Le cittá sono la ricchezza delle nazioni

Un nuovo modo di vedere l’economia

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Ritorno alla realta’

Posted by janejacobs su marzo 4, 2009

Quando un edificio sviluppa delle crepe, gli architetti che lo hanno progettato vanno a rivedere il progetto originale e cercano di capire che cosa non abbia funzionato. Allo stesso modo, quando un’economia non cresce come dovrebbe, gli economisti vanno a rivedere le loro teorie e cercano di capire cosa sia andato storto. Gli economisti hanno rivisitato mille e piu’ volte le loro teorie e hanno cercato di modificare le dosi, le combinazioni e le permutazioni dei loro interventi, cercando di sperimentarli con con sempre maggiore acume e sapienza. Tuttavia, davanti agli innumerevoli fallimenti, dobbiamo iniziare a pensare che gli economisti abbiano trascurato un assunto semplice, ma fondamentale.
Secondo la teoria macro-economica le economie nazionali sono entita’ utili e necessarie in se’ stesse per capire il funzionamento della vita economica: le economie nazionali e non altre entita’ sono l’unita’ di base per l’analisi economica. Questo assunto e’ vecchio circa quattro secoli e ci e’ stato trasmesso dagli economisti mercantilisti che servivano le potenze Europee perennemente in guerra fra loro per affermare il loro primato attraverso il commercio e l’accumulazione di oro. In quel periodo i Portoghesi, gli Spagnoli, i Francesi, gli Inglesi e gli Olandesi esploravano e conquistavano il Nuovo Mondo, l’Africa e le Indie in cerca di nuove rotte commerciali e di nuove materie preziose. I mercantilisti credevano che le rivalita’ nazionali erano la chiave per comprendere l’origine, lo sviluppo e la distruzine della ricchezza. Secondo le teorie mercantiliste, la ricchezza consisteva nell’oro e l’oro si accumulava quando una nazione riusciva a vendere piu’ merci di quante ne comprasse (da qui la definizione “mercantilista”). Se questa e’ la definizione di ricchezza, ne consegue che le economie nazionali diventano le unita’ di misura della ricchezza; quest’idea e’ tautologica in quanto ripete un’altra idea, quella di tesoro nazionale.
Il pensiero di Cantillon era un tentativo di superare questa tautologia: ricchezza = oro, ma possiamo vedere il nesso al pensiero mercantilista nel passaggio che ho quotato precedentemente: “Se l’aumento di denaro cresce dalle miniere d’oro e d’argento…”Adam Smith, nella sua opera piu’ importante Inchiesta sula Natura e sulle Cause della Ricchezza delle Nazioni (1776) ridefini’ la ricchezza come produzione (offerta) ai fini di consumo (domanda) e cerco’ le sue fonti non nelle miniere d’oro e d’argento ma nel capitale e nel lavoro, nel commercio domestico e nel commercio internazionale. Smith mise in discussione e scarto’ molte delle idee che allora erano accettate, e analizzava nel dettaglio ogni idea che prendeva in considerazione, sia che la scartasse, sia che la approvasse, sia che la approfondisse.
Ma Smith accetto’ senza commentare la tautologia mercantilista che le nazioni sono le unita’ di misura di base per comprendere la vita economica. Da quanto si desume dai suoi scritti, Smith non mise mai in dubbio il ruolo delle nazioni al punto che da li parti’ nel titolo della sua opera principale.
Nei due secoli successivi alla pubblicazione del suo capolavoro, molto di quello che Smith scrisse venne criticato, messo in discussione, amplificato e modificato. Quasi tutto, tranne un’idea; quell’unica tautologia mercantilista su cui Smith non dubito’, quella tautologia secondo cui le nazioni sono l’unita’ di misura fondamentale dell’economia. Da allora, la stessa nozione mercantilista e’ stata data per scontata. Che strano! di certo nessun altro gruppo di studiosi e scienziati nel mondo moderno e’ rimasto credulone come gli economisti.A dire il vero, Marx baso’ la sua analisi economica sulle classi sociali anziche’ sulle nazioni. Ma in pratica, l’economia marxista e’ stata assimilata all’assunto prevalente. Nessuno mette piu’ fede nella nazione come entita’ idonea come punto di partenza per l’osservazione dell’economia dei governanti delle nazioni comuniste e marxiste, ne’ maggior fede nello Stato come strumento principale per formare la vita economica. Naturalmente gli anarchici negano la validita’ dello Stato; ma questo non aiuta la nostra analisi, perche’ gli anarchici indicano come la vita economica dovrebbe funzionare e rifiutano il modo in cui l’economia funziona in realta’.
Le nazioni sono entita’ politiche e militari. Ma da questo non ne segue automaticamente che sono anche la base, l’unita’ di misura fondamentale per capire la vita economica o che sono particolarmente utili per dimostrare i misteri delle strutture economiche e le cause della nascita, crescita e declino della ricchezza. In realta’, il fallimento dei governi nazionali di forzare la vita economica dimostra l’irrilevanza dell’entità -nazione- per spiegare la vita economica. Basta un po’ di buon senso per capire che unita’ variegate come Singapore, gli Stati Uniti, l’Ecuador, l’Unione Sovietica, l’Olanda e il Canada non sono minimi denominatori comuni comparabili. La sola cosa che queste entita’ hanno in comune e’ il potere sovrano. Quando alziamo le tapparelle della tautologia mercantilista e proviamo a guardare al vero mondo economico indipendentemente dagli artefati politici, ci troviamo ad osservare che le nazioni sono composte da collezioni di economie molto diverse fra loro fatte di regioni ricche e povere all’interno delle stesse nazioni.

Le citta’ sono le uniche entita’ economiche che hanno la capacita’ di generare e rigenerare le economie di altri insediamenti, vicini e lontani ad esse. Questo brano vuole fornire un semplice esempio di questo fenomeno: un piccolo accrocchio di case di pietra arroccate sulle montagne Cevenne nella Francia centro-orientale, una delle aree piu’ povere del Paese.

Verso la fine degli anni 60, il minuscolo villaggio di Bardou si ritrovo’ sulle pagine di molti quotidiani e riviste Nord Americano perche’, essendo cosi’ grazioso, era diventato una specie di Shangri-La per scrittori, musicisti, artisti e artigiani che vi si rifugiavano dalle grandi citta’ Europee e Americane in cerca di bellezza e di un posto quieto e a basso costo dove poter sfogare il proprio talento creativo.

Bardou ha un lungo passato, ma molte parti di questo passato sono sconosciute. Circa duemila anni fa, quando la Gallia divenne una provincia di Roma, Bardou era legata all’economia imperiale attraverso strade che terminavano in miniere di ferro nelle vicinanze del villaggio. Il ferro trovato nelle miniere nei dintorni di Bairou non veniva lavorato in spade, lance, scalpelli, aratri, o nei molti altri utensili che erano utili al’epoca, ma venivano trasportati in altri luoghi per essere trasformati in utensili. Non ci e’ dato di sapere dove il ferro di Bardou venisse trasportato. Si potrebbe ipotizzare che il ferro venisse trasportato a e venisse lavorato a Nîmes , una citta’ molto antica che era gia’ una metropoli nella Gallia pre-romana; oppure che venisse trasportato a Lugdunum, ora Lione, che era un centro tradizionale per la lavorazione del ferro e che era un nodo per il sistema delle strade romane nella Gallia. Ovunque fosse il mercato per il ferro di Bardou , la domanda di ferro doveva essere sufficiente a giustificare la costruzioni di larghe e solide strade che portavano al minuscolo villaggio. Tali strade erano state costruite in modo cosi’ solido che tuttora servono come sentieri per i turisti che vogliono fare passeggiate nelle montagne Cevenne attorno a Bardou , nonostante non sia stata fatta alcuna manutenzione su tali strade per almeno mille e cinquecento anni. Sia le miniere che le strade furono abbandonate quando la vita economica in questa parte della Gallia si disintegro’, probabilmente attorno al quarto secolo.

La natura si riapproprio’ dell’area, la zona si spopolo’ fino al sedicesimo secolo, quando alcuni mezzadri senza terra provenienti dalle valli sottostanti senza terra, ripopolarono l’area e costruirono le case di pietra che costituiscono il villaggio che oggi vediamo. I mezzadri strapparono alle rocce qualche piccolo orto, raccolsero castagne e senza dubbio vivevano di caccia e su quel suolo povero e rocciosi si arrabattavano alla meglio a vivere con le tecniche apprese da economie del passato piu’ creative della loro. Generazione dopo generazione, nulla cambio’ in quell’economia di semplice sussistenza. Possiamo addirittura affermare che la vita di Bardou non era solo dura, ma anche noiosa e in qualche modo malvagia, se crediamo alla tradizione che gli abitanti di Bardou erano soliti rubarsi il raccolto dei loro orti l’uno con l’altro dopo aver spostato i confini degli orti nella notte, e poi litigavano per anni su chi avesse diritto al raccolto. Questi erano i momenti piu’ eccitanti per Bardou per circa tre secoli e mezzo.

Poi, di colpo, attorno al 1870, ci fu un cambiamento. In qualche modo si diffuse voce che c’era una vita piu’ interessante e desiderabile in un posto lontano: Parigi. Forse questa voce inizio’ a spargersi attraverso reclute che stazionavano a Parigi, oppure vi arrivo’ dopo la guerra Franco-Prussiana; o forse la voce proveniva dagli emigranti che avevano lasciato il villaggio. Parigi aveva assorbito emigranti dalle campagne Francesi per generazioni; la voce si era sparsa a Bardou con molto ritardo, ma quando i primi intrepidi emigranti provenienti da Bardou lasciarono il loro villaggio per Parigi, un lento, ma totale esodo segui’. Nel 1900 meta’ della popolazione di Bardou era emigrata. Durante i seguenti 40 anni, quasi tutti se ne erano andati, con l’eccezione di tre famiglie.

