Le cittá sono la ricchezza delle nazioni

Un nuovo modo di vedere l’economia

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La dannazione dello Yemen

Posted by janejacobs su agosto 1, 2008

Sin dalla caduta dell’impero Romano lo Yemen, che un tempo era un regno prospero, sta degradando in una sitazione di perenne e lenta decadenza.

Una pianta chiamata “Catha Edulis” o qat, una sostanza additiva e stimolante, ha preso piede in maniera dirompente in questa poverissima regione della penisola Arabia.

Il Qat produce un effetto lievemente narcotico se consumato in moderazione quando se ne mastica la foglia. Se tale foglia si mastica per periodi prolungati puo’ indurre anche euforia, allucinazioni e costipazione.

Il valore del PIL dello Yemen e’ di circa un terzo di quello della citta’ di Dubai. L’economia della citta’ ha una lista cosi’ lunga di problemi che pare inevitabilmente destnata al disastro.

La popolazione dello Yemen ha in totale 23 milioni di persone ed e’ destinata ad aumentare a 60 milioni entro il 2050, aggiungendo una forte pressione ad una regione poverissima di risorse naturali.

 

Oggi la disoccupazione e l’analfabetismo raggiungono circa il 30% della popolazione.

Le riserve idriche del paese equivalgono ad un quarto di quelle della Somalia, e tuttavia viene consumato circa il 50% in piu’ dell’acqua contenuta nelle riserve, il doppio che nel 1990.

Solo l’8% delle risorse acquifere dello Yemen vengono utilizzate ad uso domestico ed industriale, il settore agricolo (presso cui lavora il 64% della popolazione) utilizza un altro 12% di tali riserve, ma l’agricoltura costituisce una parte piccolissima del PIL dello Yemen.

 

Il principale porto dello Yemen e’ Moka e 400 anni fa era un porto sul Mar Rosso dove si commerciava il caffe’ che finiva sulle tavole degli Inglesi e degli Olandesi

Oggi Moka e’ una cittadina sonnolenta con una sola impresa esportatrice di caffe’ e con infrastrutture fatiscenti

 

Il responsabile di questo decadimento e’ il qat. In una nazione dove circa il 90% della popolazione mastica qat, un’ attivita’ che occupa gli abitanti dello Yemen per otto ore al giorno, la produttivita’ e’ piuttosto lenta.

Gli effetti del qat durao circa 24 ore. La giornata lavorativa termina alle 2 del pomeriggio, quindi la masticazione del qat occupa quasi tutto il resto della giornata.

Oggi il 40% delle risorse idriche dello Yemen vengono utilizzate per la produzione del qat, con una produzione che aumenta del 10% all’anno. Il risutato della cattiva allocazione delle risorse idriche dello Yemen e del collasso delle riserve idriche, hanno portato un ministro dello Yemen a dire che la situazione non puo’ piu’ essere risolta, al massimo si puo’ solo ritardare.

Quest’ erba malefica naturalmente non si puo’ esportare ed ha impedito la coltivazione del caffe’, della frutta e di altre coltivazioni tradizionali.

 

Negli ultimi trent’anni i monarchi dello Yemen sono a capo di uno dei paesi piu’ corrotti al mondo, con il 18% di inflazione, con un sistema legale lentissimo, con forti pressioni del governo sul potere legislativo e con un crescente rischio di terrorismo.

 

Gli altri ricchi Paesi Arabi offrono allo Yemen un po’ di carita’ e un po’ di consulenze sanitarie, ma ogni aiuto e’ insufficiente. Ma la politica dei paesi dell’Unione Araba e’ stata ispirata allo stesso principio che ha applicato all’Iraq: “alte barriere ai confini rendono i vicini buoni”.

 

Lo Yemen sara’ senz’acqua fra circa 15 o 20 anni secondo le stime delle Nazioni Unite, quando la popolazione dovrebbe raggiungere i 36 milioni di abitanti. I paesi del Golfo, che investono triliardi di dollari provenienti dal petrolio si vedranno un flusso enorme di profughi alla ricerca dell’Eldorado.

 

di Sultan Al Qassemi

 

 

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Venezia, la salvatrice dell’Occidente

Posted by janejacobs su luglio 21, 2008

Dopo la disintregrazione dell’impero romano d’Occidente, l’Europa evito’ l’interminabile stagnazione che copri’ regioni come ad esempio l’Etiopia grazie alla formazione delle citta’ medievali. Tuttavia, perche’ una nuova citta’ si formi essa ha bisogno di citta’ gia’ esistenti con cui iniziare il proprio commercio. Fortunatamente per l’Europa c’era uno sporco  e piccolo villaggio sulle fangose paludi alla cima del Mare Adriatico che scopri’, durante le profondita’ del Medio Evo, quando il resto d’Europa stesse deteriorando e decadendo, che c’era un mercato cittadino per il sale e poi per il legno.

Il mercato cittadino era Costantinopoli, lo sporco e paludoso villaggio era Venezia. Ma Venezia, la citta’ pioniera dell’economia Europea, non rimase solo una stazione di rifornimento per il sale e la legna diretta a Costantinopoli.

Diversificando la propria produzione inizianta sulla base di quel commercio di sale e legname, Venezia procedette a svilupparsi. Venezia divenne a sua volta un mercato per i villaggi del Nord Est della Penisola Italiana – che poi diventarono citta’ per conto proprio. Iniziando da Venezia, le citta’ d’Europa si passarono la scintilla dell’innovazione e della creativita’ economica l’una con l’altra, moltiplicandosi ed espandendosi dopo secoli di incursioni barbaraiche e dopo che Roma era diventata un villaggio di qualche migliaio di persone preoccupate a sopravvivere fra le rovine del suo grande impero in un’economia che ormai era di mera sussistenza.

Andando indietro sino al Neolitico, non sembra che ci sia mai stato un decadimento contemporaneo di tutte le citta’ del mondo, e che in nessun periodo in cui tutta la vita economica consisteva in economie escluse e di sussistenza. Mentre Addis Abeba stava morendo, Roma stava sorgendo. Mentre le grandi citta’ della Cina stavano ristagnando, Venezia stava sorgendo. Non c’e dubbio che in futuro (ammesso che ci sia un futuro per un mondo intrappolato da migliaia di armi nucleari) la gente ricordera’ che mentre le citta’ della Gran Bretagna stavano decadendo, le citta’ del Giappone stavano espandendosi.

Ma supponiamo, per ipotesi che il mondo sviluppasse un declino generalizzato come quello della fine dell’impero romano. Cio’ potrebbe accadere se le citta’ in troppi posti ristagnasesero simultaniamente o in rapida successione. O potrebbe accadere se il mondo dovesse diventare di fatto un unico impero decadente.

