Le cittá sono la ricchezza delle nazioni

Un nuovo modo di vedere l’economia

Posts Tagged ‘storia’

La Casa di San Giorgio

Posted by janejacobs su aprile 24, 2009

File:Palazzo San Georgio Genova W.jpg

La Casa di San Giorgio

Il 2 Marzo del 1408, otto uomini si ritrovarono nel salone della Casa di San Giorgio un edificio commerciale che si trovava in quella che allora era la strada  principale di Genova, a pochi metri dal Mar Ligure. Questi uomini erano ricchi e potenti mercanti locali che rappresentavano le famiglie piu’ influenti di Genova, e si incontravano per discutere una questione di gravissima importanza. Quella che un tempo era la gloriosa repubblica di Genova stava attraversando momenti difficilissimi. Dopo anni di Guerra con Venezia e dopo la terribile sconfitta del 1381 a Chioggia, la Repubblica di Genova era praticamente in bancarotta. Il compito di questi ricchi e potenti mercanti era quello di salvare le finanze della citta’.

Il Consiglio degli Anziani aveva da poco autorizzato la Casa di San Giorgio ad operare come banca per facilita re il ripagamento dei debiti di Guerra in cambio di un interesse del 7% e della possibilita’ di raccogliere tasse e dazi dovuti alla citta’. Il fine di quell’incontro del 2 Marzo del 1408 era di dichiarare il Banco di San Giorgio pronto ad operare.

File:Saint george raphael.jpg

San Giorgio secondo Raffaello

La grande sala della Casa di San Giorgio, una sala enorme al primo piano, e’ parte dell’edificio originale che e’ rimasto intatto fino ai nostri giorni. La sala e’ decorata da gallerie di statue dei fondatori del Banco e dei loro successori che di fatto furono i primi banchieri d’affari della Storia. Era proprio in quel momento che i mercanti si stavano trasformando in Banchieri. Almeno uno di loro, Rabella de Grimaldi, era il membro di una dinastia che sopravvive fino ad oggi. Nel giro di breve tempo, il Banco di San Giorgio sarebbe diventato potente come la Repubblica di Genova, anzi, secondo Niccolo’ Machiavelli, anche piu’ potente. Il Banco sarebbe sopravvissuto per quasi quattrocento anni. Sarebbe diventato al prima banca centrale moderna, non solo un precursore della Banca d’Inghilterra, ma il suo modello. Dal quindicesimo al diciottesimo secolo le sue casse si sarebbero riempite delle ricchezze dei capitalisti Genovesi raccolte in tutta Europa. Lo stesso Cristiforo Colombo, il piu’ illustre figlio della citta’, era un cliente del Banco.

Viste le sue origini, le sue finalita’ e la sua longevita’ ci si potrebbe aspettare che il Banco di San Giorgio venisse celebrato con maggiore entusiasmo dai libri di storia. Tuttavia, quasi nessuno sa cosa facesse, o che fosse esistito. Nella storia della finanza moderna, il ruolo pionieristico dell’Italia e’ riconosciuto all’unanimita’ e la citta’ di Genova e’ una delle tre grandi capitali finanziarie del Rinascimento assieme a Firenze e Venezia. Ma il ruolo del Banco di San Giorgio viene nominato raramente. In The Ascent of Money, Niall Ferguson si riferisce una volta sola al Banco di San Giorgio. Tim Parks, autore di Medici Money, un racconto sulla nascita e la caduta della dinastia Medicea e del suo impero finanziario nella Firenze del quindicesimo secolo, non nomina per nulla al Banco di San Giorgio. E nemmeno J.K. Galbraith nomina il Banco di San Giorgio nel suo A history of Economics.

San Giorgio secondo Donatello

Ci sono almeno due ragioni per questa lacuna. La piu’ importante risiede nel fatto che gli archivi del Banco di San Giorgio sono sparsi in diversi edifici e non sono stati accessibili agli storici per almeno due secoli. Questi archivi – migliaia di libri e rendiconti che testimoniano ogni transazione fatta dal Banco di San Giorgio dal 1407, quando fu fondato al 1805, quando fu chiuso – sono scritti in Latino in un bellissimo stile calligrafico che e’ rimasto pressoche’ immutato per quattrocento anni. Le parti piu’ interessanti ed illuminanti di questo archivio – inclusa una lettera del 1502 di Colombo agli uffici del Banco – sono rinchiusi in un bellissimo edificio, adibito prima a convento e poi ad archivio storico della storia Genovese. La maggior parte degli archivi invece riieded in un magazzino in periferia.