Nel 1966, quando due turisti, un tedesco ed un americano, si ritrovarono a camminare in una delle vecchie strade romane, le rovine di Bardou proteggevano solo un vecchietto. I turisti comprarono il villaggio da lui e dai discendenti dei precedenti abitanti che i loro avvocati poterono rintracciare. Quando i due turisti divennero proprietari del villaggio, vi si trasferirono e invitarono altri amici ad unirsi a loro e ad aiutarli con i costi di mantenimento del villaggio. In questa sua nuova reincarnazione, Bardou ha un gruppo di residenti che vi abitano per tutto l’anno o che vi soggiornano solo in periodi di villeggiatura e che vivono dei loro risparmi o dei loro scritti che vendono ai loro editori o ai loro clienti ce abitano in grandi citta’. I nuovi abitanti di Bardou sono lieti di dare il benvenuto a turisti, campeggiatori e al denaro che portano con se’. I residenti ed i turisti di irrigazionevivono di cibo importato ed importano quasi tutto quello di cui hanno bisogno, ma si vantano di poter fare a meno di molte comodita’ della vita moderna come l’elettricita’, i telefoni e l’acqua calda. Un sistema di irrigazione per l’acqua (fredda) fu finanziato quando una societa’ cinematografica affitto’ il villaggio per fare alcune riprese e pago’ generosamente.

La storia di Bardou e’ unica ma solo nel senso che ogni posto, cosi’ come ogni persona o ogni fiocco di neve, e’ unica. Sotto un altro punto di vista, gli stessi cambiamenti, gli stessi eventi che si trovano nella storia di Bardou si possono ritrovare in molti altri posti su piu’ ampia scala. Bardou e’ un esempio un microcosmo, di quello che chiamo economie passive, cioe’ di economie che non creano cambiamenti economici da se’, ma che rispondono alle forze economiche di altre citta’. Bardou e’ stata modellata da energie economiche provenienti da lontano. Nell’antichita’ fu sfruttata per le sue miniere e poi fu abbandonata. In tempi piu’ moderni si spopolo’ quando i lavori nella citta’ lontana attrassero i suoi abitanti, e infine si ripopolo’ di gente proveniente dalle citta’. I cambiamenti non furono gentili. Ma quando le citta’ ed i cittadini lasciarono Bardou al suo destino, Bardou non sapeva cosa fare di se’ stessa, il villaggio non aveva un’economia di per se’, al di fuori di un’economia di sussistenza.Potremmo scervellarci nel tentare di spiegare la storia economica i Bardou compilando statistiche sul raccolto medio di castagne, sugli strumenti usati, sull’ammontare di ferro estratto dalle miniere o sulle ore di lavoro impiegate per costruire una casa, la natura del suolo, i centimetri di pioggia per anno, ma questo non ci aiuterebbe a capire perche’ Bardou si trasformo’ nel modo in cui si trasformo’. Le cause delle vicende che modificarono Bardou hanno origine in mercati in citta’ distanti, in lavori da citta’, in tecnologie delle citta’ (nuovi acquedotti, vecchie strade), in capitale proveniente dalle citta’. Per capire i cambiamenti di Bardou e perche’ ci furono periodo in cui nulla cambio’, dobbiamo guardare non agli elementi che definiscono Bardou , ma agli agenti di cambiamento che hanno bonificato Bairou.
Differenziare fra agenti di cambiamento provenienti da altre citta’ che hanno influenzato internazionalee fra cambiamenti che provengono dall’Impero Romano, dalla Francia, o dall’economia internazionale potrebbe sembrare cavilloso, ma non lo e’. In primo luogo, la realta’ e’ che i cambiamenti provenivano da citta’ particolari, in questo caso, da citta’ sempre distanti. Tutto attorno a Bardou si trova un’entita’ che si puo’ definire “Economia Nazionale Francese” ma non e’ questa economia che ha creato i cambiamenti di Bairou. Perche’ essere generici su queste cose se possiamo essere specifici? Roma, forse Nîmes o Lione, Parigi e le citta’ da cui provenivano gli artisti, scrittori e turisti che costituiscono l’attuale popolazione di Bardou (e da cui proviene la societa’ cinematografica) hanno generato e rigenerato la vita economica di Bardou.

Le distinzioni fra economie cittadine ed economie nazionali sono importanti per capire meglio la realta’ che ci circonda e per osservare gli esperimenti pratici di innovazione economica. La mancata comprensione della distinzione fra economie cittadine ed economie nazionali ha portato alle debacles degli aiuti economici ai paesi poveri, perche’ non e’ osservata la principale funzione economica delle citta’: quella di rimpiazzare le importazioni.

Tale funzione e’ prettamente tipica delle citta’. Le citta’ crescono e diventano economicamente versatili sostituendo beni importati dall’esterno in beni prodotti all’interno delle citta’. L’incapacita’ di osservare e comprendere questa funzione fondamentale dalle citta’ genera confusione e sprechi.

Spesso osserviamo che le nazioni o le regioni povere importano piu’ beni di quelli che si possono permettere, oppure, privandosi di essi, vanno incontro a ristrettezze terribili.

Una splendida descrizione di questo fenomeno si ritrova in un discorso che Henry Grady, giornalista del Sud degli Stati Uniti, pronuncio’ davanti ad un convegno di industriali e banchieri a Boston nel 1889 per convincerli ad aprire fabbriche nel Sud.

Grady, giornalista di Atlanta, Georgia, raccontava del un funerale di un uomo della Contea di Pickens, a otto miglia da Atlanta.

La lapide dell’uomo fu scolpita in solido marmo proveniente dalle cave del Vermont. Il cimitero si trovava in una foresta di pini, ma la bara proveniva da Cincinnati. Una montagna ricca di miniere di ferro sovrastava il cimitero, ma i chiodi e le viti della bara provenivano da Pittsburgh. Nonostante legname e ferro non mancassero in quella zona, il corpo dell’uomo fu trasportato al cimitero da una carrozza costruita a South Bend in Indiana. Vicino al cimitero si trovava un bosco di noccioli, ma le maniglie del piccone e della pala provenivano da New York. La camicia di cotone dell’uomo morto proveniva da Cincinnati, il cappotto e i pantaloni, provenivano da Chicago, le scarpe da Boston; il cadavere indossava guanti bianchi fatti a New York, e attorno al suo collo c’era una cravatta fatta a Philadelphia. La Contea di Pickens, cosi’ ricca di risorse, non aveva fornito nulla al funerale, tranne il corpo dell’uomo e il buco nel terreno e gli abitanti di Pickens avrebbero importato anche quello se avesero potuto. E quando la tomba del pover’uomo fu fatta scendere nel buco, attraverso corde provenienti da Lowell, egli non portava nulla nell’altro mondo che ricordasse dove fosse la sua casa, con l’eccezione del sangue raffermo nelle sue vene, il gelido midollo delle sue ossa e l’eco del vociare dei suoi rozzi compaesani.

Dei quattordici articoli indicati nella litania di Grady, undici provenivano dalle grandi citta’ USA di quel tempo: la bara e la camicia da Cincinnati, i chiodi, le viti e la pala da Pittsburgh, le maniglie del piccone e della pala e i guanti bianchi provenivano da New York, il cappotto e i pantaloni da Chicago, le scarpo da Boston; la carrozza proveniva dalla cittadina di di South Bend. Solo il marmo proveniva dalle campagne del Vermont e le corde da Lowell – una cittadina specializzata inprodotti tessiil vicino a Boston – non venivano da citta’.

Grady avrebbe dovuto chiedersi perche’ nessuno degli articoli della sua litania fosse stato prodotto nella piu’ vicina citta’, Atlanta. Invece Grady osservava che tutti gli articoli prodotti per il funerale provenivano dal Nord degli USA. Grady non si rendeva conto che le citta’ sono la risposta al problema della poverta’ e dell’arretratezza. Ma siccome Grady pensava in termini di economie regionali amorfe, era come se non capisse le sue stesse parole. L’obiettivo di Grady era di ottenere che che alcune industrie del Nord si trasferissero al Sud. Grady fu un precursore dei vari burocrati che oggi lavorano per attrarre industrie in economie moribonde e incapaci di nascere industrie, e che quindi si scannano per attrarre investimenti industriali.

Gli articoli che Grady elencava nella sua litania, erano collegati alla funzione del rimpiazzo delle importazioni. Nessuno di quegli articoli (camicie, chiodi, pale, ecc.) era stato inventato in quelle citta’. La maggior parte di essi erano articoli tipici della civilta’ Occidentale ancora prima che fosse scoperta l’America. Le fabbriche di Boston e Philadelphia avevano iniziato a produrre questi articoli (e molti altri) per i consumatori locali anziche’ importarli da Londra o da altre citta’ Inglesi, e avevano iniziato ad esportare tali prodotti non solo nelle loro immediate vicinanze, ma anche nelle nuove citta’ Americane che via via di andavano formando. Nel frattempo queste nuove citta’, Chicago, Pittsburgh e Cincinnati crescevano, e mentre crescevano rimpiazzavano le importazioni provenienti da Boston e Philadelphia e nel frattempo commerciavano con esse. Questo e’ il sentiero per cui una camicia proveniente da Cincinnati e una pala proveniente da Pittsburgh arrivavano fino alla Contea di Pickens, vicino ad Atlanta.

Senza dubbio, gli articoli elencati nel funerale passarono da Atlanta, visto che Atlanta era il piu’ importante centro commerciale del Sud e visto che la stessa Atlanta consumava un grande volume di beni prodotti da altre citta’. Ma ne’ Atlanta, ne’ altre citta’ del Sud rimpiazzavano le importazioni.

Dietro agli articoli della litania di Grady, dietro ai prodotti finiti, c’erano molti alri prodotti ai quali Grady non aveva pensato come cesoie, squadre, calderoni, stampanti, quaderni per la contabilita’, illuminzioni perche’ il lavoro potesse avvenire anche di sera, cucitrici, pinze, e cosi’ via.

Le citta’ che rimpiazzano le importazioni non solo rimpiazzano i prodotti finiti, ma anche un’infinita’ di prodotti intermedi funzionali alla produzione, in particolare rimpiazzano utensili e i macchinari. Il processo di rimpiazzo delle importazione emerge attraverso catene di produzione locali.

Ad esempio, in una citta’ che non producesse marmellate, prima arriva la lavorazione locale della marmellata di frutta che prima venivano importata da altre citta’, poi arriva la produzione dei vasetti di vetro e dei coperchi di metallo che prima venivano importati.

Oppure, prima si costruisce un impianto di assemblaggio per la produzione di cuscinetti metallici che prima venivano importati; in seguito, dopo che l’impianto e’ stato costruito, si importano i metalli necessari per la costruzione dei cuscinetti; poi si iniziano a fondere i metalli appropriati all’interno dell’impianto di assemblaggio.

