Le cittá sono la ricchezza delle nazioni

Un nuovo modo di vedere l’economia

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Le aree metropolitane

Posted by janejacobs su marzo 30, 2009

Nei sobborghi di alcune citta’ si aggrovigliano luoghi di lavoro rurali, industriali e commmerciali. Questi sobborghi sono unici e sono le zone piu’ ricche, piu’ dense di costruzioni e piu’ intricate, ad eccezione delle citta’ stesse.

Le  Aree Metropolitane non sono definite da confini naturali, perche’ sono il prodotto della costruzione dell’uomo. Le citta’ costutituiscono il nucleo naturale di tali aree.

I confini si espandono o si fermano a seconda dell‘energia economica delle citta’. Oggi la piu’ grande area metropolitana al mondo e’ Tokyo. Tokyo e’ cresciuta negli anni fino a raggiungere montagne addirittura impervie che hanno richiesto capolavori di ingegneria civile per la cotruzione di strade e ferrovie.

La citta’ metropolitana di Toronto e’ confinata per un lato dai Grandi Laghi, ma in altre diriezioni si estende progressivamente sino a declinare per decine di chilometri nella pianura circostane.

Boston e’ una citta’ metropolitana che estende le sue attivita’ economiche nella parte meridionale dello stato del New Hampshire. Questo fatto esaspera gli amministratori locali del New Hampshire perche’ vorrebbero vedere un’attivita’ economica omogenea in tutto lo Stato del New Hampshire e non solo nell’area vicina a Boston. Gli amministratori del New Hampshire cercano continuamente di fornire incentivi agli imprenditori di Boston per spostarsi nella parte Nord del New Hampshire, dove c’e’ piu’ disoccupazione e cercano di scoraggiare le imprese ad operare nella parte meridionale del New Hampshire, che e’ gia’ prospera. Ma gli amministratori non capiscono il processo di energia delle citta’ e sperperano risorse economiche. Il New Hampshire del Sud e’ la zona piu’ a Nord che l’espansione di Boston riesce a raggiungere. Piu’ su non ce la fa.

Non tutte le citta’ generano aree metropolitane. Ad esempio. Glasgow non ha mai generato un’area metropolitana, nonostante alla fine dell’ottocento fosse una citta’ all’avanguardia nello sviluppo dell’industria e della tecnologia e nonostante i suoi ingegneri e i suoi macchinari fossero ricercati in tutto il mondo. Cinquanta miglia piu’ ad Est di Glasgow c’e’ Edimburgo, il centro culturale e commerciale della Scozia: Edimburgo ha avuto momenti di forte espansione economica, ma non e’ riuscita a generare una citta’ metropolitana. Nemmeno le economie sommate delle due citta’, che non sono poi cosi’ distanti, sono riuscite a creare un sistema denso e ricco di attivita’ economiche in grado di creare una citta’ metropolitana, ma il territorio fra le due piu’ importanti citta’ Scozzesi e’ rimasto agricolo.

Marsiglia e’ il porto piu’ importante della Francia e ha costruito importanti industrie oltre alle industrie legate all’attivita’ portuale. Ma Marsiglia non ha un’area metropolitana.

Napoli nel cinquecento era la piu’ grande citta’ di tutta la Cristianita’. Aveva una posizione di primo piano nell’esportazione di tessuti, in particolare seta , biancheria ed altri tessuti ricamati a mano. In quel periodo citta’ come Milano, Parigi, Londra e Amsterdam stavano ancora cercando di formare le loro aree metropolitane.

L’area attorno a Roma e’ increbilmente poco costruita considerate la dimensione delle citta’.

Copenhagen ha generato una area metropolitana, Dublino, Belfast e Cardiff, Liverpool, Madrid, Zagabria e Mosca no.

San Paolo ha un’area metropolitana, ma non Rio de Janeiro, Buenos Aires o Montevideo no.

Havana e Santiago de Cuba non hanno generato un’area metropolitana, ne’ prima o ne’ dopo il regime di Castro.

Nella parte centrale del Giappone, ci sono cosi’ tante aree metropolitane che molte sono ora intersecate tra loro; ma Sapporo, la capitale di Hokkaido, la piu’ grande isola del Giappone, non ha generato un’area metropolitana.

Atlanta, la citta’ di Grady non ha una rete di sobborghi attorno ad essa; al contrario, Los Angeles e San Francisco hanno fiorenti aree metropolitane, cosi’ come Boston e New York.

Le citta’ del Pacifico si sono rapidamente sviluppate e hanno creato regioni circostanti dense ed intricate: Singapore, Seoul, Taipei e Hong Kong. Ma Manila nelle Filippine non ha generato tale sviluppo. La citta’ metropolitana di Hong Kong si e’ allargata all’interno delle provincia adiacente di Guandong in Cina, ma la citta’ di Canton, antico nucleo di quella provincia, non ha generato da se’ un’area metropolitana.

Shanghai ha generato una regione metropolitana cosi’ come anche le citta’ della province di Hubei, Hangkow, Hanyang e Wuhan, ora accomunate dal nome Wuhan nella parte inferiore del fiume Yangtze.

Ovviamente, le citta’ che sanno produrre beni da esportare, o che sanno attrarre visitatori o che svolgono funzioni politiche, culturali o religiose non sempre generano aree metropolitane. Non basta esportare, non basta essere sede di importanti amministrazioni politiche. Ci vuole la capacita’ della citta’ di rimpiazzare continuamente e ripetitivamente le importazioni. Le citta’ che generano aree metropolitane sono in grado di rimpiazzare le importazioni. Le cinque forze che generano citta’ metropolitane sono:

(1)  espansione dei mercati cittadini per nuove e diverse importazioni;

(2) espansione delle competenze dei lavoratori;

(3) espansione delle unita’ produttive al di fuori dei confini cittadini;

(4) espansione tecnologica per aumentare produzione e produttivita’;

(5) espansione del capitale

Per vedere cosa succede quando le forze di espansione economica si riversano sulle aree circostanti, osserviamo un piccolo villaggio Giapponese che si trovava al di fuori dell’area metropolitana di Tokyo, e vediamo come e’ cambiato da quando, negli anni 50, Tokyo l’ha inglobata nella sua economia. Questo esempio e’ estremo proprio perche’ l’economia di Tokyo e’ potentissima, ma i cambiamenti di cui parleremo sono simili per tantissimi villaggi che vengono inclusi nell’orbita economie metropolitane.

L’esperienza di questo villaggio e’ descritta in un bellissimo libro di Ronald P. Dore, un autore Britannico considerato un’istituzione per la comprensione e al contemo uno specialista in politiche ed economie agricole. Le informazioni di cui parlero’ provengono dal suo splendido libro, Shinohata: Ritratto di un Villaggio Giapponese, ma daro’ un’interpretazione della sua storia nel quadro delle cinque forze che compongono l’espansione economica.

Dore visito’ per la prima volta il villaggio di Shinohata nel 1955, quano l’economia rurale del villaggio era ancora intatta. La gente allora era cosi’ candida nel fornirgli informazioni sul proprio il loro reddito, i loro successi e fallimenti economici che Dore, per proteggere la loro privacy dette al villaggio il nome fittizio di Shinohata. Il villaggio consiste di 49 famiglie con piccoli appezzamenti di terreno collocati a circa 50 miglia a Nordovest di Tokyo, molto oltre alle alte montagne che l’espansione di Tokyo ha raggiunto negli ultimi anni.

In un passato lontano, Shinohata era villaggio con un’economia di sussistenza fondato sull’agricoltura senza alcun commercio con le citta’, tuttavia, sin dai tempi antichi, ogni tanto passavano per il villaggio mercanti provenienti da Edo, il nome con cui Tokyo era conosciuta nell’antichita’. Gli abitanti del villaggio vendevano ai mercanti riso e bachi da seta e compravano dai mercanti te’ e carta. Inoltre, vendevano legname, carbone vegetale e, nella stagione autunnale, funghi. Per ottenere questi ultimi tre prodotti, gli abitanti del villagio setacciavano le montagne circostanti. Negli anni di carestia, gli abitanti del villaggio setacciavano le montagne con tale disperazione che ancora oggi,gli abitanti del villaggio chiamano  i lamponi, le radici e le erbe di montagna “cibo della disperazione”.

Tra il 1900 ed il 1955, i nuovi metodi agricoli aumentarono la resa della coltivazione di riso. Il tempo rispariato nella coltivazione del riso veniva impiegato per la produzione di bachi da seta, una produzione che costituiva una delle principali esportazioni Giapponesi agli inizi del 900. Ma per gli abitanti di Shinohata il guadagno proveniente dai bachi da seta era scarso. Nonostante alcune famiglie erano in grado di comprarsi beni “moderni” come le biciclette, il villaggio era ancora povero e la vita dura.

Ma talvolta, il destino porta a piccoli insediamenti rurali la forza economica delle citta’. Il cambiamento dei mercati cittadini avrebbero potuto portare poverta’ a Shinohata se avessero comportato un calo della domanda di grano. L’attrazione di lavori meno faticosi in citta’ avrebbe potuto spopolare il vilaggio come avvenne per il villaggio di Bardou. L’afflusso di nuove tecnologie avrebbe potuto togliere posti di lavoro alle fattorie e alle campagne, creando disoccupazione nel villaggio. Oppure, l’apertura di una fabbrica avvrebbe potuto fare di Shinohata un villaggio-fabbrica. Oppure avrebbe potuto trasformarsi in un villaggio che vive delle rimesse di figlie, figli o mariti che lavorano in citta’, o sotto qualche altra forma di rendita assistenziale.

Ma per fortuna , quando la forza dell’espansione dell’area metropolitana di Tokyo raggiunse Shinohata, tutte le cinque forze dell’espansione economica delle citta’ abbracciarono il villaggio contemporaneamente.

A Tokyo si aprirono mercati per nuovi prodotti agricoli. A partire dal 1950 gli abitanti di Shinohata si resero conto che potevano guadagnare di piu’ esportando nuovi prodotti agricoli: pesche, uva, pomodori, piante da giardino e alberi da piantare nei parchi delle citta’, e i “funghi della quercia”, una specialita’ culinaria Asiatica che puo’ essere venduta a prezzi molto alti, d’altro canto alcuni esperimenti come il luppolo, il tabacco e le pesche in scatola, furono fallimentari.La diversificazione ebbe effetti anche sulle diete degli abitanti del villaggio, i quali iniziarono a coltivare melanzane e nocciole, patate Irlandesi, rapanelli, zucche e cavoli. Dal momento che i cavalli non erano piu’ necessari, alcune famiglie avevano iniziato ad allevare mucche invece di cavalli. Solo 20 delle 49 famiglie lavoravano all’allevamento dei bachi da seta nel 1975, e anche quelle famiglie, avevano diversficato la loro attivita’. Ma 49 delle 49 famiglie erano ancora occupate nell’agricoltura e quasi tutte continuavano a coltivare riso. Le quantita’ prodotte di riso, assieme alle quantita’ di grano prodotte, aumentarono notevolmente.

Durante la fioritura agricola di Shinohata, i lavori cittadini iniziarono ad esercitare il loro fascino sugli abitanti del villaggio. A Shintohata, quasi nessuno era mai emigrato a Tokyo prima del 1956; fra le varie eccezioni, c’erano stati due maestri nella precedente generazione, uno divenne astronomo e l’altro medico. Ma a partire dal 1956, cosi’ tanti abitanti di Shinohata si erano trasferiti a Tokyo che nel 1975, 14 delle 49 famiglie avevano tutti i figli a lavorare a Tokyo, e nelle rimanenti 35, alcuni figli erano emigrati. Nel frattempo, nel villaggio si era aggiunta la cinquantesima famiglia, la famiglia di un professore di Tokyo e di sua moglie che amavano trascorrere i fine settimana fuori dal caos della grande citta’.

Con un numero crescente di giovani che volevano abbandonare l’agricoltura e con una crescente domanda di prodotti agricoli, qualcosa doveva cambiare. E quello che cambio’ fu il modo di lavorare la terra. Shinohata aveva sperimentato uno stallo che tipicamente accade nelle regioni vicine alle citta’. Gli abitanti del villaggio si affrettarono ad introdurre macchinari ed elettrodomestici per aumentare la produtivita’. Ad esempio, nel 1975 le ore necessarie per coltivare un chilo di riso erano circa la meta’ delle ore necessarie nel 1955.

L’esempio dell’aumento di produttivita’ piu’ impressionante riguarda i “funghi della quercia”, la specialita’ della cucina asiatica di cui Shinohata era ricca, paragonabile ai tartufi. Verso la meta’ degli anni 60 tre agricoltori iniziarono a sperimentare nuovi metodi per la produzione di questi funghi. Comprarono dei tronchi, con dei trapani li bucherellarono e li riempirono con terriccio e spore di funghi; poi lasciarono i tronchi a stagionare e dopo circa un anno furono in grado di raccogliere i funghi dai loro tronchi; una volta raccolti i funghi, gli agricoltori riempivano nuovamente i tronchi di terriccio e spore e ripetevano il processo. Nel 1975 questi agricoltori avevano 40-50 mila tronchi a testa e spedivano ogni giorno funghi a Tokyo, usando serre riscaldate durante l’inverno. Agricoltori dei villaggi vicini avevano iniziato ad imitare gli agricoltori di Shinohata.

Grazie anuovi macchinari e sistemi di produzione agricola, molti degli abitanti di Shinohata erano in grado di svolgere la loro attivita’ agricola part-time, assieme ad un lavoro da operai o dipendenti. Piu’ spesso, alcuni membri di una familia si dedicavano all’agricoltura, altri all’industria o al terziario. Generalmente, i piu’ anziani si occupavano della terra, mentre i giovani lavoravano nelle fabbriche. Nel 1975 sette vedove piuttosto anziane riuscivano a condurre le loro imprese agricole da sole, un compito che sarebbe stato impossibile per un uomo o una donna soli negli anni precedenti. In alcuni casi, l’acquisto di macchinari agricoli era finanziato dei loro figli che lavoravano a Tokyo.

Mentre avvenivano tutti questi cambiamenti, Tokyo iniziava a “trapiantare” le proprie fabbriche nei villaggi. Una grande societa’ agroalimentare decise di trasferire la sua produzione di cibo a Shinohata. L’immagine bucolica di Shinohata forni’ alla societa’ agroalimentare anche uno spunto per la propria campagna pubblicitaria. La grande societa’ agroalimentare era interessata al prezzo relativamente basso della terra del villaggio e alla vicinanza con i produttori. Gli agricoltori di Shinohata si spartirono i profitti della vendita della terra alla societa’ agroalimentare e continuarono a lavorare per conto proprio, trovando nella grande societa’ agroalimentare un canale aggiuntivo di vendita per i loro prodotti. Un abitante del paese che si era arricchito piu’ di altri perche’ possedeva una parte maggiore del terreno venduto aveva deciso di regalare alla comunita’ un impanto di filtraggio dell’acqua. Un esempio simile si ritrova nel villaggio di Bardou, dove si costrui’ un impianto fognario con i proventi della casa cinematografica.

La societa’ agroalimentare non aveva bisogno di molti dipendenti, perche’ il lavoro veniva fornito esternamente dagli agricoltori di Shinohata. Inoltre, in breve tempo, altre quattro imprese si trasferirono nel villaggio: un’impresa che comprava i rifiuti della societa’ agroalimentare e li riciclava per produrre mangimi per bestiame; un’impresa che fondeva pezzi di metallo riciclato dai macchinari in barre di acciaio; un’impresa di materiali da costruzioni; ed una piccola impresa che riparava centrifughe utilizzate nelle analisi mediche e chimiche. Quest’ultima impresa fu iniziata da un uomo che aveva lasciato Shinohata per Tokyo anni prima e aveva lavorato in una impresa di Tokyo che produceva simili macchinari. Volendo ritornare a Shinohata, persuase il suo datore di lavoro di dargli la concessione per la riparazione di tali macchinari in quella circoscrizione.

Il “trapianto” di lavori nell’antico villaggio agricolo di Shinohata dimostra come il villaggio si sia interconnesso con la vita della metropoli e di altre comunita; circostanti superando anche il limite dell’attivita’ agricola. Ad esempio. in una famiglia la moglie lavora in una fabbrica di biancheria intima recentemente “trapiantata” da Tokyo in un villaggio vicino a Shinohata; suo marito lavora in una tintoria tessile. In un’altra famiglia il marito lavorava nell’indotto della societa’ agroalimentare, sua moglie vendeva assicurazioni per la vita, mentre uno dei figli diventava apprendista cuoco in un grande albergo di Tokyo. Un altro uomo aveva un ufficio a Sano, una cittadina in fondo alla valle dove si trova Shinohata. Un altro era un autotrasportatore per una compagnia elettrica operante in una circoscrizione vicina; un altro lavora in una fabbrica di legname. un altro era diventato una guardia per una fabbrica che lui stesso aveva iniziato, ma che era fallita ed era poi stata comprata dai suoi attuali datori di lavoro. Acuni uomini erano fra i 35 dipendenti della la cooperativa agricola che raggruppava i villaggi della zona per un totale di 1,300 famiglie, 5,000 citta’. La divisione di questa cooperativa che si occupava di grano,  inizio’ attivita’ in proprio allo scopo di fornire lavoro part-time ai giovani agricoltori. Un uomo di Shinohata che prima lavorava in un centro di pesca commerciale, pote’ licenziarsi e lavorare part-time e occuparsi dei suoi studi di scienze naturali, quando suo moglie fu stata assunta in una vicina fabbrica di costruzioni ed poteva “guadagnare come un uomo”. Se sua moglie non avesse trovato quel lavoro, l’uomo non avrebbe potuto mantenersi con il suo lavoro part-time.

Nonostante Shinohata fosse un villaggio remoto, la nuova economia ha permesso ai suoi abitanti di ritagliarsi delle nicchie, un po’ come le nicchie ecologiche studiate dai professori di biologia, in una vita che altrimenti sarebbe stata molto povera e frustrante. Ad esempio, i proprietari delle foreste, che sono ora troppo occupati nelle loro occupazioni, hanno assunto un lavoratore a svolgere una nuova funzione: il guardiano dei confini delle foreste. Quest’uomo era il discendente della famiglia piu’ povera del villaggio, una famiglia che non aveva mai avuto successo, perche’ i suoi membri erano pigri e disonesti. Tuttavia, ques’uomo ebbe successo come “guardiano dei confini della foresta”, perche’ si interpone nelle controversie locali intermediando qua e la e chiedendo talvolta piccoli pagamenti in natura o piccole somme. In realta’, gli abitanti non avevano davvero bisogno dei servizi di quest’uomo, in parte perche’ troppo impegnati ad arricchirsi con le loro attivita’, in parte perche’ avevano cose piu’ interessanti da fare che litigare l’uno con l’altro, e con il benessere erano diventati piuttosto generosi. Anche se il lavoro del “guardiano della foresta” era diminuito, i suoi guadagni non diminuirono. Una giovane donna si poteva permettere di stare a casa a curare il proprio bambino. Altre giovani donne non erano interessate ad imitarla, ma le anziane del villaggio la invidiavano, ricordando i tempi di duro sacrificio di madri e contadine quando il lavoro agricolo non era meccanizzato. La foresta, che non veniva piu’ setacciata dagli abitanti per la ricerca di funghi e legna, era tornata selvaggia. Orsi e cinghiali sono tornarono ad abitarla. Anche per loro si apri’ una nuova nicchia nella nuova economia del villaggio.

Nel 1975, il villaggio derivava solo meta’ del suo reddito dall’agricoltura, ma questo non significava che il reddito agricolo fosse diminuito. Anzi, era aumentato.

Mentre il villagio attraversava tutti questi cambiamenti, la quinta grande forza delo sviluppo economico, il capitale, iniziava ad agire. La politica nel villaggio riguarda soprattutto le strade, i ponti, le scuole e i canali di irrigazione, e l’arte di persuadere il governo centrale ad inviare sussidi per tutte queste opere. In totale, le spese pubbliche erano finanziate per il 15% dal villaggio, per il 40% dalla prefettura locale sotto forma di contributi generici e per il 45% dalla prefettura attraverso contributi specifici. La societa’ agroalimentare aveva fornito la maggior parte del capital privato, ed i consumatori di riso di Tokyo avevano pagato i sussidi statali per favorire la produzione di riso.