Se la stagnazione globale di tutte le citta’ dovesse accadere, la vita economica di ciascuno decadra’, e non ci sara’ via d’uscita: nessuna vigorosa citta’ potra’ intervenire, nessuna giovane citta’  potra’ prendere il posto delle citta’ stagnanti. Se questo dovesse succedere, possiamo stare certi che con lo svanire della pratica di sviluppare economie cittadine, la memoria di come fare molte cose sparirebbe con esse, e dopo di essa sparirebbela fiducia che gente normale potrebbe partecipare a tale vita eonomica. In verita’, questa non e’ una possibilita’ nel mondo, nemmeno nel mondo odierno. Se isolate, Henry, la vecchia Bardou , e anche l’Etiopia diventerebbero la norma. Ovunque, tutti diventerebbero morosos , coloro che non hanno speranza. Tutti abbiamo incubi sul futuro della nostra vita economica. Questo e’ il mio incubo.

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Birmania

Posted by janejacobs su luglio 21, 2008

Gli abitanti della Birmania hanno reciso i vecchi legami coloniali con l’Europa ed hanno rifiutato ogni offerta di prestiti, sussidi dai Paesi Occidentali e dalla Banca Mondiale. I governanti della Birmania hanno proibito il commercio con l’estero anche se il mercato nero fiorisce. Gli abitanti della Birmania non solo producono poco per i mercati lontani, ma producono meno abbondantemente e meno diversamente per se’ stessi di quanto non facessero durante il periodo coloniale o nei tempi antichi in cui erano i Birmani stessi ad aver creato una originale e proficua vita economia. I Birmani oggi sono affondati nella sussistenza piu’ basilare e sono oggi piu’ poveri di quanto non lo fossero in passato. Essi hanno un’economia primitiva, anche se apparentemente pensano di stare meglio per essersi tagliati fuori dai legami con le citta’ lontane. Un’altrenativa piu’ sensata sarebbe di sviluppare un’economia non basata sui modelli stranieri, ma basata su schemi innovativi e originali come hanno fatto l’Europa ed il Giappone e come sta facendo oggi la Cina.

 

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Perche’ il Colosseo ha questo aspetto

Posted by janejacobs su luglio 18, 2008

 

Il Colosseo e’ stato saccheggiato nell’Ato Medio Evo per ottenere materie prime

Durante l’impero Romano quando le legioni si ritiravano dalla periferia del loro impero in Gran Bretagna o quando le miniere di ferro di Bardou vennero abbandonate. L’economia Romana lascio’ i suoi residui in gran parte d’Europa, in alcune zone ne lascio’ piu’ che in altre, ma pensiamo a quanto si perse e si dimentico’ quando l’Europa sprofondo’ in un’economia di sussistenza.

La stessa pratica rella rotazione dei raccolti fu abbanonata sotto la minaccia di dover sopravvivere ed infine tale pratica venne dimenticata. Gli arnesi metallici per l’agricoltura si arrugginirono e non furono rimpiazzati, gli artigiani che producevano tali arnesi abandaonarono tali pratiche nel giro di qualche generazione.

La produzione di pane venne abbandonata e gli si sostitui’ avena bollita. Intere gamme di beni e manufatti scompari’ dalla vita economica; tra questi scomparvero tessuti come la seta, tessuti colorati, vasellame, manoscritti e articoli di vetro. La gente viveva in maniera piu’ primitiva, in un’economia di sussitenza, in maniera peggiore e comunque sulle rovine di un passato che era stato piu’ creativo e piu’ produttivo.

Nella Roma del sesto secolo, la gente si guadagnava da vivere sulle rovine del passato saccheggiando il metallo dalle porte, dai tubi e dalle fontane per ottenere pezzi di metallo per costruire utensili, visto che la societa’ non riusciva ad organizzare piu’ l’estrazione di metallo e la fusione.

 Tutta la vita economica dipende dalle economie cittadine; e questa dipendenza e’ tale per definizione, perche’ il processo di sviluppo economico crea in se’ le citta’.

Questo vale anche per le citta’ della Cultura Hopewell degli Indiani del Nord America che e’ scomparsa prima dell’arrivo di Colombo o per le citta’ della Cultura Olmec nel Messico, che scomparvero ancora prima; e questo vale anche se tali citta’ a noi possano sembrare piuttosto strane. Tutta la vita economica dipende dai legami con le citta’. Ne segue che nemmeno la piu’ primitiva economia di sussistenza non puo’ non avere legami per quanto tenui con le citta’.

Ne potrebbe seguire che ristabilire i legami con le citta’ e’ una possibilita’ per le economie di sussistenza, ma questo non sempre accade. Se le citta’ che cercano di ristabilire legami con le economie escluse sono di una diversa cultura, i risultati possono essere disastrosi.

Il villaggio di Henry  fu fortunato in quanto le citta’ che sono intervenute a salvare la sua economia dalla completa sussistenza dopo il 1923 erano della stessa cultura. Una simile fortuna e’ capitata alle piccole comunita’ giapponesi che stavano scivolando nella sussistenza, come ad esempio Schinohata . Lo stesso e’ avvenuto in Europa: le citta’ hanno ristabilito i contatti con gli insedimaenti rurali che stavano scivolando nella susistenza come Bardou.

Quando invece le citta’ che cercano di ristabilire i legami con le zone di sussistenza provengono da una cultura diversa, spesso acadono disastri. Spesso le economie i sussistenza preveriscono essere ignorate piuttosto che riscoperte da culture diversa. Gli Indiani del Nord America sarebbero stati molto meglio se non si fossero imbattuti in a”lieni” Europei, con i loro distanti mercati cittadini per le loro pellicce e con le loro idee sull’uso della terra degli Indiani. Allo stesso modo gli Irlandesi, che nel XVII vivevano in un’economia di sussistenza, sarebbero stati meglio se non fossero stati conquistati dagli Inglesi di Cromwell e dai suoi discendenti.

 Continua…

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Etiopia

Posted by janejacobs su luglio 17, 2008

La fame porta alla guerra

Una qualsiasi mappa dell’Etiopia ripresa dall’alto mostrerebbe molti campi coltivabili costellati di puntini che rappresentano abitazioni. Cio’ sembrerebbe di primo acchito un segnale di sviluppo periferico di una regione metropolitana sparso per una intera nazione di dimensioni pari a circa meta’ della Francia. Ma eccetto Addis Abeba e Asmara, che comunque non hanno ha una vibrante economia, questa ampia espansione di insediamenti e’ ancora piu’ nettamente separata dalle economie cittadine di quanto non lo fosse il villagigo di Henry. E’ vero, cotone, pellami e caffe’ vengono esportati dall’Etiopia, ma la produzione per mercati di citta’ lontane non e’ niente in confronto alla quantita’ di terra e di lavoro degli Etiopi, impegnati quotidianamente in una battaglia per sopravvivere. Nove decimi degli abitanti dell’Etiopia sono agricoltori che vivono di sussistenza. Nel 1973, anno in cui caddero meno piogge del previsto, piu’ di 100,000 Etiopi morirono di fame, un evento di cui il mondo non seppe mai molto, e anche negli anni di migliori raccolti, gli Etiopi hanno fame.