Quando Tokyo inizio’ il business delle biciclette, prima venne il lavoro di manutenzione, poi si iniziarono a produrre alcule parti delle parti delle biciclette piu’ richieste nelle riparazioni, poi si inizio’ la manutenzione di altre parti e finalmente si arrivo’ all’assemblaggio completo delle biciclette. E non appena Tokyo inizio’ ad esportare biciclette ad altre citta’ Giapponesi, anche in queste citta’ inizio’ il processo di rimpiazzo delle importazioni che aveva avuto luogo precedentemente a Tokyo.

Quando le citta’ esportano prodotti, le esportazioni “nutrono” il lavoro che paga per le importazioni, cioe’ “nutre” il processio di rimpiazzo di importazioni.

Ad esempio, un’impresa che produce posate e pentole in acciaio inossidabile per le esportazioni puo’ iniziare a produrre nello stesso materiale anche sedie e tavoli in acciaio, e quindi puo’ giocare un ruolo importante nel rimpiazzare importazioni di arredamenti in acciaio. Oppure, i lavoratori della fabbrica che croma le posate in acciaio, possono mettersi in proprio, ma questa volta, gli operai possono trsformarsi in imprenditori abbandonando la produzione di posate e dedicandosi alla produzione di sedie e tavoli. Questo e’ un processo ancora migliore perche’ ora ci sono due imprese a nutrire il processo di rimpiazzo delle importazioni.

Il rimpiazzo delle importazioni e’ un processo tipico delle citta’ perche’ la produzione locale di beni che prima venivano imporati non e’ economicamente possibile in piccoli villaggi isolati che non hanno rapporti con i mercati cittadini e che non hanno sufficiente versatilita’ per poter cambiare i metodi di produzione.

Le citta’ possono stimolare questo tipo di versatilita’ grazie al risultato del lavoro di esportatori in parte perche’ hanno gia’ rimpiazzato molte importazioni, in parte attraverso le complesse relazioni simbiotiche che si formano tra i vari produttori. In secondo luogo, i mercati cittadini – dei produttori o dei consumatori – sono piu’ vari e piu’ diversificati. Queste due qualita’ dei mercati cittadini generano una produzione diversificata a costi bassi. Tale diversita’ non sarebbe possibile in insediamenti rurali.

La vita economica si sviluppa grazie all’innovazione e si espande grazie al rimpiazzo delle importazioni. Questi due fenomeni sono strettamente legati ed entrambi sono parte integrante delle economie delle citta’. Quando il rimpiazzo delle importazioni avviene con successo, spesso implica adattamenti della progettazione, dei materiali o dei metodi di produzione, processi che richiedono innovazione e improvvisazione da parte degli imprenditori e dei lavoratori.

Nel 1982 Charles F Sabel, un professore del Massachussetts Institue of Technology, descrisse uno straodinario proliferare di “innumerevoli piccole imprese” nel decennio precedente nei distretti industriali fra Bologna e Venezia. Secondo il professore, tale proliferazione era dovuta a continue improvvisazioni ed innovazioni. In una piccola fabbrica che produceva meccanismi di trasmisione per trattori si adattava il progetto anche per trebbiatrici automatiche. In un’altra piccola fabbrica, una macchina impacchettatrice veniva progettata e modificata varie volte, per riposizionarsi in diverse fasi della catena di montaggio automatica. In un’altra fabbrica, un telaio per il cotone veniva aggiustato per lavorare anche tessuti sintetici.

Sabel si meravigliava della piccola dimensione e del successo di queste imprese innovative, molte delle quali impiegavano “dai 5 ai 50 addetti, alcune 10 addetti e pochissime impiegano piu’ di 250 addetti”, e che nel complesso “si specializzavano in ogni fase della produzione del tessile, macchine automatiche, macchine di precisione, automobili, bus e macchine agricole”, ed era sorpreso dalla qualita’ del lavoro svolto nella poduzione di ceramiche, scarpe, mobili di plastica, motociclette, macchine per la lavorazione del legno, macchine per la lavorazione del metallo, macchine per la produzione di ceramiche. Sabel racconta della facilita’ con cui queste imprese spesso sono fondate da ex operai che si sono staccati dai loro ex datori di lavoro e sono diventati imprenditori loro stessi, e racconta delle incredibili economie di scala che sono state ottenute non, come generalmente si riteneva, all’interno di grandi organizzazioni, ma attraverso grandi distretti industriali fatti di piccole imprese.

“La capacita’ innovativa di questo tipo di azienda” spiega Sabel “dipende dall’uso flessibile che si fa della tecnologia; dalle relazioni di fiducia e vicinanza con altre imprese ugualmente innovative in settori adiacenti; e soprattutto dalla collaborazione stretta con lavoratori che hanno competenze complementari fra loro. Queste imprese praticano con coraggio l’innovazione in maniera spontanea attraverso la fusione dei processi di concettualizzazione ed esecuzione, conoscenza astratta e pratica, che solo poche grandi imprese sono state capaci di praticare.”

Tutto questo suggerisce “modi radicalmente nuovi di organizzare la societa’ industriale” in linea con i primi segno di una ridefinizione epocale di mercati, tecnologie e gerarchie industriali”.

Le meraviglie di questi affollati distretti industriali, che hanno suggerito a Sabel cambiamenti epocali, sono sempre state tipiche di citta’ creative, per cui non c’e’ nulla di nuovo in questo metodo di organizzazione industriale. Le realta’ osservate da Sabel – gli aggregati dei distretti industriali, la simbiosi, la facilita’ per un dipendente di trasformarsi in imprenditore, la flessibilita’, le economie di scala e la flessibilita’ – sono esattamente le qualita’ del processo di rimpiazzo delle importazioni, un processo che si realizza solo nelle citta’ e nei loro dintorni.

Per ovvie ragioni, la maggior parte del rimpiazzo delle importazioni consiste di beni fatti nelle citta’ e di servizi, ovviamente, non di tutti i beni. Alcuni dei piu’ brillanti momenti di rimpiazzo delle importazioni coinvolgono prodotti prettamente rurali. Alcuni esempi del passato sono il rimpiazzo del ghiaccio naturale con i frigoriferi costruiti in fabbriche cittadine; rimpiazzi di cotone, lino, seta e pelliccia con articoli sintetici, progettate nelle citta’; rimpiazzi di avorio e tartaruga con plastiche. Non c’e’ dubbio che in queste citta’ si continuera’ a progredire con la creativita’ di rimpiazzare le importazioni, come nel caso di rimpiazzo di carburanti fossili. Il rimpiazzo delle importazioni non e’ un processo grandioso. I rimpiazzi sono inizialmente piccoli, spesso coinvolgono oggetti che in se tessi sono di poca importanza, e in molti casi sono imitazioni – ma cio’ nonostante in aggregato, aggiungono una forte spinta economica, la stessa spinta che il Professore dell’MIT aveva osservato fra Bologna e Venezia.

Ogni insedimaneto urbano che riesce a rimpiazzare le importazioni diventa una citta’. Ogni citta’ che sperimenta di tanto in tanto episodi di esplosioni di rimpiazzi di importazioni mantiene la propria economia al passo con i tempi e competitiva. Tra un’esplosione di innovazione ed un’altra, la citta’ riuscira’ a mantenere la sua ricchezza attraverso le esportazioni. Ma perche’ parliamo di “esplosione” e di “episodi”? Nella vita reale, ogni volta che il rimpazzo delle importazioni avviene, non avviene come in un flusso continuo, ma avviene in maniera episodica ed esplosiva e funziona come una reazione a catena.

Il processo si alimenta da se’ e, una volta innescato, non si estingue fino a che non si realizzano ulteriori rimpiazzi di importazioni.

Quando il rimpiazzo delle importazioni inizia per un prodotto esso stimola altri rimpiazzi. Quando questi episodi terminano, una citta’ dovra’ iniziera’ ad importare nuovi beni da altre citta’ e se la citta’ mantiene la sua vitailta’, ptrea’ sperimentare un’altra esplosione di innovazione. Questo processo allarga le economie cittadine e le diversifica, e fa si che le citta’ crescano in maniera irregolare e – se vogliamo- caotica. Ma la crescita non e’ un processo continuo. Molta parte del processo di rimpiazzo delle importazioni, specialmente nelle grandi citta’, si accompagana alla perdita di posti di lavoro in settori in declino. Le citta’ hanno sempre perso i lavori obsoleti; qualche volta perche’ le loro citta’ clienti si mettono a rimpiazzare le loro esportazioni e diventano piu’ competitivi nel produrre cio’ che prima importavano; qualche volta perche’ imprese di successo, dopo essersi sviluppate nel nido intricato delle citta’, trasportano le loro operazioni in posti piu’ isolati; altre volte perche’ alcuni prodotti ed alcune competenze diventano obsolete.

Quando una citta’ rimpiazza le importazioni con la propria produzione, altre citta’ subscono perdite nelle loro esportazioni. Tuttavia, altri insediamenti guadagnano un vaolre equivalente di nuovo lavoro dalle esportazioni. Questo perche’ una citta’ che rimpiazza le importazioni non riduce generalmente le importazioni, ma inizia ad acquistare altri e nuovi beni. La vita eonomica nel suo complesso si e’ espansa al punto che le citta’ che rimpiazzano le importazioni hanno tutto quello che avevano prima ed in piu’ hanno altri prodotti a complemento di nuove e differenti importazioni.

Il rimpiazzo delle importazioni e’ la radice dell’espanzione economica.

Per capire i concetti di crescita e declino economico, e’ importante utiizzare un linguaggio piu’ preciso. L’espansione che deriva dal processo di rimpiazzo delle importazioni consiste in cinque specifiche forme di espansione:

(1) espansione dei mercati cittadini per nuove e diverse importazioni;

(2) espansione delle competenze dei lavoratori;

(3) espansione delle unita’ produttive al di fuori dei confini cittadini;

(4) espansione tecnologica per aumentare produzione e produttivita’;

(5) espansione del capitale

Queste cinque forze esercitano effetti che si riverberano al di fuori e all’interno delle citta’ fino ai posti piu’ remoti come Bardou .

Henry Grady vide gia’ piu’ di un secolo fa che c’era una grossa mancanza nelle economie colpite dalla poverta’ e dall’arretratezza, e cioe’ che non erano in grado di produrre i beni di cui avevano bisogno. Ma non capi’ la connessione fra bisogno di beni e rimpiazzo delle importazioni da parte delle citta’.