Fra i contributi specifici, Shinohata aveva ricevuto fondi per le distruzioni causate da un tifone nel 1959. Nel 1814, una cronaca locale aveva definito il fiume che attraversa quella valle come una maledizione.

“Il fiume in piena porta con se talmente tanti detriti e tanta sabbia che il letto del fiume continua ad alzarsi. Gli argini devono continuamente essere rinforzati. In alcune zone, il livello del fiume si alza fino a 10 piedi sopra il livello dei campi coltivati, e speso rompe gli argini, riversando nei campi la sabbia e le rocce del letto del fiume. E ci vogliono anni per rimuovere dai campi tali detriti.”

Un tale disastro, generalmente accadeva una volta per ogni generazione e portava con se’ ditruzione e fame.

Quando questo questo disastro si ripete’ nel 1959, lo stato Giapponese verso’ fondi per portare al paese macchinari e lavoratori che rendessero i campi nuovamente produttivi, e verso’ fondi per ricostruire gli argini del fiume e dei suoi affluenti, questa volta in cemento armato. Inoltre, fece scavare il letto del fiume, recuperando il materiale per costruzione che venne acquistato dai costruttori di Tokyo (un’altra menifestazione dell’importanza della grande Tokyo per il villaggio di Shinohata).

Quando Dore torno’ a visitare Shinohata nel 1975, un gruppo di camion stava ancora trasportando metariale proveniente da letto del fiume, e questo flusso non sembrava diminuire. In realta’ la gente di Shinohata riusci’ a trasformare l’alluvione del 1959 in una risorsa.

Si potrebbe essere tentati di attribuire alla laboriosita’ degli abitanti di Shinohata il merito di queste trasformazioni economiche. Ma gli abitanti di Shinohata sono i primi a riconoscere che i loro avi lavoravano molto piu’ duramente di loro. Si potrebbe attribuire agli abitanti di Shinohata una innata capacita’ artigianale, ma gli abitanti di Shinohata, al contrario dei loro antenati, non intarsiano cappelli di paglia, ma li vanno a comprare. Considerato il poco che avevano, gli abitanti di Shinohata erano senz’altro creativi e laboriosi. Ma gli abitanti di oggi sono la stessa gente dei loro padri, alcuni di essi sono le stesse persone. Cio’ che e’ cambiato non sono le loro qualita’ degli individui, ma il fatto che i mercati delle citta’, i lavori, la tecnologia, l’apertura di nuove fabbriche e il capirale sono arrivati a Shinohata contemporaneamente, in larga misura e in proporzioni appropriate.

Le aree metropolitane, cosi’ come le citta’ metropolitane, comprendono moltissima vita economica in aree relativamente ristrette. Copenhagen e la sua area metropolitana, occupa solo una piccola parte del territoio Danese, tuttavia produce la maggior parte della ricchezza della nazione, possiede in se’ la maggiore la specializzazione e diversificazione economica, ed e’ abitata da piu’ della meta’ della popolazione Danese. 

La parte Sud Orientale dell’Inghilterra ha una densita di popolazione molto maggiore al resto del paese, e questo non solo grazie a Londra e alla sua periferia, ma anche alla regione economica e produttiva che alimenta e viene alimentata da Londra.

Molti di voi probabilmente vivono in una citta’, nei sobborghi di una citta’ o in un’area metropolitana.

Quando il nucleo di una citta’ metropolitana, l’originario centro cittadino, non attraversa piu’ il processo di rimpiazzo delle importazioni, inevitabilmente declina. Gradualmente la crescita economica della citta’ si affievolisce, invecchia. Non riesce piu’ a compensare attraverso la perdita di importazioni con le sue esportazioni e quindi i propri mercati si impoveriscono. Le regioni metropolitane naturalmente ne risentono anch’esse. I problemi pratici della citta’ e della sua area metropolitana si acuiscono e diventano intrattabili. La gente diviene piu’ pigra e svogliata. I giovani dell’area metropolitana, mentre prima emigravano nella vicina citta’, ora iniziano ad emigrare in metropoli lontane.

Le imprese continuano a spostarsi in aree sempre piu’ periferiche, ma questo non avviene piu’ perche’ giovani imprenditori nelle citta’ inventano nuovi prodotti facendo concorrenza alle imprese meno agili, ma perche’ le imprese scappano dai problemi irrisolti delle citta’ e lasciano il vuoto dietro di se’. Alla fine anche la fuga dalla citta’ in declino cessa, perche’ la fonte si e’ prosciugata.

Le regioni metropolitane hanno molte caratteristiche di rimpazzo delle importazioni delle citta’ stese, ma non sono citta’.  Nel bene e nel male sono creature delle citta’.

 

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Ritorno alla realta’

Posted by janejacobs su marzo 4, 2009

Quando un edificio sviluppa delle crepe, gli architetti che lo hanno progettato vanno a rivedere il progetto originale e cercano di capire che cosa non abbia funzionato. Allo stesso modo, quando un’economia non cresce come dovrebbe, gli economisti vanno a rivedere le loro teorie e cercano di capire cosa sia andato storto. Gli economisti hanno rivisitato mille e piu’ volte le loro teorie e hanno cercato di modificare le dosi, le combinazioni e le permutazioni dei loro interventi, cercando di sperimentarli con con sempre maggiore acume e sapienza. Tuttavia, davanti agli innumerevoli fallimenti, dobbiamo iniziare a pensare che gli economisti abbiano trascurato un assunto semplice, ma fondamentale.
Secondo la teoria macro-economica le economie nazionali sono entita’ utili e necessarie in se’ stesse per capire il funzionamento della vita economica: le economie nazionali e non altre entita’ sono l’unita’ di base per l’analisi economica. Questo assunto e’ vecchio circa quattro secoli e ci e’ stato trasmesso dagli economisti mercantilisti che servivano le potenze Europee perennemente in guerra fra loro per affermare il loro primato attraverso il commercio e l’accumulazione di oro. In quel periodo i Portoghesi, gli Spagnoli, i Francesi, gli Inglesi e gli Olandesi esploravano e conquistavano il Nuovo Mondo, l’Africa e le Indie in cerca di nuove rotte commerciali e di nuove materie preziose. I mercantilisti credevano che le rivalita’ nazionali erano la chiave per comprendere l’origine, lo sviluppo e la distruzine della ricchezza. Secondo le teorie mercantiliste, la ricchezza consisteva nell’oro e l’oro si accumulava quando una nazione riusciva a vendere piu’ merci di quante ne comprasse (da qui la definizione “mercantilista”). Se questa e’ la definizione di ricchezza, ne consegue che le economie nazionali diventano le unita’ di misura della ricchezza; quest’idea e’ tautologica in quanto ripete un’altra idea, quella di tesoro nazionale.
Il pensiero di Cantillon era un tentativo di superare questa tautologia: ricchezza = oro, ma possiamo vedere il nesso al pensiero mercantilista nel passaggio che ho quotato precedentemente: “Se l’aumento di denaro cresce dalle miniere d’oro e d’argento…”Adam Smith, nella sua opera piu’ importante Inchiesta sula Natura e sulle Cause della Ricchezza delle Nazioni (1776) ridefini’ la ricchezza come produzione (offerta) ai fini di consumo (domanda) e cerco’ le sue fonti non nelle miniere d’oro e d’argento ma nel capitale e nel lavoro, nel commercio domestico e nel commercio internazionale. Smith mise in discussione e scarto’ molte delle idee che allora erano accettate, e analizzava nel dettaglio ogni idea che prendeva in considerazione, sia che la scartasse, sia che la approvasse, sia che la approfondisse.
Ma Smith accetto’ senza commentare la tautologia mercantilista che le nazioni sono le unita’ di misura di base per comprendere la vita economica. Da quanto si desume dai suoi scritti, Smith non mise mai in dubbio il ruolo delle nazioni al punto che da li parti’ nel titolo della sua opera principale.
Nei due secoli successivi alla pubblicazione del suo capolavoro, molto di quello che Smith scrisse venne criticato, messo in discussione, amplificato e modificato. Quasi tutto, tranne un’idea; quell’unica tautologia mercantilista su cui Smith non dubito’, quella tautologia secondo cui le nazioni sono l’unita’ di misura fondamentale dell’economia. Da allora, la stessa nozione mercantilista e’ stata data per scontata. Che strano! di certo nessun altro gruppo di studiosi e scienziati nel mondo moderno e’ rimasto credulone come gli economisti.A dire il vero, Marx baso’ la sua analisi economica sulle classi sociali anziche’ sulle nazioni. Ma in pratica, l’economia marxista e’ stata assimilata all’assunto prevalente. Nessuno mette piu’ fede nella nazione come entita’ idonea come punto di partenza per l’osservazione dell’economia dei governanti delle nazioni comuniste e marxiste, ne’ maggior fede nello Stato come strumento principale per formare la vita economica. Naturalmente gli anarchici negano la validita’ dello Stato; ma questo non aiuta la nostra analisi, perche’ gli anarchici indicano come la vita economica dovrebbe funzionare e rifiutano il modo in cui l’economia funziona in realta’.
Le nazioni sono entita’ politiche e militari. Ma da questo non ne segue automaticamente che sono anche la base, l’unita’ di misura fondamentale per capire la vita economica o che sono particolarmente utili per dimostrare i misteri delle strutture economiche e le cause della nascita, crescita e declino della ricchezza. In realta’, il fallimento dei governi nazionali di forzare la vita economica dimostra l’irrilevanza dell’entità -nazione- per spiegare la vita economica. Basta un po’ di buon senso per capire che unita’ variegate come Singapore, gli Stati Uniti, l’Ecuador, l’Unione Sovietica, l’Olanda e il Canada non sono minimi denominatori comuni comparabili. La sola cosa che queste entita’ hanno in comune e’ il potere sovrano. Quando alziamo le tapparelle della tautologia mercantilista e proviamo a guardare al vero mondo economico indipendentemente dagli artefati politici, ci troviamo ad osservare che le nazioni sono composte da collezioni di economie molto diverse fra loro fatte di regioni ricche e povere all’interno delle stesse nazioni.

Le citta’ sono le uniche entita’ economiche che hanno la capacita’ di generare e rigenerare le economie di altri insediamenti, vicini e lontani ad esse. Questo brano vuole fornire un semplice esempio di questo fenomeno: un piccolo accrocchio di case di pietra arroccate sulle montagne Cevenne nella Francia centro-orientale, una delle aree piu’ povere del Paese.

Verso la fine degli anni 60, il minuscolo villaggio di Bardou si ritrovo’ sulle pagine di molti quotidiani e riviste Nord Americano perche’, essendo cosi’ grazioso, era diventato una specie di Shangri-La per scrittori, musicisti, artisti e artigiani che vi si rifugiavano dalle grandi citta’ Europee e Americane in cerca di bellezza e di un posto quieto e a basso costo dove poter sfogare il proprio talento creativo.

Bardou ha un lungo passato, ma molte parti di questo passato sono sconosciute. Circa duemila anni fa, quando la Gallia divenne una provincia di Roma, Bardou era legata all’economia imperiale attraverso strade che terminavano in miniere di ferro nelle vicinanze del villaggio. Il ferro trovato nelle miniere nei dintorni di Bairou non veniva lavorato in spade, lance, scalpelli, aratri, o nei molti altri utensili che erano utili al’epoca, ma venivano trasportati in altri luoghi per essere trasformati in utensili. Non ci e’ dato di sapere dove il ferro di Bardou venisse trasportato. Si potrebbe ipotizzare che il ferro venisse trasportato a e venisse lavorato a Nîmes , una citta’ molto antica che era gia’ una metropoli nella Gallia pre-romana; oppure che venisse trasportato a Lugdunum, ora Lione, che era un centro tradizionale per la lavorazione del ferro e che era un nodo per il sistema delle strade romane nella Gallia. Ovunque fosse il mercato per il ferro di Bardou , la domanda di ferro doveva essere sufficiente a giustificare la costruzioni di larghe e solide strade che portavano al minuscolo villaggio. Tali strade erano state costruite in modo cosi’ solido che tuttora servono come sentieri per i turisti che vogliono fare passeggiate nelle montagne Cevenne attorno a Bardou , nonostante non sia stata fatta alcuna manutenzione su tali strade per almeno mille e cinquecento anni. Sia le miniere che le strade furono abbandonate quando la vita economica in questa parte della Gallia si disintegro’, probabilmente attorno al quarto secolo.

La natura si riapproprio’ dell’area, la zona si spopolo’ fino al sedicesimo secolo, quando alcuni mezzadri senza terra provenienti dalle valli sottostanti senza terra, ripopolarono l’area e costruirono le case di pietra che costituiscono il villaggio che oggi vediamo. I mezzadri strapparono alle rocce qualche piccolo orto, raccolsero castagne e senza dubbio vivevano di caccia e su quel suolo povero e rocciosi si arrabattavano alla meglio a vivere con le tecniche apprese da economie del passato piu’ creative della loro. Generazione dopo generazione, nulla cambio’ in quell’economia di semplice sussistenza. Possiamo addirittura affermare che la vita di Bardou non era solo dura, ma anche noiosa e in qualche modo malvagia, se crediamo alla tradizione che gli abitanti di Bardou erano soliti rubarsi il raccolto dei loro orti l’uno con l’altro dopo aver spostato i confini degli orti nella notte, e poi litigavano per anni su chi avesse diritto al raccolto. Questi erano i momenti piu’ eccitanti per Bardou per circa tre secoli e mezzo.

Poi, di colpo, attorno al 1870, ci fu un cambiamento. In qualche modo si diffuse voce che c’era una vita piu’ interessante e desiderabile in un posto lontano: Parigi. Forse questa voce inizio’ a spargersi attraverso reclute che stazionavano a Parigi, oppure vi arrivo’ dopo la guerra Franco-Prussiana; o forse la voce proveniva dagli emigranti che avevano lasciato il villaggio. Parigi aveva assorbito emigranti dalle campagne Francesi per generazioni; la voce si era sparsa a Bardou con molto ritardo, ma quando i primi intrepidi emigranti provenienti da Bardou lasciarono il loro villaggio per Parigi, un lento, ma totale esodo segui’. Nel 1900 meta’ della popolazione di Bardou era emigrata. Durante i seguenti 40 anni, quasi tutti se ne erano andati, con l’eccezione di tre famiglie.

Nel 1966, quando due turisti, un tedesco ed un americano, si ritrovarono a camminare in una delle vecchie strade romane, le rovine di Bardou proteggevano solo un vecchietto. I turisti comprarono il villaggio da lui e dai discendenti dei precedenti abitanti che i loro avvocati poterono rintracciare. Quando i due turisti divennero proprietari del villaggio, vi si trasferirono e invitarono altri amici ad unirsi a loro e ad aiutarli con i costi di mantenimento del villaggio. In questa sua nuova reincarnazione, Bardou ha un gruppo di residenti che vi abitano per tutto l’anno o che vi soggiornano solo in periodi di villeggiatura e che vivono dei loro risparmi o dei loro scritti che vendono ai loro editori o ai loro clienti ce abitano in grandi citta’. I nuovi abitanti di Bardou sono lieti di dare il benvenuto a turisti, campeggiatori e al denaro che portano con se’. I residenti ed i turisti di irrigazionevivono di cibo importato ed importano quasi tutto quello di cui hanno bisogno, ma si vantano di poter fare a meno di molte comodita’ della vita moderna come l’elettricita’, i telefoni e l’acqua calda. Un sistema di irrigazione per l’acqua (fredda) fu finanziato quando una societa’ cinematografica affitto’ il villaggio per fare alcune riprese e pago’ generosamente.

La storia di Bardou e’ unica ma solo nel senso che ogni posto, cosi’ come ogni persona o ogni fiocco di neve, e’ unica. Sotto un altro punto di vista, gli stessi cambiamenti, gli stessi eventi che si trovano nella storia di Bardou si possono ritrovare in molti altri posti su piu’ ampia scala. Bardou e’ un esempio un microcosmo, di quello che chiamo economie passive, cioe’ di economie che non creano cambiamenti economici da se’, ma che rispondono alle forze economiche di altre citta’. Bardou e’ stata modellata da energie economiche provenienti da lontano. Nell’antichita’ fu sfruttata per le sue miniere e poi fu abbandonata. In tempi piu’ moderni si spopolo’ quando i lavori nella citta’ lontana attrassero i suoi abitanti, e infine si ripopolo’ di gente proveniente dalle citta’. I cambiamenti non furono gentili. Ma quando le citta’ ed i cittadini lasciarono Bardou al suo destino, Bardou non sapeva cosa fare di se’ stessa, il villaggio non aveva un’economia di per se’, al di fuori di un’economia di sussistenza.Potremmo scervellarci nel tentare di spiegare la storia economica i Bardou compilando statistiche sul raccolto medio di castagne, sugli strumenti usati, sull’ammontare di ferro estratto dalle miniere o sulle ore di lavoro impiegate per costruire una casa, la natura del suolo, i centimetri di pioggia per anno, ma questo non ci aiuterebbe a capire perche’ Bardou si trasformo’ nel modo in cui si trasformo’. Le cause delle vicende che modificarono Bardou hanno origine in mercati in citta’ distanti, in lavori da citta’, in tecnologie delle citta’ (nuovi acquedotti, vecchie strade), in capitale proveniente dalle citta’. Per capire i cambiamenti di Bardou e perche’ ci furono periodo in cui nulla cambio’, dobbiamo guardare non agli elementi che definiscono Bardou , ma agli agenti di cambiamento che hanno bonificato Bairou.
Differenziare fra agenti di cambiamento provenienti da altre citta’ che hanno influenzato internazionalee fra cambiamenti che provengono dall’Impero Romano, dalla Francia, o dall’economia internazionale potrebbe sembrare cavilloso, ma non lo e’. In primo luogo, la realta’ e’ che i cambiamenti provenivano da citta’ particolari, in questo caso, da citta’ sempre distanti. Tutto attorno a Bardou si trova un’entita’ che si puo’ definire “Economia Nazionale Francese” ma non e’ questa economia che ha creato i cambiamenti di Bairou. Perche’ essere generici su queste cose se possiamo essere specifici? Roma, forse Nîmes o Lione, Parigi e le citta’ da cui provenivano gli artisti, scrittori e turisti che costituiscono l’attuale popolazione di Bardou (e da cui proviene la societa’ cinematografica) hanno generato e rigenerato la vita economica di Bardou.

Le distinzioni fra economie cittadine ed economie nazionali sono importanti per capire meglio la realta’ che ci circonda e per osservare gli esperimenti pratici di innovazione economica. La mancata comprensione della distinzione fra economie cittadine ed economie nazionali ha portato alle debacles degli aiuti economici ai paesi poveri, perche’ non e’ osservata la principale funzione economica delle citta': quella di rimpiazzare le importazioni.

Tale funzione e’ prettamente tipica delle citta’. Le citta’ crescono e diventano economicamente versatili sostituendo beni importati dall’esterno in beni prodotti all’interno delle citta’. L’incapacita’ di osservare e comprendere questa funzione fondamentale dalle citta’ genera confusione e sprechi.

Spesso osserviamo che le nazioni o le regioni povere importano piu’ beni di quelli che si possono permettere, oppure, privandosi di essi, vanno incontro a ristrettezze terribili.

Una splendida descrizione di questo fenomeno si ritrova in un discorso che Henry Grady, giornalista del Sud degli Stati Uniti, pronuncio’ davanti ad un convegno di industriali e banchieri a Boston nel 1889 per convincerli ad aprire fabbriche nel Sud.

Grady, giornalista di Atlanta, Georgia, raccontava del un funerale di un uomo della Contea di Pickens, a otto miglia da Atlanta.

