Le cittá sono la ricchezza delle nazioni

Un nuovo modo di vedere l’economia

Archive for ottobre 2008

La crisi finanziaria del 1907

Pubblicato da janejacobs su ottobre 31, 2008

J.P. Morgan

Per gli appassionati di crisi finanziarie, suggerisco la lettura di questo breve racconto sulla crisi finanziaria del 1907. Quello che avvenne negli USA nel 1907 e’ molto simile a quello che sta accadento oggi a tutta l’economia mondiale.

Il 1907 fu l’anno del panico dei banchieri di New York a causa di una crisi finanziaria che coinvolse gli Stati Uniti quando la Borsa di New York perse la meta’ del suo valore rispetto all’anno precedente. Tale panico avvenne in un periodo di recessione economica e produsse panico fra i risparmiatori che ritirarono i loro soldi e liquidarono i loro investimenti da banche e da societa’ finanziarie. Il panico iniziato a New York si allargo’ in tutti gli Stati Uniti quando molte banche locali e nazionali fecero bancarotta. La prima causa della crisi finznaizria fu una crisi di liquidita’ delle banche di New York che persero la fiducia dei risparmiatori e l’assenza di una autorita’ che potesse salvare le banche e i depositanti dalla bancarotta.

La crisi si scatano’ in Ottobre quando alcuni investitori non riuscirono a spingere al rialzo il prezzo di un grosso produttore di rame: United Copper Company. Il fallimento di questa speculazione porto’ a grosse perdite alle banche che prestarono soldi agli speculatori. Uno di questi speculatori si chiamava Knickerbrocker Trust Company, ed era la piu’ grande societa’ finanziaria del suo tipo a Wall Street. Il collasso di Knickerbocker genero’ paura in tutte le societa’ finanziarie e banche che si affrettarono a ritirare I loro depositi dalle banche di New York. I lpanico si estede in tutto il paese e colpi’ un grande numero di risparmiatori.

Tale panico si saraebbe esteso fino al collasso del sistema finanziario se non fosse stato per l’intervento del finanziere J.P. Morgan che garanti’ con il suo immenso patrimonio numerose banche e persuase altri grandi banchieri americani a fare lo stesso. A quel tempo gli Stati Uniti non avevano una banca centrale come oggi che potesse iniettare piu’ soldi nel sistema finanziario. Nel Novembre 1907 il contagio finanziario era finito, tuttavia una crisi ulteriore si ebbe quando una grande societa’ finanziario si indebito’ pesantemente dando in garanzia le azioni della Tennessee Coal, Iron and Railroad Company. Il collasso di questa societa’ fu evitato grazie ad una legge approvata dal presidente Theodore Roosevelt che cancello’ temporaneamente la legge anti-trust. L’anno seguente, il Sentaore Nelson W. Aldrich stabili’ una commissione d’inchiesta per capire cosa accadde effettivamente in questa crisi e proporre possibili soluzioni. Una di queste soluzioni fu la creazione della Federal Reserve, la Banca Centrale USA.

 

Negli anni successivi J.P. Morgan porto’ la sua testimonianza sulla crisi ad una commissione speciale incaricata dal Parlamento americano. Quando il parlamentare Untermyer chiese a Morgan se i suoi prestiti fossero basati sulla proprieta’ o sui contanti, Morgan rispose che in realta’ erano basati sul carattere. Il carattere e’ piu’ importante dei soldi o delle proprieta’ per un banchiere perche’ i soldi non possono comprare il carattere. Secondo Morgan: “Un uomo che non merita la mia fiducia non potra’ ottenere da me alcun prestito nemmeno se porta in garanzia tutti i titoli finanziari del mondo.”

 

da wikipedia

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L’alba dell’Universita’

Pubblicato da janejacobs su ottobre 30, 2008

Universitari Medievali

L’Università di Bologna nacque nel 1088 ed e’ la prima Università del mondo. L’Universita’ di Bologna era una organizzazione fra studenti che sceglievano e finanziavano in prima persona i docenti. Essi si organizzarono in collegi per l’aiuto reciproco fra compagni della stessa nazionalità divise in intramontani ed ultramontani. Già nel XII secolo erano ben 17 le subnationes intramontane e 14 le ultramontane. Tutti parlavano il latino, la lingua franca di allora.

Bologna

L’origine dell’Universita’ si deve all’incontro di insigni studiosi di diritto detti glossatori che furono chiamati a commentare gli antichi Codici del Diritto Romano. I primi studi furono quindi incentrati sul diritto e fra i primi eruditi di cui si ha documentazione sono Pepone, Irnerio e Graziano, autore del primo manuale di diritto canonico.

Ma come si trasmise il sapere a questi primi eruditi che fondatono la prima grande universita’ del mondo Occidentale?

Se facciamo un passo indietro nei secoli, scopriamo che nel VI secolo un senatore dell’Impero Romano d’Oriente, di nome Cassiodoro, ebbe una precoce visione del ruolo culturale che avrebbe avuto il monastero. Intorno alla metà del secolo, Cassiodoro fondò nell’odierna Calabria il monastero di Vivarium e lo fornì di una bella biblioteca – la sola biblioteca del VI secolo che gli studiosi conoscano – ponendo in primo piano l’importanza della copiatura dei codici. Alcuni importanti codici cristiani trascritti a Vivarium sembra siano giunti sin nella Biblioteca Lateranense e nelle mani dei papi.

A Vivarium e ad altre biblioteche monastiche che dobbiamo la sopravvivenza della letteratura latina antica nella sua quasi totalità. Così, anche quando non dava un contributo originale suo proprio, la Chiesa conservava libri e documenti che si sarebbero rivelati di importanza cruciale per la civiltà che avrebbe salvato. La Chiesa, in effetti, curò, preservò, studiò e insegnò le opere degli antichi, che altrimenti sarebbero andate perdute.

Alcuni monasteri furono conosciuti per la loro perizia in particolari rami del sapere. Così, per esempio, i monaci di San Benigno, a Digione, impartivano lezioni di medicina; il monastero di San Gallo, nell’odierna Svizzera, aveva una scuola di pittura e incisione, e in certi monasteri tedeschi si poteva assistere a lezioni di greco antico, ebraico e arabo.

Spesso i monaci arricchivano la propria istruzione frequentando una o più di una delle scuole monastiche fondate durante la rinascita carolingia e oltre.

L’ammirazione che la civiltà occidentale nutre per la parola scritta e per i classici viene dalla Chiesa Cattolica, che durante le invasioni barbariche preservò l’una e gli altri.

Sebbene in misura variabile nel corso dei secoli, i monaci furono anche insegnanti. San Giovanni Crisostomo ci dice che già al suo tempo (c. 347-407) vigeva la consuetudine, tra la popolazione di Antiochia, di mandare i propri figli a studiare presso i monaci. San Benedetto insegnò ai figli dei nobili romani, san Bonifacio stabilì una scuola in ogni monastero da lui fondato in Germania, e in Inghilterra Sant’Agostino e i suoi monaci aprirono scuole ovunque si recassero. A san Patrizio si attribuisce l’incoraggiamento degli studi sull’Irlanda. I monasteri irlandesi si sarebbero sviluppati in importanti centri di sapere, che dispensavano istruzione tanto ai monaci quanto ai laici.

 Tuttavia, per coloro che non pronunciavano i voti monastici, la maggior parte dell’istruzione si svolgeva in luoghi separati e, in seguito, nelle scuole delle cattedrali fondate durante il regno di Carlo Magno. Ma quand’anche il contributo dei monasteri all’istruzione fosse stato limitato all’insegnare a leggere e a scrivere, avrebbe comunque rappresentato un’opera di non poca importanza.

Alla catastrofe che colpì i Micenei nel XII secolo a.C. – un’invasione dei Dori, secondo alcuni studiosi – seguì un periodo, di tre secoli, di totale analfabetismo, noto come “il Medioevo greco”. La scrittura semplicemente sparì, sommersa dal caos. Invece, l’impegno profuso dai monaci nella lettura, nella scrittura e nell’istruzione fece sì che la terribile sorte che colpì i Micenei non toccasse agli europei in seguito alla caduta dell’Impero Romano. Fu grazie ai monaci che questa volta l’alfabetismo sopravvisse alla catastrofe politica e sociale.

I monaci fecero però ben più che preservare la capacità di leggere e scrivere. Uno studioso mal disposto non ha potuto non ammettere, a proposito dell’istruzione monastica: «Studiavano le canzoni dei poeti pagani e le opere degli storici e dei filosofi. I monasteri e le scuole monastiche fiorivano e ogni insediamento diventava un centro di vita religiosa, oltre che di istruzione». Un altro cronista non ben disposto scrisse dei monaci: «Non solo stabilirono scuole, nelle quali furono i maestri, ma posero le fondamenta per le università. Furono i pensatori e i filosofi del loro tempo e diedero forma al pensiero politico e religioso. Fu a loro, sia come individui sia come collettività, che si deve la continuità del pensiero dal mondo antico al basso Medioevo, all’età moderna».

 Tra le altre cose, i monaci insegnarono metallurgia, introdussero nuove coltivazioni, copiarono testi antichi, preservarono la capacità di leggere e scrivere, furono pionieri della tecnologia, inventarono lo champagne, diedero rifugio a viaggiatori di ogni dove, si presero a cuore chi si era smarrito e chi aveva fatto naufragio. Nella storia della civiltà occidentale chi altri può vantare lo stesso primato? Ma la Chiesa che diede all’Occidente i monaci creò anche l’università, come vedremo nel capitolo seguente.

Mentre nell’XI secolo la cultura si identificava con ciò che si poteva imparare coltivando le sette arti liberali del trivio e del quadrivio, nel XII secolo si erano aggiunte la logica, la matematica, l’astronomia, il diritto, la medicina e la teologia: ma giunti a questo punto, il sapere si era tanto esteso da esigere una istituzione in grado di conservare e accrescere il sapere stesso.