A dire il vero, questa connessione non l’avevano capita nemmeno gli esperti dello sviluppo di questo secolo con tutta la loro statistica, le loro teorie, i loro grafici e le loro curve . Cio’ che Grady aveva pensato in termini di economie regionali, loro lo pensavano in termini di economie nazionali, commettendo lo stesso errore.

Pensando in termini di economie nazionali, gli economisti ritenevano che il rimpiazzo delle importaizioni coinvolgesse solo paesi stranieri senza capire che la citta’ importano da altre citta’ anche se si trovano negli stessi confini nazionali e sono protette dagli stessi eserciti.

L’economia di una citta’ che non sappia rimpiazzare le importazioni con la propria produzione e’, alla meglio, debole e incapace di uscire dall’arretratezza in cui si trova.

Questo concetto pare misterioso anche se la realta’ dei fatti ce lo presenta davanti agli occhi. Nel normale funzionamento dell’economia di una citta’ non fa nessuna differenza quale delle use importazioni origini nella sua nazione o in altre nazioni, e lo stesso e’ vero per le destinazioni delle esportazioni.Qualunque sia la fonte delle importazioni, la conseguenza di rimpiazzarle che il processo del rimpiazzo genera le cinque grandi forze dell’espansione economica elencate sopra.

Un’altra sfortunata conseguenza della preoccupazione per le economie nazionali e’ che gli esperti di sviluppo non pensano al impiazzo delle importazioni come ad un processo cittadino. Ma pensano che sia un processo a livello nazionale e quindi difendono l’idea che fabbriche e industrie completamente sviluppate siano spostati arbitrariamente in piccole citta’ di campagna, generalmente dove c’e molta disoccupazione.

Tutto questo, sebbene ricada sotto il nome di rimpiazzo delle importazioni, e’ lontano dalla sue realta’; questi schemi hanno portato alla bancarotta di molte nazioni invece di aiutarle a prosperare. Queste sono conseguenze che ricadono indirettamente anche su di noi che ascoltiamo i consigli di persone intelligenti ed istruite, ma che non non si sono prese la briga di verificare ipotesi che risalgono alla teoria mercantilista e al suo peccato originale, quello di sostenere che le nazioni sono la misura esenziale dell’attivita’ economica.

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Comuni

Posted by janejacobs su ottobre 28, 2008

Le citta’-stato del Medioevo italiano sono state un esperimento naturale interessante su come la cooperazione abbia saputo creare sviluppo e ricchezza. La nascita delle citta’ Stato italiane avvenne nel processo di disgregazione del Sacro Romano Impero fondato da Carlo Magno alla fine del primo millennio. La parte centrale di questo processo fu l’affermazione di citta’ in grado di governarsi da sole. Questo processo avvenne un po’ in tutta Europa, ma fu particolarmente forte nell’Italia centro-settentrionale fra il 1100 ed il 1300 a causa della debolezza del potere imperiale. In alcune citta’, la mancanza di un governo centrale porto’ all’aggregazione di individui che decidevano di cooperare per risolvere problemi di interesse comune. Ad esempio a Genova, le famiglie nobili dell’aristocrazia marittima formarono simili patti. Tali patti venivano fatti rispettare con severita’. Chi disobbediva ai patti veniva escluso dalle relazioni commerciali e politiche dagli altri membri del patto. In alcune citta’, era il vescovo a fare da garante perche’ i patti venissero rispettati. Ed il vescovo aveva il potere di scomunicare chi disobbediva ai patti, una punizione molto piu’ grave di quello che oggi si possa immaginare.
Lentamente iniziarono ad emergere nuove e sempre piu’ stabili istituzioni. Il primo seme di citta’ libera fu il consolato, un comitato composto da un numero limitato di cittadini i cui poteri scadevano generalmente dopo un anno. L’istituzione del consolato e’ la piu’ visibile manifestazione delle citta’ stato come corpo politico indipendente. Il tempo, i commerci e le guerre sviupparono pienamente le istituzioni cittadine. Nel corso di due secoli, la piccola assemlea di capi locali delle principali famiglie che condividevano i poteri (coloro che partecipavano al patto giurato) si sviluppo’ in un moderno parlamento di membri eletti da una fetta sempre maggiore della popolazione. Con questi cambiamenti, si sviluppo’ pienamente il modello di citta’-stato. Tale citta’ stato procurava proetzione ed ordine, raccoglieva le tasse, si occupava della difesa della citta’, dava ai cittadini le protezioni di base ed era responsabile per il mentenimento e la sicurezza delle strade, infrastrutture essenziali per garantiere il commercio fra citta’.
Alla meta’ del dodicesimo secolo nacque una nuova parola per descrivere le citta’-stato Italiane: la parola “comune”, che deriva dal latino ed indica la proprieta’ comune dei cittadini: non solo le mura, le strade, ma anche le cattedrali e le chiese erano viste come proprieta’ dei cittadini del comune e della comunita’ locale, una proprieta’ che andava mantenuta e rispettata, perche’ di tutti. I diritti e le liberta’ comunali andavano di pari passo con a responsabilita’ di operare per il proprio interesse e per il bene comune dei cittadini. La straordinaria indipendenza di cui godevano i comuni Italiani non era gratuita. Le citta’ dovevano difendersi dai tentativi degli Imperatori Tedeschi di esercitare la loro autorita’ sulle loro ricche citta’ e imporre tasse; dalle pretese dei feudatari locali, e dai tentativi continui dei comuni di espandersi ai danni degli altri.
La battaglia per l’indipendenza dall’Imperatore raggiunse il suo culmine nel 1176 quando una leva di citta’ libere, la Lega Lombarda, sonfisse l’imperatore Federico I Barbarossa che discese sull’Italia per riaffermare i suoi poteri ed i suoi privilegi. In quell’occasione non tutte le citta’ libere combatterono contro l’impero, alcune citta’ del Piemonte e la stessa Genova appoggiarono l’impero in cambio di concessioni da parte dell’imperatore. L’atteggiamento duplice che i Comuni Italiani tennero con l’imperatore era un segno della loro liberta’ e della loro capacita’ di negoziare accordi con l’imperatore o di combatterlo a seconda delle proprie convenienze.
Nei Comuni, il potere politico non era identificato con una singola persona regnante, ma con l’intera comunita’ (da qui il nome Comuni). Inoltre, la fonte del potere politico e dell’autorita’ non era religiosa o dinastica, ma veniva dagli abitanti del Comune. Le regole, le leggi e le decisioni formali erano sempre fatte in nome del popolo, anche se in pratica le elite e le famiglie ricche avevano maggiore importanza. Inotltre, la vita dei comuni era regolata da statuti che facevano appello a tutti i cittadini anziche’ ad un solo gruppo di sudditi. Questo era in forte contrasto con la societa’ feudale dove le regole ed i diritti derano diversi a seconda del ceto sociale di un individuo (nobile, contadino, membro del clero). Infine, lo svilupppo del comune va di pari passo con quello delle  liberta’ personali: prima dela nascita delle citta’ indipendenti, gli abitanti delle citta’ erano servi del feudatario locale. Con il comune le liberta’ personali ricevevano protezione legale contro gli abusi degli ufficiali governativi, le cui azioni erano soggette al controllo di istituzioni ad hoc, inclusi i tribunali a cui i cittadini potevano fare appello. In altre parole, le citta’ stato svilupparono un sistema di protezione dei diritti di proprieta’ e di limiti del potere esecutivo che furono funzionali al loro sviluppo.
Fonte: Long Term Persistence
 

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Citta’ piu’ ricche

Posted by janejacobs su luglio 15, 2008

Questa classifica (sempre attinta dalla stessa fonte del post precedente), individua le citta’ piu’ ricche per abitante.

Posizione Citta’ Indice
New York =100
1 Zurigo 140.3
2 Dublino 132.3
3 Oslo 131.7
4 Ginevra 130.4
5 Lussemburgo 120
6 Copenhagen 114.1
7 Londra 110
8 Helsinki 108.7
9 Francoforte 102.4
10 Monaco 101.4
30 Milano 71
33 Roma 59

Fonte: Citymayors

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Le citta’ piu’ ricche nel 2005 e nel 2020

Posted by janejacobs su luglio 15, 2008

Qui sotto una classifica delle citta’ piu’ ricche fra dodici anni e tre anni fa e le ipotesi di crescita. Sotto le prime dieci, ho anche inserito le due maggiori citta’ Italiane. La ricchezza considerata qui e’ la ricchezza in totale, non pro-capite.

Posizione 2020 Posizione 2005 Citta’ Paese Stime GDP nel 2020 (mld $) Stima crescita 2005-2020
1 1 Tokyo Giappone                               1,602 2.00%
2 2 New York USA                                1,561 2.20%
3 3 Los Angeles USA                                  886 2.20%
4 6 Londra Regno Unito                                  708 3.00%
5 4 Chicago USA                                  645 2.30%
6 5 Parigi Francia                                    611 1.90%
7 8 Citta’ del Messico Messico                                  608 4.50%
8 9 Filiadelfia USA                                  440 2.30%
9 7 Osaka Giappone                                  430 1.60%
10 10 Washington USA                                  426 2.40%
45 38 Roma Italia                                   187 2.90%
48 40 Milano Italia                                   174 2.80%

 

Fonte: Citymayors

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Playa del Carmen

Posted by janejacobs su giugno 20, 2008

Vent’anni fa a Playa del Carmen non c’erano strade asfaltate, si potevano lasciare aperte le porte di casa e si poteva andare ovunque in bicicletta. Oggi c’e’ traffico dappertutto e la vita non e’ piu’ cosi’ libera ed informale.

Playa del Carmen sta crescendo ad un ritmo esorbitante in una delle regioni del Messico piu’ dinamiche dal punto di vista del turistismo. Playa del Carmen sta in una fascia di costa di meno di 100 chilometri tra Cancun ed il sito archeologico di Tulum. Questo pezzo di costa e’ chiamato la Riviera dei Maya.

Da quanto i primi turisti muniti di sacco a pelo sono arrivati dall’Europa, Playa del Carmen ha avuto uno sviluppo nella fascia turistica alta e oggi la sua strada principale, detta FIfth Avenue, ha boutiques, alberghi chic e negozi di lusso.