La lapide dell’uomo fu scolpita in solido marmo proveniente dalle cave del Vermont. Il cimitero si trovava in una foresta di pini, ma la bara proveniva da Cincinnati. Una montagna ricca di miniere di ferro sovrastava il cimitero, ma i chiodi e le viti della bara provenivano da Pittsburgh. Nonostante legname e ferro non mancassero in quella zona, il corpo dell’uomo fu trasportato al cimitero da una carrozza costruita a South Bend in Indiana. Vicino al cimitero si trovava un bosco di noccioli, ma le maniglie del piccone e della pala provenivano da New York. La camicia di cotone dell’uomo morto proveniva da Cincinnati, il cappotto e i pantaloni, provenivano da Chicago, le scarpe da Boston; il cadavere indossava guanti bianchi fatti a New York, e attorno al suo collo c’era una cravatta fatta a Philadelphia. La Contea di Pickens, cosi’ ricca di risorse, non aveva fornito nulla al funerale, tranne il corpo dell’uomo e il buco nel terreno e gli abitanti di Pickens avrebbero importato anche quello se avesero potuto. E quando la tomba del pover’uomo fu fatta scendere nel buco, attraverso corde provenienti da Lowell, egli non portava nulla nell’altro mondo che ricordasse dove fosse la sua casa, con l’eccezione del sangue raffermo nelle sue vene, il gelido midollo delle sue ossa e l’eco del vociare dei suoi rozzi compaesani.

Dei quattordici articoli indicati nella litania di Grady, undici provenivano dalle grandi citta’ USA di quel tempo: la bara e la camicia da Cincinnati, i chiodi, le viti e la pala da Pittsburgh, le maniglie del piccone e della pala e i guanti bianchi provenivano da New York, il cappotto e i pantaloni da Chicago, le scarpo da Boston; la carrozza proveniva dalla cittadina di di South Bend. Solo il marmo proveniva dalle campagne del Vermont e le corde da Lowell – una cittadina specializzata inprodotti tessiil vicino a Boston – non venivano da citta’.

Grady avrebbe dovuto chiedersi perche’ nessuno degli articoli della sua litania fosse stato prodotto nella piu’ vicina citta’, Atlanta. Invece Grady osservava che tutti gli articoli prodotti per il funerale provenivano dal Nord degli USA. Grady non si rendeva conto che le citta’ sono la risposta al problema della poverta’ e dell’arretratezza. Ma siccome Grady pensava in termini di economie regionali amorfe, era come se non capisse le sue stesse parole. L’obiettivo di Grady era di ottenere che che alcune industrie del Nord si trasferissero al Sud. Grady fu un precursore dei vari burocrati che oggi lavorano per attrarre industrie in economie moribonde e incapaci di nascere industrie, e che quindi si scannano per attrarre investimenti industriali.

Gli articoli che Grady elencava nella sua litania, erano collegati alla funzione del rimpiazzo delle importazioni. Nessuno di quegli articoli (camicie, chiodi, pale, ecc.) era stato inventato in quelle citta’. La maggior parte di essi erano articoli tipici della civilta’ Occidentale ancora prima che fosse scoperta l’America. Le fabbriche di Boston e Philadelphia avevano iniziato a produrre questi articoli (e molti altri) per i consumatori locali anziche’ importarli da Londra o da altre citta’ Inglesi, e avevano iniziato ad esportare tali prodotti non solo nelle loro immediate vicinanze, ma anche nelle nuove citta’ Americane che via via di andavano formando. Nel frattempo queste nuove citta’, Chicago, Pittsburgh e Cincinnati crescevano, e mentre crescevano rimpiazzavano le importazioni provenienti da Boston e Philadelphia e nel frattempo commerciavano con esse. Questo e’ il sentiero per cui una camicia proveniente da Cincinnati e una pala proveniente da Pittsburgh arrivavano fino alla Contea di Pickens, vicino ad Atlanta.

Senza dubbio, gli articoli elencati nel funerale passarono da Atlanta, visto che Atlanta era il piu’ importante centro commerciale del Sud e visto che la stessa Atlanta consumava un grande volume di beni prodotti da altre citta’. Ma ne’ Atlanta, ne’ altre citta’ del Sud rimpiazzavano le importazioni.

Dietro agli articoli della litania di Grady, dietro ai prodotti finiti, c’erano molti alri prodotti ai quali Grady non aveva pensato come cesoie, squadre, calderoni, stampanti, quaderni per la contabilita’, illuminzioni perche’ il lavoro potesse avvenire anche di sera, cucitrici, pinze, e cosi’ via.

Le citta’ che rimpiazzano le importazioni non solo rimpiazzano i prodotti finiti, ma anche un’infinita’ di prodotti intermedi funzionali alla produzione, in particolare rimpiazzano utensili e i macchinari. Il processo di rimpiazzo delle importazione emerge attraverso catene di produzione locali.

Ad esempio, in una citta’ che non producesse marmellate, prima arriva la lavorazione locale della marmellata di frutta che prima venivano importata da altre citta’, poi arriva la produzione dei vasetti di vetro e dei coperchi di metallo che prima venivano importati.

Oppure, prima si costruisce un impianto di assemblaggio per la produzione di cuscinetti metallici che prima venivano importati; in seguito, dopo che l’impianto e’ stato costruito, si importano i metalli necessari per la costruzione dei cuscinetti; poi si iniziano a fondere i metalli appropriati all’interno dell’impianto di assemblaggio.

Quando Tokyo inizio’ il business delle biciclette, prima venne il lavoro di manutenzione, poi si iniziarono a produrre alcule parti delle parti delle biciclette piu’ richieste nelle riparazioni, poi si inizio’ la manutenzione di altre parti e finalmente si arrivo’ all’assemblaggio completo delle biciclette. E non appena Tokyo inizio’ ad esportare biciclette ad altre citta’ Giapponesi, anche in queste citta’ inizio’ il processo di rimpiazzo delle importazioni che aveva avuto luogo precedentemente a Tokyo.

Quando le citta’ esportano prodotti, le esportazioni “nutrono” il lavoro che paga per le importazioni, cioe’ “nutre” il processio di rimpiazzo di importazioni.

Ad esempio, un’impresa che produce posate e pentole in acciaio inossidabile per le esportazioni puo’ iniziare a produrre nello stesso materiale anche sedie e tavoli in acciaio, e quindi puo’ giocare un ruolo importante nel rimpiazzare importazioni di arredamenti in acciaio. Oppure, i lavoratori della fabbrica che croma le posate in acciaio, possono mettersi in proprio, ma questa volta, gli operai possono trsformarsi in imprenditori abbandonando la produzione di posate e dedicandosi alla produzione di sedie e tavoli. Questo e’ un processo ancora migliore perche’ ora ci sono due imprese a nutrire il processo di rimpiazzo delle importazioni.

Il rimpiazzo delle importazioni e’ un processo tipico delle citta’ perche’ la produzione locale di beni che prima venivano imporati non e’ economicamente possibile in piccoli villaggi isolati che non hanno rapporti con i mercati cittadini e che non hanno sufficiente versatilita’ per poter cambiare i metodi di produzione.

Le citta’ possono stimolare questo tipo di versatilita’ grazie al risultato del lavoro di esportatori in parte perche’ hanno gia’ rimpiazzato molte importazioni, in parte attraverso le complesse relazioni simbiotiche che si formano tra i vari produttori. In secondo luogo, i mercati cittadini – dei produttori o dei consumatori – sono piu’ vari e piu’ diversificati. Queste due qualita’ dei mercati cittadini generano una produzione diversificata a costi bassi. Tale diversita’ non sarebbe possibile in insediamenti rurali.

La vita economica si sviluppa grazie all’innovazione e si espande grazie al rimpiazzo delle importazioni. Questi due fenomeni sono strettamente legati ed entrambi sono parte integrante delle economie delle citta’. Quando il rimpiazzo delle importazioni avviene con successo, spesso implica adattamenti della progettazione, dei materiali o dei metodi di produzione, processi che richiedono innovazione e improvvisazione da parte degli imprenditori e dei lavoratori.

Nel 1982 Charles F Sabel, un professore del Massachussetts Institue of Technology, descrisse uno straodinario proliferare di “innumerevoli piccole imprese” nel decennio precedente nei distretti industriali fra Bologna e Venezia. Secondo il professore, tale proliferazione era dovuta a continue improvvisazioni ed innovazioni. In una piccola fabbrica che produceva meccanismi di trasmisione per trattori si adattava il progetto anche per trebbiatrici automatiche. In un’altra piccola fabbrica, una macchina impacchettatrice veniva progettata e modificata varie volte, per riposizionarsi in diverse fasi della catena di montaggio automatica. In un’altra fabbrica, un telaio per il cotone veniva aggiustato per lavorare anche tessuti sintetici.

Sabel si meravigliava della piccola dimensione e del successo di queste imprese innovative, molte delle quali impiegavano “dai 5 ai 50 addetti, alcune 10 addetti e pochissime impiegano piu’ di 250 addetti”, e che nel complesso “si specializzavano in ogni fase della produzione del tessile, macchine automatiche, macchine di precisione, automobili, bus e macchine agricole”, ed era sorpreso dalla qualita’ del lavoro svolto nella poduzione di ceramiche, scarpe, mobili di plastica, motociclette, macchine per la lavorazione del legno, macchine per la lavorazione del metallo, macchine per la produzione di ceramiche. Sabel racconta della facilita’ con cui queste imprese spesso sono fondate da ex operai che si sono staccati dai loro ex datori di lavoro e sono diventati imprenditori loro stessi, e racconta delle incredibili economie di scala che sono state ottenute non, come generalmente si riteneva, all’interno di grandi organizzazioni, ma attraverso grandi distretti industriali fatti di piccole imprese.

“La capacita’ innovativa di questo tipo di azienda” spiega Sabel “dipende dall’uso flessibile che si fa della tecnologia; dalle relazioni di fiducia e vicinanza con altre imprese ugualmente innovative in settori adiacenti; e soprattutto dalla collaborazione stretta con lavoratori che hanno competenze complementari fra loro. Queste imprese praticano con coraggio l’innovazione in maniera spontanea attraverso la fusione dei processi di concettualizzazione ed esecuzione, conoscenza astratta e pratica, che solo poche grandi imprese sono state capaci di praticare.”

Tutto questo suggerisce “modi radicalmente nuovi di organizzare la societa’ industriale” in linea con i primi segno di una ridefinizione epocale di mercati, tecnologie e gerarchie industriali”.

Le meraviglie di questi affollati distretti industriali, che hanno suggerito a Sabel cambiamenti epocali, sono sempre state tipiche di citta’ creative, per cui non c’e’ nulla di nuovo in questo metodo di organizzazione industriale. Le realta’ osservate da Sabel – gli aggregati dei distretti industriali, la simbiosi, la facilita’ per un dipendente di trasformarsi in imprenditore, la flessibilita’, le economie di scala e la flessibilita’ – sono esattamente le qualita’ del processo di rimpiazzo delle importazioni, un processo che si realizza solo nelle citta’ e nei loro dintorni.

Per ovvie ragioni, la maggior parte del rimpiazzo delle importazioni consiste di beni fatti nelle citta’ e di servizi, ovviamente, non di tutti i beni. Alcuni dei piu’ brillanti momenti di rimpiazzo delle importazioni coinvolgono prodotti prettamente rurali. Alcuni esempi del passato sono il rimpiazzo del ghiaccio naturale con i frigoriferi costruiti in fabbriche cittadine; rimpiazzi di cotone, lino, seta e pelliccia con articoli sintetici, progettate nelle citta'; rimpiazzi di avorio e tartaruga con plastiche. Non c’e’ dubbio che in queste citta’ si continuera’ a progredire con la creativita’ di rimpiazzare le importazioni, come nel caso di rimpiazzo di carburanti fossili. Il rimpiazzo delle importazioni non e’ un processo grandioso. I rimpiazzi sono inizialmente piccoli, spesso coinvolgono oggetti che in se tessi sono di poca importanza, e in molti casi sono imitazioni – ma cio’ nonostante in aggregato, aggiungono una forte spinta economica, la stessa spinta che il Professore dell’MIT aveva osservato fra Bologna e Venezia.

Ogni insedimaneto urbano che riesce a rimpiazzare le importazioni diventa una citta’. Ogni citta’ che sperimenta di tanto in tanto episodi di esplosioni di rimpiazzi di importazioni mantiene la propria economia al passo con i tempi e competitiva. Tra un’esplosione di innovazione ed un’altra, la citta’ riuscira’ a mantenere la sua ricchezza attraverso le esportazioni. Ma perche’ parliamo di “esplosione” e di “episodi”? Nella vita reale, ogni volta che il rimpazzo delle importazioni avviene, non avviene come in un flusso continuo, ma avviene in maniera episodica ed esplosiva e funziona come una reazione a catena.

Il processo si alimenta da se’ e, una volta innescato, non si estingue fino a che non si realizzano ulteriori rimpiazzi di importazioni.

Quando il rimpiazzo delle importazioni inizia per un prodotto esso stimola altri rimpiazzi. Quando questi episodi terminano, una citta’ dovra’ iniziera’ ad importare nuovi beni da altre citta’ e se la citta’ mantiene la sua vitailta’, ptrea’ sperimentare un’altra esplosione di innovazione. Questo processo allarga le economie cittadine e le diversifica, e fa si che le citta’ crescano in maniera irregolare e – se vogliamo- caotica. Ma la crescita non e’ un processo continuo. Molta parte del processo di rimpiazzo delle importazioni, specialmente nelle grandi citta’, si accompagana alla perdita di posti di lavoro in settori in declino. Le citta’ hanno sempre perso i lavori obsoleti; qualche volta perche’ le loro citta’ clienti si mettono a rimpiazzare le loro esportazioni e diventano piu’ competitivi nel produrre cio’ che prima importavano; qualche volta perche’ imprese di successo, dopo essersi sviluppate nel nido intricato delle citta’, trasportano le loro operazioni in posti piu’ isolati; altre volte perche’ alcuni prodotti ed alcune competenze diventano obsolete.

Quando una citta’ rimpiazza le importazioni con la propria produzione, altre citta’ subscono perdite nelle loro esportazioni. Tuttavia, altri insediamenti guadagnano un vaolre equivalente di nuovo lavoro dalle esportazioni. Questo perche’ una citta’ che rimpiazza le importazioni non riduce generalmente le importazioni, ma inizia ad acquistare altri e nuovi beni. La vita eonomica nel suo complesso si e’ espansa al punto che le citta’ che rimpiazzano le importazioni hanno tutto quello che avevano prima ed in piu’ hanno altri prodotti a complemento di nuove e differenti importazioni.

Il rimpiazzo delle importazioni e’ la radice dell’espanzione economica.

Per capire i concetti di crescita e declino economico, e’ importante utiizzare un linguaggio piu’ preciso. L’espansione che deriva dal processo di rimpiazzo delle importazioni consiste in cinque specifiche forme di espansione:

(1) espansione dei mercati cittadini per nuove e diverse importazioni;

(2) espansione delle competenze dei lavoratori;

(3) espansione delle unita’ produttive al di fuori dei confini cittadini;

(4) espansione tecnologica per aumentare produzione e produttivita';

(5) espansione del capitale

Queste cinque forze esercitano effetti che si riverberano al di fuori e all’interno delle citta’ fino ai posti piu’ remoti come Bardou .

Henry Grady vide gia’ piu’ di un secolo fa che c’era una grossa mancanza nelle economie colpite dalla poverta’ e dall’arretratezza, e cioe’ che non erano in grado di produrre i beni di cui avevano bisogno. Ma non capi’ la connessione fra bisogno di beni e rimpiazzo delle importazioni da parte delle citta’.

A dire il vero, questa connessione non l’avevano capita nemmeno gli esperti dello sviluppo di questo secolo con tutta la loro statistica, le loro teorie, i loro grafici e le loro curve . Cio’ che Grady aveva pensato in termini di economie regionali, loro lo pensavano in termini di economie nazionali, commettendo lo stesso errore.

Pensando in termini di economie nazionali, gli economisti ritenevano che il rimpiazzo delle importaizioni coinvolgesse solo paesi stranieri senza capire che la citta’ importano da altre citta’ anche se si trovano negli stessi confini nazionali e sono protette dagli stessi eserciti.

L’economia di una citta’ che non sappia rimpiazzare le importazioni con la propria produzione e’, alla meglio, debole e incapace di uscire dall’arretratezza in cui si trova.

Questo concetto pare misterioso anche se la realta’ dei fatti ce lo presenta davanti agli occhi. Nel normale funzionamento dell’economia di una citta’ non fa nessuna differenza quale delle use importazioni origini nella sua nazione o in altre nazioni, e lo stesso e’ vero per le destinazioni delle esportazioni.Qualunque sia la fonte delle importazioni, la conseguenza di rimpiazzarle che il processo del rimpiazzo genera le cinque grandi forze dell’espansione economica elencate sopra.

Un’altra sfortunata conseguenza della preoccupazione per le economie nazionali e’ che gli esperti di sviluppo non pensano al impiazzo delle importazioni come ad un processo cittadino. Ma pensano che sia un processo a livello nazionale e quindi difendono l’idea che fabbriche e industrie completamente sviluppate siano spostati arbitrariamente in piccole citta’ di campagna, generalmente dove c’e molta disoccupazione.

Tutto questo, sebbene ricada sotto il nome di rimpiazzo delle importazioni, e’ lontano dalla sue realta'; questi schemi hanno portato alla bancarotta di molte nazioni invece di aiutarle a prosperare. Queste sono conseguenze che ricadono indirettamente anche su di noi che ascoltiamo i consigli di persone intelligenti ed istruite, ma che non non si sono prese la briga di verificare ipotesi che risalgono alla teoria mercantilista e al suo peccato originale, quello di sostenere che le nazioni sono la misura esenziale dell’attivita’ economica.

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Il paradiso degli sciocchi

Posted by janejacobs su marzo 2, 2009

 Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, la scienza economica, per quanto imprecisa, sembrava finalmente avere dato i suoi frutti. Gli economisti ci consegnavano istruzioni per generare e mantenere la ricchezza. Gli economisti ed i governanti dei paesi che usavano le loro consulenze, avevano creato varie teorie per inserire i semi del disastro nell’economia delle nazioni. Le idee economiche di meta’ novecento sembravano razionali ed i governi mettevano in pratica provvedimenti ispirati a queste idee economiche.
In preda a questa illusione, Mao Tse Tung dichiaro’ che l’economia Cinese avrebbe intrapreso il Grande Balzo in Avanti. Khrushchev si mise a picchiare la sua scarpa sul tavolo delle Nazioni Unite e previde che l’economia dell’Unione Sovietica avrebbe superato l’economia americana entro il 1975 e di li’ avrebbe “seppellito” l’Occidente.
Negli Stati Uniti, i presidenti Kennedy e Johnson e i loro consiglieri non solo pensavano -come gran parte degli Americani- che la produttività e la preminenza economica degli USA sarebbero state indiscusse nei secoli a venire, ma addirittura pensavano che le misure fiscali da loro intraprese avrebbero eliminato depressioni e recessioni.
La Comunità’ Economica Europea prendeva a modello gli USA per per modellare le sue nuove istituzioni economiche.
Sempre in quegli anni sei o sette Paesi dell’America Meridionale stavano facendo i primi passi per integrarsi prendendo a esempio la Comunità’ Economica Europea.

I Paesi poveri ai margini dell’Europa (Grecia, Portogallo, Spagna) speravano di raggiungere la prosperità’ dei Paesi CEE una volta uniti, grazie all’ingresso nel mercato unico Europeo.
Gli accordi di Bretton Woods del 1944 che ancorarono il valore delle valute Europee a quello del dollaro vollero dimostrare che la flessibilità dei cambi tra partner commerciali – cosi’ dolorosi per le nazioni debitrici e cosi’ spiacevoli per i calcoli delle multinazionali – erano tracce di un passato grezzo.

I popoli e i governanti delle nazioni arretrate, inclusi quelli che avevano appena vinto l’indipendenza dal governo coloniale si aspettavano piani economici per generare prosperità’ e sviluppo. Tali piani di sviluppo assunsero presto la forma di prestiti. La sola parola “Nazioni arretrate” e “Nazioni Povere” scomparve dal dizionario degli economisti della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale. Tale espressione fu sostituita con “Nazioni in via di sviluppo”.