Giuseppe Felloni ha trascorso gli ultimi trent’anni a studiare gli archivi del Banco di San Giorgio – riscoprendo e catalogando i 40,000 libri che riportano le operazioni del Banco giorno per giorno. Felloni parla bene il latino, riesce a leggere la bellissima, ma difficile calligrafia dei libri bancari e comprende la logica impenetrabile delle transazioni. E ora che il suo compito di studioso e’ quasi terminato, Felloni vuole restituire al Banco di San Giorgio l’importanza che merita sui libri di storia.

Felloni ritiene che il suo lavoro su questi archivi trasformera’ la nostra conoscienza sulle origini della finanza moderna e forse anche sulle origini del capitalismo. Molti dei concetti e delle pratiche che sono comuni oggi, secondo Felloni, furono inventate o migliorate dal Banco di San Giorgio. Fra di esse ci sono l’emissione e la gestione di buoni del tesoro, la partita doppia, i fondi di ammortamento – fondi in cui i pagamenti venivano fatti al fine di ripagare un debito -, la stanza di compensazione, che venne adottata in Inghilterra solo nel diciottesimo secolo e l’organizzazione e la conduzione delle lotterie.

Il Banco di San Giorgio non fu la prima Banca d’Europa. Banche piu’ primordiali operavano a Genova e nel resto d’Italia gia’ dal dodicesimo secolo. Nel 1401, una banca la Taula de la Ciutat veniva fondata a Barcellona, ed in effetti agi’ come tesoro del governo della Catalogna. Nel mondo anglosassone i Medici sono ritenuti la summa raggiunta dalla finanza medievale Italiana. Ma secondo Felloni gli storici dovrebbero rivisitare il ruolo del Banco di San Giorgio e riscivere i libri di storia riconoscendo il ruolo di primato del Banco di San Giorgio nella finanza Rinascimentale.

Giuseppe Felloni ha compiuto 80 anni a Marzo. Magro e alto, capelli grigi, dai modi squisiti, Felloni e’ Professore emerito dell’Universita’ di Genova dove insegna storia dell’economia. Nel 2004 ha pubblicato le sue scoprete in un libro che ha pubblicato assieme al suo collaboratore Guido Laura e che si intitola, un po’ timidamente “Genova e la Storia della Finanza: una serie di primati?” Questo libro si puo’ scaricare gratuitamente sul suo sito personale http://www.giuseppefelloni.it. Felloni ha anche creato un altro sito che si propone di offrire un tour virtuale delle piu’ impressionanti figure dell’archivio.

“Naturalmente, si puo ‘scrivere la storia della finanza moderna senza visitare gli archivi del Banco di San Giorgio, e questo in realta’ e’ proprio quello che e’ gia’ fatto” dice Felloni. “Gli Inglesi hanno scirtto sui loro libri di storia di essere stati gli inventori dei fondi di ammortamento. Ma Genova aveva usato tali fondi fino a 400 anni prima che fossero usati dagli Inglesi. Il Banco di San Giorgio ha inventato molti degli strumenti finanziari che vengono ancora usati oggi e gli archivi Genovesi lo dimostrano.”

Ma Felloni appare un po’ troppo timido. Secondo il suo collaboratore Guido Laura Felloni dovrebbe riscrivere la storia delle origini della finanza. Laura e’ un uomo d’affari che divide il suo tempo tra Genova e Londra. Ma Felloni non vuole riscrivere la storia della finanza, ma solo completarla.

Felloni ha la stessa preoccupazione di altri storici Italiani, cioe’ che la storiografia Anglosassone non si preoccupi troppo di spiegare le origini diverse e variegate della finanza in Italia e che diano troppo poco credito a Genova e ne diano troppo a Firenze. Felloni ritiene che Venezia e Genova fossero centri finanziari molto piu’ importanti di Firenze nel quindicesimo secolo.

La banca dei Medici fu fondata nel 1397, qualche anno prima del Banco di San Giorgio e falli’ nel 1494. Ma la creazione piu’ duratura di questa famiglia e’ la leggenda che la circonda. I Medici non solo erano brillanri, ricchi, spregiudicati e potenti, ma erano anche una famiglia piena di drammi. Questo potrebbe spiegare il perche’ esiste una massa enorme di ricerca storica su di loro.