Il mondo antico greco-romano non aveva conosciuto qualcosa di analogo alle università: se questo termine viene impiegato a proposito delle scuole filosofiche di Atene si tratta di un uso improprio, perché quelle istituzioni, anche quando gli insegnamenti erano sovvenzionati dallo Stato, non si erano organizzate in facoltà e istituti in possesso di un piano di studi determinato, con un titolo di laurea a conclusione degli studi. L’università come la conosciamo noi è creazione del medioevo.

Il termine “università” deriva dalla dizione universitas societas magistrorum discipulorumque, nel significato di corporazione generale dei maestri e degli studenti, la migliore definizione di università. Il termine “università” veniva impiegato per molte altre corporazioni, anche per indicare i comuni, ossia le associazioni volontarie e giurate di un gruppo di uomini che stabilivano di darsi un determinato statuto per autogovernarsi.

Sembra che in Italia le università siano nate da corporazioni di studenti che si riunivano dandosi uno statuto in forza del quale chiamavano a far parte della corporazione maestri idonei a insegnare una disciplina, e che il rettore, il capo della corporazione, venisse nominato dagli studenti.
  
Gli studenti avevano un abbigliamento ben definito e uno status giuridico riconosciuto dalle autorità civili ed ecclesiastiche. Quando superavano le prove previste dalla corporazione e desideravano continuare a studiare perché avevano talento, ricevevano un attestato, la venia docendi, continuando a rimanere nella corporazione come maestri, proprio allo stesso modo degli altri artigiani che entravano in una corporazione come garzoni e poi, se apprendevano l’arte in modo adeguato, rimanevano nella corporazione col grado di maestri e col diritto di aprire una bottega propria. L’origine dei titoli accademici, la laurea, fu perciò la licenza di insegnare, ancora adombrata nel titolo di “dottore” che conclude ancor oggi i corsi universitari.

La prova conclusiva dei candidati al titolo di dottore era una lezione tipo o inceptio, tenuta davanti ai maestri della corporazione, proprio come si fa ai giorni nostri con la dissertazione di laurea, al termine della quale il preside della facoltà proclama il candidato uguale ai maestri, capace di insegnare ciò che ha dimostrato di conoscere quanto loro.

Sorbona

All’inizio la corporazione degli studenti non aveva edifici propri e perciò doveva chiedere alloggio a un monastero o a una scuola cattedrale che avevano sempre locali destinati all’insegnamento, ma quando il numero degli studenti crebbe, fu necessario provvedere a nuovi edifici. La Sorbona di Parigi nacque per iniziativa di Robert de Sorbon che lasciò una somma di denaro per costruire un collegio in grado di ospitare numerosi studenti di teologia.

Nel XII secolo l’importanza delle cattedrali divenne massima come centro pulsante della vita religiosa di ogni città: le scuole annesse alla cattedrale ebbero analogo impulso, divenendo tanto importanti da vivere di vita autonoma, come accadde per le università di Parigi e di Orléans. A differenza di quanto avvenne in Italia, nelle università francesi finirono per prevalere i maestri, e perciò il rettore era nominato da loro. Si può affermare che la vita studentesca fu più turbolenta in Italia proprio in forza del maggior potere che avevano gli studenti e dove era perciò possibile che avvenisse l’abbandono da parte di un maestro che si trasferiva altrove portandosi dietro un codazzo di studenti: l’università di Padova nacque nel 1222 da una secessione di alcuni insegnanti di Bologna che, stanchi della turbolenta vita bolognese, si trasferirono aprendo il nuovo studio.

Padova

La presenza di tanti studenti forestieri ha condizionato lo sviluppo urbanistico di Bologna e Padova: poiché mancavano gli alloggi, i proprietari delle abitazioni ottennero di occupare una parte della strada costruendo un portico che permetteva il transito dei passanti, e sopra il portico era costruita una stanzetta con letto, tavolo, sedia e un lume: il tutto veniva affittato allo studente per la durata degli studi. Le fonti sono ricche di notizie circa disordini e tafferugli creati dalla presenza di studenti nelle città medievali, con pestaggi e successive pacificazioni tra la corporazione degli studenti e le autorità cittadine, che a volte si dimostrarono tanto intolleranti da far emigrare la corporazione studentesca verso città più compiacenti.

Verso l’anno 1200 il re di Francia Filippo Augusto, e più ancora il papa, presero sotto la loro protezione l’interessante movimento universitario. In quell’anno Filippo Augusto riconobbe con decreto la corporazione degli studenti di Parigi e dei loro maestri, rimproverando il prevosto (il capo della polizia) per aver attaccato un albergo di studenti tedeschi, causando la morte di alcuni di loro: il re stabilì che gli studenti stranieri dovevano ricevere giustizia e protezione per i loro averi sottraendoli alle corti giudiziarie ordinarie.

 

Oxford

Il motivo per cui Oxford divenne la prima università inglese non è conosciuto: non era sede di cattedrale e non eccelleva per alcun altro titolo sulle città inglesi del tempo, molte delle quali erano assai più idonee ad accogliere quell’importante istituzione: forse il motivo va cercato nella convenienza di tener lontani dalla capitale i sempre turbolenti studenti, come fece Venezia che li confinò a Padova, o Milano che li confinò a Pavia fino a tempi recenti.

Pavia

A differenza di quelle moderne, le università del Medioevo concepiscono l’essere umano come una piramide, alla base della quale vi è la natura corporea, al di sopra quella sociale e politica, al vertice quell’elemento soprannaturale, che può essere soddisfatto solo dalla contemplazione divina. Dunque, tre indirizzi fondamentali: medicina, diritto, teologia.

Ma è la teologia la regina delle scienze, che viene insegnata secondo due metodologie ben distinte. Vi è la lezione tradizionale, per così dire «ex cathedra», nel corso della quale il docente legge e commenta un testo sacro o dottrinale. E vi è poi la cosiddetta «disputa», in cui la scolaresca è chiamata alla partecipazione diretta, secondo uno schema prestabilito (quaestiones disputatae) oppure affidandosi all’improvvisazione (quaestiones quodlibetales). Insomma, una disciplina che sembrerebbe escludere ogni forma di contributo “dal basso”, di elaborazione personale, di riflessione autonoma, in questo Medioevo, che non cessa mai di stupirci, si rivela invece una autentica palestra del genio del singolo.

Altro che oscurantismo. Il clima sociale e culturale da cui sono nate le Università medievali era estremamente libero e audace. Come era il corso di studi? E gli esami?

Aula magna di una facoltà di Legge. Sta facendo lezione un celebre giurista. E’ una lezione mattutina, quando il maestro parla ex cathedra non lo si può interrompere neanche con domande. Entra nell’aula uno sconosciuto e chiede il permesso di prendere parola, ottenutolo inizia a esprimere dubbi sull’interpretazione che il celebre maestro stava proponendo di un passo del codice: «Al vostro posto io non avrei detto agli studenti quello che avete detto voi». Inizia una discussione e l’intruso argomenta sino a convincere il professore il quale, sceso dalla cattedra, lo abbraccia e gli chiede chi sia. Riconosciutolo come un suo allievo dell’anno precedente lo raccomanda al suo uditorio e lo invita a pranzo.Non è il sogno di uno studente di giurisprudenza bocciato all’esame di diritto costituzionale, ma un fatto realmente accaduto in una Università medievale con protagonista il celebre giurista Azzone. A raccontarlo è uno dei più preparati e forse il più simpatico storico del Medio Evo. Un agnostico amante della cristianità medievale, di san Benedetto e dei suoi monaci, che ha definito l’Università il «prodotto autentico, specifico, genuino, dell’umanesimo cristiano». Solo la civiltà cristiana del Medio Evo ha creato Università: più di 80 in soli tre secoli, nel 1602 se ne contano 106 in Europa e solo due costruite dagli Spagnoli, «appena sbarcati», in America Latina; non se ne trovano altre in nessuna parte del mondo.

Domanda. L’episodio citato mostra un rapporto molto particolare tra professori e studenti nelle Università medievali.Dante, quando incontra Brunetto Latini nell’Inferno lo definisce «dolce maestro dolce padre» è un saluto che mostra come i rapporti tra maestro e discepolo fossero personalizzati ed umani. Gli studenti erano pochi, ma gli Acta delle Università di Bologna, di Padova o di Parigi addirittura si rammaricavano “purtroppo non conosciamo più tutti i nostri studenti”. Questo vuole dire che durante i secoli medievali gli studenti, per esempio a Bologna, erano qualche centinaio, al massimo tremila.

E’ difficile pronunciarsi sui numeri perché il Medio Evo non ha il senso del numero, della quantità; «molto» può voler dire centomila o cento, bisogna fare degli studi difficilissimi per poter stabilire il numero più o meno esatto degli abitanti di una città. E’ evidente, ad esempio, che in piazza San Petronio non ci possono stare centomila persone, ma le cronache ci riferiscono questo numero per dire che vi era una folla fitta fitta.I rapporti tra studenti e maestri erano anche molto informali. L’Università con i suoi edifici come oggi noi la vediamo non esisteva, gli studenti all’inizio andavano ad ascoltare il maestro nella sua abitazione e spesso abitavano presso di lui. Anche i corsi di chirurgia o di anatomia venivano svolti nella casa del professore, con il cadavere lì in casa. I professori erano per lo più giovanissimi, i neo dottori infatti potevano il giorno dopo la laurea aprire una scuola. Gli allievi pagavano direttamente al professore, e questo portava non di rado anche a liti tra maestri e allievi che si dimenticavano di assolvere il loro debito, abbiamo testimonianze di un professore che fece sciopero perchè non pagato dai suoi allievi.