Le ricette per raggiungere lo sviluppo, cioe’ per creare prosperità’ dove non non esisteva e mantenerla dove esisteva, differiva solo nelle etichette ideologiche, capitalista da una parte e comunista dall’altra, ma in pratica erano molto più’ simili di quanto i governanti volessero far credere.

Quando i governi Americano e Sovietico gareggiavano per ottenere influenza su una nazione povera offrendo aiuti economici, la competizione non prendeva la forma di differenti filosofie economico-politiche. Al contrario, le due potenze competevano per fornire ai paesi poveri le stesse dighe, le stesse strade, gli stessi impianti di fertilizzanti e gli stessi sistemi di irrigazione.

Il programma economico adottato dalla Polonia comunista era largamente finanziato da banchieri della Germania Occidentale e degli Stati Uniti. I banchieri, e probabilmente anche molti Polacchi, disapprovavano la proprietà’ statale comunista; pero’, i concetti di come un’economia si dovesse espandere, di cosa avesse bisogno per espandersi e di come dovesse ripagare i prestiti per finanziare lo sviluppo erano un concetto perfettamente familiare anche ai comunisti polacchi; erano concetti convenzionali, logici. In teoria ogni cosa era logica. In pratica, pero’ questa logica non ha funzionato.

Gli schemi proposti per lo sviluppo economico fallirono. I risultati andarono dai disastri in Polonia, Iran, Uruguay, Argentina, Brasile, Messico, Turchia e la maggior parte dell’Africa, fino alle delusioni dell’Irlanda, del Canada, del Mezzogiorno Italiano, della Iugoslavia, di Cuba, dell’India.

La Cina, dopo il catastrofico fallimento del Grande Balzo in Avanti, ha reinventato nuovi sistemi e strategie per rinnegare il suo passato inventandosi la rivoluzione culturale.

L’Unione Sovietica, lungi dal dimostrare la superiorità economica dei suoi piani quinquennali, fu incapace di produrre abbastanza cibo per nutrire i suoi abitanti ed inizio’ ad assomigliare sempre più’ ad un paese coloniale. L’URSS dipendeva dalle esportazioni di materie prime verso i paesi più’ avanzati, mentre importava sempre più’ beni prodotti all’estero, inclusi i macchinari che servivano per sfruttare le proprie risorse naturali. I politici che concepirono i piani quinquennali tutto avrebbero voluto tranne che trasformarsi in una colonia dell’Occidente, ma di fatto lo diventarono.

Negli anni ’60, l’Inghilterra provo’ senza successo a fermare il suo secolare declino attraverso misure economiche rivolte ad aumentare la domanda dei consumatori. Negli anni ’70 provo’ ad unirsi alla CEE, ma anche qui senza successo. Negli anni ’80 provo’ a metter in pratica misure volte a stimolare l’offerta nell’economia. Per quanto la Gran Bretagna ci provasse, continuava ad essere intrappolata nella morsa di un declino incessante che perdurava dalla fine del diciannovesimo secolo.

Negli Stati Uniti stava avvenendo qualcosa di impensabile. L’economia manifatturiera USA stava lentamente scomparendo e cio’ che ne rimaneva era tecnologicamente arretrato rispetto all’industria Giapponese ed Europea. I tassi americani di produttività scendevano, l’industria militare diventava sempre piu’ necessaria per mantenere impiegato il personale qualificato dell’industrie e per prevenire che intere regioni collassassero economicamente.

Mentre in alcune parti del mondo si generavano questi lenti ma inesorabili disastri economici, in altre parti del mondo, come Giappone, Hong Kong, Singapore, Taiwan e Corea si preparava un boom economico senza precedenti. Ma il successo economico di questi paesi era inspiegabile cosi’ come era inspiegabile la decadenza economica degli altri. Le misure economiche intraprese dalle “Tigri Asiatiche”venivano prese anche da altri paesi, ma talvolta generavano successi, talaltra generavano disastri. Gli economisti, non sapendosi dare una spiegazione, usavano i luoghi comuni del tipo: i Giapponesi sono piu’ intelligenti, lavoravano piu’ duramente e sono in grado di generare una societa’ più’ armoniosa; i Cinesi (fuori dalla Cina) sono commercianti di successo e i membri delle famiglie si aiutano l’uno con l’altro ad accumulare capitale; i Britannici hanno abbandonato l’etica del lavoro; e cosi’ via. Per avere delucidazioni in merito a queste qualità’ non c’e’ bisogno di economisti; turisti con un comune spirito di osservazione sarebbero stati in grado di raggiungere le stesse conclusioni.

La Macroeconomia – l’economia su larga scala- e’ il ramo dell’economia che si occupa delle relazioni economiche a livello nazionale ed internazionale. Questa scienza e’ malata. Troppi le hanno creduto e troppi l’hanno messa in pratica. Ma i costi di dell’applicazione della Macro-economia non sono nulla in confronto alle enormi risorse che le banche, le industrie, i governi e le istituzioni internazionali come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e le Nazioni Unite, hanno speso per dimostrare la bonta’ di queste teorie. Mai una scienza, o una presunta scienza, e’ stata cosi’ ciecamente ascoltata. E mai prima di allora, esperimenti economici hanno lasciato enormi disastri, spiacevoli sorprese, bolle sgonfiate e confusione al punto tale che la quesitone che adesso sorge e’ se il danno sia riparabile; se questa malattia si puo’ curare.
Certamente non si potra’ usare la stessa medicina.

I fallimenti possono aiutarci a capire, se capiamo quello che vogliono dirci riguardo alla realta’ che ci circonda. Ma l’osservazione di questa realta’ non scaturisce delle teorie dello sviluppo economico. Facciamo l’esempio del piano Marshall e degli effetti causati dalle aspetitive che gli esperti hanno tratto da esso. Come sappiamo, se un’economia e’ devastata da fame, epidemie, terremoti, alluvioni o incendi, un’economia di pace puo’ aiutare a rimettere in piedi queste economie devastate. Allo stesso modo, il piano di aiuti americani dopo la seconda Guerra mondiale aiuto’ i paesi alleati ed i loro imprenditori a rimettersi in piedi dopo l’orrore e la distruzione della Guerra.
La devastazione della Guerra era stata enorme e la dimensione degli aiuti erano stati egualmente enormi. Il recupero economico avrebbe impiegato tempi molto piu’ lunghi e avrebbe richiesto privazioni molto peggiori senza locomotive, autotrasporti, generatori elettrici, fabbriche di cemento, fertilizzanti, trattori, macchinari, medicine, libri di testo, telefoni, tubi, pompe, cavi e molti altri beni inviati dall’America.

Il Piano Marshall venne spesso definito come un miracolo, perche’ i macchinari Americani trasportati in Europa, in combinazione con la capacita’ produttive degli Europei, portarono l’Europa fuori dalle ceneri della Guerra piu’ velocemente di quanto ci si aspettasse. Ma ora dobbiamo fare una breve pausa e osservare che gli organismi in fase di guarigione – inclusi gli organismi chiamati economie- non seguono una metamorfosi, non diventano cio’ che non erano prima per diventare qualcosa di diverso.

Questa distinzione e’ generalmente compresa da tutti. Ad esempio, se torniamo al periodo in cui San Francisco si riprese dal devastante terremoto subito del 1906, nessuno fu cosi’ sciocco da spingere la Croce Rossa a fondare imprese di aiuto economico in tutte le nazioni in declino economico solo perche’ la Croce Rossa aveva offerto assistenza dopo il terremoto ad una citta’ momentaneamente in ginocchio, ma che aveva tutte le risorse per riprendersi. Il Piano Marshall non genero’ una splendida metamorfosi nelle economie Europee. Fra le economie che ricevettero aiuti dal piano Marshall, l’Olanda, la Germania Occidentale, parti della Francia e del’Italia, procedettero ad espandersi e a svilupparsi – come si era sviluppata San Francisco dopo il terremoto del 1906. Altre economie non si svilupparono. La Gran Bretagna ricevette un ammontare di aiuti simile alla Germania, ma questi aiuti non trasformarono l’economia Britannica. Allo stesso modo, il Mezzogiorno Italiano ricevette la stessa quantita’ di aiuti dal Piano Marshall che ricevette il Nord Italia, ma i risultati furono enormemente diversi.

Il Nord Italia, che era gia’ da prima della Guerra la parte piu’ prospera e creativa della penisola, ricomincio’ ad espandersi, a produrre, a rinnovarsi. Il Sud, che era stato anche prima della Guerra piu’ arretrato, povero ed economicamente passivo, non genero’ crescita economica, ma continuo’ ad avere bisogno di aiuti. Gli aiuti del Piano Marshall e gli aiuti molto piu’ ingenti ricevuti dal Nord Italia, quando toccavano il Mezzogiorno Italiano si trasformavano in regalie, non in investimenti perche’ il Sud non si prendeva la responsibilita’ di investire in uno sviluppo autonomo; il popolo del Mezzogiorno continuava ad abbandonare in gran numero la propria terra per cercare lavoro altrove e generare ricchezza nelle regioni del Nord Italia e Oltralpe.
Queste osservazioni sono oggettive, indiscutibili; tuttavia il Piano Marshall fu interpretato come una dimostrazione che l’aiuto economico potesse creare delle metamorfosi, dei miracoli. Gli aiuti economici avrebbero potuto trasformare economie stagnanti in economie floride e ricche. Con la promessa di un miracolo economico, si moltiplicavano agenzie ed enti nazionali e internazionali che descrivendo la loro attivita’ come: “il Piano Marshall per il Terzo Mondo” o “il Piccolo Piano Marshall”.

Le conseguenze di queste promesse non mantenute furono orribili: popolazioni di interi paesi, dopo aver ascoltato i proclami delle agenzie di sviluppo si ritrovano in miseria e senza alcuna speranza; cosa ancor peggiore, le popolazioni dei paesi piu’ sviluppati che inviavano aiuti ai paesi poveri diventarono ciniche e disilluse sul fatto che le loro tasse potessero finanziare progetti utili; i debiti dei paesi del terzo mondo si accumularono sotto l’illusione che lo “sviluppo” avrebbe un giorno ripagato questi debiti e sarebbe valso i sacrifici sopportati dalle popolazioni di questi paesi; le spese per gli interessi di questi debiti si mangiavano i miseri guadagni di intere popolazioni, fino al punto che intere popolazioni si sono ritrovate a lavorare per decenni solo per la gloria di essere state chiamate non piu’ “Povere”, ma     ”in via di sviluppo”; e la comunità finanziaria internazionale evitava di volta in volta collassi economici con moratorie sui debiti o prestiti a fondo perduto per pagare l’interesse su prestiti che non erano in grado essere ripagati.

Molti paesi, tra cui gli Stati Uniti, sono diventati vittime di un fenomeno insidioso chiamato stagflazione, un fenomeno che combina elevata disoccupazione ed elevata inflazione.
Secondo la teoria economica, questo fenomeno non dovrebbe esistere. Ma di fatto esiste e nessuno sa come combattere la stagflazione senza aumentare la disoccupazione da un lato o l’inflazione dall’altro. Il dilemma della stagflazione ha causato enormi problemi nei paesi più’ avanzati. Tali paesi credevano di poter governare l’economia dall’alto con politiche monetarie e fiscali. Ma la stagflazione ha distrutto due secoli di teorie economiche. I prezzi crescenti non sono un grande problema se i posti di lavoro ed i salari crescono più’ velocemente. Questo “lato benefico” dell’inflazione ha interessato generazioni di economisti che hanno offerto eleganti spiegazioni al fenomeno.

Richard Cantillon, un economista Francese scrisse nel 1730:

“Se il numero di monete in circolazione aumenta grazie ad aumenti della produzione di oro e argento nelle miniere, i proprietari di queste miniere, i minatori, gli operai delle fonderie e dei conii aumenteranno le loro spese in proporzione all’oro e all’argento prodotti in eccesso. Nelle loro case consumeranno più carne, più’ vino o birra di prima, essi si abitueranno ad indossare indumenti più’raffinati, useranno lenzuola e coperte piu’ pregiate, avranno case meglio arredate […]. La domanda di carni, vino, lana ecc. aumenterà’ e i prezzi di questi beni aumenteranno. L’aumento dei prezzi determinerà’ un maggiore impiego della terra da parte dei contadini; gli stessi contadini trarranno maggiore profitto dall’incremento dei prezzi e spenderanno più’ denaro nelle loro famiglie come gli altri.
In virtu’ di tutto questo: Considero in generale che un incremento della moneta in circolazione in una Nazione generi un corrispondente incremento del consumo di beni che gradualmente porta ad un aumento dei prezzi.”

Per quanto questa spiegazione paia antiquata, e’ anche molto familiare. Cantillon aveva cercato di rispondere alle quattro grandi domande dell’economia:

1) perche’ l’attivita’ economica cresce?

2) perche’ i prezzi salgono?

3) qual’e’ il rapporto tra crescita e prezzi?

4) se esiste un rapporto fra crescita e prezzi, come funziona?

Le risposte di Cantillon portano a quella che oggi chiamiamo teoria di espansione economica dal punto di vista della domanda, il che significa che la domanda di beni e servizi porta alla crescita economica, mentre l’offerta di beni e servizi si adatta alla domanda. Quella che Cantillon teorizzo’ era l’influsso della moneta a procurare un aumento della domanda.
In modo un po’ primitivo, Cantillon fu il primo economista Keynesiano duecento anni prima di Keynes.

Ora, proviamo a riprendere le quattro domande fondamentali dell’economia in senso negativo:

1) perche’ l’attività economica decresce?

2) perché i prezzi scendono?

3) qual’e’ il rapporto tra decrescita economica e decrescita dei prezzi? 

4) in che modo tale rapporto funziona?

 
Alcuni pensatori, come Marx, sono partiti proprio da queste domande in negativo; ma ovviamente le quattro domande in positivo dovevano avere la stessa e speculare risposta delle quattro domande in negativo.
In una situazione “normale” il livello dei prezzi e il tasso di disoccupazione sembravano funzionare come un’altalena, i prezzi stavano da una parte e la disoccupazione stava dall’altra. In periodi di espansione economica, come quelli a cui si riferiva Cantillon, i prezzi salivano e la disoccupazione scendeva. Durante i periodi di recessione o depressione, i prezzi tendevano a scendere e la disoccupazione tendeva a salire.
Prezzi su, disoccupazione giu’; prezzi giu’, disoccupazione su.

Ma la stagflazione non obbedisce a queste regole, perche’ manifesta prezzi crescenti e disoccupazione crescente, rendendo l’immagine dell’altalena assurda. Per descrivere la stagflazione dovremmo immaginare che la tavola dell’altalena si trovi contemporaneamente in due punti diversi.
Ad esempio, negli Stati Uniti la stagflazione inizio’ nel 1968 e in seguito la staglfazione si intensifico’ sia in periodi positivi che in periodi negativi del ciclo economico, rovinando i periodi positivi e rendendo i periodi negativi orribili. In parole povere, durante ogni periodo di prosperita’ ed espansione, i livelli di disoccupazione non scendevano cosi’ in basso come durante la precedente espansione. Cosi’ il livello minimo di disoccupazione strutturale aumentava ad ogni periodo del ciclo. E durante le recensioni, la disoccupazione tendeva ad essere piu’ severa di quella del ciclo precedente.
Durante ogni recessione, i prezzi continuavano a salire invece di scendere o almeno rimanevano uguali. Il tasso di crescita dell’inflazione rallentava. Durante ogni ripresa economica, il tasso di inflazione iniziava a salire prima di quanto aveva fatto nella recessione precedente, e tendeva ad accelerare piu’ rapidamente. Insomma, a partire dalla fine degli anni sessanta gli Stati Uniti hanno prodotto un ciclo economico che non funzionava.


Cosi’, dietro ai movimenti dell’economia, disoccupazione e prezzi aumentavano contemporaneamente. Solo in alcuni anni il tasso di inflazione era superiore al 10 per cento, ma siccome l’inflazione si moltiplica nel tempo, i prezzi tra il 1967 ed il 1983 salirono del 200 per cento e continuarono a salire anche nel 1983 quando la disoccupazione raggiunse il 10 per cento.
L’elevata disoccupazione e i fallimenti societari nel 1982 ricordavano quelli della Grande Depressione degli anni 30. Ma durante la Grande Depressione, mentre saliva la disoccupazione, i prezzi scendevano.
Nella Grande Depressione il meccanismo dell’altalena aveva funzionato. A partire dal 1967 fino ai primi anni 80 c’era un fenomeno nuovo e intrattabile: la stagflazione. Gli Stati Uniti non furono l’unica vittima della stagflazione. La Gran Bretagna ha avuto una stagflazione per un periodo piu’ lungo di quella apparsa negli Stati Uniti. Pochi anni dopo che la stagflazione apparve negli Stati Uniti, apparve anche in Canada, e apparve anche nelle economie Europee. Ma non tutto il mondo era in stagflazione, ad esempio la Svizzera ed il Giappone in quegli anni seguivano ancora le regole espresse da Cantillon. Dietro questo dilemma c’e un terribile vuoto teorico nei volumi di teoria economica, non si trova nessuna teoria economica classica che riconosca la realta’ della stagflazione, va da se’ che non esistono rimedi contro la stagflazione . La linea di pensiero di Cantillon non fu seguita da Adam Smith, che inizio’ a pubblicare le sue opere quaranta cinque anni dopo Cantillon.

Le teorie di Smith erano fondate sull’offerta. Smith attribuiva l’espansione economica all’espansione della produzione e del commercio e vedeva la domanda di beni come una conseguenza dell’espansione dell’offerta. Tuttavia, al contrario di altri economisti che partivano dall’offerta per giustificare la crescita economica, Smith non collego’ il nesso fra aumento dei prezzi e discesa della disoccupazione. Smith non defini’ mai la moneta come un fattore che potesse stimolare o deprimere la produzione.

Egli attribui’ l’aumento generale dei prezzi soltanto alla propensita’ dei governi di praticare il signoraggio diluendo le monete preziose con metalli meno preziosi, in particolare quando volevano finanziare guerre; o per diminuire gli aumenti di oro ed argento in circolazione. Smith pensava che questi aumenti “nominali” dei prezzi come poco importanti rispetto ai prezzi “reali” dei beni e dei servizi. I veri prezzi, cosi’ come la vera ricchezza, erano rintracciabili nel lavoro. Smith considerava la ricchezza (incluso il capitale) come prodotto della fatica del produrre. Pertanto il lavoro era il costo di ogni cosa, il vero prezzo, la vera misura che dava il prezzo a cui venivano scambiate le materie prime ed i beni. A onor del vero, Smith disse che il valore monetario del lavoro oscillava in funzione della domanda di lavoro da parte di produttori e di mercanti. Dove il lavoro e’ molto richiesto – disoccupazione bassa – i salari aumentano nonostante i tentativi dei datori di lavoro di tenere i salari bassi. E dove la forza lavoro abbonda – la disoccupazione e’ alta – i salari diminuiscono.