Il Banco di San Giorgio non era una famiglia. Era un’istituzione dominata da regole ben precise a cui mancava una personalita’ dominante. Gli uomini che guidavano questa istituzione erano quasi sempre figure pubbiche, anche se non si a molto delle loro vite. Il Banco di San Giorgio e’ il protagonista della sua storia.

Cio’ che si sa e’ che il Banco di San Giorgio e Genova in breve tempo divennero cosi’ interrelate che in breve tempo divennero una cosa sola. Machiavelli descrisse questa relazione come uno “stato nello stato”. Il Banco di San Giorgio ebbe una tale influenza che rimpiazzo’ i Fugger, la dinastia di banchieri tedeschi, come fonte di finanziamento per le grandi monarchie Europee sempre in Guerra fra loro.

Dopo centocinquant’anni dalla creazione del Banco di San Giorgio, Genova aveva restaurato la sua influenza in qualita’ di repubblica marittima e commerciale al punto che il periodo fra il 1550 ed il 1650 fu definito dallo storico Fernand Braudel (di cui Felloni fu studente) il Secolo dei Genovesi.

Il Banco fu in grado di fare questo perche’ operava nell’intersse della citta’ di Genova. Non erano le personalita’ a guidare il Banco di San Giorgio, ma l’interesse della Repubblica. Genova nel 1400 era un posto unico. Anche se era una repubblica, era guidata da aristocratici spesso in conflitto fra loro a differenza degli aristocratici che guidavano Firenze o Venezia. Pertanto il Banco di San Giorgio gradualmente fini’ questo stato di cose impadronendosi lentamente ed inesorabilmente della Repubblica.

Questo e’ cio’ che intendeva dire Machiavelli. E questo e’ il motivo per cui gli storici guardano con sospetto alla banca: il suo modo di operare corporativo tende ad oscurare ogni altro elemento. Ma secondo Felloni le scoperte dell’archivio dissiperanno la luce negativa con sui spesso e’ stato ritratto il Banco di San Giorgio. Felloni sostiene che l’evoluzione della banca in quell’entita’ che Machiavelli defini’ “stato nello stato” fu il modello della Compagnia dei Mari del Sud e della Compagnia delle Indie che sarebbero nate secoli dopo in Inghilterra. Le Compagnie coloniali inglesi presero a modello il Banco di San Giorgio che gestiva le Colonie Genovesi come la Corsica e che furono la molla per l’innovazione. Prima della nascita del Banco di San Giorgio, una banca era la prolunga di un ricco mercante, con il Banco di San Giorgio la banca divenne istituzione.

La genialita’ del Banco di San Giorgio, tuttavia, non gli consenti’ di vivere per sempre. Durante i suoi 398 anni di storia sopravvisse a numerose crisi, ma dovette arrendersi a Napoleone quando conquisto’ l’Italia, si approprio’ del tesoro delle sue casse per finanziare le sue campagne militari e soppresse ogni attivita’ bancaria indipendente.

Oggi l’ufficio della Casa di San Giorgio ospita l’autorita’ del Porto di Genova. I magnifici affreschi della facciata sfidano l’orribile sopraelevata che quasi va a tagliare la citta’ dal suo mare.

Fonte: Vincent Boland

Per maggiori informazioni:

www.giuseppefelloni.it

www.lacasadisangiorgio.it

Posted in citta' | Contrassegnato da tag: , , , | 1 Comment »

Lubecca e la lega anseatica

Posted by janejacobs su novembre 3, 2008

 

La Lega Anseatica (detta anche Hansa) fu un’alleanza di città che nel medioevo e fino all’inizio dell’era moderna contribuireono in maniera determinante al fiorire dei commerci in gran parte dell’Europa settentrionale e del Mar Baltico. La sua fondazione viene fatta risalire al XII secolo.

Fu in questo periodo che i mercanti delle varie città iniziarono a formare società, o Hanse, con l’intenzione di commerciare con le città straniere. Queste società lavorarono per acquisire degli speciali privilegi commerciali per i loro membri. Ad esempio, i mercanti di Colonia furono in grado di convincere Enrico II d’Inghilterra a garantire loro speciali privilegi commerciali e diritti di mercato nel 1157.

Alla fine, alcune di queste città iniziarono a formare alleanze tra di loro, in forma di una rete di mutua assistenza che sarebbe diventata, appunto, la Lega Anseatica.