L’espanione del turismo ha creato migliaia di lavori, ha fatto aumentare i salari e ha creato un’ondata di immigrazione. Lo scorso anno, la popolazione della Riviera dei Maya e’ cresciuta del 22%, il tasso piu’ alto di crescita di ogni regione del Messico – e ora raggiunge una popolazione di 151,000 abitanti, circa 10 volte quella che aveva 20 anni fa.

Il boom di Playa del Carmen riflette il progresso del settore turistico messicano. Il Messico non ha mai avuto un numero cosi’ alto di turisti, quasi 22 milioni lo scorso anno. Il Messico e’ ora l’ottavo paese per numero di visitatori, ed il secondo paese fra i paesi in via di svilupo.

Cancun era stata costruita sulla costa vergine a Nord della riviera dei Maya alla fine degli anni ’70, cosi’ come sono stae costruite in quello stesso periodo le citta’ di Zihuatanejo, Loreto e Los Cabos, che erano parte dello stesso piano di sviluppo del governo messicano.

L’agenzia del turismo Fonatur, ha da poco ricevuto nuovi poteri dal governo per dinanziare ulteriormente lo sviluppo turistico. Uno di questi risultati e’ stato il tentativo di rilanciare Huatulco, un centro turistico lanciato negli anni ’80 che non ha avuto molto successo.

Le grandi catene di alberghi Spagnoli hanno investito $3.5 miliardi nel settore a partire dal 2007, un aumento dell’11% rispetto all’anno precedente. Nella Riviera dei Maya si stanno costruendo tre nuovi aeroporti per render l’accesso alle spiagge e agli alberghi piu’ agevole.

Ma il Messico sta anche beneficiando da una nuova tendenza demografica in Nord America. Negli ultimi anni, circa 1 milione di pensionati USA ha scelto di comprare una casa per le ferie e di passare almeno parte dell’anno in Messico.

Fonatur lo scorso hanno ha detto che si sono investiti circa $7 miliardi in 18,000 case di villeggiatura e si aspetta che questa cifra salga a $17 miliardi entro il 2012. Anche se gli USA stanno attraversando un momento di crisi, i Canadesi e gli Europei compensano tale crisi. E l’83% delle camere d’albergo ha almeno 4 stelle.

Il grande problema e’ se di questo passo lo sviluppo della zona sara’ sostenibile o se finira’ per implodere, promuovendo una forte crescita demografica, traffico ingestible e cementificazione selvaggia. Acapulco e Cancun sono state oggetto di critica da parte degli ambientalisti in passato perche’ l’immigrazione dell’entroterra ha superato la capacita’ delle citta’ di offrire servizi basilari come acqua, elettricita’ e trasporto. Sulla costa Caraibica, ci sono altre preoccupzioni relative alla vulnerabilita’ della zona agli uragani, come Wilma, che ha fatto pesanti danni tre anni fa.

Ma le cose sembrano andare meglio a Playa del Carmen. Le linee della corrente sono scavate sottoterra. Si privilegiano edifici bassi e hotel a bassa densita’ abitativa. A Tulum, le autorita’ stanno cercando di rendere gli standard sufficienti per la certificazione di sostenibilita’ ISO.

Non sara’ facile trovre un equilibrio fra quest’enorme sviluppo economico e sosteinibilita’. Il prezzo delle case nella Riviera dei Maya e’ aumentato di 4 volte negli ultimi 10 anni. Il problema e’ che a livello locale la percezione dei gruppi di popolazione a basso reddito e’ che tutti possono diventare ricchi. Tutti pensano che possedere un pezzo di terra equivalga a vincere alla lotteria.

Continua…

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Nanchino, le sue industrie e i suoi chimici

Posted by janejacobs su giugno 13, 2008

Nanchino

Con sei milioni di abitanti, Nanchino e’ oggi un importante snodo per i trasporti ed i commerci nella parte costiera della Cina ed e’ uno dei primi quattro centri di ricerca scientifica e di educazione universitaria in Cina.

Nella prima meta’ del ventesimo secolo Nanchino si era trasformata da centro di produzione a centro di consumo, dovuto all’espansione della ricchezza della sua popolazione che aveva ottenuto un forte ruolo nella politica Cinese. Molti grandi magazzini come Zhongyang Shangchang attraevano mercanti da tutta la Cina. Nel 1933, il reddito generato dalle industrie del cibo e dell’intrattenimento nella citta’ di Nanchino eccedevano la somma del reddito procurato dall’industria manifatturiera e dall’agricoltura. Un terzo della popolazione della citta’ di Nanchino lavorava nell’industria dei servizi, mentre fiorivano anche le industrie illecite della prostituzione, della droga e delle scommese clandestine.

Nel 1950, il governo cinese investi’ a Nanchino per costruire industrie pesanti come parte di un piano quinquennale che voleva promuovere una rapida industrializzazione. Fabbriche elettriche, mecaniche e metallurgiche vennero fondate in breve tempo convertendo Nanchino in un centro della produzione di industria pesante. I politici di Nanchino, presi dall’ansia di generare nuove industrie fecero enormi errori come quello perdere centiania di milioni di yuan per estrarre a vuoto carbone, senza assicurarsi che il carbone esistesse effettivamente.

Oggi Nanchino ha ereditato le caratteristiche di citta’ industriale e ha sviluppato quelle che i cinesi definiscono le “cinque colonne” dell’industria: elettronica, automobili, chimica, siderurgia ed energia. Alcune delle maggiori industrie di Nanchino sono:Panda Electronics, Jincheng Motors e Nanjing Steel. L’industria del terziario ha aumentato la sua percentuale di PIL prodotto nella citta’; e oggi il terziario rappresenta il 44% della ricchezzza di Nanchino. La citta’ sta anche attraendo investimenti stranieri assieme ad altre citta’ del Delta del Fiume Yangtze. Molte multinazionali come Volkswagen, Iveco e Sharp, hanno stabilito la loro base a Nanchino. Il governo della citta’ di Nanchino sta costruendo grandi “parchi” industriali.

In particolare, Nanchino oggi sta diventando un polo della chimica mondiale. La multinazionale tedesca BASF si e’ messa in societa’ con un’impresa cinese, la Sinopec, un gruppo energetico cinese, per fare un investimento di $900 milioni al fine di aumentare la produzione del 25% in 3 anni. La BASF spera che presto i suoi impianti di Nanchino potranno presto competere con i suoi impianti di Ludwicshafen come punto principale delle sue operazioni.

Ma c’e’di piu’. Secondo Martin Brudermueller, direttore della BASF in Asia, le operazioni di Nanchino serviranno a combinare i costi bassi della manodopera cittadina allo sviluppo di nuove competenze nel campo della progettazione degli impianti.

Se tutto andra’ secondo i piani, questo fara’ si che gli impianti della BASF in tutto il mondo metteranno in pratica soluzioni e progetti pensati dagli ingegneri cinesi.

L’impiando BASF-Sinopec ha 6,000 dipendenti di cui 100 ricercatori. Molti dei clienti della BASF in Cina stanno modificando la loro filosofia produttiva da quella di imitare prodotti pensati e all’estero a quella di innovare la progettazione ed il design in maniera indipendente ed originale. Questo pone pressione ad imprese come la BASF per studiare materiali ancora piu’ avanzati e per venire incontro alle esigenze del mercato cinese.

Continua…

Fonti: Wikipedia, BASF

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Le cinque forze della citta’

Posted by janejacobs su aprile 1, 2008

 

Ogni insedimaneto urbano che riesce a rimpiazzare le importazioni diventa una citta’. Ogni citta’ che sperimenta di tanto in tanto episodi di esplosioni di rimpiazzi di importazioni mantiene la propria economia al passo con i tempi e competitiva. Tra un’esplosione di innovazione ed un’altra, la citta’ riuscira’ a mantenere la sua ricchezza attraverso le esportazioni. Ma perche’ parliamo di esplosione e di episodi? Nella vita reale, ogni volta che il rimpazzo delle importazioni avviene, non avviene come in un flusso continuo, ma avviene in maniera episodica ed esplosiva e funziona come una reazione a catena.

Il processo si alimenta da se’ e, una volta innescato, non si estingue fino a che non si realizzano ulteriori rimpiazzi di importazioni.

Quando il rimpiazzo delle importazioni inizia per un prodotto esso stimola altri rimpiazzi. Quando questi episodi terminano, una citta’ dovra’ iniziera’ ad importare nuovi beni da altre citta’ e se la citta’ mantiene la sua vitailta’, ptrea’ sperimentare un’altra esplosione di innovazione. Questo processo allarga le economie cittadine e le diversifica, e fa si che le citta’ crescano in maniera irregolare e – se vogliamo- caotica. Ma la crescita non e’ un processo continuo. Molta parte del processo di rimpiazzo delle importazioni, specialmente nelle grandi citta’, si accompagana alla perdita di posti di lavoro in settori in declino. Le citta’ hanno sempre perso i lavori obsoleti; qualche volta perche’ le loro citta’ clienti si mettono a rimpiazzare le loro esportazioni e diventano piu’ competitivi nel produrre cio’ che prima importavano; qualche volta perche’ imprese di successo, dopo essersi sviluppate nel nido intricato delle citta’, trasportano le loro operazioni in posti piu’ isolati; altre volte perche’ alcuni prodotti ed alcune competenze diventano obsolete.

Quando una citta’ rimpiazza le importazioni con la propria produzione, altre citta’ subscono perdite nelle loro esportazioni. Tuttavia, altri insediamenti guadagnano un vaolre equivalente di nuovo lavoro dalle esportazioni. Questo perche’ una citta’ che rimpiazza le importazioni non riduce generalmente le importazioni, ma inizia ad acquistare altri e nuovi beni. La vita eonomica nel suo complesso si e’ espansa al punto che le citta’ che rimpiazzano le importazioni hanno tutto quello che avevano prima ed in piu’ hanno altri prodotti a complemento di nuove e differenti importazioni.

Il rimpiazzo delle importazioni e’ la radice dell’espanzione economica.

Per capire i concetti di crescita e declino economico, e’ importante utiizzare un linguaggio piu’ preciso. L’espansione che deriva dal processo di rimpiazzo delle importazioni consiste in cinque specifiche forme di espansione:

(1)  espansione dei mercati cittadini per nuove e diverse importazioni;

(2) espansione delle competenze dei lavoratori;

(3) espansione delle unita’ produttive al di fuori dei confini cittadini;

(4) espansione tecnologica per aumentare produzione e produttivita’;

(5) espansione del capitale

Queste cinque forze esercitano effetti che si riverberano al di fuori e all’interno delle citta’ fino ai posti piu’ remoti come Bardou .