L’energia urbana di ogni tipo, sia che provenga dall’interno dell’Etiopia, sia che provenga dal suo esterno, non sfiora minimamente questi milioni di capanne con minuscoli appezzamenti di terreno al loro esterno. Tuttavia, rimane il fatto che questa economia e’ tutt’altro che “pura”. L’Etiopia non era eclusa dalle economie cittadine. Molto tempo fa era collegata alla vita urbana dell’antico Egitto. Il tempo ha cancellato la fonte dei primi contatti tra l’Egitto e l’Etiopia, ma la connessione e’ certa perche’ la cultura Etiope deriva dalla cultura Egiziana cosi’ come la cultura dell’America deriva dalla cultura dell’Europa e la cultura del Giappone deriva da quella della Cina. Nei secoli, l’Etiopia divenne un impero ricco, potente ed influente. Ma la potenza dell’impero Etiope iniziava gia’ a stagnare durante la fondazione dell’impero romano. La vita di poverta’ e di arretratezza che troviamo oggi in Etiopia e’ il prodotto della stagnazione dello sviluppo e della lunghissima decadenza originata millenni fa.

La stagnazione dell’Etiopia non e’ di per se’ un fatto raro. L’Etiopia ha subito il destino di molti imperi del passato. Cio’ che e’ raro nel caso dell’Etiopia e’ dopo aver perso le propire citta’ ed i propri legami con le citta’ essa sia rimasta esclusa dalle citta’ per cosi’ tanto tempo. Per renderci conto di quanto tempo sia passato dal tempo in cui tali legami si siano recisi, pensiamo se il luogo del villaggio di Bardou fosse stato escluso dallo sviluppo delle citta’ quanto lo e’ stata l’Etiopia, a cominciare da quando le miniere di ferro furono abbandonate, Bardou sarebbe stata esclusa anche oggi se la gente di quel villaggio avrebbe davanti a se’ ancora mille anni di stagnazione economica. Ovviamente, la condizione di esclusione puo’ continuare indefinitamente in un’economia che perde le proprie citta’ e per la quale le citta’ lontane non abbiano alcun collegamento.

 Non tutte le regioni con economie escluse dallo sviluppo delle economie cittadine hanno perso tali legami da secoli. Ad esempio, in alcune regioni dell’Africa Centrale, la gente lavorava in campi o in miniere per lontani mercati cittadini, in qualita’ di sudditi della Gran Bretagna o del Belgio. Oggi I legami politici e la violenza militare e le rivolte rendono impossibilie far pervenire i raccolti alle citta’ e la rottura di tali legami logistici e commerciali ha imposto l’isolamento economico per gli abitanti delle campagne che sono regrediti a vivere in economie di sussistenza. Forse questo cambiamento e’ solo temporaneo, forse no.

Continua…

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Tribu’ primitive e declino

Posted by janejacobs su luglio 14, 2008

 

Non credo che esistano citta’ ancora intatte sul nostro pianeta che possano mostrarci in quali condizioni erano agli albori della civilta’. Ci sono qua e la’ varie tribu’ che si sostentano solo con la caccia e la raccolta di frutti selvatici e tali societa’ non sembrano essere cambiate molto dagli albori della societa’ e sembrano rimanere immobili. Ora hanno generalmnete armi, trappole, utensili, metodi di costruzione, ornamenti e, spesso, strumenti musicali. Come Henry, o come la sussistenza in Egitto, queste societa’ tribali sono probabilmente in una fase di lungo declino e sono piu’ primitive delle loro economie ancestrali. Esiste una tribu’ nelle Filippine dedita esclusivamente alla raccolta di piante selvatiche e che non possiede arnesi di alcun genere. Tale tribu’ e’ un enigma, ma questo enigm parla piu’ di un tramonto, non di un’alba. Forse gli antenati di quella tribu’ in un tempo dimenticato dalla storia attraversarono il mare, un traguardo che non avrebbero potuto raggiungere con le nude mani. Molto probabilmente, dopo la migrazione si sono deteriorati in un isolamento economico, si sono lasciati andare ad una stagnazione e si sono trovati eclusi dal progresso economico.

 Praticamente tutti i popoli che vivono in economie escluse dallo sviluppo economico, siano esse nelle regioni povere dell’India, della Cina, dell’Indicina, del Medio Oriente, dell’Africa  o dell’America Latina, vivono in economie che ci raccontano di passati ricchi di invenzioni e creativita’. Tra loro ci sono gli abitanti di Napizaro . DIetro a questi popoli giacciono storie di connessioni con economie che si stavano svilupando e di cui ancora trattengono alcune tracce, alcuni residui.

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Il villaggio di Henry

Posted by janejacobs su luglio 9, 2008

 Negli anni ’30 Jane Jacobs trascorse del tempo in un’economia di sussistenza che aveva perso le sue pratiche e le sue tecniche tradizionali dopo aver perso quasi del tutto i suoi contatti con le citta’. Il posto era un vilaggio, che chiamo’ Henry per manetere il suo anonimato. Henry consisteva in un gruppo di fattorie non connesse da strade, arroccate sulle pieghe delle montagne occidentali del Nord Carolina, al confine estremo della regione della TVA . Nel caso di Henry, non ci furono eventi sconvolgenti come la caduta di un impero o la disintegrazione di citta’ che tagliarono i contatti con il mondo cittadino. Furono la migrazione a isolare Henry. Henry era stata retrocessa economicamente in perfetta pace e tranquillita’.

La sua gente era di origini Britanniche. In America, i Britannici si erano insediati dapprima nella parte orientale della Carolina e poi si spinsero a Occidente verso le montagne e vicino alle sorgenti del Fiume Cane, un posto delizioso fatto di colli magnifici, maestose foreste e di rumorosi torrenti. La zia di Jane Jacobs, Marta Robinson era stata mandata dalla Pennsylvania nel 1923 per lavorare nella Missione presbiteriana. Al suo arrivo a Henry, il paese era stato tagliato fuori dalle economie cittadine da almeno un secolo e mezzo. Anche se c’era una piccola cittadina a dodici miglia di distanza, la maggior parte degli abitanti di Henry non ci erano mai stati e quelli che vi erano stati l’avevano raggiunta a piedi o a dorso di mulo. Il sentiero era impossibile da percorrere con una carrozza; le carrozze erano una delle molte cose di cui gli abitanti di Henry facevano a meno.

Uno dei comptiti di Marta Robinson era di curare la costruzione di una chiesa che veniva finanziata ovviamente da capitali delle citta’ del Nord. Uno dei contadini mise a disposizione un terreno, un bellissimo colle dietro ad un fiume e Martha Robinson suggeri’ che l’edificio fosse costruito con larghe pietre locali di cui era ricco il letto del fiume. Uno dei vecchi della comunita; disse che era una bellissima idea, ma che non era possibile, perche’ il cemento non avrebbe potuto tenere insieme large pietre. Ecco il perche’ i camini delle case erano costruiti con piccole pietre. Intere pareti di pietra non sarebbero state sicure, perche’ sarebbero potute crollare.