La città principale della Lega Anseatica era Lubecca, fondata da Enrico il Leone di Sassonia nel 1159. La sua posizione sul Baltico le diede accesso ai commerci con Scandinavia e Russia, portandola in competizione diretta con gli scandinavi che avevano in precedenza controllato gran parte delle rotte commerciali del Baltico. La competizione finì a seguito di un trattato con i commercianti di Gotland.

Attraverso questo trattato, i mercanti di Lubecca ottennero anche l’accesso al porto russo di Velikij Novgorod, dove costruirono uno scalo commerciale. Lubecca, che aveva avuto accesso alle aree di pesca del Baltico e del Mare del Nord, successivamente formò un’alleanza con Amburgo, un’altra città mercantile che controllava l’accesso alle rotte del sale provenienti da Lüneburg.

Le città alleate furono in grado di prendere il controllo di gran parte del commercio del pesce salato. Altre alleanze simili si formarono in tutto il Sacro Romano Impero. Con il passare del tempo, la rete di alleanze crebbe fino a comprendere più di 100 città.

I coloni tedeschi costruirono numerose città anseatiche sul Baltico, come Tallinn, Riga e Tartu. Alcune di queste sono ancora piene di edifici e dello stile dei giorni della Lega Anseatica. La Livonia (le odierne Estonia e Lettonia) ebbe il suo parlamento Anseatico (dieta) e tutte le sue principali città erano membri della Lega.

Alla fine, la capitale dell’Hansa venne spostata a Danzica, che era il principale porto per le mercanzie polacche (all’epoca tedesche) trasportate lungo la Vistola. Altre importanti città membre della Lega furono Thorn, Elbing, Königsberg e Cracovia.

La Lega aveva una natura fluida, ma i suoi membri condividevano alcuni tratti. In primo luogo, gran parte delle città anseatiche vennero fondate o come città indipendenti, o ottennero l’indipendenza attraverso il potere di contrattazione collettivo della Lega.

L’indipendenza era comunque limitata; significava che le città dovevano lealtà diretta al rispettivo Imperatore, senza alcun legame intermedio alla nobiltà locale. Un’altra similitudine consisteva nel fatto che le città erano tutte collocate in posizione strategica lungo le rotte commerciali. Infatti, al vertice del loro potere, i mercanti della Lega Anseatica erano talvolta in grado di usare il loro potere economico (e in alcuni casi anche la loro forza militare – le rotte commerciali necessitavano di protezione, le navi della Lega erano bene armate) per influenzare la politica imperiale.

La Lega esercitò il suo potere anche all’estero: tra il 1368 e il 1370, le navi della Lega combatterono contro i danesi, e costrinsero il re di Danimarca a garantire alla Lega il 15% dei profitti provenienti dai commerci danesi (Trattato di Stralsund).

Le rotte commerciali esclusive vennero spesso ottenute a caro prezzo. In molte città straniere, i mercanti dell’Hansa erano confinati in determinate aree di commercio e nei loro scali commerciali. Gli era concesso raramente, se non mai, di interagire con gli abitanti del luogo, ad eccezione che per motivi legati alle contrattazioni. Inoltre, il potere della Lega Anseatica era invidiato da molti, sia nobili sia mercanti.

Nel 1598 chiudeva definitivamente il fondaco anseatico a Londra. L’esistenza stessa della Lega e dei suoi privilegi e monopoli creò tensioni economiche e sociali che spesso si tramutarono in una forma di rivalità strisciante tra i membri della Lega. Per la fine del XVI secolo, la Lega implose e fu incapace di gestire le lotte intestine, i cambiamenti socio-politici che accompagnarono la Riforma, l’emergere dei mercanti olandesi e inglesi e le incursioni dei Turchi Ottomani sulle rotte commerciali e sull’Impero stesso.

Il crollo definitivo si ebbe con la guerra dei Trent’anni, che sancì il predominio svedese nel Baltico. All’ultima dieta della Lega, nel 1669, si presentarono solo tre città: Lubecca, Amburgo e Brema.

Nonostante la sua scomparsa, diverse città ancora mantengono collegamenti con la Lega Anseatica. Anche nel XXI secolo le città di Deventer, Kampen, Zutphen, Lubecca, Amburgo, Brema, Rostock, Wismar, Stralsund, Greifswald e Anklam si denominano Città Anseatiche. Per Lubecca in particolare, questo legame anacronistico ad un glorioso passato rimase di particolare importanza nella seconda metà del XX secolo.