Henry Grady vide gia’ piu’ di un secolo fa che c’era una grossa mancanza nelle economie colpite dalla poverta’ e dall’arretratezza, e cioe’ che non erano in grado di produrre i beni di cui avevano bisogno. Ma non capi’ la connessione fra bisogno di beni e rimpiazzo delle importazioni da parte delle citta’.

A dire il vero, questa connessione non l’avevano capita nemmeno gli esperti dello sviluppo di questo secolo con tutta la loro statistica,  le loro teorie,  i loro grafici e le loro curve . Cio’ che Grady aveva pensato in termini di economie regionali, loro lo pensavano in termini di economie nazionali, commettendo lo stesso errore.

Pensando in termini di economie nazionali, gli economisti ritenevano che il rimpiazzo delle importaizioni coinvolgesse solo paesi stranieri senza capire che la citta’ importano da altre citta’ anche se si trovano negli stessi confini nazionali e sono protette dagli stessi eserciti.

L’economia di una citta’ che non sappia rimpiazzare le importazioni con la propria produzione e’, alla meglio, debole e incapace di uscire dall’arretratezza in cui si trova.

Questo concetto pare misterioso anche se la realta’ dei fatti ce lo presenta davanti agli occhi. Nel normale funzionamento dell’economia di una citta’ non fa nessuna differenza quale delle use importazioni origini nella sua nazione o in altre nazioni, e lo stesso e’ vero per le destinazioni delle esportazioni.Qualunque sia la fonte delle importazioni, la conseguenza di rimpiazzarle che il processo del rimpiazzo genera le cinque grandi forze dell’espansione economica elencate sopra.

Un’altra sfortunata conseguenza della preoccupazione per le economie nazionali e’ che gli esperti di sviluppo non pensano al impiazzo delle importazioni come ad un processo cittadino. Ma pensano che sia un processo a livello nazionale e quindi difendono l’idea che fabbriche e industrie completamente sviluppate siano spostati arbitrariamente in piccole citta’ di campagna, generalmente dove c’e molta disoccupazione.

Tutto questo, sebbene ricada sotto il nome di rimpiazzo delle importazioni, e’ lontano dalla sue realta’; questi schemi hanno portato alla bancarotta di molte nazioni invece di aiutarle a prosperare.  Queste sono conseguenze che ricadono indirettamente anche su di noi che ascoltiamo i consigli di persone intelligenti ed istruite, ma che non non si sono prese la briga di verificare ipotesi che risalgono alla teoria mercantilista e al suo peccato originale, quello di sostenere che le nazioni sono la misura esenziale dell’attivita’ economica.

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Tra Bologna e Venezia

Posted by janejacobs su marzo 31, 2008

Crespi d'Adda fabbrica.JPG

Capannoni industriali

La vita economica si sviluppa grazie all’innovazione e si espande grazie al rimpiazzo delle importazioni. Questi due fenomeni sono strettamente legati ed entrambi sono parte integrante delle economie delle citta’. Quando il rimpiazzo delle importazioni avviene con successo, spesso implica adattamenti della progettazione, dei materiali o dei metodi di produzione, processi che richiedono innovazione e improvvisazione da parte degli imprenditori e dei lavoratori.

Nel 1982 Charles F Sabel, un professore del Massachussetts Institue of Technology, descrisse uno straodinario proliferare di “innumerevoli piccole imprese” nel decennio precedente nei distretti industriali fra Bologna e Venezia. Secondo il professore, tale proliferazione era dovuta a continue improvvisazioni ed innovazioni. In una piccola fabbrica che produceva meccanismi di trasmisione per trattori si adattava il progetto anche per trebbiatrici automatiche. In un’altra piccola fabbrica, una macchina impacchettatrice veniva progettata e modificata varie volte, per riposizionarsi in diverse fasi della catena di montaggio automatica. In un’altra fabbrica, un telaio per il cotone veniva aggiustato per lavorare anche tessuti sintetici.

Sabel si meravigliava della piccola dimensione e del successo di queste imprese innovative, molte delle quali impiegavano “dai 5 ai 50 addetti, alcune 10 addetti e pochissime impiegano piu’ di 250 addetti“, e che nel complesso “si specializzavano in ogni fase della produzione del tessile, macchine automatiche, macchine di precisione, automobili, bus e macchine agricole”, ed era sorpreso dalla qualita’ del lavoro svolto nella poduzione di ceramiche, scarpe, mobili di plastica, motociclette, macchine per la lavorazione del legno, macchine per la lavorazione del metallo, macchine per la produzione di ceramiche. Sabel racconta della facilita’ con cui queste imprese spesso sono fondate da ex operai che si sono staccati dai loro ex datori di lavoro e sono diventati imprenditori loro stessi, e racconta delle incredibili economie di scala che sono state ottenute non, come generalmente si riteneva, all’interno di grandi organizzazioni, ma attraverso grandi distretti industriali fatti di piccole imprese.

“La capacita’ innovativa di questo tipo di azienda” spiega Sabel “dipende dall’uso flessibile che si fa della tecnologia; dalle relazioni di fiducia e vicinanza con altre imprese ugualmente innovative in settori adiacenti; e soprattutto dalla collaborazione stretta con lavoratori che hanno competenze complementari fra loro. Queste imprese praticano con coraggio l’innovazione in maniera spontanea attraverso la fusione dei processi di concettualizzazione ed esecuzione, conoscenza astratta e pratica, che solo poche grandi imprese sono state capaci di praticare.”

Tutto questo suggerisce “modi radicalmente nuovi di organizzare la societa’ industriale” in linea con i primi segno di una ridefinizione epocale di mercati, tecnologie e gerarchie industriali“.

Le meraviglie di questi affollati distretti industriali, che hanno suggerito a Sabel cambiamenti epocali, sono sempre state tipiche di citta’ creative, per cui non c’e’ nulla di nuovo in questo metodo di organizzazione industriale. Le realta’ osservate da Sabel – gli aggregati dei distretti industriali, la simbiosi, la facilita’ per un dipendente di trasformarsi in imprenditore, la flessibilita’, le economie di scala e la flessibilita’ – sono esattamente le qualita’ del processo di rimpiazzo delle importazioni,  un processo che si realizza solo nelle citta’ e nei loro dintorni.

Per ovvie ragioni, la maggior parte del rimpiazzo delle importazioni consiste di beni fatti nelle citta’ e di servizi, ovviamente, non di tutti i beni. Alcuni dei piu’ brillanti momenti di rimpiazzo delle importazioni coinvolgono prodotti prettamente rurali. Alcuni esempi del passato sono il rimpiazzo del ghiaccio naturale con i frigoriferi costruiti in fabbriche cittadine; rimpiazzi di cotone, lino, seta e pelliccia con articoli sintetici, progettate nelle citta’; rimpiazzi di avorio e tartaruga con plastiche.  Non c’e’ dubbio che in queste citta’ si continuera’ a progredire con la creativita’ di rimpiazzare le importazioni, come nel caso di rimpiazzo di carburanti fossili. Il rimpiazzo delle importazioni non e’ un processo grandioso. I rimpiazzi sono inizialmente piccoli, spesso coinvolgono oggetti che in se tessi sono di poca importanza, e in molti casi sono imitazioni – ma cio’ nonostante in aggregato, aggiungono una forte spinta economica, la stessa spinta che il Professore dell’MIT aveva osservato fra Bologna e Venezia. Continua…

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Rimpiazzare le importazioni

Posted by janejacobs su marzo 30, 2008

Le citta’ Asiatiche primeggiano nel rimpiazzare le importazioni 

Le citta’ che rimpiazzano le importazioni non solo rimpiazzano i prodotti finiti, ma anche un’infinita’ di prodotti intermedi funzionali alla produzione, in particolare rimpiazzano utensili e i macchinari. Il processo di rimpiazzo delle importazione emerge attraverso catene di produzione locali.

Ad esempio, in una citta’ che non producesse marmellate, prima  arriva la lavorazione locale della marmellata di frutta che prima venivano importata da altre citta’, poi arriva la produzione dei vasetti  di vetro e dei coperchi di metallo che prima venivano importati.

Oppure, prima si costruisce un impianto di assemblaggio per la produzione di cuscinetti metallici che prima venivano importati; in seguito, dopo che l’impianto e’ stato costruito, si importano i metalli necessari per la costruzione dei cuscinetti; poi si iniziano a fondere i metalli appropriati all’interno dell’impianto di assemblaggio.

Quando Tokyo inizio’ il business delle biciclette, prima venne il lavoro di manutenzione, poi si iniziarono a produrre alcule parti delle parti delle biciclette piu’ richieste nelle riparazioni, poi si inizio’ la manutenzione di altre parti e  finalmente si arrivo’ all’assemblaggio completo delle biciclette. E non appena Tokyo inizio’ ad esportare biciclette ad altre citta’ Giapponesi, anche in queste citta’ inizio’ il processo di rimpiazzo delle importazioni che aveva avuto luogo precedentemente a Tokyo.

Quando le citta’ esportano prodotti, le esportazioni “nutrono” il lavoro che paga per le importazioni, cioe’ “nutre” il processio di rimpiazzo di importazioni.

Ad esempio, un’impresa che produce posate e pentole in acciaio inossidabile per le esportazioni puo’ iniziare a produrre nello stesso materiale anche sedie e tavoli in acciaio, e quindi puo’ giocare un ruolo importante nel rimpiazzare importazioni di arredamenti in acciaio. Oppure, i lavoratori della fabbrica che croma le posate in acciaio, possono mettersi in proprio, ma questa volta, gli operai possono trsformarsi in imprenditori abbandonando la produzione di posate e dedicandosi alla produzione di sedie e tavoli. Questo e’ un processo ancora migliore perche’ ora ci sono due imprese a nutrire il processo di rimpiazzo delle importazioni.

Il rimpiazzo delle importazioni e’ un processo tipico delle citta’ perche’ la produzione locale di beni che prima venivano imporati non e’ economicamente possibile in piccoli villaggi isolati che non hanno rapporti con i mercati cittadini e che non hanno sufficiente versatilita’ per poter cambiare i metodi di produzione.