Queste persone provenivano da una cultura che aveva costruito non solo chiese di pietra, ma enormi cattedrali.

Ancora nel diciottesimo secolo i loro antenati dovevano avere qualche familiarita’ con le costruzioni in pietra. Ma avendo perso la pratica di costruire in pietra, la gente aveva perso la memoria storica di tale tecnica nel giro di qualche generazione e, avendo perso la memoria, aveva perduto la fiducia in se’ stessi nel poter costruire un edificio in muratura. Almeno fino a quando un muratore arrivo’ dalla vicina citta’, Asheville, il quale inizio’ a costruire la chiesa con piccole pietre. L’edificio successivo che costruirono, una casa per Martha Robinson dopo che il suo cottage di legno brucio’ accidentalmente, era in pietre larghe, e cosi’ fu il successivo edificio, un edificio comunale usato per le riunioni locali e come libreria. Gli edifici sono ancora in piedi; sia la chiesa costruita in piccole pietre, sia gli edifici costruiti con larghe pietre.

Quando gli antenati degli abitanti di Herny arrivarono in quelle montagne isolate, portarono con se’ una dote di beni diversi provenienti dalle citta’ dalle quali provenivano e portavano con se tecniche di lavorazione come la tecnica di tessere, di filare, di costruire telai, di costruire mobili, di costruire mulini ad acqua, di produrre derivati del latte, di allevare polli e maiali, di fare giardinaggio, di distillare whiskey, di allevare cani da guaria, produrre melassa dalla canna da zucchero, intarsiare paglia per fare ceste, preparare il pane, suonare il violino… Portarono con se’ anche la pratica e l’abitudine di commerciare che, nel corso di un secolo e mezzo, si era trasformato per lo piu’ in baratto. Il proprietario del mulino prendeva una misura di grano o quattro uova per pagare la macina del grano; l’uomo che faceva le sedie migliori del vilaggio veniva ripagato con un sacco di noci raccolte nel bosco.

In realta’, la gente di Henry non dipendeva totalmente solo da cio’ che potevano produrre da se’. Essi coltivavano alcuni campi a tabacco per guadagnare qualche soldo tranne che in anni di magra, inoltre, gli abitanti del villaggio riuscivano quasi sempre ad avere un surplus di melassa  da vendere. Il tabacco e la melassa non erano venduti alle persone dei villaggi vicini, perche’ la gente di quei villaggi, come gli abitanti di Henry, aveva poco denaro e ad ogni modo producevano le stesse cose. A dorso di mulo il tabacco arrivava alla piccola capitale della conteae e da li raggiungeva le fattorie della Carlolina dell’Est, mentre la melassa veniva consumata direttamente in citta’. In cambio, Henry otteneva alcune preziosi prodotti di importazione dal mondo esterno: scarpe pesanti e tute da lavoro, pallottole per vecchie armi da fuoco ce servivano ad uccidere gli scoiattoli di cui gli abitanti di Henry si cibavano e completi per la domenica che, per quanto umili, erano il sogno di una vita. IL denaro era coso’ scarso che la rottura di una forca o l’arrugginimento di un aratro potevano generare in una famiglia una crisi finanziaria.

Il magro commercio con il mondo al di fuori del villaggio non era nulla in confronto al duro lavoro con cui gli abitanti di Henry si guadagnavano da vivere una vita volta a soddisfare solo necessita’ basilari. Quando si capisce quanto sia faticoso per gli abitanti di un’economia rurale procurarsi quasi esclusivamente ogni cosa di cui hanno bisogno e quanto precaria sia la loro vita, allora non e’ difficile capire perche’ le vecchie tecniche ed i vecchi costumi decadano, lasciando solo occupati a svolgere il lavoro per il necessario. Ad Henry ogni cosa richiedeva tanto lavoro e tanto tempo e c’erano pochi aiuti dall’esterno. Senza delle buone seghe, il lavoro di raccolta e di taglio di grandi quantita’ di legna per bollire le canne da zucchero e trasformarle in melassa, un elemento molto importante per la dieta della popolazione locale, richiedeva moltissime settimane di lavoro per le famiglie del villaggio. La mola con cui si produceva la melassa dalla spremitura delle canne da zucchero era rudimentale e consisteva in una camera di ferro ed un ingranaggio alimentato dall’energia di un mulo che veniva messo in comune fra tre famiglie.

 La gente di Henry era arretrata nei secoli dal punto di vista economico e nel 1923 stavano continuando ad arretrare. Le arti e l’artigianato che erano state parte della loro eredita’ culturale stavano decadendo, ed alcune si stavano perdendo. Una donna anziana sapeva ancora come intarsiare cesti di paglia. Molti sapevano ancora fabbricare candele ma il tempo da dedicare alla produzione di candele era un lusso; le candele stavano sparendo e ad esse si sostituiva la luce dei focolari domestici. La tessitura stava decadendo perche’ vista l’impellenza del lavoro dei campi, nessuno costruiva piu’ telai e nessuno sapeva piu’ come fare. I vecchi telai, risalenti ai primi dell’800, erano ancora in uso per la tessitura di coperte e di tessuti per gonne e mantelli, ma i telai venivano riparati in maniera cosi’ rudimentale che le tessiture erano di pessima qualita’ e che i tessuti erano troppo fragili in alcuni punti, troppo spessi in altri e tendevano a sfilacciarsi. Solo una donna poteva sapeva ancora produrre il burro e pochissime tenevano delle mucche; i latticini stavano scomparendo dalla dieta degli abitanti del villaggio.

 Parte del problema era la degenerazione dell’agricoltura. Quando la terra coltivata da piu’ tempo si impoveriva, in maniera simile a come si era impoverita nella regione della TVA, si strappavano nuovi campi alla foresta piu’ in alto sulle montagne. Questa pratica era molto comune nell’agricoltura di sussistenza e non era sempre distruttiva. Ma quando la terra e’ collinare e boschiva, come era la terra di Henry, la conversione di foreste in zone agricole distruggeva permanentemente la produttivita’ del suolo. Storicamente, cambiare destinazione agricola al suolo ha causato la responsabilita’ di deforestazione e perdita di suoli agricoli in Spagna, Cina e nel Medio Oriente, ed e’ oggi causa delle deforestazioni  delle foreste tropicali. Quando la gente di Henry deforesto’ sempre piu’ in alto nelle sue colline per creare campi, si comportavano in maniera tipica da persone di regioni escluse dallo sviluppo, cosi’ come spesso avviene oggi.