Perchè il nome Universitas? Bisogna parlare innanzitutto della facoltà delle Arti liberali. Era obbligatoria; non si poteva frequentare medicina o diritto canonico, o qualsiasi altra facoltà senza aver frequentato questi corsi di cultura generale che davano l’essenziale: una visione dell’Uomo nei suoi rapporti con gli altri uomini, con la Città e con Dio. La vita dello studente del secolo XII e XIII ha un senso: significato e direzione. In essa si studiava matematica, diritto, economia, canto, musica, filosofia, letteratura latina e tutto ciò che riguardava la cultura generale. Si iniziava a frequentarla a 15-16 anni e si richiedeva la conoscenza del latino; chi non lo conosceva bene lo imparava in pochi mesi seguendo le lezioni. Si parlava solo latino, la lingua comune nella varietà dei dialetti italiani ed europei degli studenti. Chi usava espressioni non latine anche in un momento di gioco riceveva una multa, talvolta persino le ingiurie o le bestemmie si facevano in latino, gli abitanti stessi di Bologna conoscevano il latino per poter discutere con gli studenti.Fatto questo corso le strade possibili erano per esempio il diritto civile o il diritto canonico, teologia, scienza, medicina, che nei primi tempi compariva nella facoltà di belle arti, ma poi si è sviluppata a tal punto che ha costituito una sua propria facoltà.

I corsi di anatomia sorsero seguendo la volontà di Roma; l’opposizione del papato alla medicina è pura leggenda. L’esempio di Vesario, sempre citato, condannato a morte per aver sottratto un cadavere per poi sezionarlo è una punizione per il fatto di essere andato contro le leggi civili avendo rubato un cadavere. Anche altri studenti furono condannati per aver rubato dei cadaveri magari dalle loro stesse case, tanto era il bisogno di conoscere l’anatomia umana. Era talmente chiara la posizione della Chiesa in merito e a favore della scienza che un santo come sant’Ignazio di Loyola ha dato il suo corpo alla scienza al momento della sua morte.

Gli studenti erano solo maschi, venivano da tutta l’Europa: dalla Spagna, dalla Scozia, dai Paesi Baltici, dalla Sicilia, da venti, venticinque nazioni. La maggioranza proveniva dall’alta borghesia o dalla nobiltà, soprattutto tedesca e olandese, ma non erano necessariamente tutti ricchi: abbiamo la prova dell’esistenza di studenti detti «poveri», quelli che avevano i genitori non in grado di pagare tutto al figlio. Questi ricevevano dei sussidi per poter completare gli studi; tutti avevano una «borsa» contenente i soldi necessari per pagare lezioni, vitto e alloggio, veniva chiamato borsarius lo studente che la riceveva perché povero; da qui deriva la nostra borsa di studio.

Gli studenti medievali studiavano moltissimo. Nel XII secolo è viva una forte passione per lo studio, si trascorrevano notti intere a discutere o a leggere; l’idea di un periodo storico oscurantista è falsa. Vi furono pochissime altre epoche in cui il senso cosciente del bisogno di sapere è stato così forte come nel XII o XIII secolo che sono inoltre definibili come secoli razionali, razionalisti, secoli in cui si ha una fiducia immensa e indistruttibile nelle capacità della ragione ?talvolta persino eccessiva? nella scienza e negli esperimenti scientifici.

Lezioni si svolgevano in forma di letture durante la mattina e di ripetizione nel pomeriggio. I maestri dovevano inoltre organizzare le dispute, vero caposaldo del metodo di grandi teologi come Tommaso d’Aquino. Nella disputa tutti dovevano intervenire, e chi non vi prendeva parte non poteva presentarsi all’esame. Il maestro poneva un tema di discussione che, trattandosi di un esercizio, non doveva essere necessariamente ortodosso; si è discusso realmente di tutto, anche se la religione cristiana è o no una leggenda come tutte le altre. Vi era una audacia formidabile nell’affronto delle tematiche e una libertà incredibile nella discussione.

E gli esami? La disputa finale per essere dottori poteva durava anche due, tre o quattro settimane e lo studente doveva dimostrare di possedere tutto quello che gli era stato insegnato in circa dieci anni di corsi, con un sforzo incredibile di memoria. Non era infatti concesso di prendere appunti alle lezioni e non erano rari i casi di persone che conoscevano a memoria tutta la Bibbia.

La libertà di insegnamento era quasi totale. Le Universita’ medievali erano istituzioni estremamente libere non solo nell’insegnamento, non accettavano alcun controllo; persino il toccare uno studente era considerato un atto contro la libertà dell’Università. Tutti gli studenti, inoltre, erano chierici per non dipendere dalla giustizia civile che era più immediata, e brutale di quella clericale.

Fonti: storialibera, Universita’ di Bologna, Wikipedia

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Los Angeles

Pubblicato da janejacobs su ottobre 30, 2008

La sala concerti di Los Angeles intitolata a Walt Disney

A Los Angeles si puo’ trovare di tutto, persone provenienti da 140 nazionalita’ diverse si sono trasferite nella grande citta’, aspiranti attori che sperano di diventare famosi, imprenditori, imprese ed immigrati che sostengono la sua diversa economia.
Los Angeles e’ la capitale creativa dell’America, il centro della produzione di film e dell’industria televisiva. Los Angeles ha dato al mondo l’opera di Walt Disney e Raymond Chandler, MySpace e la bambola Barbie. La tecnologia satellitare e’ nata a LLos Angeles ed grandi aviatori come Howard Huges hanno fondato qui le loro imprese.
Los Angeles ha un’economia vibrante e diversificata, la Mattel, il piu’ grande produttore mondiale di giocattoli ha sede a Los Angeles. A Los Angeles hanno sede le piu’ grandi imprese dell’industria di videogiochi. Tuttavia Los Angeles e’ anche una citta’ industriale. Nonostante l’industria aerospaziale si abbia abbandonato la citta’ nel corso degli anni ’90, Los Angeles continua ad essere un grande centro manifatturiero con 450,000 mila addetti nell’industria tessile e nell’industria elettronica.
La citta’ possiede il piu’ grande porto dell’emisfero Occidentale del Pianeta, in cui arriva circa la meta’ dei beni che vengono importati negli Stati Uniti. Los Angeles e’ anche un centro di primaria importanza nella tecnologia e nella ricerca. E naturalmente e’ la capitale mondiale del cinema. Los Angeles e’ una calamita per le nuove imprese dei media digitali.
In precedenza e’ stata a lungo una capitale del’industria aerospaziale. Quando quell’industria e’ progressivamente declinata con la fine della guerra fredda, l’economia locale e’ stata colpita duramente perche’ si appoggiava molto su questo settore.
Ora l’economia e’ molto piu’ diversificata grazia al settore del terziario avanzato ed ai media. Fino a 20 o 30 anni fa, Los Angeles era anche una capitale finanziaria, ma le fusioni fra diverse banche hanno visto l’importanza della citta’ nel settore finanziario ridursi progressivamente. Il recente boom nel settore edilizio ha riportato la finanza a Los Angeles.
Negli ultimi tre-quattro anni c’e’ stato un forte aumento di lavori nel settore finanziario relativa al boom del settore immobiliare. Ma il collasso della bolla dei mutui e la caduta del valore degli immobili ha portato alla conclusione dello sviluppo di questo settore. Due grandi Banche, la Indymac e Countrywide, sono fallite.
Tuttavia, altri settori continuano a crescere. Alcune banche piu’ prudenti continuano a fare buoni affari, e anche il settore della moda e del tessile. La American Apparel, un grosso produttore di vestiti, impiega a Los Angeles 4,000 persone.
Los Angeles ha una grande popolazione di Latinos provenienti dall’America Centrale e Meridionale i quali giocano un ruolo centrale nel sostenere la crescita economica della citta’. I Latinos lavorano soprattutto nel settore dei servizi e delle costruzioni. I Latinos spesso entrano negli Stati Uniti illegalmente; si stima che i lavoratori senza documenti a Los Angeles siano 625,000.
Una lamentela da parte dei visitatori di Los Angeles e’ la mancanza di un centro cittadino, e questo in parte e’ vero. Le autorita’ cittadine si stanno sforzando di rivitalizzare il distretto commerciale di downtown Los Angeles con la parziale trasformazione del centro in distretto dell’intrattenimento. Tuttavia, l’anima di Los Angeles non si puo’ trovare in nessuna delle molte citta’ che costituiscono la contea di Los Angeles.
Malibu, Pasadena, Inglewood e Manhattan Beach sono solo alcune delle dozzine di citta’ che compongono la Contea di Los Angeles, ognuna ha un carattere unico. Piu’ di 10 milioni di persone vivono a Los Angeles, e la maggior parte di loro sanno che potrebbero trovarsi di fronte ad un totale caos se la California dovesse essere dal grande terremoto che da alcuni anni i sismologi si aspettano.
La citta’ e’ spesso vittima di grandi incendi che si sviluppano piu’ o meno spontaneamente e che distruggono parte delle citta’.
Ma il clima temperato e lo stile di vita rilassato della citta’ sembrano vincere sulla paura delle calamita’ naturali.
Gli abitanti della citta’ vivono con altre frustrazioni. E’ una delle piu’ ricche citta’ al mondo, dimora di miliardari come Rupert Murdoch, David Geffen ed Eli Broad. Tuttavia il sistema stradale e le infrastrutture pubbliche sono a pezzi, a causa della cronica mancanza di investimenti. Los Angeles ha un sistema di bus ed una rete di metropolitana leggera che collega San Fernando Valley, Pasadena e Long Beach.
Ma a Los Angeles manca un sistema capillare di trasporti pubblici e viaggiare in auto e’ l’unica alternativa.
Il crimine delle gang continua ad essere un problema, nonostante gli sforzi del capo della polizia di Los Angeles Bill Bratton. La citta’ ha un eccellente sistema educativo, ma il suo sistema di scuole statali inizia a scricchiolare per mancanza di fondi. Mentre lo Stato della California sta disperatamente cercando di ridurre la spesa pubblica incalzato com’e’ dalla crisi economica, le scuole sono spesso le prime vittime dei tagli alla spesa.
Un altro problema e’ che pur essendo vastissima, Los Angeles e’ divisa in isole dove gli abitanti spesso non osano nemmeno addentrarsi oltre alle montagne di Santa Monica. Ci sono anche molto abitanti con una mentalita’ internazionale, ma spesso ci si lamenta che a Los Angeles non e’ cosmopolita come la sua “rivale” New York.
Tuttavia Los Angeles e’ una citta’ molto internazionale. Ha relazioni importanti con le citta’ Asiatiche che inviano beni di consumo negli Stati Uniti attraverso i loro porti.
Los Angeles sta diventando sempre piu’ una capitale artistica grazie all’apertura di nuove gallerie, ad una delle migliori orchestre sinfoniche al mondo, e alla sala concerti intitolata a Walt Disney e progettata da Frank Gehry, che e’ forse l’edificio piu’ bello della citta’ e ha trasformato downtown.
Los Angeles ha molte sfide da superare. Ma e’ una citta’ ottimista, ambiziosa, diversa ed eccitante. Los Angeles guarda sempre avanti.