 

Lubecca fu anche, come molte altre città, una “Libera città Anseatica”, come è ancora ad esempio Brema. Questo privilegio venne rimosso dal Partito Nazista dopo che il Senato della Città Anseatica non permise ad Adolf Hitler di parlare a Lubecca durante la campagna elettorale. Hitler tenne il discorso a Bad Schwartau, un piccolo villaggio alla periferia di Lubecca. In seguito si riferì a Lubecca come a “quella piccola città vicino a Bad Schwartau”

 

Posted in k. Informazioni sbagliate alle citta' | Contrassegnato da tag: , , , , | Leave a Comment »

Comuni

Posted by janejacobs su ottobre 28, 2008

Le citta’-stato del Medioevo italiano sono state un esperimento naturale interessante su come la cooperazione abbia saputo creare sviluppo e ricchezza. La nascita delle citta’ Stato italiane avvenne nel processo di disgregazione del Sacro Romano Impero fondato da Carlo Magno alla fine del primo millennio. La parte centrale di questo processo fu l’affermazione di citta’ in grado di governarsi da sole. Questo processo avvenne un po’ in tutta Europa, ma fu particolarmente forte nell’Italia centro-settentrionale fra il 1100 ed il 1300 a causa della debolezza del potere imperiale. In alcune citta’, la mancanza di un governo centrale porto’ all’aggregazione di individui che decidevano di cooperare per risolvere problemi di interesse comune. Ad esempio a Genova, le famiglie nobili dell’aristocrazia marittima formarono simili patti. Tali patti venivano fatti rispettare con severita’. Chi disobbediva ai patti veniva escluso dalle relazioni commerciali e politiche dagli altri membri del patto. In alcune citta’, era il vescovo a fare da garante perche’ i patti venissero rispettati. Ed il vescovo aveva il potere di scomunicare chi disobbediva ai patti, una punizione molto piu’ grave di quello che oggi si possa immaginare.
Lentamente iniziarono ad emergere nuove e sempre piu’ stabili istituzioni. Il primo seme di citta’ libera fu il consolato, un comitato composto da un numero limitato di cittadini i cui poteri scadevano generalmente dopo un anno. L’istituzione del consolato e’ la piu’ visibile manifestazione delle citta’ stato come corpo politico indipendente. Il tempo, i commerci e le guerre sviupparono pienamente le istituzioni cittadine. Nel corso di due secoli, la piccola assemlea di capi locali delle principali famiglie che condividevano i poteri (coloro che partecipavano al patto giurato) si sviluppo’ in un moderno parlamento di membri eletti da una fetta sempre maggiore della popolazione. Con questi cambiamenti, si sviluppo’ pienamente il modello di citta’-stato. Tale citta’ stato procurava proetzione ed ordine, raccoglieva le tasse, si occupava della difesa della citta’, dava ai cittadini le protezioni di base ed era responsabile per il mentenimento e la sicurezza delle strade, infrastrutture essenziali per garantiere il commercio fra citta’.
Alla meta’ del dodicesimo secolo nacque una nuova parola per descrivere le citta’-stato Italiane: la parola “comune”, che deriva dal latino ed indica la proprieta’ comune dei cittadini: non solo le mura, le strade, ma anche le cattedrali e le chiese erano viste come proprieta’ dei cittadini del comune e della comunita’ locale, una proprieta’ che andava mantenuta e rispettata, perche’ di tutti. I diritti e le liberta’ comunali andavano di pari passo con a responsabilita’ di operare per il proprio interesse e per il bene comune dei cittadini. La straordinaria indipendenza di cui godevano i comuni Italiani non era gratuita. Le citta’ dovevano difendersi dai tentativi degli Imperatori Tedeschi di esercitare la loro autorita’ sulle loro ricche citta’ e imporre tasse; dalle pretese dei feudatari locali, e dai tentativi continui dei comuni di espandersi ai danni degli altri.
La battaglia per l’indipendenza dall’Imperatore raggiunse il suo culmine nel 1176 quando una leva di citta’ libere, la Lega Lombarda, sonfisse l’imperatore Federico I Barbarossa che discese sull’Italia per riaffermare i suoi poteri ed i suoi privilegi. In quell’occasione non tutte le citta’ libere combatterono contro l’impero, alcune citta’ del Piemonte e la stessa Genova appoggiarono l’impero in cambio di concessioni da parte dell’imperatore. L’atteggiamento duplice che i Comuni Italiani tennero con l’imperatore era un segno della loro liberta’ e della loro capacita’ di negoziare accordi con l’imperatore o di combatterlo a seconda delle proprie convenienze.
Nei Comuni, il potere politico non era identificato con una singola persona regnante, ma con l’intera comunita’ (da qui il nome Comuni). Inoltre, la fonte del potere politico e dell’autorita’ non era religiosa o dinastica, ma veniva dagli abitanti del Comune. Le regole, le leggi e le decisioni formali erano sempre fatte in nome del popolo, anche se in pratica le elite e le famiglie ricche avevano maggiore importanza. Inotltre, la vita dei comuni era regolata da statuti che facevano appello a tutti i cittadini anziche’ ad un solo gruppo di sudditi. Questo era in forte contrasto con la societa’ feudale dove le regole ed i diritti derano diversi a seconda del ceto sociale di un individuo (nobile, contadino, membro del clero). Infine, lo svilupppo del comune va di pari passo con quello delle  liberta’ personali: prima dela nascita delle citta’ indipendenti, gli abitanti delle citta’ erano servi del feudatario locale. Con il comune le liberta’ personali ricevevano protezione legale contro gli abusi degli ufficiali governativi, le cui azioni erano soggette al controllo di istituzioni ad hoc, inclusi i tribunali a cui i cittadini potevano fare appello. In altre parole, le citta’ stato svilupparono un sistema di protezione dei diritti di proprieta’ e di limiti del potere esecutivo che furono funzionali al loro sviluppo.
Fonte: Long Term Persistence
 