La gente di Henry lavorava duramente, si prendevano le loro responsabilita in maniera seria, risparmiavano, usavano e riusavano qualsiasi cosa fino a che non era totalmente consumata (inclusa la terra) ed erano pieni di curiosita’ ed intelligenti come ognuno di noi. Non erano i contadinotti ignoranti con cui spesso i giornaletti satirici descrivono gli abitanti di quelle zone. Tuttavia, tra la degenerazione del suolo e la perdita di vecchie tecniche ed arti, l’economia di Henry negli anni’20 era piu’ primitiva di quella dei loro antenati. La loro vita di sussistenza non era una dimostrazione, come amano pensare i romantici, di come inizi la vita economica, piuttosto e’ la dimostrazione di come la vita economica vada esaurendosi e a morire.

 Una volta che i legami di Henry alle citta’ furono ristabiliti la sua economia inizio’ lentamente a migliorare e a ri-diversificarsi. Le vecchie arti che stavano per scomparire si riscoprirono. Martha Robinson, con l’aiuto della missione presbiteriana, trovo’ mercati cittadini in cui si potessero esportare le ceste, i tessuti di lana e di lino, i tappedi fatti di stracci, e le tradizionali sedie, le scope che gli abitanti di Henry producevano ancora con arte. L’artigiano che produceva ceste assunse un apprendista. I telai, con l’aiuto di esterni, furono riparati.

 Mentre la maggior parte degli Stati Uniti scivolava nella Grande Depressione, a Henry l’economia stava riemergendo dalla sua Secolare Stagnazione. Henry fu anche aiutata dalla costruzione di una strada. Quando verso la fine degli anni venti arrivo’ nel villaggio una vera e propria strada, ogni tanto passavano dei furgoni o dei veicoli ed i giovani del villaggio chiedevano un passaggio. Due o tre di questi giovani avventurosi trovavano lavori stagionali nelle miniere di carbone della West Virginia. Entro qualche anno, nonostandte la Depressione, molte famiglie di Henry che avevano un figlio di 18 o 19 anni in buona salute, guadagnavano un po’ di soldi nelle miniere. Piu’ tardi, con la seconda guerra mondiale, arrivarono ad Henry le rimesse dei giovani di Henry che si erano arruolati e che si guadagnavano al fronte. Dopo la Guerra i giovani di Henry iniziarono ad abbandonare il Paese in cerca di lavori cittadini.

Verso la fine degli anni ’60 un po’ di abitanti delle citta’ usava alcune case di Henry come luogo di villeggiatura, ma cosi’ tanta parte della popolazione aveva lasciato il paese che ora Henry aveva poca vitailita’ economica.

Potremmo rimpiangere la sparizione della vecchia economica di sussiteneza, ma la gente che visse in quell’economia ad Henry apprezzava ogni possible legame fisico o commerciale che con la citta’. Quei legami erano nuovi da un lato ed antichi dall’altro, poiche’ gli antenati degli abitanti di Henry avevano simili legami, ma nel corso dei secoli li avevano persi con un lento ma progressivo isolamento.

Continua…

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I papiri Egiziani

Posted by janejacobs su luglio 2, 2008

Economie che hanno servito i mercati cittadini, prodotto emigrati per le citta’ citta’ o ricevuto tecnologia e industrie dalle citta’, possono perdere tali legami con le citta’. Quando cio’ accade la loro gente affonda gradualmente nella sussistenza e mentre si aggiustano ad questa nuova realta’ perdono molte delle loro precedenti partiche e tecniche.

Ad esempio in Egitto la produzione di carta dalla pianta del papiro era una pratica antica e frequente. Fino alla fine dell’impero Romano, la carta era una delle maggiori esportazioni provenienti dall’Egitto. Ma quando quasi l’Egitto precipito’ in una vita di sussistenza la produzione della carta fu abbandonata.

A meno che uno sia Giapponese, l’ultima cosa di cui si ha bisogno in un’economia di sussistenza e’ la carta. Anche la varieta’ di papiro da cui la carta si fabbricava si estinse in Egitto. Oggi nessuno saprebbe come fare quella carta antica in Egitto se non fosse per uno studioso del Cairo, Hassan Ragab, che reintrodusse la pianta nel nilo da esemplari ritrovati in Sudan e dopo anni di tentativi reinvento’ la tecnica della produzione della carta da papiro. La sua organizzazione, il Papyrus Institute, ha ricominciato ad esportare, dopo secoli la carta in lontane citta’ Europee ed Americane, dove ha trovato piccoli ma specializzati mercati perche’, anche se tale carta e’ molto cara, dura moltissimi anni di piu’ della carta che si usa oggi.

Chissa’, forse qualche Calabrese trovera’ ispirazione dal signor Ragab e fara’ qualcosa di simile con i damaschi di Catanzaro.

Continua…

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L’inarrestabile declino di Catanzaro

Posted by janejacobs su luglio 1, 2008

catanzaro panorama

Gli amministratori di Catanzaro sostengono che la loro citta’ abbia perso peso politico e prestigio, sia in crisi d’identità, sia in una fase di impoverimento progressivo e attraversi un forte disagio sociale. Le autorita’ locali ritengono che tale disagio dipenda dalla mancanza di un credibile progetto di sviluppo, da una situazione locali asfittica in cui la mano pubblica non ha saputo offrire potenzialità di sviluppo, dalla mancanza di infrastrutture di collegamento e dalla disaffezione dei cittadini nei confronti della città .

Rotatoria

Quanto e’ costata questa curiosa sopraelevata?

Pertanto il Comune di Catanzaro ha lanciato un “piano strategico” per la citta’ di Catanzaro che si propone la costruzione di nuove strade, ferrovie ed aeroporti nella speranza che nuove infrastrutture portino nuove imprese e nuova ricchezza. Il linguaggio del piano strategico e’ un capolavoro di moderno e inconcludente politichese, con tanto di “effetti volano”, “logiche bottom up e top down” e altre parole ad effetto che fanno guadagnare tanti soldi ai consulenti delle amministrazioni pubbliche nell’Italia di oggi scrivendo tante cose senza dire quasi nulla (scaricalo qui il documento). Gli amministratori vogliono creare commissioni e comitati di studio, per creare nuovi processi, nuove strutture burocratiche in grado di mantenere posti di lavoro, magari pagati profumatamente.

E’ illusorio augurarsi che il piano strategico delle infrastrutture di Catanzaro avra’ una sorte migliore della Salerno Reggio Calabria, l’autostrada in costruzione da tempi immemorabili. Ma anche ammesso che Catanzaro riuscisse miracolosamente a dotarsi di infrastrutture in breve tempo e senza infiltrazioni da parte della criminalità organizzata, siamo sicuri che basterebbero un paio di autostrade, di ferrovie e un aeroporto a portare ricchezza alla citta’ di Catanzaro?

CATANZARO

Periferia pericolante

In fondo cosa offre Catanzaro se non una storia di decadimento pluri secolare che trae le sue origini dall’inizio della dominazione Spagnola in Italia e che pare non avere avuto mai fine?