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Assistenzialismo e declino

Pubblicato da janejacobs su ottobre 29, 2008

Otto von Bismarck

I programmi di assistenza economica, i sussidi ed i prestiti a fondo perduto che cercano di portare alle regioni povere servizi e standard di vita simili a quelli delle citta’ prospere sono sfortunate transazioni di declino. Questi sussidi spesso diventano continui, come una malattia cronica e drenano risorse dalle citta’ senza beneficiare l’economia delle regioni povere. Quando i sussidi sono generosi, le zone che ricevono tali sussidi diventano economicamente sempre piu’ dipendenti da tali sussidi come accade per le citta’ che ospitano una produzione militare continua e che diventano dipendenti dall’esercito e dalla guerra per la loro economica. Per questo le nazioni moderne basate su trasferimenti pubblici sono diventati protagonisti della vita economica. I sussidi assistenziali furono inventati da Bismarck nella Germania unificata del secolo scorso. Bismark voleva un’assicurazione universale amministrata dallo Stato per le classi dei lavoratori, ma a quel tempo questo non era possibile ne’ dal punto di vista economico, ne’ dal punto di vista politico. Pertanto Bismarck inizio’ a promuovere un’assicurazione decentralizzata per gli infortuni sul lavoro, espandendo lentamente il suo ruolo all’assicurazione per la malattia, invalidita’ e pensione di vecchiaia con il crescere dei partecipanti a questo schema. Bismarck venne imitato da centinaia di pianificatori economici che volevano istituire simile assicurazioni nazionali, sussidi assistenziali e prestiti a fondo perduto che fino ad oggi sono distribuiti dalla maggior parte dei governi nazionali. La Svizzera e’ un’eccezione: ci sono pochi sussidi e prestiti nazionali che drenano risorse dai cantoni ricchi per i cantoni poveri, dal momento che nel complesso le regioni SVizzere sono sufficientemente prospere da non richiedere molto aiuto le une alle altre.

I supporti ai prezzi agricoli e altri sussidi agricoli sono simili ai trasferimenti assistenziali, nel privare le risorse dalle economie cittadine verso economie povere. La discrepanza tra quello che ogni citta singola e la sua area metropolitana pagano allo stato asistenziale o provinciale, sottoforma di sussidi agricoli ed altri sussidi e cio’ che ricevono in cambio rappresentano perdite di guadagni deviate ad altre economie che non rimpiazzano un’ampia fascia delle loro importazioni con beni locali. Quindi i beni ed i servizi esportati attraverso sussidi sono simili alle improtazionoi militari nel senso che alla destinazione non si e’ in grado ne’ ora ne’ in futuro di rimpiazzare le importazioni cittadine con produzioni locali. Nemmeno ricevere sussidi – importazioni non guadagnate – aiuta a i ricevitori di sussidi in grado di promuovere versatilita’ economica. Insomma, i beni ed i sevizi mandati verso le regioni povere sono beni e servizi che non ricadono le processo di rimpiazzo delle importazioni.

Continua…

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Comuni

Pubblicato da janejacobs su ottobre 28, 2008

Le citta’-stato del Medioevo italiano sono state un esperimento naturale interessante su come la cooperazione abbia saputo creare sviluppo e ricchezza. La nascita delle citta’ Stato italiane avvenne nel processo di disgregazione del Sacro Romano Impero fondato da Carlo Magno alla fine del primo millennio. La parte centrale di questo processo fu l’affermazione di citta’ in grado di governarsi da sole. Questo processo avvenne un po’ in tutta Europa, ma fu particolarmente forte nell’Italia centro-settentrionale fra il 1100 ed il 1300 a causa della debolezza del potere imperiale. In alcune citta’, la mancanza di un governo centrale porto’ all’aggregazione di individui che decidevano di cooperare per risolvere problemi di interesse comune. Ad esempio a Genova, le famiglie nobili dell’aristocrazia marittima formarono simili patti. Tali patti venivano fatti rispettare con severita’. Chi disobbediva ai patti veniva escluso dalle relazioni commerciali e politiche dagli altri membri del patto. In alcune citta’, era il vescovo a fare da garante perche’ i patti venissero rispettati. Ed il vescovo aveva il potere di scomunicare chi disobbediva ai patti, una punizione molto piu’ grave di quello che oggi si possa immaginare.
Lentamente iniziarono ad emergere nuove e sempre piu’ stabili istituzioni. Il primo seme di citta’ libera fu il consolato, un comitato composto da un numero limitato di cittadini i cui poteri scadevano generalmente dopo un anno. L’istituzione del consolato e’ la piu’ visibile manifestazione delle citta’ stato come corpo politico indipendente. Il tempo, i commerci e le guerre sviupparono pienamente le istituzioni cittadine. Nel corso di due secoli, la piccola assemlea di capi locali delle principali famiglie che condividevano i poteri (coloro che partecipavano al patto giurato) si sviluppo’ in un moderno parlamento di membri eletti da una fetta sempre maggiore della popolazione. Con questi cambiamenti, si sviluppo’ pienamente il modello di citta’-stato. Tale citta’ stato procurava proetzione ed ordine, raccoglieva le tasse, si occupava della difesa della citta’, dava ai cittadini le protezioni di base ed era responsabile per il mentenimento e la sicurezza delle strade, infrastrutture essenziali per garantiere il commercio fra citta’.
Alla meta’ del dodicesimo secolo nacque una nuova parola per descrivere le citta’-stato Italiane: la parola “comune”, che deriva dal latino ed indica la proprieta’ comune dei cittadini: non solo le mura, le strade, ma anche le cattedrali e le chiese erano viste come proprieta’ dei cittadini del comune e della comunita’ locale, una proprieta’ che andava mantenuta e rispettata, perche’ di tutti. I diritti e le liberta’ comunali andavano di pari passo con a responsabilita’ di operare per il proprio interesse e per il bene comune dei cittadini. La straordinaria indipendenza di cui godevano i comuni Italiani non era gratuita. Le citta’ dovevano difendersi dai tentativi degli Imperatori Tedeschi di esercitare la loro autorita’ sulle loro ricche citta’ e imporre tasse; dalle pretese dei feudatari locali, e dai tentativi continui dei comuni di espandersi ai danni degli altri.
La battaglia per l’indipendenza dall’Imperatore raggiunse il suo culmine nel 1176 quando una leva di citta’ libere, la Lega Lombarda, sonfisse l’imperatore Federico I Barbarossa che discese sull’Italia per riaffermare i suoi poteri ed i suoi privilegi. In quell’occasione non tutte le citta’ libere combatterono contro l’impero, alcune citta’ del Piemonte e la stessa Genova appoggiarono l’impero in cambio di concessioni da parte dell’imperatore. L’atteggiamento duplice che i Comuni Italiani tennero con l’imperatore era un segno della loro liberta’ e della loro capacita’ di negoziare accordi con l’imperatore o di combatterlo a seconda delle proprie convenienze.
Nei Comuni, il potere politico non era identificato con una singola persona regnante, ma con l’intera comunita’ (da qui il nome Comuni). Inoltre, la fonte del potere politico e dell’autorita’ non era religiosa o dinastica, ma veniva dagli abitanti del Comune. Le regole, le leggi e le decisioni formali erano sempre fatte in nome del popolo, anche se in pratica le elite e le famiglie ricche avevano maggiore importanza. Inotltre, la vita dei comuni era regolata da statuti che facevano appello a tutti i cittadini anziche’ ad un solo gruppo di sudditi. Questo era in forte contrasto con la societa’ feudale dove le regole ed i diritti derano diversi a seconda del ceto sociale di un individuo (nobile, contadino, membro del clero). Infine, lo svilupppo del comune va di pari passo con quello delle  liberta’ personali: prima dela nascita delle citta’ indipendenti, gli abitanti delle citta’ erano servi del feudatario locale. Con il comune le liberta’ personali ricevevano protezione legale contro gli abusi degli ufficiali governativi, le cui azioni erano soggette al controllo di istituzioni ad hoc, inclusi i tribunali a cui i cittadini potevano fare appello. In altre parole, le citta’ stato svilupparono un sistema di protezione dei diritti di proprieta’ e di limiti del potere esecutivo che furono funzionali al loro sviluppo.
Fonte: Long Term Persistence
 

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Ariane 5

Pubblicato da janejacobs su ottobre 27, 2008

Ariane 5 è un lanciatore sviluppato e costruito sotto autorizzazione dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) dalla EADS SPACE Transportation, il contrattista principale nonché capofila di molti sub appaltatori. Le operazioni di lancio e di marketing sono gestite dalla Arianespace, una sussidiaria dell’ESA che utilizza come base di lancio il Centre Spatial Guyanais a Kourou nella Guiana Francese.

