazioni, hanno assunto un lavoratore a svolgere una nuova funzione: il guardiano dei confini delle foreste. Quest’uomo era il discendente della famiglia piu’ povera del villaggio, una famiglia che non aveva mai avuto successo, perche’ i suoi membri erano pigri e disonesti. Tuttavia, ques’uomo ebbe successo come “guardiano dei confini della foresta”, perche’ si interpone nelle controversie locali intermediando qua e la e chiedendo talvolta piccoli pagamenti in natura o piccole somme. In realta’, gli abitanti non avevano davvero bisogno dei servizi di quest’uomo, in parte perche’ troppo impegnati ad arricchirsi con le loro attivita’, in parte perche’ avevano cose piu’ interessanti da fare che litigare l’uno con l’altro, e con il benessere erano diventati piuttosto generosi. Anche se il lavoro del “guardiano della foresta” era diminuito, i suoi guadagni non diminuirono. Una giovane donna si poteva permettere di stare a casa a curare il proprio bambino. Altre giovani donne non erano interessate ad imitarla, ma le anziane del villaggio la invidiavano, ricordando i tempi di duro sacrificio di madri e contadine quando il lavoro agricolo non era meccanizzato. La foresta, che non veniva piu’ setacciata dagli abitanti per la ricerca di funghi e legna, era tornata selvaggia. Orsi e cinghiali sono tornarono ad abitarla. Anche per loro si apri’ una nuova nicchia nella nuova economia del villaggio.

Nel 1975, il villaggio derivava solo meta’ del suo reddito dall’agricoltura, ma questo non significava che il reddito agricolo fosse diminuito. Anzi, era aumentato.

Mentre il villagio attraversava tutti questi cambiamenti, la quinta grande forza delo sviluppo economico, il capitale, iniziava ad agire. La politica nel villaggio riguarda soprattutto le strade, i ponti, le scuole e i canali di irrigazione, e l’arte di persuadere il governo centrale ad inviare sussidi per tutte queste opere. In totale, le spese pubbliche erano finanziate per il 15% dal villaggio, per il 40% dalla prefettura locale sotto forma di contributi generici e per il 45% dalla prefettura attraverso contributi specifici. La societa’ agroalimentare aveva fornito la maggior parte del capital privato, ed i consumatori di riso di Tokyo avevano pagato i sussidi statali per favorire la produzione di riso.

Fra i contributi specifici, Shinohata aveva ricevuto fondi per le distruzioni causate da un tifone nel 1959. Nel 1814, una cronaca locale aveva definito il fiume che attraversa quella valle come una maledizione.

“Il fiume in piena porta con se talmente tanti detriti e tanta sabbia che il letto del fiume continua ad alzarsi. Gli argini devono continuamente essere rinforzati. In alcune zone, il livello del fiume si alza fino a 10 piedi sopra il livello dei campi coltivati, e speso rompe gli argini, riversando nei campi la sabbia e le rocce del letto del fiume. E ci vogliono anni per rimuovere dai campi tali detriti.”

Un tale disastro, generalmente accadeva una volta per ogni generazione e portava con se’ ditruzione e fame.

Quando questo questo disastro si ripete’ nel 1959, lo stato Giapponese verso’ fondi per portare al paese macchinari e lavoratori che rendessero i campi nuovamente produttivi, e verso’ fondi per ricostruire gli argini del fiume e dei suoi affluenti, questa volta in cemento armato. Inoltre, fece scavare il letto del fiume, recuperando il materiale per costruzione che venne acquistato dai costruttori di Tokyo (un’altra menifestazione dell’importanza della grande Tokyo per il villaggio di Shinohata).

Quando Dore torno’ a visitare Shinohata nel 1975, un gruppo di camion stava ancora trasportando metariale proveniente da letto del fiume, e questo flusso non sembrava diminuire. In realta’ la gente di Shinohata riusci’ a trasformare l’alluvione del 1959 in una risorsa.

Si potrebbe essere tentati di attribuire alla laboriosita’ degli abitanti di Shinohata il merito di queste trasformazioni economiche. Ma gli abitanti di Shinohata sono i primi a riconoscere che i loro avi lavoravano molto piu’ duramente di loro. Si potrebbe attribuire agli abitanti di Shinohata una innata capacita’ artigianale, ma gli abitanti di Shinohata, al contrario dei loro antenati, non intarsiano cappelli di paglia, ma li vanno a comprare. Considerato il poco che avevano, gli abitanti di Shinohata erano senz’altro creativi e laboriosi. Ma gli abitanti di oggi sono la stessa gente dei loro padri, alcuni di essi sono le stesse persone. Cio’ che e’ cambiato non sono le loro qualita’ degli individui, ma il fatto che i mercati delle citta’, i lavori, la tecnologia, l’apertura di nuove fabbriche e il capirale sono arrivati a Shinohata contemporaneamente, in larga misura e in proporzioni appropriate. Continua…

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