Come gran parte della Calabria, Catanzaro è una citta’ piena di rovine. Nelle sue contrade giacciono seppellite sotto a frantumi d’ogni genere di civilta’ perdute. Catanzaro, come il resto del popolo calabrese vive su tante macerie. Tutti i grandi agenti di distruzione umani e naturali hanno concorso a danneggiare questa citta’.

Ma ci sono regioni al mondo attraversate da simile calamita’ naturali e invasioni che hanno saputo reagire. Il Giappone ad esempio e’ una zona attraversata da sismi potenti almeno quanto quelli della Calabria e inoltre e’ periodicamente distrutto da maremoti ed eruzioni vulcaniche. Non si puo’ dire che i bombardamenti americani contro il Giappone durante la seconda guerra mondiale siano stati meno distruttivi delle invasioni subite dalla Calabria. Ma il Giappone e’ la seconda economia mondiale. Mentre la Calabria e’ la regione piu’ povera dell’Europa Occidentale (vedi qui).

Nonostante l’Europa e l’Italia abbiano versato alla Calabria svariati miliardi di Euro in aiuti alla Calabria e a Catanzaro, la regione e la citta’ sono un cimitero d’opere pubbliche fermate a metà.

Teatropoliteamacatanzaro.jpg

Aperto nel 2002, il Politeama sara’ ristrutturato nel 2009

Almeno fin dai terremoti del 1638, 1659, 1783 e poi da quelli dell’Ottocento a Catanzaro parte del paesaggio urbano e’ stato contrassegnato da baracche che rimanevano sempre troppo a lungo senza che abitazioni solide venissero costruite per la popolazione. Le baracche hanno fatto parte del paesaggio, del territorio, della vita e della mentalità della popolazione. Ancora oggi alcuni rioni sono costituiti da baracche ristrutturate e rafforzate con cemento. Catanzaro, come quasi tutta la Calabria dà sempre l’impressione d’una terra pericolante e in continua riparazione. Ma le riparazioni sono precarie e fragili. Lo stato spende molto ma non lascia opere solide che possano cercare di sfidare l’instabilità geologica di questa terra. Tutto si può aspettare all’infinito. Tutto sembra determinato dalla provvisorietà, dall’idea che nulla è durevole. Tutto viene lasciato al caso. La gente cova un permanente senso di precarieta’ dovuto alla storia di terremoti, frane, alluvioni, invasioni, mobilità, nomadismo, abbandoni di paesi. Tale precarietà e’ diventata nel tempo anche un tratto significativo del paesaggio urbano di Catanzaro espressione di una terra di mille progetti finanziati e mai realizzati, di dighe incompiute, di piani regolatori sempre approvati e mai attuati.
E mentre nel passato l’incompiutezza appare strettamente connessa alla precarietà della vita quotidiana e a vicende catastrofiche, oggi appare legata piuttosto ad arricchimenti facili, a clientele che prosperano, a strategie dei gruppi dominanti. In una terra sempre mobile e pericolante, la filosofia del pubblico intervento ha finito col perpetuare il potere delle élite economiche e politiche.

In una terra dove i poveri spesso si davano al brigantaggio per sopravvivere, i briganti ormai si sono saldati con le classi dirigenti in una grande associazione a delinquere a danni dei cittadini Italiani, in particolare ai danni dei cittadini Italiani di Calabria.

Brücken von Catanzaro

I briganti esistevano almeno dai tempi dei Borboni. Gia’ nel 1831 Ferdinando II, dopo vari tentativi di arginare il fenomeno del brigantaggio in Calabria nominò un commissario ad hoc il quale in due anni arresto’ 123 briganti e ne uccise 12. Ma la determinazione Borbonica nell’arrestare il brigantaggio non porto’ particolari frutti. Poco piu’ di dieci anni dopo, nel 1843 le montagne attorno a Catanzaro furono sconvolte da nuovi fenomeni di brigantaggio: furti, rapine, assassini e violenze di ogni genere. Le bande dei briganti, anche se decimate, in poco tempo si ricostituivano perché le condizioni di vita erano talmente misere che per sopravvivere era necessario rubare.

Le cose non migliorarono sotto i Savoia i quali imposero forti tassazioni alla popolazione contadina. Quando nel 1867 Catanzaro e la Calabria furono sconvolte da epidemie di colera e di vaiolo, gli abitanti della regione erano talmente disperati che non si preoccupavano nemmeno di seppellire i morti. Fomentati da un clero ignorante e dai briganti, i contadini calabresi venivano a credere che i soldati del Regno d’Italia erano di fatto untori e ad essi si ribellavano con atti di violena. Per tutta la seconda meta’ dell’ ’800 in Calabria si ripetevano periodicamente le stesse tragedie: paesi della Calabria venivano attaccati dai briganti che razziavano il poco che potevano razziare e uccidevano gli uomini piu’ ricchi delle comunita’, seguiva una repressione dello Stato Sabaudo con imprigionamento e fucilazioni, ma poi nel giro di qualche mese, le rivolte scoppiavano altrove in maniera simile a quelle appena estinte.

Il Siciliano Luigi Sturzo criticò l’accentramento politico che aveva caraterizzao l’unificazione d’Italia nei primi 50 anni in quanto impediva qualsiasi iniziativa regionale autonoma. Secondo Sturzo il lato oscuro dell’Italia era il Sud, “incapace di camminare con il resto della nazione, figlio vagabondo e parassita, che non produceva, non guadagnava, era di intralcio ai preparativi delle conquise colonialiste e al dibattito sul suffragio universale maschile”. Crispi e Depretis ebbero vari ripensamenti e dubbi nell’estendere il suffragio universale agli analfabeti e ai contadini del Sud in quanto il suffragio universale poteva essere usato come un’arma pericolosa in mano a coloro che non sapevano servirsene, preparando disordine morale e la corruzione.

Ma ci fu un periodo piu’ antico della storia in cui Catanzaro fu un centro prospero e vivace, un centro produttivo e artistico, un baluardo di civilizzazione in un’Europa sconquassata dalle invasioni barbariche.

Mille anni prima dell’arrivo dei Savoia, i Bizantini scacciarono gli Arabi che a Catanzaro avevano gia’ fondato un emirato chiamato Qatansar. Essi riconvertirono la popolazione al cristianesimo e impiantarono strutture produttive nella citta’. Catanzaro ebbe fortuna perche’ durante il periodo Bizantino le coste Calabresi erano soggette alle incursioni saracene e pertanto la maggior parte degli abitanti della Calabria viveva nelle montagne dell’entroterra. Il mare per gli abitanti della zona rappresentava piu’ un pericolo che una risorsa.

Catanzaro amo’ il suo ruolo di capitale regionale e fu l’ultima citta’ piu’ bizantina della Calabria a cedere agli attacchi del re Normanno Roberto Guiscardo quando conquisto’ la Calabria.