Succede al razzo Ariane 4, sebbene non vi derivi direttamente. Lo sviluppo del lanciatore è durato dieci anni ed è costato 7 miliardi di euro. L’ESA inizialmente sviluppò l’Ariane 5 come lanciatore per il mini shuttle europeo Hermes, ma quando il progetto dell’Hermes venne accantonato si decise di trasformare il lanciatore in un razzo prettamente commerciale.

L’utilizzo primario del Ariane 5 è il posizionamento in orbita geostazionaria dei satelliti. Due satelliti possono essere caricati utilizzando il caricatore Sylda. Si possono caricare anche tre satelliti, se di peso e dimensioni abbastanza ridotte. Fino a otto carichi secondari possono essere trasportati, principalmente piccoli carichi con esperimenti o microsatelliti che vengono caricati con il caricatore ASAP (Ariane Structure for Auxiliary Payloads). 

Da Wikipedia 

 

 

 

 

 

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L’inutilita’ della guerra

Pubblicato da janejacobs su ottobre 24, 2008

Ci sono cambiamenti nell’economia che portano alla recessione, alla stagnazione e alla depressione. Quando avvengono questi cambiamenti, lo sviluppo economico diminuisce, aumenta l’inerzia, la poverta’, l’arretratezza, i beni ed i servizi diminuiscono in quantita’ e varieta’; i problemi pratici del vivere quotidiano diventano irrisolvibili. Quando la stagnazione diviene totale, la vita economica diventa un’ombra del suo precedente sviluppo.

La produzione militare continua e’ uno dei mezzi con cui le caratteristiche vitali della vita economica vengono convertite in caratteristiche mortali. Le transazioni economiche in un’economia militare continua fanno parte del declino economico.

La guerra e la produzione di guerra ha spesso stimolato la metallurgia, le comunicazioni, lo studio delle epidemie, la chirurgia, la chimica, la navigazione, l’aeronautica, le previsioni del tempo, la costruzione di calzature e di altri vestiti, la creazione di mappe, il trasporto. Visti tutti questi stimoli, si potrebbe pensare che le nazioni militarizzate o gli imperi dovrebero essere in una posizione vantaggiosa per continuare a svilupparsi dal punto di vista economico, aiutato dalle scoperte fatte in campo militare e dalle pressioni militari per l’innivazione.

Tuttavia in tempi antichi e moderni, le societa’ che hanno investito maggiormente nelle produzione militare sono diventate arretrate dal punto di vista tecnologico. Gli sviluppi militari stimolano sviluppi economici civili, e per contro, la tecnologia civile stimola la tecnologia militare, ma solo se c’e’ una specie di pendolo fra le due. Tale oscillazione non avviene quando la produzione militare diventa preponderante, dando ai produttori un cliente fisso per i beni di guerra. Inoltre, un’economia si impoverisce se non inietta continuamete innovazioni nella sua vita economica quotidiana. Le citta’, non la produzione militare, sono le incubatrici della crescita economica.

Quando il militarismo si alimenta continuamente dei guadagni delle citta’ e distorce il commercio, finisce per ritardare lo sviluppo, indipendentemente dall’ingegno della ricerca che si mette nelle nuove apparecchiature militari. In realta’, piu’ ingegno si mette nella ricerca militare, peggio e’ per l’economia, perche’ questi sforzi sono costosi e sottraggono risorse al commercio fra le citta’.

Lo spettacolo delle economie che si evolvono e si espandono, e poi mettono la loro ricchezza al servizio dell’agonia, del terrore, della distruzione e della turbolenza e’ deprimente e oggi porta con se’ anche il terrore dell’estinzione del genere umano. Pertanto, perche’ non dovremmo deviare le spese per la difesa militare a fini costruttivi e benefici.

Se e’ possibile andare sulla luna, perche’ non possiamo risolvere problemi piu’ semplici come quello di dare una casa ai senzatetto, dare da mangiare agli affamati, superare la poverta’?

 Continua

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Nazionalizzare le pensioni

Pubblicato da janejacobs su ottobre 23, 2008

La Presidente Argentina Cristina Fernández de Kirchner (foto sopra) ha annunciato cambiamenti drastici al sistema pensionistico nazionale. Fernández de Kirchner ha firmato un decreto da presentare al Parlamento per eliminare il sistema pensionistico privato e spostare tutte le pensioni detenute da istituzione private ad un fondo pubblico finanziato con il sistema contributivo. Tale riforma stravolge la riforma del 1994 che assegnava ai privati il ruolo di gestori delle pensioni.

Secondo Fernández de Kirchner i fondi pensione privati non hanno garantito a sufficienza la ricchezza dei pensionati e quindi devono essere rinazionalizzati. In realta’ Fernández de Kirchner vuole espandere il ruolo dello stato nell’economia azionale e coprire con i beni dei fondi pensione il grosso debito pubblico argentino, che sta aumentando considerevolmente nonostante il Paese abbia dichiarato fallimento solo 7 anni fa.

L’eliminazione dei fondi privati pero’ potrebbe portare a conseguenze negative poiche’ da un lato aumentera’ il debito pubblico Argentino (visto che lo Stato Argentino e’ debitore verso un numero maggiore di pensionati), dall’altro ridurra’ in maniera determinante il valore della borsa Argentina (che e’ gia’ crollata del 60% dall’inizio dell’anno) eliminando una fonte di finanziamento per le imprese.

La riforma dovrebbe aumentare i ricavi del governo di circa 1.5% della ricchezza (GDP) nazionale ogni anno. Riuscira’ questa nazionalizzazione ad evitare un’ altra bancarotta dell’Argentina? O generera’ un panico generalizzato che portera’ i risparmiatori Argentini a prelevare i loro risparmi dalle proprie banche causando un panico finanziario ancora maggiore di quello del 2001?

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Rigassificatori al largo del mare

Pubblicato da janejacobs su ottobre 22, 2008

Al largo dell’Adriatico, a 40 chilometri a Sud di Venezia, stanno costruendo una nuova struttura larga quanto due campi da calcio e alta come un palazzo di dieci piani che sara’ collegato alla costa da condotte. E’ un terminale di rigassificazione, che ricevera’ consegne di gas liquefatto proveniente dal Golfo Persico, trasformera’ questo gas liquido in gas “gassoso” e lo pompera’ attraverso le condotte alla costa.

I proprietari di questo impianto sono la Exxon Mobil e la Edison, le quali hanno optato per un rigassificatore al largo del mare per ovviare ai problemi di avversione delle popolazioni locali a larghi impianti industriali in un paese densamente popolato come l’Italia.

Il gas naturale e’ piu’ pulito dei gas combustibili e ed i generatori di energia a gas costano meno degli impianti nucleari o a carbone. L’Italia e’ sempre piu’ dipendente per i suoi approvigionamenti di gas dalla Russia, che consegna all’Italia il suo gas attraverso condotte che arrivano via terra attraverso l’Ucraina e l’Austria.

Se pero’ la Russia si arrabbia con l’Ucraina o con l’Austria, il gas non arriva in Italia e quindi servono impianti che procurino all’Italia scorte di gas come questo, che consegna in Italia gas liquido proveniente dal Qatar, dall’Indonesia e dalla Guinea.

Secondo l’agenia energetca internazionale il commercio di gas naturale liquefatto dovrebbe raddoppiare nel periodo che va dal 2006 al 2015, ma i rigassificatori stanno crescendo in maniera molto piu’ rapida.  

Purtroppo i terminali esistenti possono prendere 617 miliardi di metri cubi all’anno, ma si stanno costruendo impianti per prendere altri 846 miliardi di metri cubi entro il 2010.

 

 

 

 

 

 

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Risparmio energetico e tracollo economico

Pubblicato da janejacobs su ottobre 21, 2008

Jacopo Fo fornisce una chiave di lettura molto interessante sulle attuali discussioni fra Italia ed Unione Europea riguardo al rispetto del trattato di Kyoto.

“Le imprese italiane sono destinate al tracollo se non tagliano lo spreco energetico.

Le imprese possono trovare i soldi di cui hanno bisogno per rilanciarsi proprio smettendo di buttare via il denaro.

Il centro della questione e’ che per gli italiani, e in particolare per le piccole imprese, continuare cosi’ e’ un suicidio economico.

Non e’ vero che le imprese e i cittadini dovrebbero tirar fuori 10 o 20 miliardi di euro (a seconda delle stime) per adeguarsi agli accordi presi con l’Unione Europea. E’ vero esattamente il contrario.

In questo momento il Sistema Italia non sta risparmiando denaro perché inquina di piu’.

L’Unione Europea non ci sta chiedendo di spendere soldi per dotare le nostre imprese di costosi meccanismi che riducano le emissioni nocive che faranno aumentare il costo dei nostri prodotti rendendoci meno competitivi.

In questo momento il Sistema Italia sta buttando soldi dalla finestra perché spreca una quantita’ enorme di energia e petrolio che costano sempre di piu’.

Per rispettare gli accordi presi con l’Unione Europea dovremmo prendere delle iniziative che, al di la’ delle necessita’ ambientali, sono indispensabili per tenere in vita proprio le imprese, piccole e grandi e per ridurre lo spreco delle famiglie e dello Stato.

L’Unione Europea, in pratica, ci chiede di sostituire le lampadine antiquate che utilizziamo per l’illuminazione pubblica e privata con led (88% di energia risparmiata) e con lampadine ad alta resa e lunga durata (80% di energia risparmiata, 150 euro per ogni lampadina da 15 mila ore installata). Ci chiedono di utilizzare termostati che spengano i riscaldamenti quando si raggiunge la temperatura desiderata (taglio del 2% della bolletta energetica dello Stato), caldaie ad alto rendimento (diminuzione del 30% dei consumi), generatori elettrici che fungono anche da produttori di calore e freddo (sistemi di trigenerazione, 50% di taglio dei costi), impianti di teleriscaldamento (60% dei costi), produzione di gas da immondizia biologica, cacca e scarti vegetali umidi, sfalci lungo le strade e le ferrovie (tutta energia guadagnata che oggi buttiamo al 100%). Ci chiedono, questi pazzi, di riutilizzare il calore emesso da migliaia di ciminiere (fonderie, impianti chimici) che gettano al vento milioni di euro di prezioso calore.