Ma Smith faceva fatica a slegare nelle sue teorie queste dinamiche dall’andamento dei prezzi. Smith identificava l’aumento dei prezzi come un fenomeno nazionale. Smith portava ad esempio gli alti salari in Inghilterra e i bassi salari in Scozia, ma siccome i due paesi appartenevano alla stessa nazione, la Gran Bretagna, non si curava del fenomeno, perche’ credeva che alla fine Scozia e Gran Bretagna sarebbero stati soggetti a a prezzi “nazionali”. Insomma, Smith non solo non offri’ nessuna spiegazione sulla connessione fra andamento dei prezzi e livelli di disoccupazione, me nego’ che vi fosse una connessione. Cio’ nonostante, basta tralasciare l’insistenza di Smith nel dire che i salari si misurano a livello nazionale e il suo esempio di aggiustamento dei prezzi a livello locale si presenta come una chiara connessione fra salari e inflazione. Perche’ se e’ vero che tutti i costi derivano dal costo del lavoro, e se e’ anche vero che i salari tendono a salire quando la disoccupazione scende; prima, forte domanda di lavoro; poi, i salari salgono; poi tutti i costi salgono; e alla fine i prezzi salgono. Questo sembra, almeno teoricamente, essere una spiegazione plausibile per i movimenti dell’altalena di cui parlavamo sopra: bassa domanda di lavoro; salari decrescono; costi scendono; e alla fine i prezzi scendono.
La teoria dei salari e’ attraente perche’ e’ semplice e probabilmente e’ per questo che e’ sempre stata molto popolare. Il suo difetto e’ che e’ troppo semplice. Lascia troppi fenomeni inspiegati. Soprattutto, non getta alcuna luce sul perché la domanda di lavoro debba oscillare. Questo e’ il problema centrale, che tuti i seri economisti da Cantillon in avanti, hanno provato a spiegare. La parte mancante e’ cruciale. Se la domanda di lavoro e’ la forza che fa muovere l’altalena, rimaniamo con una forza proveniente dal nulla e che non riusciamo a spiegare.In associazione a questa teoria, vi sono varie spiegazioni sull’inflazione spinta dai costi; i costi salgono, i prezzi salgono, quindi i salari devono salire; quindi i costi devono salire ancora di piu’; quindi i prezzi devono salire ancora; quindi i costi devono salire ancora; ecc. Mentre questa sembra una spiegazione plausibile per spiegare la spirale dell’inflazione, soffre della stessa fatale semplicita’ della teoria dei salari esposta sopra.
John Stuart Mill nel 1884 propose che la forza cruciale per muovere l’altalena fosse l’espansione o la contrazione del credito dalle banche alle aziende.

Mill era un economista che spiegava l’economia dal lato dell’offerta. Le sue idee sul credito completavano quelle di David Ricardo in Inghilterra e di Jean Baptiste Say in Francia, due dei piu’ influenti economisti del primo Novecento. Ricardo e Say pensavano che la produzione guidasse l’espansione economica e che non c’e’ limite pratico alla capacita’ di una nazione di utilizzare il capitale in maniera produttiva. Mill disse che se il capitale in circolazione per le aziende, per i produttori si doveva contrarre, allora la produzione stessa doveva contrarsi, riducendo quindi la domanda i lavoro, il consumo e i prezzi.

Per Mill, la produttivita’ ed il capitale potevano espandersi illimitatamente, a condizione che il credito venisse remunerato con tassi di interesse positivi. Mill, come Cantillon e diversamente da Adam Smith, sottolineava l’effetto stimolante della moneta (nella forma di credito), ma essendo un economista che spiegava l’economia dal lato dell’offerta, percorreva un sentiero diverso da Cantillon.

Karl Marx, i cui scritti erano contemporanei a quelli di Mill, era furioso con Mill, Ricardo e Say per quanto riguardava le loro idee sul credito. Che ciarlatani! Che creature miserabili; che tranelli che disseminavano! Marx spiegava l’economia dal lato della domanda. La domanda che lui identificava come i bisogni della popolazione, era illimitata per definizione. Mill, Ricardo e Say non avevano capito nulla con i loro discorsi sulla crescita illimitata del capitale. Non sono i produttori che hanno bisogno di denaro, ma il popolo dei lavoratori. Cio’ che costringe l’economia e’ a mancanza di denaro nelle tasche dei lavoratori, non dei produttori.Marx sosteneva che dal momento che il profitto proveniva dalla vendita di beni e servizi, i lavoratori che producevano beni ed servizi spesso non potevano permettersi di comprare cio’ che producevano. Questo fenomeno portava inesorabilmente alla sovrapproduzione a cui seguiva il collasso dei prezzi e dell’occupazione.Marx pensava che la discrepanza fra salari e prezzi, creando delle interruzioni della domanda di beni, portava a cicli economici di disoccupazione e di deflazione e doveva anche portare prima o poi al collasso del capitalismo. Al capitalismo sarebbe succeduto il socialismo, che – attraverso l’eliminazione dei profitti – avrebbe rimediato alle inefficienze che causavano le interruzioni della domanda di beni.

Le teorie di Max erano difficili da controbattere perché i profitti non evaporano. Marx diceva che i profitti sono usati per comprare beni di consumo e servizi, in particolare beni di lusso. In parte venivano usati per comprare beni capitali, come i macchinari, le navi mercantili, macchine agricole. I beni capitali, insieme ad i salari, costituivano la domanda aggregata. E allora, come poteva emerger l’interruzione della domanda?Il problema, secondo le spiegazioni di Marx, era largamente un problema di proporzioni: la proporzione delle vendite trattenuta come profitto in rapporto alla proporzione del profitto usata per pagare i salari. Marx riteneva che il capitale finisse inesorabilmente per finire nelle mani di pochi con il passare del tempo, e che il monopolio del capitale permetteva ai capitalisti di trattenere fette piu’ larghe di ricchezza per se stessi, lasciando fette sempre piu’ piccole di ricchezza ai lavoratori. I lavoratori che lavoravano in economie capitaliste, secondo Marx, erano destinati ad impoverirsi sempre di piu’.

 

I profitti esorbitanti dei capitalisti non venivano usati in maniera produttiva, come Ricardo e Say credevano; infatti, Marx diceva che i profitti dei capitalisti non potevano essere usati produttivamente in virtu’ del fatto che i loro clienti, cioe’ i lavoratori, continuavano ad impoverirsi.Per varie ragioni – creazione di nuove imprese che contrastavano le vecchie, azioni politiche, lotte sindacali, aumenti dei salari dovuti alla crescita economica – il dramma di un irreversibile impoverimento dei lavoratori non si era ancora manifestato nelle economie europee avanzate. Lasciando perdere l’analisi di come un’interruzione della domanda possa accadere e quali siano le sue cause, il pensiero di tale interruzione appare una spiegazione elegante dal punto di vista teorico per il funzionamento della nostra altalena che vede da una parte la disoccupazione e dall’altra l’inflazione. Se e’ vero che un’interruzione della domanda fa abbassare i prezzi e aumenta la disoccupazione allora anche l’opposto deve essere vero (come Cantillon aveva dimostrato). Una domanda amplificata deve abbassare la disoccupazione e spingere i prezzi verso l’alto. Inoltre, se il capitale non utilizzato in maniera produttiva crea un’interruzione della domanda, secondo Marx, le rendite non dovrebbero appartenere ai capitalisti. Le rendite potrebbero essere i risparmi accumulati dai lavoratori stessi. Con queste modifiche del pensiero Marxista, arriviamo alla teoria Keynesiana dell’altalena.

John Maynard Keynes, l’economista piu’ influente del ventesimo secolo, riteneva che le economie attraversassero periodi in cui l’investimento si affievoliva, non diventava piu’ profittevole, e quindi il capitale si accumulava sotto forma di risparmi, di rendite. La gente differiva la spesa in favore del risparmio, e i risparmi non aiutavano a spingere la domanda di beni capitali. L’interruzione della domanda porta al declino della produzione di beni capitali, disoccupazione, declino di domanda per beni di consumo con l’aumento della disoccupazione, ulteriore disoccupazione, prezzi decrescenti, profitti decrescenti, fallimenti e bancarotte. I risparmi stessi evaporano nel corso di questa debacle e la situazione diventa irreversibile.
Nel formulare questa teoria, Keynes cercava di spiegare la Grande Depressione degli anni 30, e si prefiggeva di trovare strumenti adatti per combattere simile depressioni in futuro. Keynes pensava che il governo nazionale potesse aiutare l’economia aumentando la spesa pubblica piu’ di quanto il governo nazionale non ricevesse dalle entrate fiscali.
Cosi’ Keynes teorizzo’ di aumentare il deficit pubblico non solo per mantenere le spese correnti del governo, ma anche per aiutare l’economia. Un governo, in breve, puo’ liberamente scegliere di correggere le interruzioni della domanda se la domanda non era in grado di correggersi da se’. In tempi migliori, poi, il governo avrebbe dovuto tornare a far quadrare i conti. Naturalmente, Keynes capi’ che piu’ domanda richiede una maggiore quantita’ di capitale. Da economista che vede l’economia dal lato della comanda, Keynes pensava alla guidasse e l’offerta seguisse la domanda, e per questo se il governo avesse finanziato la domanda con un po; piu’ di debito in favore di programmi che facilitavano la spesa e il trasferimento di ricchezza, in questo modo, Keynes aiutava i consumatori.
I seguaci di Keynes, alcuni dei quali divennero consiglieri a presidenti e primi ministri, e molti dei quali lavorarono nei ministeri di tutto il mondo Occidentale, volevano usare le leve fiscali Keynesiane con responsabilita’ e precisione, stando nei vincoli purtroppo meno responsabili e precisi tipici della politica. L’obiettivo era di mantenere i tassi di disoccupazione bassi, di evitare gli eccessi di domanda – troppi soldi che inseguono troppi pochi beni – che avrebbero causato spinte inflazionistiche; l’obiettivo, insomma, era di mantenere l’altalena ferma ed in equilibrio.
A tutti questi economisti, la strategia sembro ‘ chiara, costruttiva e corretta; gli economisti Keynesiani pensavano che il problema principale era il raffinamento di queste tattiche; manipolazioni fiscali, manipolazioni dei tassi di interesse, ammontare e qualita’ della spesa pubblica, creazione di bilanci statali, scelte su come finanziare tali bilanci e tempismo con cui effettuare questi interventi. I Keynesiani erano concentrati nella creazione di una scienza dell’intervento pubblico – una vera scienza, come la fisica o la chimica, in cui si possono analizzare e quantificare precisamente gli interventi pubblici nell’economia ed i loro risultati.
Arrivati al 1960, i Keynesiani credettero di avere nelle loro mani strumenti che servivano come guida agli interventi pubblici del governo nell’economia e strumenti di misurazione precisa della qualita’ di tali interventi. Un ingegnere elettronico neozelandese di nome A. W. H. Phillips era diventato un professore di economia di stampo Keynesiano alla London School of Economics e aveva inventato la cosiddette curve di Phillips.

Phillips aveva studiato economia negli anni immediatamente successivi alla seconda Guerra mondiale imparando vari modelli economici. I modelli economici erano, e sono ancora, esercizi che si prefiggono di dimostrare matematicamente come una certa economia si comportera’ al variare di certi fattori. Studiando la principale opera Kynesiana, La Teoria Generale dell’Impiego, dell’Interesse e della Moneta, Phillips costrui’ un modellino di un’economia Keynesiana che ritenne affidabile come i suoi modellini di idraulica. Questo modellino era un giocattolo con tanto di tubi e di valvole che si muovevano con la pressione dell’acqua e che rappresentavano i prezzi, la disoccupazione e la moneta. Questo giocattolo fu brevettato e per un certo periodo ottenne un notevole successo nelle Universita’ Britanniche, Americane e Australiane. Anche al fondazione Ford acquisto’ il modellino; dopodiche’ Phillips delego’ la produzione del suo giocattolo economico ad una societa’ Inglese e torno’ all’analisi matematica.La Gran Bretagna e’ una splendida miniera di dati economici, e fra i tesori degli archivi negli anni 40 e 50 c’era una taola di cambiaenti dei prezzi e della produzione Britannici dal 1858 al 1914. Confrontando prezzi e produzione nel 1954, Phillips trovo’ che la produzione aumentava in tempi di prezzi crescenti e diminuiva in tempi di prezzi decrescenti; insomma, la nostra solida altalena. Ma Phillips porto’ questa relazione piu’ avanti. Phillips quantifico’ i movimenti dell’altalena analizzando a quale livello dell’altalena si trovavano inflazione e produzione ogni anno e comparava le percentuali. Phillips noto’ che un cambiamento di una quantita’ corrispondeva al cambiamento dell’altra quantita’. Pochi anni dopo, Phillips fece un simile confronto, questa volta fra i tassi di disoccupazione della forza lavoro Britannica nella prima meta’ del 1900 e le paghe sindacali nello stesso periodo. Nel 1958 distillo’ i risultati di questa ricerca in un grafico che assomigliava ad una linea concava. Cio’ che la linea sembrava dimostrare e’ che ad ogni tasso di aumento dei salari corrispondeva un aumento del tassi di disoccupazione.

Phillips stesso avverti’ che la sua curva forniva una teoria dell’inflazione, e almeno a quel tempo, penso’ che la sua non era una scoperta, ma semplicemente una quantificazione di cio’ che tutti sapevano comunque. Ma gli economisti, i quali sono impareggiabili nel travestire da scienza il comportamento imprevedibile e misterioso del mondo reale si innamorarono di questa curva in maniera inaspettata. I tassi di inflazione specifici corrispondevano, sembrava, precisamente ai tassi di disoccupazione. Questo poteva essere logicamente significare che il governo voleva un cambiamento nel tasso di disoccupazione, molto probabilmente, una riduzione, ed il tasso desiderato si poteva ottenere modificando la pressione fiscale e la spesa pubblica. Al contrario, se un governo voleva un certo taso di inflazione, molto probabilmente una riduzione, anche quello si poteva ottenere attraverso la manipolazione, e il coso in lavori sarebbe prevedibile, quindi sarebbe giudicato accettabile, non accettabile, ma comunque pianificabile.

In poco tempo, gli economisti di tuto il mondo creavano e rifinivano le loro curve di Phillips e le insegnavano in tutte le scuole di economia del mondo occidentale. La prima curva basata su dati americani fu realizzata nel 1960, uno dei suoi autori era Paul A. Samuelson, il principale autori di testi di economia americani e piu’ tardi vincitore del premio Nobel in economia. Negli Stati Uniti un tasso di disoccupazione tra il 3 ed il 4 per cento era ritenuto rappresentare il pieno impiego dal momento che questa percentuale rappresentava la naturale disoccupazione che si crea quando i lavoratori si spostano fra un lavoro ed un altro o quando i lavoratori fanno il loro primo ingresso nel mercato del lavoro.

 

In Svizzera un tasso di disoccupazione dell’1 per cento o meno indicava il pieno impiego; tale differenza era dovuta agli usi divari paesi. In America l’obiettivo era di mantenere la disoccupazione al 4 per cento o sotto il quattro per cento. Storicamente, sembra che questo era associato con un’inflazione di meno del 3 per cento annuale. Quindi quelli erano i valori che mantenevano l’economia in equilibrio. Nel 1964, il tasso di occupazione aumento’ al 5.2 per cento. Ma non c’era da preoccuparsi; il taso di inflazione si poteva abbassare all’1.3 per cento. Questo tipo di politiche economiche erano applicate da Kennedy e Johnson negli anni 60.A partire dal 1967, l’aumento dell’inflazione non compensava piu’ la diminuzione della disoccupazione, ed il fenomeno andava peggiorando negli anni. All’inizio, il fatto che l’economia non si comportasse come previsto dalle curve di Phillips fu ritenuto temporaneo e, quando ci si rese conto che il fenomeno non era piu’ temporaneo, si trovavano diverse scuse: le tasse non erano sufficienti perche’ andavano a iniziare la guerra in Vietnam, e poi si trovo’ la scusa che il prezzo del petrolio saliva troppo. Ma gia’ nel 1971 alcuni Keynesiani iniziavano a sospettare che la loro fiducia nelle curve di Phillips era ml riposta; entro il 1975, quando la disoccupazione negli Stati Uniti era all’8.5 per cento e l’inflazione era al 9.1 per cento, la maggior parte dei Keynesiani, incluso Samuelon, non funzionavano, ma non sapevano il perche’.

Abbandonare le curve di Phillips fu difficile per gli economisti keynesiani, perche’ la mancata fiducia in tali curve, minava dalle fondamenta la teoria economica keynesiana. Se le prescrizioni non raggiungevano i risultati previsti dalla teoria keynesiana, significava che la teoria poteva avere un errore fondamentale.

Mentre i keynesiani si arrendevano davanti al fenomeno della stagflazione, prendevano piede le teorie dei cosiddetti monetaristi. I monetaristi sono economisti che spiegano l’economia dal lato dell’offerta. La loro teoria si basa sulla teoria della Grande Depressione esposta da Irving Fisher, un professore di economia dell’Università’ di Yale Ma i monetaristi divennero famosi per appartenere alla scuola di Chicago perche’ le teorie di Fisher furono sviluppate da Milton Friedman dell’Universita’ di Chicago che, come Samuelson, ha vinto un Nobel per l’economia.

 
L’idea di base di Fisher era la stessa esposta da John Stuart Mill quasi cento anni prima. Fisher riteneva che la causa della Grande Depressione era una drastica contrazione del credito, dovuta al panico dei banchieri che temevano – a ragione – che le banche non avevano abbastanza denaro per far fronte ai loro impegni. Fisher attribui’ la paura delle banche al fatto che le banche, in maniera del tutto legale, potevano prestare multipli del loro capitale: multipli delle riserve che detenevano in contanti e titoli del Tesoro Americano. Fisher sostenne che l’unico modo per evitare la Depressione era di espandere il credito ai produttori, e che in futuro si sarebbe dovuto stabilizzare il credito bancario, evitando di farlo fluttuare “selvaggiamente” come era avvenuto negli anni 20. Per raggiungere questo, propose che il governo prendesse piena responsabilita’ per il processo di creazione del denaro, invece di lasciare che fossero le banche a creare il denaro prestando piu’ di quanto potessero.

 

 


Secondo Fisher le banche dovevano tenere riserve in linea con i prestiti che elargivano sotto forma di titoli di stato. Da un lato, questo provvedimento impedirebbe alle banche di aumentare il credito al di sopra del volume di moneta deciso dalo stato; dall’altro lato, la sicurezza che le banche avrebbero ottenuto con un tasso di riserve pari al 100 per cento avrebbe reso inutile per loro contrarre il credito ad altre banche, dal momento che questo avrebbe loro creato solo una perdita di profitto senza rischi. Se la domanda di prestiti era bassa, i tassi di interesse piu’ bassi avrebbero automaticamente corretto questo sbilancio; se la domanda di prestiti era alta, le banche avrebbero semplicemente aumentato i loro tassi di interesse. I tassi di interesse, il costo del denaro, avrebbero fluttuato in rapporto alla domanda e all’offerta di credito, ma l’ammontare di credito disponibile non sarebbe variato.
Fisher sosteneva che un governo dovesse assumersi la responsabilita’ di aumentare la quantita’ di moneta in circolazione ad un tasso annuale predeterminato e calcolato per sostenere l’espansione della produzione, ma non piu’ per tenere i prezzi stabili ed evitare l’inflazione. Fisher aveva dati statistici che sostenevano le sue teorie; sie in tempi buoni che in tempi di recessione, il prodotto interno lordo degli Stati Uniti ammontava a tre volte il volume della moneta in circolazione e dei depositi bancari. Dal momento che i depositi bancari fanno capo in un modo o nell’altro ai prestiti bancari, Fisher diceva che i dati da lui riportati provavano che il volume dei prestiti determinava il volume di attivita’ economica, inclusi i tassi di interesse e l’a disoccupazione. Diversamente dalle ricette keynesiane, le ricette di Fisher non venivano adottate ne’ in America ne’ altrove; cio’ nonostante, sotto la guida di Friedman, il monetarismo rimase una forza viva ed intellettualmente forte.

 

 

 

 
Per molte ragioni tecniche e’ difficile definire che cose sia la “moneta”, e questo problema si aggravato sin dai tempi di Fisher. Per i monetaristi moderni, come per Fisher, moneta significa contavi e assegni usati in transazioni commerciali; ma statisticamente separare questa M1 (come adesso viene chiamata) dai depositi di risparmio e da altre forme di moneta e’ diventata una specialita’ piuttosto arcana. Questa specialita’ e’ di grandissima importanza per i monetaristi perche’ il principale punto della teoria monetarista e’ che vi sia sempre disponibile un ammontare gradualmente crescente di moneta per favorire gradualmente la produzione. Per i monetaristi, quando denaro e prodotto interno lordo crescono allo stesso passo, la domanda e l’offerta si bilanciano e i prezzi rimangono stabili. Per i monetaristi, le iniezioni di denaro sotto forma di spesa pubblica cosi’ come erano stati prescritti da Keynes, erano un’abominio.