Nel periodo Bizantino Catanzaro fu la prima citta’ in Italia a vedere introdotta l’arte della seta e del gelso. Tale arte venne introdotta dagli Ebrei che erano giunti a seguito dei Bizantini. Catanzaro, come la maggior parte delle citta’ dell”italia meridionale aveva la sua Giudecca , il suo quartiere ebraico, dove gli Ebrei si dedicavano prevalentemente al commercio, alla medicina e all’attivita’ finanziaria in quanto ad essi non era permesso di possedere terre ne’ coltivarle. In tutta l’Italia meridionale gli Ebrei erano una delle comunita’ piu’ avanzate, in quanto tutti i maschi ebrei sapevano leggere e scrivere. E sebbene fossero periodicamente perseguitati, gli Ebrei dell’Italia meridionale trovarono un territorio relativamente tranquillo in cui vivere e lavorare.

A Catanzaro gli Ebrei si erano specializzati nella produzione della seta, importando tecniche di lavorazione, macchinari e prodotti provenienti dalla Siria e dal Medio Oriente. Gli Ebrei introdussero e valorizzarono l’industria della seta e le attività ad essa connesse: allevamento del baco, coltivazione del gelso, fabbriche di tessuti, tintorie tra cui quella famosa dell’indaco, immessa sui mercati europei per la prima volta dai produttori reggini. Gli Ebrei portarono un enorme contributo al commercio catanzarese e aprirono negozi con ogni sorta di merci alle quali si univano i damaschi ed i famosi velluti di Catanzaro che essi stessi andavano a vendere in Spagna, in Olanda, a Genova e a Venezia.

Gli Ebrei dell’Italia Meridionale avevano praticamente il monopolio della tintura dei tesuti e della manifattura della seta. Essi avevano svolto simili ruoli in tempi piu’ antichi nelle terre Bizantine.

Una ulteriore migrazione verso la Calabria si ebbe con l’avvento degli svevi nella regione, per il trattamento di favore accordato agli ebrei prima da Enrico IV e poi da Federico II, per incrementare le industrie della seta, della tintoria, del cotone, della canna da zucchero e della carta. E ciò non perché essi lavorassero in quelle industrie, ma perché ne intensificassero la produzione, contribuendo così al progresso dell’economia locale.

A Catanzaro gli Ebrei erano esclusi dal diritto di proprieta’, dalla parentela promiscua, dalle magistrature, dalle armi, dalle eredita’, dalle corporazioni delle arti e dei mestieri. Essi erano obbligati ad andare per Catanzaro con un mantelletto nero per essere distinti dagli altri cittadini.. Nel 1417 la citta’ di Catanzaro appoggiò la richiesta da essi rivolta al governo di essere dispensati dal portare il segno distintivo, l’esonero dal pagamento della “gabella della tintoria”, nonché l’assicurazione di non essere molestati né dagli ufficiali regi, né dagli inquisitori ecclesiastici. Poco dopo gli Ebrei ottenevano di formare una comunità unica con i Cristiani, senza alcuna discriminazione nei loro riguardi.

Ma verso la fine del XV secolo il sovrano Ferdinando d’Aragona sovrano di Spagna e di Sicilia impresse una direzione negativa alla comunita’ Ebraica del Mezzogiorno Italiano. Egli fece il voto di cacciare tutti gli Ebrei dai suoi possedimenti in Spagna ed in Italia Meridionale se avesse riconquistato la citta’ di Granada agli Arabi. Quando questo avvenne nel 1492, Ferdinando procedette al decreto di espulsione. Una delegazione di alti funzionari Siciliani fece appello a questo decreto sottolineando che era impossibile cacciare con la forza 100,000 Ebrei Siciliani. Essi producevano ricchezza ed il loro sostentamento era sufficiente a mantenere una fiorente industria agricola con una spesa di un milione di fiorini all’anno colo in cibo. I Siciliani erano atterriti alla decisione del loro sovrano di cacciare gli Ebrei. Il commercio si sarebbe fermato. Quasi tutti gli artigiani dell’isola erano Ebrei e se tutti se ne fossero andati in esilio, i Cristiani avrebbero perso migliaia di mani che producevano articoli indispensabili in metallo, aratri, ferri di cavallo e vari componenti per la costruzione di navi. Essi non avrebbero trovato sufficienti cristiani a rimpiazzarli e quelli che li avrebbero rimpiazzati avrebbero richiesto salari esorbitanti. Le proteste degli alti funzionari di Palermo furono vane. 200,000 Ebrei Spagnoli furono cacciati dalla Spagna e dalla Sicilia furono esiliati 100,000 Ebrei e tutti i loro beni vennero confiscati. Gli esuli scapparono verso l Calabria, la Campania e la Puglia; ma quando gli Spagnoli sconfissero i Francesi e conquistarono tutto il Mezzogiorno d’Italia nel 1505 anche gli Ebrei di Calabria, e gli Ebrei di Catanzaro con essi furono costretti ad emigrare. Alcuni andarono nella Penisola Balcanica, allora posseduta dai Turchi, altri scapparono nel’Italia e nell’Europa Settentrionale.

La cacciata degli Ebrei porto’ al lento declino della produzione e del commercio della seta e con essa alla scomparsa dell’industria da Catanzaro e alla capacita’ di questa citta’ di guadagnarsi e di rimpiazare le importazioni. Nuovi centri serici si svilupparono in Lombardia ed in Francia, copiando le tecniche provenienti da Catanzaro. La citta’, privata come tutto il meridione d’Italia della sua forza lavoro produttiva, divenne sempre piu’ povera e sempre piu’ vessata dal fisco Spagnolo il cui centro amministrativo era Napoli. Catanzaro ed il Mezzogiorno d’Italia piombarono nell’arretratezza. Non piu’ in grado di produrre beni che guadagnassero loro importazioni, si adagiarono ad un’economia agricola di sussistenza.

L’unico magro aiuto che gli Spagnoli diedero alla Calabria fu un’improvvisata infrastruttura di difesa. Sotto il vicere’ Pedro da Toledo, gli Spagnoli procedettero a smantellare le antiche mura delle citta’ della Magna Grecia che avevano resistito per secoli al fine di fortificare isole e coste. Ma cio’ non impedi’ ai Turchi di organizzare a intervalli piu’ o meno regolari saccheggi alle coste calabresi, distruggendo citta’ e villaggi e prendendo in schiavitù la popolazione Calabrese che veniva venduta come schiavi nei mercati di Tripoli e Algeri. Sotto il regno di Carlo V, nella seconda meta’ del secolo XVI furono frequenti le incursioni dei Turchi sulle spiagge della Calabria.