Le citta’ possono stimolare questo tipo di versatilita’ grazie al risultato del lavoro di esportatori in parte perche’ hanno gia’ rimpiazzato molte importazioni, in parte attraverso le complesse relazioni simbiotiche che si formano tra i vari produttori. In secondo luogo, i mercati cittadini – dei produttori o dei consumatori – sono piu’ vari e piu’ diversificati. Queste due qualita’ dei mercati cittadini generano una produzione diversificata a costi bassi. Tale diversita’ non sarebbe possibile in insediamenti rurali. Continua…

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La litania di Grady, il giornalista del Sud

Posted by janejacobs su marzo 28, 2008

Henry Grady  

Le distinzioni fra economie cittadine ed economie nazionali sono importanti per capire meglio la realta’ che ci circonda e per osservare gli esperimenti pratici di innovazione economica. La mancata comprensione della distinzione fra economie cittadine ed economie nazionali ha portato alle debacles degli aiuti economici ai paesi poveri, perche’ non e’ osservata la principale funzione economica delle citta’: quella di rimpiazzare le importazioni.

 Tale funzione e’ prettamente tipica delle citta’. Le citta’ crescono e diventano economicamente versatili sostituendo beni importati dall’esterno in beni prodotti all’interno delle citta’. L’incapacita’ di osservare e comprendere questa funzione fondamentale dalle citta’ genera confusione e sprechi.

Spesso osserviamo che le nazioni o le regioni povere importano piu’ beni di quelli che si possono permettere, oppure, privandosi di essi, vanno incontro a ristrettezze terribili.

Una splendida descrizione di questo fenomeno si ritrova in un discorso che Henry Grady, giornalista del Sud degli Stati Uniti, pronuncio’ davanti ad un convegno di industriali e banchieri a Boston nel 1889 per convincerli ad aprire fabbriche nel Sud.

Grady, giornalista di Atlanta, Georgia, raccontava del un funerale di un uomo della Contea di Pickens, a otto miglia da Atlanta.

La lapide dell’uomo fu scolpita in solido marmo proveniente dalle cave del Vermont. Il cimitero si trovava in una foresta di pini, ma la bara proveniva da Cincinnati. Una montagna ricca di miniere di ferro sovrastava il cimitero, ma i chiodi e le viti della bara provenivano da Pittsburgh. Nonostante legname e ferro non mancassero in quella zona, il corpo dell’uomo fu trasportato al cimitero da una carrozza costruita a South Bend in Indiana. Vicino al cimitero si trovava un bosco di noccioli, ma le maniglie del piccone e della pala provenivano da New York. La camicia di cotone dell’uomo morto proveniva da Cincinnati, il cappotto e i pantaloni, provenivano da Chicago, le scarpe da Boston; il cadavere indossava guanti bianchi fatti a New York, e attorno al suo collo c’era una cravatta fatta a Philadelphia. La Contea di Pickens, cosi’ ricca di risorse, non aveva fornito nulla al funerale, tranne il corpo dell’uomo e il buco nel terreno e gli abitanti di Pickens avrebbero importato anche quello se avesero potuto. E quando la tomba del pover’uomo fu fatta scendere nel buco, attraverso corde provenienti da Lowell, egli non portava nulla nell’altro mondo che ricordasse dove fosse la sua casa, con l’eccezione del sangue raffermo nelle sue vene, il gelido midollo delle sue ossa e l’eco del vociare dei suoi rozzi compaesani.

Cimitero del Sud  

Dei quattordici articoli indicati nella litania di Grady, undici provenivano dalle grandi citta’ USA di quel tempo: la bara e la camicia da Cincinnati, i chiodi, le viti e la pala da Pittsburgh, le maniglie del piccone e della pala e i guanti bianchi provenivano da New York, il cappotto e i pantaloni da Chicago, le scarpo da Boston; la carrozza proveniva dalla cittadina di di South Bend. Solo il marmo proveniva dalle campagne del Vermont e le corde da Lowell – una cittadina specializzata inprodotti tessiil vicino a Boston – non venivano da citta’.

Grady avrebbe dovuto chiedersi perche’ nessuno degli articoli della sua litania fosse stato prodotto nella piu’ vicina citta’, Atlanta. Invece Grady osservava che tutti gli articoli prodotti per il funerale provenivano dal Nord degli USA. Grady non si rendeva conto che le citta’ sono la risposta al problema della poverta’ e dell’arretratezza. Ma siccome Grady pensava in termini di economie regionali amorfe, era come se non capisse le sue stesse parole. L’obiettivo di Grady era di ottenere che che alcune industrie del Nord si trasferissero al Sud. Grady fu un precursore dei vari burocrati che oggi lavorano per attrarre industrie in economie moribonde e incapaci di nascere industrie, e che quindi si scannano per attrarre investimenti industriali.

Gli articoli che Grady elencava nella sua litania, erano collegati alla funzione del rimpiazzo delle importazioni. Nessuno di quegli articoli (camicie, chiodi, pale, ecc.) era stato inventato in quelle citta’. La maggior parte di essi erano articoli tipici della civilta’ Occidentale ancora prima che fosse scoperta l’America. Le fabbriche di Boston e Philadelphia avevano iniziato a produrre questi articoli (e molti altri) per i consumatori locali anziche’ importarli da Londra o da altre citta’ Inglesi, e avevano iniziato ad esportare tali prodotti non solo nelle loro immediate vicinanze, ma anche nelle nuove citta’ Americane che via via di andavano formando. Nel frattempo queste nuove citta’, Chicago, Pittsburgh e Cincinnati crescevano, e mentre crescevano rimpiazzavano le importazioni provenienti da Boston e Philadelphia e nel frattempo commerciavano con esse. Questo e’ il sentiero per cui una camicia proveniente da Cincinnati e una pala proveniente da Pittsburgh arrivavano fino alla Contea di Pickens, vicino ad Atlanta.

Senza dubbio, gli articoli elencati nel funerale passarono da Atlanta, visto che Atlanta era il piu’ importante centro commerciale del Sud e visto che la stessa Atlanta consumava un grande volume di beni prodotti da altre citta’. Ma ne’ Atlanta, ne’ altre citta’ del Sud rimpiazzavano le importazioni.

Dietro agli articoli della litania di Grady, dietro ai prodotti finiti, c’erano molti alri prodotti ai quali Grady non aveva pensato come cesoie, squadre, calderoni, stampanti, quaderni per la contabilita’, illuminzioni perche’ il lavoro potesse avvenire anche di sera, cucitrici, pinze, e cosi’ via. Continua…

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Storia del villaggio di Bardou

Posted by janejacobs su marzo 26, 2008

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Il villaggio di Bardou

Le citta’ sono le uniche entita’ economiche che hanno la capacita’ di generare e rigenerare le economie di altri insediamenti, vicini e lontani ad esse. Questo brano vuole fornire un semplice esempio di questo fenomeno: un piccolo accrocchio di case di pietra arroccate sulle montagne Cevenne nella Francia centro-orientale, una delle aree piu’ povere del Paese.

Verso la fine degli anni 60, il minuscolo villaggio di Bardou si ritrovo’ sulle pagine di molti quotidiani e riviste Nord Americano perche’, essendo cosi’ grazioso, era diventato una specie di Shangri-La per scrittori, musicisti, artisti e artigiani che vi si rifugiavano dalle grandi citta’ Europee e Americane in cerca di bellezza e di un posto quieto e a basso costo dove poter sfogare il proprio talento creativo.

Bardou ha un lungo passato, ma molte parti di questo passato sono sconosciute. Circa duemila anni fa, quando la Gallia divenne una provincia di Roma, Bardou era legata all’economia imperiale attraverso strade che terminavano in miniere di ferro nelle vicinanze del villaggio. Il ferro trovato nelle miniere nei dintorni di Bairou non veniva lavorato in spade, lance, scalpelli, aratri, o nei molti altri utensili che erano utili al’epoca, ma venivano trasportati in altri luoghi per essere trasformati in utensili. Non ci e’ dato di sapere dove il ferro di Bardou venisse trasportato. Si potrebbe ipotizzare che il ferro venisse trasportato a e venisse lavorato a Nîmes , una citta’ molto antica che era gia’ una metropoli nella Gallia pre-romana; oppure che venisse trasportato a Lugdunum, ora Lione, che era un centro tradizionale per la lavorazione del ferro e che era un nodo per il sistema delle strade romane nella Gallia. Ovunque fosse il mercato per il ferro di Bardou , la domanda di ferro doveva essere sufficiente a giustificare la costruzioni di larghe e solide strade che portavano al minuscolo villaggio. Tali strade erano state costruite in modo cosi’ solido che tuttora servono come sentieri per i turisti che vogliono fare passeggiate nelle montagne Cevenne attorno a Bardou , nonostante non sia stata fatta alcuna manutenzione su tali strade per almeno mille e cinquecento anni. Sia le miniere che le strade furono abbandonate quando la vita economica in questa parte della Gallia si disintegro’, probabilmente attorno al quarto secolo.

La natura si riapproprio’ dell’area, la zona si spopolo’ fino al sedicesimo secolo, quando alcuni mezzadri senza terra provenienti dalle valli sottostanti senza terra, ripopolarono l’area e costruirono le case di pietra che costituiscono il villaggio che oggi vediamo. I mezzadri strapparono alle rocce qualche piccolo orto, raccolsero castagne e senza dubbio vivevano di caccia e su quel suolo povero e rocciosi si arrabattavano alla meglio a vivere con le tecniche apprese da economie del passato piu’ creative della loro. Generazione dopo generazione, nulla cambio’ in quell’economia di semplice sussistenza. Possiamo addirittura affermare che la vita di Bardou non era solo dura, ma anche noiosa e in qualche modo malvagia, se crediamo alla tradizione che gli abitanti di Bardou erano soliti rubarsi il raccolto dei loro orti l’uno con l’altro dopo aver spostato i confini degli orti nella notte, e poi litigavano per anni su chi avesse diritto al raccolto. Questi erano i momenti piu’ eccitanti per Bardou per circa tre secoli e mezzo.