 

 

Dopo che la stagflazione ha distrutto la credibilita’ dei keynesiani, i governi del Regno Unito, degli Stati Uniti, del Cile e di altri paesi hanno iniziato a farsi consigliare dai monetaristi. I monetaristi erano preparati. Dal momento che la stagflazione era un mostro a due teste, i monetaristi proposero due armi: per attaccare l’inflazione, prescrissero tassi di interesse elevati e tagli della spesa pubblica, particolarmente per quei tagli in supporto della domanda. Per tagliare la disoccupazione, che ritenevano dovuta ad un insufficiente investimento in attivita’ produttive, proposero di ridurre le tasse, con il fine di aumentare i fondi per investimenti produttivi da parte dei privati. Dal momento che una tassazione inferiore avrebbe dovuto stimolare la produttivita’ e l’occupazione, anche con tasse piu’ basse, il governo avrebbe incassato di piu’ per via dell’aumento della produzione; simili risultati venivano dimostrati con le curve di Laffer, degli strumenti simili alle curve di Phillips che suggerivano che queste teorie erano valide.

Quando queste teorie venivano applicate, gli alti tassi di interessi rendevano i prestiti non economici per i produttori e portarono alla bancarotta (o vicino alla bancarotta) molti di essi. Quando invece la produzione si contraeva e la disoccupazione aumentava, l’abbassamento delle tasse non produceva gli effetti sperati e serviva solo ad aumentare il debito pubblico. Insomma, le misure che volevano combattere l’inflazione si traducevano nella rovina dei produttori e dei lavoratori, mentre le misure che volevano aiutare i produttori si trasformavano in un elevato debito pubblico.

 

Alcuni pensavano che i governati delle economie Marxiste avrebbero avuto ragione nel decretare la fine del capitalismo. Ma anche loro non potevano permettersi di cantare vittoria. La stagflazione stava mettendo in ginocchio anche loro. Nei paesi marxisti la stagflazione era nascosta da imprese che assumevano troppi dipendenti rispetto a quelli di cui c’era bisogno, e da sussidi ai prezzi che periodicamente dovevano interrompersi sotto la pressione dell’inflazione. Inoltre, le economie Marxiste erano diventate dipendenti dalle economie Americane, Giapponesi ed Europee per la generazione di capitale, che loro stessi erano incapaci di produrre, capitale che non sarebbero stati mai in grado di ripagare.

Mentre i keynesiani si arrendevano davanti al fenomeno della stagflazione, prendevano piede le teorie dei cosiddetti monetaristi. I monetaristi sono economisti che spiegano l’economia dal lato dell’offerta. La loro teoria si basa sulla teoria della Grande Depressione esposta da Irving Fisher, un professore di economia dell’Università’ di Yale Ma i monetaristi divennero famosi per appartenere alla scuola di Chicago perche’ le teorie di Fisher furono sviluppate da Milton Friedman dell’Universita’ di Chicago che, come Samuelson, ha vinto un Nobel per l’economia.
L’idea di base di Fisher era la stessa esposta da John Stuart Mill quasi cento anni prima. Fisher riteneva che la causa della Grande Depressione era una drastica contrazione del credito, dovuta al panico dei banchieri che temevano – a ragione – che le banche non avevano abbastanza denaro per far fronte ai loro impegni. Fisher attribui’ la paura delle banche al fatto che le banche, in maniera del tutto legale, potevano prestare multipli del loro capitale: multipli delle riserve che detenevano in contanti e titoli del Tesoro Americano. Fisher sostenne che l’unico modo per evitare la Depressione era di espandere il credito ai produttori, e che in futuro si sarebbe dovuto stabilizzare il credito bancario, evitando di farlo fluttuare “selvaggiamente” come era avvenuto negli anni 20. Per raggiungere questo, propose che il governo prendesse piena responsabilita’ per il processo di creazione del denaro, invece di lasciare che fossero le banche a creare il denaro prestando piu’ di quanto potessero.
Secondo Fisher le banche dovevano tenere riserve in linea con i prestiti che elargivano sotto forma di titoli di stato. Da un lato, questo provvedimento impedirebbe alle banche di aumentare il credito al di sopra del volume di moneta deciso dalo stato; dall’altro lato, la sicurezza che le banche avrebbero ottenuto con un tasso di riserve pari al 100 per cento avrebbe reso inutile per loro contrarre il credito ad altre banche, dal momento che questo avrebbe loro creato solo una perdita di profitto senza rischi. Se la domanda di prestiti era bassa, i tassi di interesse piu’ bassi avrebbero automaticamente corretto questo sbilancio; se la domanda di prestiti era alta, le banche avrebbero semplicemente aumentato i loro tassi di interesse. I tassi di interesse, il costo del denaro, avrebbero fluttuato in rapporto alla domanda e all’offerta di credito, ma l’ammontare di credito disponibile non sarebbe variato.


Fisher sosteneva che un governo dovesse assumersi la responsabilita’ di aumentare la quantita’ di moneta in circolazione ad un tasso annuale predeterminato e calcolato per sostenere l’espansione della produzione, ma non piu’ per tenere i prezzi stabili ed evitare l’inflazione. Fisher aveva dati statistici che sostenevano le sue teorie; sie in tempi buoni che in tempi di recessione, il prodotto interno lordo degli Stati Uniti ammontava a tre volte il volume della moneta in circolazione e dei depositi bancari. Dal momento che i depositi bancari fanno capo in un modo o nell’altro ai prestiti bancari, Fisher diceva che i dati da lui riportati provavano che il volume dei prestiti determinava il volume di attivita’ economica, inclusi i tassi di interesse e l’a disoccupazione. Diversamente dalle ricette keynesiane, le ricette di Fisher non venivano adottate ne’ in America ne’ altrove; cio’ nonostante, sotto la guida di Friedman, il monetarismo rimase una forza viva ed intellettualmente forte.

Per molte ragioni tecniche e’ difficile definire che cose sia la “moneta”, e questo problema si aggravato sin dai tempi di Fisher. Per i monetaristi moderni, come per Fisher, moneta significa contavi e assegni usati in transazioni commerciali; ma statisticamente separare questa M1 (come adesso viene chiamata) dai depositi di risparmio e da altre forme di moneta e’ diventata una specialita’ piuttosto arcana. Questa specialita’ e’ di grandissima importanza per i monetaristi perche’ il principale punto della teoria monetarista e’ che vi sia sempre disponibile un ammontare gradualmente crescente di moneta per favorire gradualmente la produzione. Per i monetaristi, quando denaro e prodotto interno lordo crescono allo stesso passo, la domanda e l’offerta si bilanciano e i prezzi rimangono stabili. Per i monetaristi, le iniezioni di denaro sotto forma di spesa pubblica cosi’ come erano stati prescritti da Keynes, erano un’abominio.

Dopo che la stagflazione ha distrutto la credibilita’ dei keynesiani, i governi del Regno Unito, degli Stati Uniti, del Cile e di altri paesi hanno iniziato a farsi consigliare dai monetaristi. I monetaristi erano preparati. Dal momento che la stagflazione era un mostro a due teste, i monetaristi proposero due armi: per attaccare l’inflazione, prescrissero tassi di interesse elevati e tagli della spesa pubblica, particolarmente per quei tagli in supporto della domanda. Per tagliare la disoccupazione, che ritenevano dovuta ad un insufficiente investimento in attivita’ produttive, proposero di ridurre le tasse, con il fine di aumentare i fondi per investimenti produttivi da parte dei privati. Dal momento che una tassazione inferiore avrebbe dovuto stimolare la produttivita’ e l’occupazione, anche con tasse piu’ basse, il governo avrebbe incassato di piu’ per via dell’aumento della produzione; simili risultati venivano dimostrati con le curve di Laffer, degli strumenti simili alle curve di Phillips che suggerivano che queste teorie erano valide.

Quando queste teorie venivano applicate, gli alti tassi di interessi rendevano i prestiti non economici per i produttori e portarono alla bancarotta (o vicino alla bancarotta) molti di essi. Quando invece la produzione si contraeva e la disoccupazione aumentava, l’abbassamento delle tasse non produceva gli effetti sperati e serviva solo ad aumentare il debito pubblico. Insomma, le misure che volevano combattere l’inflazione si traducevano nella rovina dei produttori e dei lavoratori, mentre le misure che volevano aiutare i produttori si trasformavano in un elevato debito pubblico.

 

Alcuni pensavano che i governati delle economie Marxiste avrebbero avuto ragione nel decretare la fine del capitalismo. Ma anche loro non potevano permettersi di cantare vittoria. La stagflazione stava mettendo in ginocchio anche loro. Nei paesi marxisti la stagflazione era nascosta da imprese che assumevano troppi dipendenti rispetto a quelli di cui c’era bisogno, e da sussidi ai prezzi che periodicamente dovevano interrompersi sotto la pressione dell’inflazione. Inoltre, le economie Marxiste erano diventate dipendenti dalle economie Americane, Giapponesi ed Europee per la generazione di capitale, che loro stessi erano incapaci di produrre, capitale che non sarebbero stati mai in grado di ripagare.

Nessuna delle teorie esposte ha trovato una spiegazione soddisfacente al problema dell’inflazione. Invece di spiegare cosa sia e cosa si possa fare per combatterla, tutte le teorie economiche degli ultimi 200 anni hanno negato che la stagflazione possa esistere! I prezzi crescenti di cui parlava Cantillon nel 1730 erano indissolubilmente legati all’aumento dell’attivita’ (diminuzione della disoccupazione). Se si rompe questo legame, l’intera catena di ragionamenti si disintegra. Lo stesso vale per la teoria dei salari; rompete il legame tra prezzi crescenti e bassi tassi di disoccupazione e non vi rimane nulla. Mill prova a spiegare la stagflazione con la teoria del credito; il credito ai produttori, sia che si espanda o che si contragga, non produce stagflazione perche’ mette in modo l’altalena di cui abbiamo parlato: inflazione su, disoccupazione giu’, inflazione giu’ , disoccupazione su. Se si rompe il meccanismo dell’altalena non rimane nulla. Marx, che ha cosi’ poco in comune con Mill e con i monetaristi aveva una cosa in comune: nemmeno lui riusciva a spiegare la stagflazione. In fondo, la sovra-produzione, implica sia disoccupazione che prezzi decrescenti, una tesi che Marx riprendeva continuamente. Ma se si rimuovono le cause della sovra-produzione, tutta la logica Marxista collassa. Insomma, davanti alla stagflazione tutta la teoria economica degli ultimi 200 anni collassa.

Arthut M. Okun, che era un esperto della curva di Phillips e che aveva lavorato come consigliere del presidente Lyndon Johnson, era stato uno dei primi keynesiani a diventare sospettoso della sua dottrina. Dopo che l’emersione della stagflazione negli anni 60, Okun suggeri’ che disoccupazione e stagflazione fossero congiunte in un’unica curva chiamata “il tasso della miseria”.
Okun fece un’analogia fra il suo tasso della miserie ed il tasso di malessere fisico riportato dagli uffici metereologici nei periodi estivi per misurare il malessere causato da elevate temperature ed elevata umidita’. Secondo Okun se l’inflazione era al 10% e la disoccupazione era al 6%, non si guadagnava molto aumentando l’inflazione all’11% e facendo scendere il tasso di disoccupazione al 5%; le due quantita’, sommate nel suo “tasso della miseria” erano comunque al 16%.

 

Gli economisti non presero sul serio il tasso di malessere di Okun, anche se lo trovarono interessante. Per gli economisti, il tasso della miseria di Okun era come mischiare le mele con le pere, poteva servire a spiegare un malessere politico, ma non serviva a risalire alle radici del problema.Supponiamo tuttavia di portare avanti l’analogia di Okun. Il motivo per cui l’Ufficio Metereologico americano produceva il tasso di malessere (calore + umitida’) serviva a spiegare una condizione.
Allo stesso modo Okun poteva spiegare una condizione in cui si trovava l’economia in quegli anni: prezzi alti + poco lavoro.
Se ci pensiamo un attimo, possiamo concludere che questa condizione non e’ ne’ cosi’ strana, ne’ cosi’ nuova. Al contrario, la miseria e’ la condizione normale in cui si trovano le economie povere e arretrate in tutto il mondo. La condizione sembra strana se si manifesta improvvisamente nelle economie sviluppate.
Spesso non ci rendiamo conto di quanto alti siano i prezzi nei paesi poveri perche’ a noi sembrano prezzi molto bassi. Quando visitai il Portogallo nel 1974, i prezzi al mercato del pesce di Lisbona, del biglietto dell’autobus, di un pranzo al ristorante (non un ristorante per turisti, si intende) mi sembravano prezzi stracciati. Gli oggetti e gli elettrodomestici che una qualsiasi famiglia negli Stati Uniti poteva tranquillamente permettersi ed erano considerati normali, in Portogallo erano appannaggio solo delle classi privilegiate. Qualsiasi lavoro, e non solo lavori ben remunerati, era difficile da trovare per gran parte della popolazione Portoghese e questa situazione non era strana o ciclica. Era la condizione normale per il Portogallo. Questo e’ il motivo per cui molti lavoratori portoghesi sono emigrati per decenni e per generazioni. Insomma, una condizione di prezzi elevati e disoccupazione elevata era normale in Portogallo. Tuttavia, un Portoghese medio che negli anni 70 avesse visitato Madras, avrebbe trovato estremamente convenienti i prezzi di Madras; ma quei prezzi non erano poi cosi’ convenienti per gli Indiani. La condizione di prezzi elevati e alta disoccupazione e’ una condizione ancora piu’ estrema in India che in Portogallo, ma in India non viene considerata strana. Quando Adam Smith osservava alta disoccupazione e prezzi alti in Scozia, Smith si trovava davanti alla stagflazione, una condizione che nella Scozia arretrata e povera di allora era normale. In realta’, la stagflazione non e’ una cosa anormale ne’ senza precedenti in molte parti degli Stati Uniti. Basta brevemente documentarsi sulla vita delle zone dei Monti Appalachi, o del Sud, per realizzare che prezzi alti e scarso lavoro sono stati a lungo una condizione normale in quelle regioni. Solo di recente entrambe queste disgrazie si sono messe a colpire all’unisono la totalita’ degli Stati Uniti. Questa e’ l’unica cosa anormale, che la stagflazione abbia colpito la nazione piu’ potente della terra tutto d’un colpo.C’e’ una differenza tra l’essere malati e l’essere moribondi, cosi’ come c’e’ una differenza tra l’affacciarsi della stagflazione e la stagflazione cronica. Un’economia davvero moribonda ha raggiunto la condizione di stagflazione cronica. Non vi e’ piu’ ritorno. Un’economia in cui i prezzi e la disoccupazione hanno da poco iniziato a crescere contemporaneamente non e’ ancora moribonda. Io non riesco a concepire nessuna spiegazione della stagflazione se non come una normale conseguenza della stagnazione economica, cosi’ come l’arretratezza e la bassa produttivita’ sono conseguenze normali della stagflazione. Se ho ragione, l’emergenza della stagflazione nelle economie sviluppate avra’ conseguenze devastanti. Il problema non e’ solo di contenere la crescita dei prezzi aumentando la disoccupazione o di contenere la disoccupazione facendo salire i prezzi di un po’. La stagflazione e’ una condizione di per se’, la condizione di un profondo declino economico.Recentemente, alcuni monetaristi hanno provato a spiegare i risultati deludenti della lotta alla stagflazione inventando il cosiddetto “tasso di disoccupazione naturale”. Questi monetaristi sostengono che se un’economia matura un elevato tasso di disoccupazione naturale, e se tale tasso viene poi spinto sotto il suo livello naturale, la disoccupazione pu’ restare alta ed allo stesso tempo l’inflazione puo’ restare elevata perche’ si e’ cercato di turbare l’ “equilibrio naturale” della disoccupazione di quella data economia in maniera “non naturale”. Questo tortuoso tentativo di spiegare perche’ l’altalena disoccupazione-inflazione funziona ancora rappresenta un tentativo dei teorici di salvare le proprie teorie. Parlare di difetti strutturali o di tassi di disoccupazione “naturalmente” elevati ci riporta all’esempio del Piano Marshall descritto precedentemente e di come aiuti economici siano stati recepiti in maniera diversa in diverse nazioni e in diverse comunità. Non capiamo come catalizzare lo sviluppo economico in economie arretrate, e non capiamo come prevenire le economie avanzate dallo scivolare nell’arretratezza; due lati dello stesso mistero. Ma una cosa che sappiamo, dato che la Storia ce l’ha stampata davanti alla faccia: non siamo cosi’ sciocchi da pensare che la macro-economia, per come ci e’ stata spiegata sino ad oggi, possa essere di aiuto per capire lo sviluppo economico. Secoli e secoli di teorie sulla domanda che insegue l’offerta e dell’offerta che insegue la domanda non ci hanno praticamente spiegato nulla su come la ricchezza cresca o si riduca. Dobbiamo trovare linee di pensiero piu’ realistiche e produttive. Scegliere fra le scuole di pensiero di economisti esistenti non porta da nessuna parte. 

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La capitale

Posted by janejacobs su marzo 2, 2009

Storicamente in nazioni dove le economie cittadine stanno morendo e dove le citta’ sono dissanguate da transazioni del declino, una citta’ sopravvive sempre piu’ a lungo delle altre: la capitale. Cio’ accade perche’ le capitali delle nazioni sono le uniche a guadagnare dal processo di transazioni del declino. Quando la funzione principale di citta’ e’ quella di essere capitale – come la citta’ di Washington negli Stati Uniti o Ottawa in Canada- e’ ovvio che piu’ trasferimenti arrivano per sussidi, prestiti a fondo perduto e contratti militari,  maggiore e’ la promozione di un commercio fra citta’ sviluppate e aree arretrate, e maggiore e’ la prosperita’ della capitale. Tuttavia, la connessione non e’ cosi’ ovvia quando la capitale e’ anche un grande centro industriale e commerciale come nel caso di Londra, Parigi, Madrid o Stoccolma. 

 

In quel caso, l’aumento della prosperita’ associato al presidio di queste transazioni del declino puo’ portare al declino simultaneo, all’impoverimento e all’obsolescenza della stessa capitale. Ad esempio, mentre l’economia di Washington e’ cresciuta per quartant’anni dal dopo guerra, l’economia di New York, un tempo florida, diversificata e creativa anche dal punto di vista manifatturiero e’ diventata obsoleta e molto sottile e la crescita della citta’ si e’ limitata al settore dei servizi e della finanza che non hanno compensato per le perdite di altre esportazione e non hanno ricreato i posti di lavoro perduti e tanto meno hanno recuperato la capacita’ dei New Yorchesi di risolvere problemi pratici. Ma supponiamo che la capitale degli Stati Uniti fosse stata New York (come infatti fu per un brevissimo periodo storico): supponiamo che New York fosse in effetti sia New York , sia Washington. In quel caso il declino economico di New York sarebbe stato velato dal suo boom nel settore governativo.

Allora nascosta dietro al governo, la capitale di una nazione o di un impero, sembra vivace fino alla fine, ma in realta’ e’ inerte, arretrata e povera. Questa e’ stata per anni la condizione di Lisbona, Madrid e Istanbul. Questo sta diventado anche il destino, credo, di Parigi, Londra e Stoccolma.

 

 

 

 

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Rifiorire

Posted by janejacobs su marzo 2, 2009

Flanders e soci

 

Anche se la vita economica sembra scivolare verso il declino, le citta’ spesso riescono a trovare nuove opportunita’ per generare cambiamento e sviluppo. Storicamente, Boston e’ stata una citta’ creativa per almeno due secoli, ma all’inizio del ventesimo secolo era in una fase di stagnazione. Le fortune dei produttori storici di tessuti, calzature e ferrovie erano collegate a fondi che investivano in aziende che ormai producevano in altre citta’ e Boston era divenuta una citta’ che esportava capitali, non una citta’ che utilizzava il proprio capitale per sviluppare la propria produzione locale.

Naturalmente, questo porto’ alla progressiva perdita di lavoro per le esportazioni e non generava nuove esportazioni per compensare quelle che perdeva. Mentre l’economia di Boston si affievoliva e declinava allo stesso modo si affievoliva anche quella della sua area metropolitana. La spiegazione era che le forze economiche in gioco erano fuori il controllo dell’area e della citta’ di Boston: lavoro a basso costo in altre citta’ del Sud degli Stati Uniti, come la Georgia di Henry Grady, la competizione straniera e il declino di particolari settori industriali.