Isolare i muri e i tetti delle case, montare tripli vetri, mettere pannelli isolanti dietro i caloriferi, sfruttare la geotermia (la temperatura del sottosuolo che e’ stabile a 15 gradi, estate e inverno), scaldare l’acqua con i pannelli solari termici, produrre elettricita’ dalle fonti rinnovabili, produrre auto che consumino meno carburante, adottare elettrodomestici e macchine utensili di classe A. Ci chiedono di sviluppare il sistema dei mezzi pubblici e il trasposto su rotaia e su acqua che hanno costi energetici molto piu’ bassi del sistema su ruote individuale. Sono tutte cose che ci fanno smettere di buttare soldi dalla finestra. Non si tratta di tirar fuori denaro ma di smettere di buttarlo via.

A questo punto scatta pero’ un’obiezione: per ottenere questi risparmi dobbiamo comunque tirar fuori adesso dei soldi che non abbiamo. Per alcuni anni saremo in perdita e solo poi inizieremo a vedere i risparmi, una volta ripagati gli investimenti. Ma se spendiamo questi soldi adesso non ci arriviamo a dopodomani perché saremo morti, quindi meglio continuare a sprecare ma restare vivi che suicidarsi per un futuro che non vedremo. Un ragionamento che sembra sensato. Ma e’ privo di logica.

La finanza capitalista da due secoli serve proprio alle imprese per ripagare a rate gli investimenti in modo tale che siano spalmati su piu’ anni. Si chiama ammortamento. Non e’ una cosa nuova. E’ la base dell’economia reale.

Le banche, invece di prestare soldi a chi aveva intenzione di produrre ricchezza e lavoro, hanno investito in operazioni rischiosissime che nulla avevano a che fare con l’economia reale. Scommesse sopra scommesse, speculazioni, alchimie.
L’unica possibilita’ oggi per le banche di uscire dalla crisi e’ quella di cambiare rotta e mettere i propri soldi in qualche cosa che dia un rendimento sicuro e muova l’economia, crei occupazione, impresa eccetera.

La situazione e’ quindi che abbiamo da una parte bisogno di grandi investimenti per smettere di buttare dalla finestra energia e denaro e dall’altra parte le banche hanno bisogno di prestare soldi per investimenti sensati e produttivi. Le due esigenze si sposano perfettamente.

Le banche possono anticipare il denaro a imprese, famiglie e amministrazioni pubbliche vincolandolo all’uso per il taglio degli sprechi energetici. A questo punto c’e’ solo un’ultima domanda: il denaro che risparmiamo e’ sufficiente a ripagare le rate di restituzione dei soldi prestati dalla banca, interessi compresi?

Spalmando la restituzione su 5, 10 oppure 20 anni (a seconda delle tipologie degli interventi e dei tempi di ammortamento dell’investimento) possiamo ripagare il debito con il 50-70% del risparmio ottenuto dalla diminuzione dello spreco energetico. Si tratta di una normale operazione di finanziamento alle imprese: quando compro una macchina utensile calcolo che una parte di quel che mi fa incassare la nuova macchina vada a pagare le rate dell’acquisto e un’altra mi venga in tasca sotto forma di guadagno. Se non fosse cosi’ nessuna azienda ricorrerebbe al credito bancario per comprare nuove macchine utensili. E il meccanismo funziona perfettamente anche se invece di investire in macchine utensili per produrre oggetti, spendiamo per smettere di lasciare che il calore delle ciminiere se ne vada sprecato in cielo.

Ma c’e’ una differenza. Se prendo in prestito denaro per comprare una macchina che produce bottiglie mi assumo il rischio di non riuscire poi a vendere tutte le bottiglie che riesco a produrre. Se invece investo per smettere di spendere denaro sprecato ottengo sicuramente un vantaggio economico senza rischio. Risparmio denaro che comunque spenderei. Non ci sono di mezzo consumatori che possono comprare o non comprare le mie bottiglie. Quindi per le banche si tratterebbe di un prestito estremamente sicuro.

Si puo’ solo obiettare che un’azienda, dopo aver ristrutturato per risparmiare energia potrebbe comunque fallire. Vero. Ma se riesce a tagliare le spese energetiche diventa piu’ competitiva ed e’ meno probabile che fallisca. E comunque si tratta del prestito piu’ sicuro possibile per le banche. E al limite, in una situazione di panico come questa, lo stato potrebbe creare un fondo di garanzia per le aziende che nonostante l’iniezione di contanti determinata dal risparmio energetico e l’aumento della competitivita’, dovessero fallire. Ma sarebbe comunque un rischio minimo rispetto a qualunque altro investimento.

Inoltre va considerato un altro aspetto non meno importante. Se da una parte il taglio dello spreco energetico, con un ammortamento spalmato su piu’ anni, significherebbe un risparmio immediato (soldi subito), dall’altra parte non tagliare la bolletta energetica vorrebbe dire spararsi in testa. Infatti, e’ fuori di dubbio che tra alti e bassi il costo dell’energia continuera’ a salire ed e’ anche evidente che in molte nazioni il costo energetico dei prodotti e dei servizi e’ gia’ oggi molto piu’ basso di quello del Sistema Italia e mentre da noi si sta facendo ben poco, molti si danno da fare per migliorare ancora di piu’ la loro efficienza energetica. Basti dire che da mesi i decreti attuativi per i finanziamenti del micro eolico e idrico e degli impianti a biomasse sono bloccati mentre la Spagna, dopo averci superati, sta continuando a premere sull’acceleratore delle fonti rinnovabili, garantendosi in prospettiva costi energetici sempre piu’ bassi.

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Il tramonto di Dubai

Pubblicato da janejacobs su ottobre 20, 2008

Dubai e’ un castello di sabbia. Accecata da un aumento del prezzo del petrolio vertiginoso, ma effimero e dall’improvvisa ricchezza dei suoi vicini (Iran, Arabia Saudita e altri paesi del Golfo), si e’ imbarcata in una frenetica costruzione di grattacieli. Ma questi grattacieli per ora poggiano sulla sabbia, non sulla roccia e potrebbero restare fermi per lungo tempo.

I costruttori ed i finanziatori di Dubai hanno creato grattacieli ed isole artificiali ad una velocita’ sorprendente, ma non si rendevano conto che questo boom non sarebbe durato per sempre.

Sebbene Dubai abbia fatto molto per cercare di svilupparsi, ha peccato di superbia. Gli ordini per i mega uffici e mega ville nelle sue assurde isole artificiali oggi ristagnano. Se non interverranno i paesi vicini a salvare la fragile economia dell’emirato, Dubai rischia un crack finanziario senza precedenti.

 

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La ricchezza e’ luce

Pubblicato da janejacobs su ottobre 19, 2008

Marco ha suggerito un articolo molto interessante che riprende alcuni concetti sulla ricchezza e sulla luce gia’ formulati da Jane Jacobs nel suo libro La Natura delle economie.

“Ogni notte miliardi di persone accendono le luci. L’osservazione del globo terreste dallo spazio ci permette di osservare la ricchezza attorno al mondo e la nascita di mega-citta’.

La catena di luci definisce chiaramente la muscolatura economica delle citta’ e delle aree metropolitane. Per secoli siamo stati abituati a pensare alla ricchezza in termini di nazioni, ma le nazioni sono frutto di decisioni politiche e militari dei potenti. Le citta’ invece sono il prodotto naturale e organico dell’attivita’ umana e la loro realta’ e’ chiaramente osservabile anche dallo spazio (foto sopra). Un extra-terrestre che osservi il nostro pianeta dallo spazio non vedra’ i confini nazionali, i posti di blocco della polizia e dei militari, le dogane ed i campi profuchi, ma vedra’ la crescita organica e naturale prodotta dagli esseri umani, vedra’ che le citta’ sono energia e che l’energia e’ luce, una luce .

 

Questa osservazione ci porta al vero motore dell’economia e della ricchezza globale, ci porta cioe’ alle citta’ e alle aree metropolitane, che sono l’organizzazione umana piu’ importante dal punto di vista sociale ed economico. Lo sono oggi e lo sono sempre state, indipendentemente dalla sete di potere degli imperi e dalle distruzioni delle guerre e degli eserciti.

Le aree metropolitane comprendono vasti agglomerati di commercio, trasporto, innovazione e talento e spesso si estendono attraverso diverse regioni e diverse nazioni. Le citta’ raccolgono la creativita’ umana e generano una porzione enorme dell’attivita’ economica, scientifica e di innovazione.

Ci sono circa 200 nazioni al mondo, ma ci sono solo 40 mega-aree metropolitane. Queste aree metropolitane non sono create dai governi e dagli imperi, ma sono il naturale processo evolutivo delle civilta’ umana. Esse rappresentano circa i due terzi dell’attivita’ economica ed l’85% dell’innovazione mondiale. Le 10 maggiori mega regioni dal punto di vista economico raccolgono 416 milioni di persone, circa il 6.5% della popolazione mondiale, e producono il 45% della ricchezza mondiale (circa 13 bilioni di dollari, 13.000.000.000.000), e ospita il 57% dei migliori scienziati che producono il 53% delle innovazioni.

La piu’ grande mega citta’ del mondo e’ Tokyo (55 milioni di persone e 2.5 bilioni di ricchezza prodotta), seguita dal corridoio chiamato Boswash (che si estende per quasi mille chilometri da Boston a Washington passando per New York e conta 54 milioni di persone e genera 2.2 bilioni di ricchezza) e dall’area Chicago-Pittsburgh (46 milioni di persone, 1.6 billioni di ricchezza).