Poi, di colpo, attorno al 1870, ci fu un cambiamento. In qualche modo si diffuse voce che c’era una vita piu’ interessante e desiderabile in un posto lontano: Parigi. Forse questa voce inizio’ a spargersi attraverso reclute che stazionavano a Parigi, oppure vi arrivo’ dopo la guerra Franco-Prussiana; o forse la voce proveniva dagli emigranti che avevano lasciato il villaggio. Parigi aveva assorbito emigranti dalle campagne Francesi per generazioni; la voce si era sparsa a Bardou con molto ritardo, ma quando i primi intrepidi emigranti provenienti da Bardou lasciarono il loro villaggio per Parigi, un lento, ma totale esodo segui’. Nel 1900 meta’ della popolazione di Bardou era emigrata. Durante i seguenti 40 anni, quasi tutti se ne erano andati, con l’eccezione di tre famiglie.

Nel 1966, quando due turisti, un tedesco ed un americano, si ritrovarono a camminare in una delle vecchie strade romane, le rovine di Bardou proteggevano solo un vecchietto. I turisti comprarono il villaggio da lui e dai discendenti dei precedenti abitanti che i loro avvocati poterono rintracciare. Quando i due turisti divennero proprietari del villaggio, vi si trasferirono e invitarono altri amici ad unirsi a loro e ad aiutarli con i costi di mantenimento del villaggio. In questa sua nuova reincarnazione, Bardou ha un gruppo di residenti che vi abitano per tutto l’anno o che vi soggiornano solo in periodi di villeggiatura e che vivono dei loro risparmi o dei loro scritti che vendono ai loro editori o ai loro clienti ce abitano in grandi citta’. I nuovi abitanti di Bardou sono lieti di dare il benvenuto a turisti, campeggiatori e al denaro che portano con se’. I residenti ed i turisti di irrigazionevivono di cibo importato ed importano quasi tutto quello di cui hanno bisogno, ma si vantano di poter fare a meno di molte comodita’ della vita moderna come l’elettricita’, i telefoni e l’acqua calda. Un sistema di irrigazione per l’acqua (fredda) fu finanziato quando una societa’ cinematografica affitto’ il villaggio per fare alcune riprese e pago’ generosamente.

La storia di Bardou e’ unica ma solo nel senso che ogni posto, cosi’ come ogni persona o ogni fiocco di neve, e’ unica. Sotto un altro punto di vista, gli stessi cambiamenti, gli stessi eventi che si trovano nella storia di Bardou si possono ritrovare in molti altri posti su piu’ ampia scala. Bardou e’ un esempio un microcosmo, di quello che chiamo economie passive, cioe’ di economie che non creano cambiamenti economici da se’, ma che rispondono alle forze economiche di altre citta’. Bardou e’ stata modellata da energie economiche provenienti da lontano. Nell’antichita’ fu sfruttata per le sue miniere e poi fu abbandonata. In tempi piu’ moderni si spopolo’ quando i lavori nella citta’ lontana attrassero i suoi abitanti, e infine si ripopolo’ di gente proveniente dalle citta’. I cambiamenti non furono gentili. Ma quando le citta’ ed i cittadini lasciarono Bardou al suo destino, Bardou non sapeva cosa fare di se’ stessa, il villaggio non aveva un’economia di per se’, al di fuori di un’economia di sussistenza.Potremmo scervellarci nel tentare di spiegare la storia economica i Bardou compilando statistiche sul raccolto medio di castagne, sugli strumenti usati, sull’ammontare di ferro estratto dalle miniere o sulle ore di lavoro impiegate per costruire una casa, la natura del suolo, i centimetri di pioggia per anno, ma questo non ci aiuterebbe a capire perche’ Bardou si trasformo’ nel modo in cui si trasformo’. Le cause delle vicende che modificarono Bardou hanno origine in mercati in citta’ distanti, in lavori da citta’, in tecnologie delle citta’ (nuovi acquedotti, vecchie strade), in capitale proveniente dalle citta’. Per capire i cambiamenti di Bardou e perche’ ci furono periodo in cui nulla cambio’, dobbiamo guardare non agli elementi che definiscono Bardou , ma agli agenti di cambiamento che hanno bonificato Bairou.
Differenziare fra agenti di cambiamento provenienti da altre citta’ che hanno influenzato internazionalee fra cambiamenti che provengono dall’Impero Romano, dalla Francia, o dall’economia internazionale potrebbe sembrare cavilloso, ma non lo e’. In primo luogo, la realta’ e’ che i cambiamenti provenivano da citta’ particolari, in questo caso, da citta’ sempre distanti. Tutto attorno a Bardou si trova un’entita’ che si puo’ definire “Economia Nazionale Francese” ma non e’ questa economia che ha creato i cambiamenti di Bairou. Perche’ essere generici su queste cose se possiamo essere specifici? Roma, forse Nîmes o Lione, Parigi e le citta’ da cui provenivano gli artisti, scrittori e turisti che costituiscono l’attuale popolazione di Bardou (e da cui proviene la societa’ cinematografica) hanno generato e rigenerato la vita economica di Bardou.

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Le nazioni non sono l’unita’ di misura dell’economia

Posted by janejacobs su marzo 25, 2008

Quando un edificio sviluppa delle crepe, gli architetti che lo hanno progettato vanno a rivedere il progetto originale e cercano di capire che cosa non abbia funzionato. Allo stesso modo, quando un’economia non cresce come dovrebbe, gli economisti vanno a rivedere le loro teorie e cercano di capire cosa sia andato storto. Gli economisti hanno rivisitato mille e piu’ volte le loro teorie e hanno cercato di modificare le dosi, le combinazioni e le permutazioni dei loro interventi, cercando di sperimentarli con con sempre maggiore acume e sapienza. Tuttavia, davanti agli innumerevoli fallimenti, dobbiamo iniziare a pensare che gli economisti abbiano trascurato un assunto semplice, ma fondamentale.
Secondo la teoria macro-economica le economie nazionali sono entita’ utili e necessarie in se’ stesse per capire il funzionamento della vita economica: le economie nazionali e non altre entita’ sono l’unita’ di base per l’analisi economica. Questo assunto e’ vecchio circa quattro secoli e ci e’ stato trasmesso dagli economisti mercantilisti che servivano le potenze Europee perennemente in guerra fra loro per affermare il loro primato attraverso il commercio e l’accumulazione di oro. In quel periodo i Portoghesi, gli Spagnoli, i Francesi, gli Inglesi e gli Olandesi esploravano e conquistavano il Nuovo Mondo, l’Africa e le Indie in cerca di nuove rotte commerciali e di nuove materie preziose. I mercantilisti credevano che le rivalita’ nazionali erano la chiave per comprendere l’origine, lo sviluppo e la distruzine della ricchezza. Secondo le teorie mercantiliste, la ricchezza consisteva nell’oro e l’oro si accumulava quando una nazione riusciva a vendere piu’ merci di quante ne comprasse (da qui la definizione “mercantilista”). Se questa e’ la definizione di ricchezza, ne consegue che le economie nazionali diventano le unita’ di misura della ricchezza; quest’idea e’ tautologica in quanto ripete un’altra idea, quella di tesoro nazionale.

Miners use sluice boxes to search for gold in California, circa 1850.  Currier and Ives lithograph.
Il pensiero di Cantillon era un tentativo di superare questa tautologia: ricchezza = oro, ma possiamo vedere il nesso al pensiero mercantilista nel passaggio che ho quotato precedentemente: “Se l’aumento di denaro cresce dalle miniere d’oro e d’argento…”
Adam Smith, nella sua opera piu’ importante Inchiesta sula Natura e sulle Cause della Ricchezza delle Nazioni (1776) ridefini’ la ricchezza come produzione (offerta) ai fini di consumo (domanda) e cerco’ le sue fonti non nelle miniere d’oro e d’argento ma nel capitale e nel lavoro, nel commercio domestico e nel commercio internazionale. Smith mise in discussione e scarto’ molte delle idee che allora erano accettate, e analizzava nel dettaglio ogni idea che prendeva in considerazione, sia che la scartasse, sia che la approvasse, sia che la approfondisse.
Ma Smith accetto’ senza commentare la tautologia mercantilista che le nazioni sono le unita’ di misura di base per comprendere la vita economica. Da quanto si desume dai suoi scritti, Smith non mise mai in dubbio il ruolo delle nazioni al punto che da li parti’ nel titolo della sua opera principale.

Nei due secoli successivi alla pubblicazione del suo capolavoro, molto di quello che Smith scrisse venne criticato, messo in discussione, amplificato e modificato. Quasi tutto, tranne un’idea; quell’unica tautologia mercantilista su cui Smith non dubito’, quella tautologia secondo cui le nazioni sono l’unita’ di misura fondamentale dell’economia. Da allora, la stessa nozione mercantilista e’ stata data per scontata. Che strano! di certo nessun altro gruppo di studiosi e scienziati nel mondo moderno e’ rimasto credulone come gli economisti.
A dire il vero, Marx baso’ la sua analisi economica sulle classi sociali anziche’ sulle nazioni. Ma in pratica, l’economia marxista e’ stata assimilata all’assunto prevalente. Nessuno mette piu’ fede nella nazione come entita’ idonea come punto di partenza per l’osservazione dell’economia dei governanti delle nazioni comuniste e marxiste, ne’ maggior fede nello Stato come strumento principale per formare la vita economica. Naturalmente gli anarchici negano la validita’ dello Stato; ma questo non aiuta la nostra analisi, perche’ gli anarchici indicano come la vita economica dovrebbe funzionare e rifiutano il modo in cui l’economia funziona in realta’.
Le nazioni sono entita’ politiche e militari.
Ma da questo non ne segue automaticamente che sono anche la base, l’unita’ di misura fondamentale per capire la vita economica o che sono particolarmente utili per dimostrare i misteri delle strutture economiche e le cause della nascita, crescita e declino della ricchezza. In realta’, il fallimento dei governi nazionali di forzare la vita economica dimostra l’irrilevanza dell’entità -nazione- per spiegare la vita economica. Basta un po’ di buon senso per capire che unita’ variegate come Singapore, gli Stati Uniti, l’Ecuador, l’Unione Sovietica (*), l’Olanda e il Canada non sono minimi denominatori comuni comparabili. La sola cosa che queste entita’ hanno in comune e’ il potere sovrano. Quando alziamo le tapparelle della tautologia mercantilista e proviamo a guardare al vero mondo economico indipendentemente dagli artefati politici, ci troviamo ad osservare che le nazioni sono composte da collezioni di economie molto diverse fra loro fatte di regioni ricche e povere all’interno delle stesse nazioni. Continua…

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