 

Un uomo, tuttavia, era di un’opinione diversa e fortunatamente era nella posizione di poter prendere decisioni utili per la sua citta’. Ralph Flanders riteneva che il problema di Boston fosse il basso tasso di natalita’ di nuove imprese. Egli persuase un gruppo di facoltosi colleghi di accettare il suo punto di vista e nel 1946 essi formarono una societa’ di venture capital per sviluppare nuove imprese. L’obiettivo era di investre in piccole imprese basate a Boston. A questo fine Flanders ed i suoi colleghi raccolsero 4 milioni di dollari, che equivalgono a circa cento milioni di dollari di oggi.

 

Oltre a migliorare il tasso di nascita di nuove imprese a Boston, Flanders ed i suoi colleghi non avevano nessuna idea preconcetta su cio’ che le nuove imprese avrebbero dovuto fare. E l’ultima cosa che avrebbero pensato sarebbe stata quella di creare un polo di alta tecnologia, un concetto che allora non esisteva, ma che finirono per contribuire a creare con il loro fondo. Anche se le universita’ di Boston  producevano una grande quantita’ di scienziati e ingegneri, l’industria dell’area era obsoleta e non aveva posto per gli scienziati, in quanto erano antiquate e arretrate. Inoltre a quel tempo gli scienziati di solito finivano per andare ad insegnare nelle universita’ o venivano impiegati in grandi multinazionali come la Du Pont o la Kodak. Gli scienziati-imprenditori erano estremamente rari, e i banchieri pensavano che gli scienziati fossero bravi a ragionare nelle loro torri d’avorio, ma che non fossero dotati di senso degli affari.

Tuttavia, accadde che le prime risorse del fondo di Flanders andassero proprio a tre scienziati che avevano iniziato una piccola impresa ad alta tecnologia usando i loro risparmi e quelli delle loro famiglie. Essi non potevano continuare la loro impresa senza ulteriori finanziamenti e stavano per chiudere perche’ i banchieri di Boston e di New York non volevano fornire ulteriori capitali. Il gruppo di Flanders, la loro ultima speranza, decise di investire nella loro impresa e in seguito in altre imprese simili nel campo dell’alta tecnologia.

Le imprese che finanziarono iniziarono a moltiplicarsi: vari dipendenti iniziarono a licenziarsi dalle grandi multinazionali e iniziarono a fondare piccole imprese. Da questa base, dopo varie diversificazioni e diramazioni, e dopo che si venne a creare una filiera di materiali, strumenti, attrezzi e servizi che aiutavano lo sviluppo di tali imprese, Boston e la sua economia ne risultarono ringiovanite. Oggi Boston ha una delle economie piu’ floride degli Stati Uniti. Cio’ che accadde a Boston porta con se importanti lezioni.

Primo, le citta’ sono in grado di rifiorire se le loro economie vengono corrette. Raramente la storia ci racconta di citta’ stagnanti in grado di rifiorire; ma questo e’ perche’ le economie raramente vengono corrette in maniera appropriata come e’ accaduto a Boston.

Secondo, le economie cittadine che non si correggono da sole possono esere aiutate se l’aiuto e’ davvero appropriato.

Terzo, una correzione appropriata dipende della creativita’ in qualunque forma possa apparire in una data citta’ in un dato periodo storico o presente. E’ impossibile sapere in anticipo cosa possa accadere in futuro, ma la creativita’ porta con se risposte appropriate oltre che inattese. Un’altra citta’ che tenti di replicare cio’ che Flanders ed il suo gruppo hanno realizzato, paradossalmente non potrebbe duplicarlo oggi perche’ gli eventi a Boston accaddero in passato, in particolari circostanze storiche e sociali e tali circostanze non sono presenti in tutte le citta’ ed in tutte le epoche. Tutto cio’ che si puo’ ripetere e’ il processo di cambiamento aperto, che cerca opportunita’ ovunque esse si possano presentare e ovunque esse portino. Questo cambiamento e’ diametralmente opposto al porre fede in soluzioni pre-confezionate, come fa la gente quando la loro idea di aiutare le economie cittadine e’ quella di attirare trapianti industriali da altre citta’, di attirare contratti militari o di inventarsi progetti solo allo scopo di attirare fondi pubblici. Lo stile o la forma in cui Flanders ed il suo gruppo hanno operato era in parte alla ricerca di risultati sostanziali. 

La rinascita di Boston e’ durata per qualche tempo, me e’ anche limitata in quanto una rinascita puo’ arrestare un declino solo se continua a rigenerarsi. Di volta in volta, gli ingegneri e gli scienziati tengono convegni, spesso a Boston, dove presentano le idee che hanno sviluppato. Spesso tali idee sono appropriate alla risoluzione di problemi pratici. Ma la maggior parte di queste idee non sono mai state provate, ne’ tanto me no iniettate nella vita economica quotidiana. Lo stesso e’ vero per molti progressi che sono gia’ stati provati e messi in produzione, ma che poi non funzionano dal punto di vista economico. Negli Stati Uniti, nuovi tipi di equipaggiamento per proteggere i pompieri da ustioni, dai traumi e dalla morte sono stati a lungo disponibili, ma non sono stati usati. Poche citta’ americane se li potevano permettere. L’America non e’ piu’ un Paese che mette nuovi prodotti come questi in uso non appena arrivano sul mercato. Anche se nuovi prodotti sono sostenibili dal punto di vita economico perche’ ad esempio riducono il numero dei pompieri che servono a spegnere gli incendi, non si mettono in uso perche’ altrimenti non si saprebbe cosa far fare ai pompieri.

Fatti come questi ci dicono che le limitazioni dei casi di rigenerazione economica. Fintanto che si diminuisce il processo di rimpiazzo delle importazioni, il mercato delle innovazioni va in declino ed esse vengono presto dimenticate. Invece di questi mercati, anche le citta’ creative come Boston devono dipendere da transazioni del declino, almeno in parte, Boston, ad esempio, ora dipende in parte dalla produzione militare.

Continua…

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Contro i monopoli

Posted by janejacobs su febbraio 26, 2009

I monopoli danneggiano gratuitamente le citta’ e sopprimono il loro potenziale di sviluppo. La tipica obiezione che si porta ai monopoli e’ che fanno pagare tariffe troppo care poiche’ non hanno concorrenza. Da questa obiezione ne segue che i monopoli possono essere tollerati se le loro tariffe vengono regolate.

 

In molti casi addirittura si proteggono i monopoli perche’, raggiungendo economie di scala, possono portare benefici alla comunita’. Ma i prezzi alti che vengono fatti pagare dai monopolisti in caso di mancata regolamentazione, sono il minore degli svantaggi dei monopoli, perche’ essi impediscono metodi alternativi di produrre beni e servizi.

 

Questo avviene spesso quando i monopoli vengono spezzati. Quando il Congresso Americano forzo’ i monopolisti delle societa’ elettriche ad acquistare l’energia da produttori indipendenti per la distribuzione e a pagare per tale energia il prezzo piu’ alto dei loro stessi impianti, nacquero moltissimi nuovi produttori. Alcuni di essi, specialmente nelle aree di Boston e di San Francisco, iniziarono a utilizzare metodi innovativi di produzione di energia. Altri produttori di energia realizzarono piccoli impianti di generazione idroelettrica da piccole dighe che erano state abbandonate ma che, in aggregato, producono oggi una considerevole quantita’ di energia e producono molto meno inquinamento dei mega impianti delle grandi centrali.

 

Quando gli Stati Uniti ruppero il monopolio dei telefoni per la produzione di apparecchiature di telecomunicazione, apparvero in breve tempo nuovi prodotti che resero possibile una maggiore e piu’ concorrenziale produzione che genero’ sviluppo in molte citta’ americane. Questi sono esempi in cui una nazione, senza arrecare alcun danno a se stessa in quanto entita’ politica unitaria, ha potuto creare sviluppo favorendo il cambiamento.

 

Continua…

 

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Citta’ e problemi pratici

Posted by janejacobs su febbraio 25, 2009

 Le soluzioni obbligatorie ai problemi del trasporto, della produzione di energia e della prevenzione dell’inquinamento sono spesso danneggiati dagli standard internazionali. Ad esempio, gli standard anti-inquinamento sono importanti sia a livello nazionale che internazionale, poiche’ l’inquinamento valica i confini delle citta’ e contamina l’aria e l’acqua. Ma le soluzioni contro l’inquinamento non dovrebbero obbligare i prodotti ad essere sempre omogenei. Spesso una maggiore sperimentazione e diversificazione porta a soluzioni innovative e diversificate. Spesso capita che quando un problema si ripercuote a livello nazionale o internazionale siamo in presenza di un sintomo della mancanza di crescita e innovazione nelle citta’. Ad esempio, il fatto che i rifiuti tossici sono diventati un problema internazionale significa che i problemi della prevenzione e del riciclaggio di tali rifiuti non e’ stato risolto dalle citta’ che hanno creato tali rifiuti. Le citta’ spesso riescono a risolvere problemi pratici, poi li esportano ad altre citta’ ed importano la soluzione di altri problemi; se non lo fanno i problemi restano irrisolti.

Continua…

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Standard internazionali

Posted by janejacobs su febbraio 23, 2009

Quando si formo’ l’Unione Europea, per eliminare barriere commerciali tra le nazioni che vi facevano parte e creare un unico mercato integrato, si cercarono di formare economie di scala attraverso la creazione di grandi multinazionali. In quel contesto, naturalmente, l’IVA aveva senso. Per questo motivo, una pagnotta Europea deve avere ingredienti standartizzati, una banana deve avere certe forme particolari ed il latte deve avere altre partiolari ingredienti.

 

Di regola, gli standard di produzione nazionali o internazionali, ad eccezione di pochi standard strettamente necessari per la sicurezza e per la salute, inevitabilmente danneggiano le citta’ e tarpano le ali al loro sviluppo. Come possono i produttori cittadini generare sviluppo per le loro citta’ ed eventualmente esportarlo se gli standard di produzione scoraggiano o addirittura vietano l’innovazione? E chi sa qali altri ramificazioni nei metodi di produzione, nei materiali o nelle finalita’ stesse sono danneggiati?

Continua…

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IVA

Posted by janejacobs su febbraio 17, 2009

 

L’IVA e’ una tassa sanguinaria che avvantaggia le multinazionali e dannegia le piccole imprese. Essa e’ obbligatoria per tutti i membri dell’Union Europea, ma la sua pecentuale varia da Nazione a Nazione. Come tutte le tasse, essa viene in ultima analisi pagata dai cittadini-consumatori, ma in questo caso viene presentata nella forma di tassa sulle vendite da parte dei produttori, raggiungendo il consumatore alla fine della catena del cosidetto valore aggiunto.

 

L’IVA funziona in modo tale per cui quando ogni produttore nella catena di produzione vende beni e servizi, egli aggiunge l’IVA al suo prezzo di vendita, ma prima sottrae da esso cio’ che ha pagato in IVA ai suoi fornitori. La differenza e’ quindi una tassa sul valore aggiunto durante le sue operazioni. Non importa quanti produttori sono coinvolti, il totale della tassa e’ una tassa aggregata sul valore aggiunto durante tutta la produzione del bene in questione. Ai governi nazionali piace l’IVA perche’ invece di aspettare che la ricchezza venga prodotta, essi possono requisirne una fetta gia’ durante il processo di produzione.

 

La tassa funziona in modo diverso a seconda che un bene sia prodotto in una grande impresa integrata che produce molti dei suoi beni internamente o che sia prodotto da molti produttori in simbiosi che vendono una moltitudine di beni per soddisfare i bisogni gli uni degli altri.

 

Nel primo caso, la tassa non figura nelle transazioni interne all’impresa. Nel secondo caso, essa entra in gioco costantemente attraverso il processo di produzione e deve essere finanziata a spese del processo di produzione stesso. 

 

Alcuni possono forse vedere l’IVA come una tassa di poco conto, ma senz’altro questa tassa va a vantaggio delle grandi multinazionali che riescono ad evadere l’IVA attraverso transazioni interne, penalizzando il processo di produzione simbiotica e la distribuzione della ricchezza e la diversificazione dell’economia. L’IVA e’ un’arma contro l’economia delle citta’. Ogni altra forma di tassa sulle vendite sui produttori di beni e sevrizi finisce per sortire lo stesso effetto.

Conitnua…

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Ecologia ed economia

Posted by janejacobs su febbraio 10, 2009

Gli scienziati sono abituati al fatto che le scoperte sono spesso il prodotto secondario di intenzioni diverse. Lo stesso avviene nel cambiamento economico. I primi pozzi di petrolio furono scavati per ottenere olio per far funzionare le lampade qualche decennio prima che l’arrivo dell’elettricita’ nelle case rendesse le lampade ad olio obsolete; ma l’ingegno umano ha trovato altri usi per il petrolio anche quando le lampade ad olio non servivano piu’. La colla con cui la sabbia si incolla alla carta ha avuto molti usi in vari campi oltre a quello della carta vetrata. I primi vagoni ferroviari furono concepiti solo per spostare merci verso i canali; le prime radio erano pensate solo come supplementi per comunicazioni via cavo da usarsi dove le comunicazioni via telegrafo o via telefono non funzionavano, ad esempio sulle navi. Edison, l’inventore del fonografo, pensava che l’uso principale della sua invenzione sarebbe stato per la dettatura di lettere commerciali.
C’e’ un ordine nel cambiamento aperto con cui la vita economica si sviluppa e si espande, ma non e’ l’ordine di “sfida” e di “risposta” che generalmente si trova nel pensiero militare o nell’idea di Toynbee che le civilizzazioni muoiono perche’ non riescono a rispondere alle sfide. Piuttosto, il tipo di ordine che si mette in moto qui e’ piu’ simile all’evoluzione biologica il cui fine, se mai ce ne fosse uno, non siamo in grado di comprendere a meno che non ci riteniamo soddisfatti di pensare che il fine siamo noi stessi.
Molti dei processi di base al lavoro nelle ecologie naturali e nelle nostre economia sono sorprendentemente simili, e possiamo imparare molto sul successo di un’economia osservando che piu’ nicchie ci sono in un’ecologia naturale, piu’ efficiente e’ l’uso dell’energia che ha a disposizione. Lo stesso avviene nelle nostre economie: piu’ esse sono piene di nicchie, piu’ ricche sono in mezzi per supportare la loro vita. Questo e’ un altro modo di dire che le economie che producono diversamene ed ampiamente   per le proprie genti ed i propri produttori e anche per altri, sono piu’ salutari delle economie specializzate di quelle regioni che producono un solo bene. Nell’ecologia naturale, piu’ c’e’ diversita’, piu’ c’e’ flessibilita’, grazie a quello che gli ecologisti chiamano “circuiti di ritorno omeostatici” cioe’ cio’ che include meccanismi di risposta e di auto-correzione. Lo stesso avviene con le nostre economie. La mancanza di circuiti di ritorno omeostatici e’ esattamente cio’ che rende le nazioni instabili e e alla lunga rende le loro citta’ povere ed incapaci di auto-correggersi.
Gli altri animali non aggiungono nuovi tipi di ativita’ ai vecchi tipi di attivita’ in maniera aperta. Ma noi non siamo come gli altri animali. E’ naturale per gli esseri umani creare nuovi tipi di lavoro e nuove tecnologie basate su tecnologie piu’ vecchie perche’ la capacita’ di fare questo e’ congenita in noi, e’ nella nostra natura come la capacita’ di comprendere il linguaggio. Senza questa capacita’ di aggiungere nuovo lavoro al lavoro precedente e nuove tecniche alle tecniche precedenti – come tutti gli esseri umani fanno nella loro infanzia e come noi facciamo collettivamente nella societa’ umana – potremmo essere qualcos’altro, ma non saremmo esseri umani.
Le citta’ sono economie di tipo aperto in cui le nostre capacita’ possono partecipare alla creazione economica. Sfortunatamente, dato il mortale abbraccio delle nazioni, noi esseri umani siamo condannati ad avere piccoli sprazzi di sviluppo economico solo e relativamente a brevi episodi, ora qui, ora la, in seguito ad una stagnazione o ad un deterioramento dell’economia. Questo deve continuare fino a quando non ci libereremo di questo abbraccio mortale. In queso senso, noi esseri umani, siamo ancora in una fase di sviluppo primitiva per quanto riguarda l’uso delle capacita’ per uno sviluppo ed una crezione economica davvero aperti.
Cio’ nonostante, anche se non affrontassimo il problema del deterioramento economico, ogni uso benefico che possiamo fare dei cambiamenti puo’ tenerci a galla piu’ a lungo e mantenere le economie cittadine creative un po’ piu’ a lungo a tutto vantaggio anche delle nazioni. Anche quando il gioco mortale di soffocamento della citta’ da parte delle nazioni procede, ci sono opportunita’ per rallentare il procedere dela rovina; tante piccole cose si possono realizzare per arginare la rovina.

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Le invenzioni nascono dai giochi

Posted by janejacobs su gennaio 30, 2009

Possiamo dire che i cambiamenti derivati da nuove invenzioni come l’agricoltura, o l’auto generano nuovi problemi come l’impoverimento del suolo o le piogge acide. Tali problemi generano nuove soluzioni che danno vita a nuove invenzioni, nuovi problemi, nuove soluzioni, e cosi’ via.

I termini: strategie industriali e obiettivi sono termini che esprimono un modo di pensare militaresco. Dietro a questo modo di pensare c’e’ spesso a livello piu’ o meno inconscio l’ipotesi che la vita economica possa essere conquistata e mobilitata come si puo’ conquistare e mobilitare eserciti, ma non quando ci si dirige verso lo sviluppo e l’espansione economica.

Un professore emerito del Massachussets Institute of Technology, Cyril Stanley Smith, fa notare che storicamente non e’ stata  la necessita’ a partorire nuove invenzioni; piuttosto la necessita’ ha opportunisticamente preso invenzioni gia’ esistenti ed ha improvvisato miglioramenti su di esse e ha creato nuovi usi per essa. Ma le radici delle invenzioni devono essere ricercate altrove, in motivi speciali ed in una specie di “curiosita’ estetica” come la definisce Smith. La stessa metallurgia, Smith ci ricorda, inizio’ con il martellare il rame all’interno di collane e altri ornamenti molto prima che fossero utilizzati per coltelli ed armi di rame e di bronzo. La formazione di leghe metalliche inizio’ molto prima nel mondo della gioielleria e della scultura che della produzione economica e militare. I pigmenti (che incidentalmente, furono il primo uso dei minerali ferrosi), la porcellana ed altre ceramiche, il vetro e la pratica di saldare iniziarono storicamente come beni di lusso e decorativi. Forse anche la ruota inizio’ ad essere usata in modo “frivolo”; le ruote piu’ antiche a noi conosciute erano parti di giocattoli. L’idraulica, la meccanica ed altre manifestazioni del genio umano furono sviluppate all’inizio per costruire giocattoli o come forme di intrattenimento. Il tornio fu inizialmente usato per produrre scatole porta-tabacco cent’anni prima che venisse usato nell’industria pesante. Il ferro battuto fu inizalmente utilizzato per scopi decorativi nella creazione dei cancelli dei palazzi. L’industria chimica si sviluppo’ dal bisogno di colorare o decolorare i tessuti ed il vetro. I blocchi per la riproduzione di immagini sono anteriori ai blocchi per la riproduzione di testo. La polvere da sparo venne utilizzata prima come forma di intrattenimento per i fuochi artificiali molto prima che fosse utilizzata per scopi militare o per conquistare lo spazio con i razzi. La prima ferrovia al mondo fu creata come forma di intratenimento a Londra. La plastica venne dapprima utilizzata per i giocattoli e per articoli da cucina, e per i tasti del piano forte come rimpiazzo a basso costo dell’avorio. Le racchette da tennis, le mazze da golf e le reti da pesca furono fra i primi articoli a sperimentare usi innovativi della plastica rinforzati con fibre di vetro e di carbonio; ora questi composti stanno iniziando a rimpiazzare i metalli in alcuni prodotti utilizzati nelle costruzioni, in alcuni tipi di molle, di tubature, di parti di automobili ed aeroplani. I videogiochi al computer hanno preceduto l’uso giornaliero dei computer nello spazio lavorativo. Per anni prima che voci artificiali fossero incorporate in vari macchinari per segnalare le temperatura di un tale macchinario o per avvisare di un qualche pericolo, esse sono state utilizzate in vari giocattoli per bambini e sono state inizialmente snobbate dagli ingegneri piu’ “seri” come marchingegni “carini, ma inutili”. Il riscaldamento con i pannelli solari e’ iniziato come un hobby per appassionati di fai da te , cosi’ come l’irrigazione a goccia, che fa risparmiare, fatica, fertilizzanti, acqua e spazio per il giardinaggio.