Altre importanti mega regioni si trovano attorno ad Amsterdam, nell’Italia centro-settentrionale, a Londra, Parigi, Berlino, a Osaka-Nagoya, Shanghai, Pechino e Hong-Kong-Shenzhen.

Mega-regioni

Regione

Popolazione(milioni)

Ricchezza prodotta

 (miliardi)

Innovazione/
brevetti 
(classifica)

Migliori scienziati 

(classifica))

Tokyo

55.1

$2,500

2

24

Bos-Wash

54.3

2,200

8

2

Chicago-Pitts

46.0

1,600

9

14

Am-Brus-Twerp

59.3

1,500

22

18

Osaka-Nagoya

36.0

1,400

7

22

Londra

50.1

1,200

25

10

Roma-Milano-Torino

48.3

1,000

34

23

Charleston-Atlanta

22.4

730

16

9

California del Sud

21.4

710

13

4

Francoforte-Stoccarda

23.1

630

21

12

Barcellona-Lione

25.0

610

24

20

Toronto-Buffalo-Chester

22.1

530

19

7

Seoul

46.1

500

6

32

California del Nord

12.8

470

3

1

Florida

15.1

430

17

17

Fuku-Kyushu

18.5

430

23

19

Parigi

14.7

380

4

16

Dallas-Austin

10.4

370

14

13

Houston-Orleans

9.7

330

15

5

Citta’ del Messico

45.5

290

35

32

Vancouver-Seattle-Oregon

8.9

260

10

3

Rio-San Paolo

43.4

230

32

32

Hong-Kong

44.9

220

28

31

Sapporo

4.3

200

27

32

Vienna-Budapest

21.8

180

26

29

Tel Aviv-Amman-Beirut

30.9

160

31

21

Praga

10.4

150

12

25

Buenos Aires

14.0

150

33

32

Denver-Boulder

3.7

140

5

6

Phoenix-Tucson

4.7

140

11

15

Shanghai

66.4

130

30

32

Taipei

21.8

130

36

30

Lisbona

9.9

110

36

28

Pechino

43.1

110

29

32

Delhi-Lahore

121.6

110

36

32

Glasgow-Edimburgo

3.8

110

18

8

Berlino

4.1

110

1

11

Singapore

6.1

100

36

27

Madrid

5.9

100

20

26

Bangkok

19.2

100

36

32

Fonte: Richard Florida

La competizione economica mondiale non avviene fra USA e Cina, India o Brasile. Ma fra specifiche regioni negli Stati Uniti e nel Canada che competono con specifiche regioni a Shanghai, Bangalore, Milano o San Paolo del Brasile. Le mega-regioni sono il motore della ricchezza.

Il sistema globale di citta’ e regioni sta attraversando una aggregazione simile a quella che un tempo produsse le industrie dell’acciaio, delle automobili e dell’elettronica. Molte citta’ minori saranno colpite duramente dalla concorrenza delle mega-regioni e per sopravvivere dovranno sviluppare innovazione ed attrarre lavoratori preparati e competenti. Questo e’ il punto nodale per lo sviluppo futuro, e cio’ che conta oggi non e’ dove si trovano le citta’ piu’ popolate, ma dove si trovano le citta’ popolate dal maggior numero di persone preparate nelle nuove tecnologie.

Le persone preparate finiscono per scegliere le loro citta’ in base alla bellezza delle citta’, agli standard di vita, ai servizi e all’apertura culturale, alla diversita’ e alla tolleranza di diverse razze, lingue e religioni. Inoltre queste regioni devono dotarsi di infrastrutture di trasporto efficienti e veloci e identificare la propria unicita’ e la propria forza specializzandosi in distretti produttivi.

Fonte: Richard Florida 

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W. Oliver Stone

Pubblicato da janejacobs su ottobre 18, 2008

Il filmato qui sotto presenta il nuovo film di Oliver Stone sulla vita di George W. Bush. Il film racconta la gioventu’ dell’attuale presidente americano, figlio indisciplinato e incapace di una delle piu’ potenti dinastie americane, ci mostra il dramma della sua dipendenza dall’alcol e dalle droghe, la sue grandi depressioni e crisi di mezza eta’ fino alla scoperta della religione cristiana e dell’uso che ne ha fatto per conquistare il potere. E poi ancora ci parla degli errori ed i drammi della sua presidenza. W. e’ un film di cui tutti conosciamo la fine, ma forse non l’inizio.

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Espansione e recessione

Pubblicato da janejacobs su ottobre 16, 2008

Ci sono tre caratteristiche che accomunano tutte le economie in fase di espansione, tre grandi cambiamenti che caratterizzano la fioritura economica:
 
1) La vita economica diviene piuurbanizzata e meno rurale. Il lavoro cittadino ed il commercio fra citta‘ crescono in maniera assoluta e proporzionale. La produzione agricola ed il commercio aumentano come conseguenza dell’attivita‘ cittadina.
 
2) Quando la citta‘ si espande, crea una specie di scintilla che fa espandere altre citta‘ soprattutto nelle regioni di sussistenza o di produzione di materie prime.
 
3) Le maggiori quantita‘ e proporzioni di beni e servizi sono importate in citta‘ e quindi iniziano il processo di rimpiazzo delle importazioni. Questa e’ una conseguenza di due cambiamenti precedenti ed e’ anche la condizione necessaria per la usa continuazione.
 
Questi cambiamenti sono il fulcro dello sviluppo e dell’espansione economica.
Quando la vita economica si contrae ed entra in recessione, osserviamo esattamente i cambiamenti opposti.
 
1) La vita economica nel suo insieme diventa meno urbanizzata e piu‘ agricola. Il lavoro ed il commercio fra diverse citta‘ declina in maniera proporzionale e assoluta, mentre la produzione rurale ed il commercio di materie prime aumenta.
 
2) Le citta‘ esistenti si spengono, producono meno enrgia e ristagnano. Nuovi insediamenti rurali e sempre meno produttivi sorgono al di fuori delle citta’.
 
3) I beni e servizi cittadini vengono importati in quantita’ progressivamente inferiori da altre citta‘ e le citta‘ che un tempo erano fiorenti perche’ rimpiazzavano le importazioni, vengono escluse da questo processo. Mentre le citta‘ ristagnano e riducono il processo di rimpiazzo delle importazioni, anche le importazioni che ricevono non servono per rimpiazzare le importazioni.

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Giovani e anziani in Italia

Pubblicato da janejacobs su ottobre 15, 2008

Secondo Boeri, “l’Italia è una delle società in cui il sostegno delle famiglie ai giovani è più forte e in cui la permanenza dei figli tra le mura domestiche è più lunga. Ma il risultato di questa condizione eccezionale è che proprio gli italiani, sono fra tutti i paesi sviluppati, il popolo che più sta agendo contro i giovani. Si assiste alla più massiccia redistribuzione di risorse dalla generazione dei figli a quella dei genitori di cui si abbia traccia in epoca recente. In poco più di dieci anni abbiamo raddoppiato il nostro debito pubblico e promesso pensioni molto generose, nonostante il calo della fertilità e l’allungamento della vita: su ogni giovane italiano oggi gravano 80.000 euro di debito pubblico e 250.000 euro di debito pensionistico. Lo abbiamo fatto non tanto per costruire infrastrutture, migliorare la qualità dell’istruzione o dei servizi, ma per pagare pensioni di invalidità, creare posti pubblici spesso inefficienti, concedere baby pensioni e pensioni di anzianità, cedere alle pressioni di rappresentanze di interessi specifici e di breve respiro. Questa combinazione di altruismo privato e di egoismo pubblico è diventata un freno molto forte alla crescita del paese e rappresenta una pesante ipoteca sul nostro futuro. La soluzione, secondo Boeri e Galasso, potrebbe dipendere, prima di tutto, dal coraggio dei quarantenni di oggi. Per questa generazione è arrivato il momento di imboccare la strada delle riforme nel mondo del lavoro, delle professioni, dei servizi e del welfare.”

Per maggiori informazioni cliccare qui

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Pensioni e sanità nel 2030

Pubblicato da janejacobs su ottobre 15, 2008

  
La popolazione mondiale sta invecchiando ad una velocita’ mai vista prima. Questo fenomeno minaccerà’ la sostenibilita’ finanziaria dei sistemi pensionistici tradizionali e dei sistemi di sanità. Uno studio del World Economic Forum sostiene che in molti paesi c’e’ bisogno di interventi urgenti per far fronte a questi problemi.
Questo rapporto indica che sono necessari nuove forme di collaborazione fra individui, istituzioni finanziarie, ospedali, medici, datori di lavoro e governi perche’ l‘erogazione di pensioni e assistenza medica continuino in maniera sostenibile per le generazioni future. 
 
Questo studio fornisce un approccio innovativo all’analisi i questi problemi descrivendo tre scenari da qui al 2030. Questi scenari cercano di vedere il problema sotto una luce diversa e hanno la finalità di provocare un dibattito fra i leader politici e per stimolarli ad agire.
 
Primio scenario: la popolazione si dividera’ in vincitori e vinti. Grazie alla crescita economica i problemi e le conseguenze finanziarie dell’invecchiamento delle popolazione saranno diluiti nel tempo. Nonostante l’accumulo di debiti contratti per pagare pensioni e sanita‘ alle popolazioni sempre piu’ anziani, la maggior parte dei governi sara’ in grado di far fronte ai nuovi impegni in misura sempre piu’ ristretta per guadagnare consenso politico. Tuttavia, la crescente disuguaglianza tra ricchi e poveri (vincitori e vinti) e la mancanza di investimenti nel settore pubblico, rendera’ tali sistemi inadeguati per le classi piu’ deboli, creando conflitti sociali.
Secondo scenario: la popolazione affrontera’ questa crisi in una condizione di unita’. In questo scenario ci sara’ uno sforzo unitario da parte dei leader e dell’elettorato di ridurre la crescente disuguaglianza e riaffermare i concetti di responsabilita’ e attenzione verso la societa’. In questo mondo, la crescita e’ moderata, il rendimento del capitale e’ piuttosto basso ma e’ compensato da un’enfasi nella ricerca di soluzioni al problema finanziario delle pensioni e dell’invecchiamento della popolazione che siano innovative, efficienti e che si applichino a tutti: tali soluzioni saranno basate sulla famiglia e sulle comunita’ locali.
Terzo scenario: ognuno per se’. Questo scenario prevede un mondo in recessione fino al 2010, che causera’ forti difficolta’ alla maggior parte dele pensioni pubbliche e dei sistemi sanitari. La responsabilita’ individuale diviene una necessita’ a causa del fallimento di molti sistemi pensionistici e sanitari a causa di forti pressioni fiscali. Molti governi non riusciranno a prendere a prestito denaro a causa del costo elevato del denaro e di un debito pubblico troppo alto e manterranno il ruolo del pubblico a livelli minimi e solo per i piu’ poveri.
 