Durante la dominazione spagnola il potere giuridico e il potere di tassazione erano in parte detenuti dai baroni. Tutta la Calabria era di fatto una terra suddivisa in tante piccole baronie, ognuna delle quali piuttosto povera perche’ i baroni locali vedevano ridursi il valore delle loro rendite sia per la forte inflazione causata dall’importazione dell’oro dalle Americhe, sia perche’ i contadini da cui traevano le rendite erano sempre meno produttivi e meno numerosi. D’altro lato, per mantenere prestigio sociale, i Baroni dovevano spendere molti danari presso la corte di Napoli e pertanto molti nobili furono costretti a vendere le loro terre perche’ insufficienti a mantenere la dispendiosa vita di corte napoletana e ed costretti a vendere le loro terre ai mercanti Genovesi a partire dalla famiglia dei Grimaldi.

Il seicento calabrese fu un secolo di malessere, contrabbando, pressione fiscale terremoti, carestie epidemie e alluvioni. I feudatari calabresi, pur tra diverse traversie, continuavano a detenere un forte controllo su alcuni territori tanto che quando agli Asburgo si succedettero i Borboni, alcuni sfidarono i Borboni con un proprio esercito.

Per Catanzaro e per la Calabria, i secoli seguenti fino ad oggi furono secoli bui di poverta’, impoverimento ed irrefrenabile decadenza. Catanzaro e la Calabria si ritrovarono isolate dalle traffico e preda di banditismo. Catanzaro si salvava per la sua posizione piu’ lontana dalla costa, posizione che la aveva protetta anche nei millenni precedenti visto che la maggior parte dei suoi conquistatori erano sempre venuti dal mare. Ma senza i suoi Ebrei e la sua industria serica Catanzaro scivolo’ in un periodo plurisecolare di inarrestabile declino.

Continua…

Fonti: The Italian American Experience , Giuseppina Silvestri Ebrei in Calabria Un passato che non passa Cesare Sinopoli europacalabria Simon Dubnov

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Quando Napoli era governata da un Inglese

Posted by janejacobs su maggio 27, 2008

John Acton, 6. baronet Acton

   John Acton

Guglielmo Pepe, patriota risorgimentale calabrese, cosi’ descrive il Regno di Napoli a fine ‘700 sotto il governo del ministro John Acton:

Maria Carolina d’Austria sposo’ nel 1768 Ferdinando IV e divenne regina di Napoli. Da subito, il carattere energico e volitivo dell’Austriaca prese il sopravvento su quello del marito, il quale per quanto intelligente era pigro e indolente. A quei tempi la flotta militare di Napoli era insufficiente per la difesa delle coste e si sentiva il bisogno di ordinarla meglio. Il principe Caramanico propose al granduca di Toscana, fratello di Maria Carolina d’Austria, di assumere John Acton, comandante della Marina di Toscana.

Arrivato a Napoli, John Acton fu accolto molto bene a corte e fu nominato direttore della Marina. Acton sin dall’inizio entro’ nelle grazie di Maria Carolina e seppe in breve tempo diventare il suo consigliere favorito. Con una serie di macchinazioni di corte appoggiate dalla regina, Acton riusci’ nel giro di pochi anni ad ottenere il ministero della guerra, il ministero delle finanze ed infine divenne primo ministro.

Acton inizio’ il suo lavoro di ministro della marina costruendo un gran numero di vascelli e fregate da guerra, sprecando molto denaro pubbico visto che Napoli non possedeva lontane colonie da dover difendere, ne’ era coinvolta in guerre marittime con le grandi potenze dell’epoca. Le enormi spese per la produzione di una grossa flotta di guerra a Napoli non fu inutile tuttavia per l’Inghilterra, paese che piu’ di ogni altro Acton tendeva a favorire.

Da ministro della guerra, Acton aumento’ notevolmente il numero dei soldati. Ma fra i nuovi arruolati egli assunse molti ex detenuti e mercenari stranieri. Per pagare le notevoli spese della nuova marina e del nuovo esercito, ma anche le ingenti spese di corte, Acton aggravo’ di anno in anno la tassazione, che sotto i precedenti ministri era stata piuttosto modesta. Ma nonostante i sacrifici della popolazione, le casse pubbliche, anziche’ rimpinguarsi, si esaurivano sempre di piu’.

Oltre al pessimo stato della finanza pubblica, il commercio era avvilito, le manifatture napoletane, anziche’  esssere incoraggiate, cadevano in dispregio, per la preferenza che si dava alle manifatture inglesi e straniere; l’entroterra del regno era impraticabile per la mancanza di ponti e starde.

L’amministrzione della giustizia era pessima in quanto le cause civili duravano un numero spropositato di anni, mentre le cause penali venivano decise in base a quanto si riusciva a corrompere i pubblici ministeri. Pertanto, compagnie piu’ o meno numerose di malandrini ed assassini infestavano le province e la stessa capitale; l’audacia dei ladri, protetti dalla corruzione dei pubblici magistrati era giunta a tal punto che i malandrini potevano rubare impunemente nelle vie pubbliche anche di giorno.

Il ministro Acton organizzo’ una seria repressione dei moti massonico-liberali Napoletani che si erano avuti dopo la rivoluzione francese e approfitto’ di questa repressione per organizzare macchinazioni e processi arbitrari contro i suoi avversari politici.

L’invasione di Bonaparte dell’Italia del Nord con la conseguente la cacciata degli Austriaci, atterri’ il governo Napoletano che non esito’ ad accettare la pace offerta da Napoleone. Tale pace costo’ al governo Napoletano  parecchi milioni di franchi.

Gli apparati bellici di Napoli consumavano ingenti somme e si andavano ad aggiungere a forti spese per le profusioni fatte alle spie che, aggiunte al costo della pace con la Francia, mandarono in rovina l’erario pubblico. Le imposte annuali, benche’ inasprite, non furono piu’ sufficienti.

Si aggiunse una nuova decima che ando’ a tassare gli agricoltori. Si aggiunse la “rapina” dei sette banchi pubblici di Napoli, “depositi sacri del denaro dei cittadini nei quali altro diritto il governo non aveva se non quello di poteggerli. E poiche’ detti banchi furono del tutto esausti, si stamparono immense quantita’ di cedole bancarie da vendere, montanti a somme esorbitanti, di cui a effettivo non esisteva neppure un soldo. Queste cedole, ancorche’ fossero molto cadute di credito, furono nondimeno poste in circolazione. Uno sciame di emissari del governo percorreva le province e le fiere del regno “adescando i gonzi col lecco di un forte aggio che giunse fino a due terzi del valore nominale di dette cedole. Con si’ fatto, fraudolento strategemma, pervenne il governo ad estorcere alla nazione quel poco di denaro che ancora le rimaneva. Per compiere interamente lo spoglio si tolsero alle chiese di Napoli e di tutte le principali citta’ del regno, i candelabri e altri arredi d’argento e d’oro di cui erano riccamente dotate; e fu anche requisito l’oro e l’argento dalle case dei cittadini a cui furono date in cambio tali cedole senza valore”.  

Continua…

 Fonte: Memorie del Generale Guglielmo Pepe

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