“Tutte le cose grandi nascono da cose piccole” diceva Smith aggiungendo cautamente “ma le nuove piccole cose sono distrutte dai loro ambienti a meno che non siano tenute da conto per ragioni piu’ di apprezzamento estetico che di utilita’ pratica.” Parole simili all’estetica del cambiamento di Umesao.

 

Continua…

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L’estetica del cambiamento

Posted by janejacobs su gennaio 28, 2009

Un antropologo Giapponese, Tadao Umesao, ha notato come storicamente il Giappone abbia avuto sempre piu’ successo quando si e’ evoluto in maniera pratica ed empirica (“Anche durante la rivoluzione Meiji, non c’erano obiettivi precisi, nessuno sapeva quale cambiamento sarebbe avvenuto dopo”) rispetto a quando i Paese ha cercato di operare con “propositi risolutivi” e con “volonta’ ferrea”. Questo e’ vero anche per altri popoli, anche se Umesao crede che cio’ che chiama “l’estetica del cambiamento” e’ una caratteristica distintamente Giapponese che differenzia la cultura Giapponese dalle culture Occidentali. Se Umesao avesse osservato l’Europa e l’America nel passato piuttosto che nel presente, Umesao avrebbe osservato che un’estetica del cambiamento e’ presente anche nelle culture Occidentali e funziona meglio dei “propositi risolutivi” e della “volonta’ ferrea”.

Uno sviluppo economico di successo, per essere tale, ha bisogno di essere aperto al cambiamento piuttosto che orientato a raggiungere particolari obiettivi, e deve rendersi aperto all’esperienza e all’empirismo. Infatti, da un lato esistono sempre problemi allo sviluppo economico. Le prime genti che hanno sviluppato l’agricoltura, non hanno previsto l’impoverimento del suolo. Gli inventori delle automobili non hanno provesito le piogge acide e il riscaldamento del pianeta. Lo sviluppo economico e’ un processo di continua improvvisazione in un contesto che rende possibile iniettare improvvisazioni ed invenzioni all’interno della vita quotidiana.

 

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La secessione della Norvegia

Posted by janejacobs su gennaio 23, 2009

 

Nessuna nazione modello e’ attualmente predisposta alla possibilita’ teorica della moltiplicazione di sovranita’ come alternativa alle transazioni del declino. La separazione della Norvegia dalla Svezia nel 1905 era un passo parziale in quella direzione perche’ Svezia e Norvegia non erano ancora impaludate in un sistema di transazioni del declino.

 

Quella scelta non dipese dalla Svezia, ma dalla Norvegia del diciannovesimo secolo, che era allora un paese molto povero e rifiuto’ ogni assistenzialismo dalla piu’ ricca Svezia e insistette per supportarsi solo con le proprie risorse finanziarie.

 

La Svezia, per parte sua, anche se non accetto’ di buon grado la separazione della Norvegia, non ricorse alla forza militare pre prevenire tale separazione; e in seguito, mentre la Norvegia si sviluppo’ economicamente, commercio’ con essa senza erigere barriere o limitazioni protezioniste. Tuttavia, la Svezia non continuo’ l’esperienza di sucesso della Norvegia con altre divisioni e separazioni come alternative a diverse transazioni del declino.

 

Al contrario: ironicamente, nella misura in cui la Svezia e’ diventata uno stato modello, cio’ che e’ stato copiato non e’ stato il modello di aver sperimentato, almeno per una volta nella sua storia, un’ alternativa ad una transazione del declino, ma piuttosto le transazioni assistenzialiste al suo interno.

 

La Svezia promuove il commercio fra nazioni avanzate e nazioni arretrate fornendo regalie, prestiti a fondo perduto e continui investimenti in regioni forntrici di beni primari attraverso le sue multinazionali.

 

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Stati Modello Comunisti e leader militari

Posted by janejacobs su gennaio 22, 2009

Gli stati modello del passato sono stati cosi’ insoddisfacenti in tutte le loro varie manifestazioni, che oggi, per attrarre il favore popolare, basta promettere un nuovo modello di Stato, senza spiegare come questo modello permettera’ di raggiungere prosperita’.

 

Per questo motivo la Cina Maoista attraverso’ un breve periodo di popolarita’ fra i paesi in via dei Sviluppo del Terzo Mondo, anche se il suo ruolo di stato modello era semplicemente basato su desideri di uguaglianza, retorica e zelo, non su politiche di sviluppo che si dimostrassero realizzabili almeno per un breve periodo. Mao era un leader militare di enorme successo ma come economista fu un disastro, cosi’ come numerosi leader militari furono un disastro dal punto di vista economico perche’ vedevano l’economia come un esercito comandabile dall’alto o dal centro, non come un organismo che si sviluppa secondo dinamiche intrinsecamente naturali.

 

Forse e’ per questo che le arti militari derivano dalla caccia e dalla distruzione della vita, mentre l’economia deriva dalla creazione e dallo scambio. Molte ipotesi, intuizioni e virtu’ che funzionano molto bene in guerra, sono dannose all’economia, e viceversa.

 

L’Unione Sovietica e la Cina di Mao hanno dimostrato come i governi che dipendono esageratamente da transazioni del declino fanno fatica a restare uniti. Qualunque ricchezza le citta’ Sovietiche e Cinesi creavano venivano prontamente trasferite per fornire sussidi ad altre parti della nazione. 

 

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Nazioni modello

Posted by janejacobs su gennaio 20, 2009

Luigi XIV

Sa mai nuovi stati sovrani nasceranno dalla disgregazione di grandi stati nazionali essi dovranno avere al loro interno vigorose citta’ o regioni deposito o almeno qualche centro proto-urbano capace di diventare una citta’ in grado di rimpiazzare le importazioni.

Di tanto in tanto il mondo da vita a “stati modello”.

 

Sir George Clark, uno storico inglese specializzato in storia Europea del diciassetesimo secolo che noto’ che la monarchia di Francia sotto Luigi XIV divenne uno stato modello per gli altri stati Europei. Il modello di Luigi XIV fu adottato da Federico I, il primo re di  Prussia, quel regno che divenne il nucleo della moderna Germania dopo varie guerre di unificazione; e di Carlo II e Giacomo II della Gran Bretagna.

 

Dopo la Rivoluzione Gloriosa e l’esilio e la sconfitta degli Stuart, la Gran Bretagna divenne un nuovo influente stato modello ed il suo parlamento venne copiato in molte altre regioni. In realta’, i parlamenti di Islanda e dell’Isola di Man sono piu’ vecchi di quello britannico, ma queste unita’ politiche non fornirono un modello per altri stati.

 

La nascita degli Stati Uniti come una nuova e prospera repubblica ne fecero un influente stato modello, e sotto certi versi, e’ stato un modello anche per la creazione dell’Unione Europea, che al tempo della sua formazione venne spiegata alle sue popolazioni come “Stati Uniti d’Europa”. Fino a poco tempo fa, molte figure di spicco dell’America Latina o dell’Africa potevano guadagnarsi una reputazione di lungimiranti statisti prospettando gli Stati Uniti di questo o gli Stati Uniti di quello.

 

Il successo di Lenin e dei suoi seguaci nel rimuovere il vecchio regime zarista e nell’insediare un potente governo socialista, fece dell’Unione Sovietica un paese modello per quasi un secolo.

 

La Svezia, paese che ha uno straordinario sistema di trasferimenti pubblici e sussidi domestici, e’ per molti un altro stato modello.

 

 Continua…

 

 

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Nazioni figlie della guerra e del sangue

Posted by janejacobs su gennaio 19, 2009

Giuseppe Garibaldi

 

A parte qualche rarissima eccezione, le nazioni di oggi nacquero inizialmente tramite  sanguinosi interventi militari. Molte nazioni sono ancora tenute assieme solo grazie alla minaccia di un intervento militare. Per usare l’antica mitologia, possiamo dire che le nazioni di oggi non discendono dal dio fabbro Vulcano, o dal dio dell’informazione e delle medicina Mercurio, ne’ tanto meno dalla dea Cerere, madre della fertilita’ e dell’abbondanza e infatti esse non sono ne’ fertili ne’ producono risorse a sufficienza, anzi, i piu delle volte le distruggono.

Le nazioni si comportano tutt’al piu’ come discendenti di Marte, figlie della guerra e del sangue, e curiosamente molti dei loro cittadini adorano le loro nazioni per il fatto di essere figlie di Marte.

Il misticismo delle nazioni e’ potente perche’ molto spesso si ispira al sacrificio di vite umane. Tradire una nazione e la sua unita’ sarebbe come tradire tutto il sangue versato in passato sarebbe come vanificare il sacrificio di molte vite umane; soprattutto rinnegare questi sacrifici solo per stare meglio dal punto di vista economico e le piu’ gloriose pagine della storia patria sembrerebbe una follia.

Tutti i governi nazionali e la maggior parte dei loro cittadini preferirebbero decadere e declinare uniti rispettosi dei sacrifici con cui la loro unita’ e’ stata vinta piuttosto che prosperare e svilupparsi disuniti.

Anche i separatisti, quando arrivano al potere nei governi nazionali, resistono aspramente ad ogni tentativo di secessione. Questo e’ il motivo per cui la secessione e’ un’alternativa al declino buona solo dal punto di vista teorico. Non esiste una formula magica che consente alle nazioni piccole o alle divisioni in piccoli stati di grandi stati nazionali di prosperare solo in virtu’ della loro piccola dimensione, in particolare quando tali divisioni sono l’ultima spiaggia dopo molti disturbi economici e politici. Il mondo e’ pieno di piccoli stati dalle economie stagnanti che sono frammenti ti imperi antichi e moderni andati in frantumi. La mia proposta di secessione e’ utopistica e non e’ sufficiente a sostituire il libero commercio che le citta’ devono abbracciare per poter accrescere le proprie economie e consentire ad altre citta’ di crescere. La secessione non e’ nemmeno un sostituto allo spirito creativo ed imprenditoriale delle citta’.

La secessione e’ una virtu’ piuttosto che potrebbe servire per prevenire o evadere il declino e la decadenza quando le nazioni restano tenute insieme solo grazie a transazioni del declino. Pertanto, una secessione dovrebbe essere invocata prima che le transazioni del declino abbiano incancrenito il tessuto economico nazionale al punto da non poter essere piu’ rimosse.

 

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Monete e sovranita’

Posted by janejacobs su gennaio 13, 2009

 
Il fiorino, antica moneta di Firenze

 

Il principale vantaggio, anche se non il solo, della suddivisione di uno stato nazionale in tante citta’-stato sarebbe la moltiplicazioni delle valute. Le difficolta’ tecniche ed i problemi che il moltiplicarsi delle valute comporterebbero sarebbero facilmente risolvibili, grazie ai computer, alle telecomunicazioni, alle carte di credito.

Attraverso la mia carta di credito posso ordinare libri provenienti da Londra, pagarli in sterline, posso ordinare camice da Boston e pagarli in dollari o semi da giardino dal Canada e pagarli in dollari Canadesi con la stessa comodita’ e praticita’.

La moltiplicazione delle valute sarebbe un bene per l’economia perche’ diverse valute rifletterebbero distinte economie. Le valute nazionali (o sovranzaionali di oggi come il mostruoso euro) hanno un valore fissato e mettono assieme mele, arance e cocomeri in un caos senza senso, causando recessioni permanenti e soffocando economie dove vivono milioni di persone.

La difficolta’ della suddivisione in vari stati sovrani risiede nel fatto che una moltepilicita’ di valute implica una molteplicita’ di stati sovrani. Se cosi’ non fosse, la moltiplicazione valutaria sarebbe una presa in giro come nel caso della sterlina Scozzese, che e’ uguale in tutto e per tutto alla sterlina britannica a differenza della raffigurazione sulla banconota.

Questo tipo di discontinuita’ come alternativa ad una transazione del declino avverrebbe a spese dell’unita’ degli stati sovrani. Tale abdicaizone di sovranita’ risolverebbe i problemi di intere societa’, culture, civilizzazioni e citta’ a spese degli stati nazionali.

 

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Secessione e riproduzione

Posted by janejacobs su gennaio 8, 2009

Esiste qualche tipo di intervento o discontinuita’ o qualche altro tipo di transazione del declino a cui le nazioni possano fare ricorso per arrestare l’inesorabile instabilita’ che contraddistingue le loro economie?

 

Una metafora usata da alcuni matematici per illustrare la il concetto di discontinuita’ e’ quella di un cane che, quando avverte un pericolo, l’unica cosa che non puo’ fare e’ restarsene fermo. Il cane deve fare qualcosa di radicalmente diverso: prepararsi ad attaccare o scappare. In un modo o nell’altro deve creare una discontinuita’.

 

Una nazione disorganica che entra in fasi sempre piu’ prolungate di recessione e cha ha accumulato instabilita’ e stress e’ nella stessa situazione di discontiuita’ del cane in pericolo. La nazione non puo’ stare ferma, deve attaccare il problema creando transazioni del declino, oppure deve fuggire e lasciarsi il pericolo alle spalle.

 

Puo’ la nazione scappare dalle difficolta’ economiche quando esse diventano insolubili? Se si’ come puo’ farlo? E’ possibile che scappando, una nazione risolva le instabilita’ economiche e gli stress che si sono accumulati?

 

Sin da piccoli ci hanno insegnato che fuggire dai problemi non aiuta a risolverli. Tuttavia, nella vita reale talvolta scappare dai problemi e’ una soluzione, sia come suggerisce la metafora del cane che scappa davanti ad un pericolo, sia come spesso ci suggerisce la nostra esperienza di vita. Quante volte abbiamo risolto un problema evadendolo? Quante volte rimpiangiamo di non aver evaso un problema quando eravamo ancora in tempo?

 

L’equivalente della fuga per un’unita’ politica sovrana e’ quello di resistere alla tentazione di iniziare transazioni del declino con sussidi assistenziali e spese militari evitando di mantenere unita la nazione. La discontinuita’ radicale sarebbe la divisione di una singola entita’ nazionale in una famiglia di piccoli stati sovrani, non quando le cose hanno raggiunto uno stato inguaribile di degrado e di discontento, ma prima, quando le cose vanno relativamente bene.

 

In una societa’ nazionale, la moltiplicazione di stati sovrani sarebbe un accompagnamento normale, non traumatico dello sviluppo economico in se’ e aumenterebbe la complessita’ della vita economica e sociale. Alcuni piccoli stati sovrani a loro volta si dividerebbero ulteriormente, si riprodurrebbero allo stesso modo in cui si riproducono le cellule di un organismo.

 

Una nazione che si comporta in questo modo sostituirebbe all’istinto di sopravvivenza della propria entita’, un’altro istinto che e’ presente nel mondo umano e animale: quello della riproduzione. In questa fantasia utopistica, giovani stati sovrani si dividerebbero dalla nazione madre che direbbe loro, come un padre ai suoi figli:

 

“Buona fortuna a te e alla tua indipendenza! Ora vai e fai del tuo meglio per generare o mantenere citta’ e regioni creative e tutti noi staremo meglio. Noi non ti discrimineremo erigendo barriere e tariffe al commercio e anche se tu dovessi erigere barriere al commercio contro di noi, noi tollereremo questo atteggiamento senza rancore.”

 

Continua…

 

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Recessione, assistenzialismo e recessione

Posted by janejacobs su gennaio 6, 2009

Le nazioni o gli imperi non recessione per loro scelta. Esistono particolari circostanze che sono intrinseche nei territori e che non possono cambiare, per quanto i governi si oppongano. Il Giappone Centrale deve fornire sussidi assistenziali al Giappone Settentrionale e al Giappone Meridionale perche’ e’ li’ che si sono differenze economiche e perche’ se i Governo Centrale non fornisse sussidi tali differenze aumenterebbero e gli standard di vita ed i servizi pubblici nelle aree arretrate sarebbero cosi’ diversi da diventare politicamente e moralmente inaccettabili. Il Nord Italia fornisce aiuto al Sud perche’ il bisogno del Sud e’ cosi’ grande che lo Stato Italiano deve organizzare tali sussidi per combattere il possibile collasso di una gran parte del Paese. La Germania aiuta le regioni agricole Francesi perche’ se non lo facesse, l’Unione Europea si distruggerebbe e la Francia insiste sui sussidi come condizione della sua appartenenza all’Unione Europea perche’ altrimenti non sarebbe in grado di contenere la rabbia dei suoi contadini o il desiderio di separatismo nel Sud del Paese. Il Canada tiene a bada i separatisti del Quebec attraverso sussidi pubbilci cosi’ come gli Inglesi hanno fatto con gli Scozzesi. I pensionati hanno bisogno delle pensioni; i villaggi economicamente morti e le citta’ stagnanti hanno bisogno di sussidi pubblici. Le citta’ degli Stati Uniti Sud Occidentali hanno prosperato mentre quelle del Nord sono cadute in disgrazia, grazie ai sussidi procurati da continui lavori militari e ad altre forme di sussidi domestici.

Tuttavia, queste transazioni del declino non risolvono nulla, ne’ in Giappone, ne’ in Italia ne’ in Francia, ne’ in Canada ne’ negli Stati Uniti. La mancanza di citta’ in grado di rimpiazzare le importazioni nelle regioni povere di questi paesi e’ la vera causa dell’arretratezza di queste regioni e non esiste al mondo sussidio in grado di ovviare economicamente a questa mancanza.

 

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Il carico e le capacita’ delle nazioni

Posted by janejacobs su gennaio 2, 2009

Un gruppo di scienziati politici associati con il Centro di Ricerca dell’Universita’ di Princeton sulle Istituzioni Politiche Mondiali ha studiato la dissoluzione o disintegrazione di unita’ politiche sovrane – nazioni, imperi, confederazioni – accaduti in tempi recenti o nel passato.

 

L’oggetto di tale studio era di determinare quali sono le forze comuni, se ce ne sono, che portano alla disintegrazione politica. I ricercatori di Princeton hanno concluso che il “carico” sopportato dalle unita’ politiche fallite e’ aumentato, mentre allo stesso tempo le sue “capacita'” sono diminuite. Ma quali sono il “carico” e le “capacita'” in concreto? 

 

“Eccessivi impegni militari” erano identificati come un fattore che aumentava inevitabilmente il “carico”. I ricercatori hanno definito “eccessivi” gli impegni militari continui e prolungati, sottolineando che storicamente, brevi guerre prese singolarmente, non hanno portato alla dissoluzione politica (anzi al contrario spesso l’espansione territoriale effettuate attraverso brevi guerre di espansione che ha portato all’intensificazione dell’unita’ politica) ma il peso di impegni militari prolungati ha spesso presagito al fallimento politico e alla disintegrazione. Le altre due maggiori componenti di “carico” per le nazioni sono i “sostanziali aumenti della partecipazione politica per conto della popolazione, delle regioni o degli strati sociali che prima erano politicamente passivi” e la consapevolezza politica di “differenziazione etnica o linguistica” fra i gruppi regionali all’interno di una nazione. Ciascuno di questi, naturalmente, porta all’uso di sussidi assistenziali o alle forze che generano il discontento.

 

Per quanto riguarda la riduzione delle “capacita'” che portano alla disgregazione delle nazioni, la principale e’ stata definita come la “prolungata stagnazione economica”. Dobbiamo ricordare che le nazioni o gli imperi si trovano in una situazione di recessione economica per una loro scelta. Esistono particolari circostanze che sono intrinseche nei territori e che non possono essere modificate nemmeno dal piu’ potente degli imperi.

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