Le implicazioni di questi scenari sono considerate con particolare attenzione verso due Paesi: l’Italia e la Cina. Le maggiori sfide per la Cina sono la disuguaglianza di accesso alle pensioni e alla copertura sanitaria. La maggiore sfida per l’Italia e’ la sostenibilita’ del sistema di pensioni pubbliche e l’effetto dell
aumento esorbitante dei costi delle cure mediche. Anche se Italia e Cina hanno simili pressioni demografiche dovute all’invecchiamento delle lioro popolazioni, le loro differenze culturali potra’ portare a soluzioni differenti.
 
L’accesso a cure mediche e ad una pensione fornisce coesione e stabilita’ economica e sociale. Le soluzioni a questi problemi saranno discusse dai leader mondiali all’incontro annuale di Davos nel 2009.
Fonte: Weforum

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Obama ha compreso Jane Jacobs

Pubblicato da janejacobs su ottobre 14, 2008

Nell’ultimo anno ho trascorso gran parte del mio tempo libero a leggere, tradurre, interpretare e bloggare le idee di Jane Jacobs su questo blog e ho scoperto con una certa soddisfazione che Barack Obamal’uomo piu’ potente del mondoha letto e compreso l’opera di Jane Jacobs.

Ne e’ prova questo video, girato a Toledo (Ohio) il 31 Agosto 2008, dove Obama descrive in un comizio elettorale i punti principali del pensiero Jacobiano.

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Le basi militari producono poverta’

Pubblicato da janejacobs su ottobre 14, 2008

A Camp Lejeune, la grande base militare dei Marines Americani in North Carolina, c’e’ un continuo andirivieni di enormi convogli carichi di provviste di burro d’arachidi, macchine per ufficio, macchine per dentisti, materassi, scarpe, archivi, lampadine, detergenti, utensili per le cucine, spaghetti ecc. C’e’ anche una linea ferroviaria per trasportare giorno dopo giorno, anno dopo anno, decennio dopo decennio una produzione che diventa irrimediabilmente inutile per stimolare il processo di rimpiazzo delle importazioni, visto che i militari non producono nulla.

 

Non ha importanza quanto tali importazioni siano diverse o abbondanti o per quanto tempo durino. Le guarnigioni non hanno la funzione di rimpiazzare le importazioni; ottenere beni importati non aiuta a costruire versatilita’ nella produzione che accadrebbe se le importazioni fossero destinate a citta’ dinamiche che si guadagnano con il loro lavoro le importazioni.

 

La citta’ vicina alla base militare di Camp Lejeune e’ Jacksonville. Nemmeno Jacksonville e’ un insediamento che rimpiazza le importazioni. La strada dritta di cinque miglia tra Jacksonville e il portone del campo militare e’ piena di bar, night clubs, ristoranti, ma cio’ non vuol dire che Jacksonville sia in grado di produrre tubi di neon, vernici rosse e gialle, raffreddatori di birra, tavoli, sedie o strumenti musicali. La citta’ ha alcuni negozi di tatuaggi, ma non produce gli aghi elettrici per fare tatuaggi o l’inchiostro, bensi’ li importa da New York.

 

Camp Lejeune, fra le altre cose, ha un Centro Postale che opera vari negozi per il personale militare Americano e le loro famiglie. La paga di chi serve in tali negozi e’ finanziata dai contribuenti che generalmente risiedono nelle citta’, i beni sugli scaffali e nei magazzini dei negozi del Campo sono importazioni guadagnate dalle citta’ che le citta’ hanno perso. Nel 1970, tale catena di centri postali era diventata il terzo piu’ grande distributore di merci al mondo: molta produzione pertanto veniva sottratta al processo di generazione della ricchezza per via della sua destinazione.

 

Naturalmente, questi beni rappresentano una piccola frazione di cio’ che occorre per mantenere molte guarnigioni.

Le armi sono la principale voce di costo degli astronimici ed incomprensibili bilanci del dipartimento militare: il costo di svluppare e produrre carri armati, missili, bombe nucleari, testate, artigleria, fucili, munizioni, bombardieri, aerei da combattimento, aerei spia, aerei che intercettino missili, elicotteri per il trasporto di militari, macchinari per gli aeroporti militari, satelliti spia lanciati nelo spazio, lanciatori di razzi, navi da guerra, barche da ricognizione, navi portaerei, mine, sottomarini, sistemi radar…

 

L’inutilita’ ai fini del processo economico delle importazioni di viveri e vettovaglie per i militari si applica in misura ancor piu’ ovvia e macroscopica per le armi. Le armi sono totalmente inutili per sviluppare la vita economica. Sia che la destinaione delle armi siano i magazzini, le stazioni di allerta, i campi di addestramento, i campi di manovra, le basi navali o militari, il fatto e’ che le armi sono importate in questi posti e che i locali non sono in grado di rimpiazzare questi beni con produzione locale anche se volessero. L’unica eccezione a questa regola sono i casi in cui i produttori di armi acquistano altri produttori di armi, dopo aver importato armi da altri paesi. Ma negli abitanti la cui produzione economica e’ incentrata attorno a basi militari ed armi, l’economia si spegne presto, perche’ la produzione militare diviene presto sterile per il processo di rimpiazzo delle importazioni. Naturalmente quello fin qui detto per l’esercito USA vale anche per gli eserciti e le guarnigioni di altri paesi.

 

Insomma, quando i guadagni delle citta’ aiutano la produzione militare continua, essi sottraggono alle citta’ le importazioni che si sono guadagnate e trasferiscono questi guadagni nella produzione di insediamenti che non sanno e non possono rimpiazzare le importazioni. Alcune citta’ ottengono un grande cliente (l’esercito) a cui esportare, ma per sostenere l’esercito di una nazione o di un impero le citta’ devono continuamente sacrificare le loro importazioni, o piuttosto il loro equivalente in ricchezza. Questo le rende piu’ povere e deboli nel processo di rimpiazzo delle importazioni, una debolezza che minaccia la loro capacita’ di generare nuovi tipi di beni e servizi e le loro capacita’ di affrontare e risolvere problemi o altre esportazioni innovative dove una citta’ impara dall’altra.

 

Piu’ le citta’ di una nazione o di un impero perdono i loro guadagni a causa dell’espansione della spesa militare continua, piu’ pesantemente devono dipendere dai militari per ricevere sussidi economici dall’esercito, un esercito che li rende deboli e dipendenti.

 

Continua…

 

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Nobel 2008 alle citta’

Pubblicato da janejacobs su ottobre 13, 2008

 

Anche l’Accademia Reale Svedese (sopra) si sta accorgendo che le citta’ sono la ricchezza delle nazioni. Leggete sotto le motivazioni con cui viene consegnato il Nobel 2008 all’Economia a Paul Krugman.

 

“Le caratteristiche internazionali del commercio e la geografia economica sono sempre state un tema centrale del dibattito economico. Quali sono gli effetti del libero commercio e della globalizzazione? Quali sono le forze che guidano l’urbanizzazione? Paul Krugman ha formulato una nuova teoria per rispondere a queste domande.

L’approccio di Krugman e’ basato sulla premessa che molti beni e servizi possono essere prodotti in maniera piu’ efficiente se prodotti in grandi ququantità specialmente quando i consumatori domandano una grossa varieta’ di prodotti. Pertanto, la produzione in piccola scala e’ rimpiazzata dalla produzione su larga scala per il mercato globalizzato dove le imprese globali competono con prodotti simili.

La teoria del commercio tradizionale ritiene che le nazioni sono diverse e spiega perche’ alcune nazioni esportano prodotti agricoli, mentre altre esportano prodotti industriali. La teoria di Krugman spiega perche’ il commercio internazionale e’ dominato da nazioni che non solo hanno simili condizioni economiche, ma anche commerciano simili prodotti – ad esempio paesi come la Svezia che importano ed esportano automobili. Questo tipo di commercio permette la specializzazione e la produzione su larga scala che risulta in prezzi piu’ bassi ed in una maggiore diversificazione di materie prime e prodotti.

Le economie di scala combinate con bassi costi di trasporto permettono anche di spiegare perche’ una quota sempre crescente della popolazione vive nelle citta’ e perche’ attivita’ economiche simili sono concentrate negli stessi luoghi.  Bassi costi di trasporto possono scatenare un processo dove una popolazione di una grande area metopolitana origina una nuove produzioni su larga scala, stipendi piu’ elevati ed attira immigrati. Le teorie di Krugman hanno mostrato che l’esito di questo processo si sviluppa in regioni centrali ad alta tecnologie e spesso trascura le regioni lontane dalle citta’.”

 

Fonte: Nobel.org

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TV di Stato

Pubblicato da janejacobs su ottobre 13, 2008

La piu’ bella TV di Stato e’ Americana, si chiama Public Broadcasting Service, e’ sostenuta da contributi volontari dei cittadini e non finanzia programmi di intrattenimento con nani e ballerine semi-nude. Per maggiori informazioni, consiglio una visita al sito della Public Broadcasting Service qui.

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