Posted in b. Ritorno alla realta' | Contrassegnato da tag: , , , , | 1 Comment »

Cent’anni in due minuti

Posted by janejacobs su settembre 24, 2008

Questo filmato pubblicitario riesce a raccontare cento anni di storia Inglese in due minuti.

Posted in arte | Contrassegnato da tag: , , | 2 Comments »

Gli USA si sono sviluppati grazie (anche) ai dazi

Posted by janejacobs su agosto 16, 2008

Boston all’inizio dell’800
I messaggi sbagliati che dicono a una citta‘ che il suo commercio esterno va bene, anche se non e` vero non sono sempre letali come nel caso di Montevideo. Tali messaggi possono spesso essere “corretti” dai dazi, cosa che avvenne nel caso degli Stati Uniti, che nell’ 800 usarono i dazi usarono per evadere i meccanismi di controllo delle loro giovani citta‘.
Quando le colonie americane vinsero la loro indipendenza e per quasi tutto il secolo successivo il commercio internazionale degli Stati Uniti era simile a quello dell’Uruguay – cioe‘ le esportazioni erano prevalentemente agricole. Il Sud contribuiva maggiormente a questo commercio grazie al suo tabacco ed al suo indaco e piu‘ tardi al suo cotone. Ma nel anche Nord degli Stati Uniti le esportazioni internazionali erano principalmente risorse naturali e beni agricoli: pellicce, pesce, legname, grano. Le esportazioni prodotte nelle citta‘ che le piccole citta‘ del Nord degli Stati Uniti producevano l’una per l’altra erano inutili nel commercio internazionale perche‘ le citta‘ del Nord degli Stati Uniti non producevano nulla che le citta‘ Europee non producessero gia‘ da se’ a prezzi piu‘ bassi. In realta‘ le importazioni di prodotti finiti provenienti dalle citta’ Europee erano piu’ convenienti per le citta‘ Americane che la produzione interna grazie al forte potere d’acquisto della forte valuta Americana. Questo non vuol dire che erano cosi’ a buon mercato che tutti gli Americani potessero permettersi beni importati dall’Europa, ma che erano piu‘ a buon mercato dei beni prodotti dagli Americani. Le importazioni sarebbero rimaste relativamente a buon mercato e relativamente abbondanti fino a che gli USA non fossero precipitati in una crisi simile a quella in cui precipito’ l’Uruguay piu‘ di cento anni piu‘ tardi. La crisi per gli USA non arrivo’ perche’ la sua valuta rimase forte. Ma intanto le importazioni entravano negli USA senza che le citta’ Americane riuscissero a rimpiazzarle e le giovani citta‘ Statunitensi avevano raggiunto in poco tempo un punto di non ritorno economico.
La situazione critica di punto di non ritorno non fu percepita per quello che era, cioe‘ per un errore del meccanismo di controllo dei tassi di cambio, ma fu percepita come una piaga dell’industria manifatturiera Americana. Tuttavia, la risposta che gli USA diedero fu pertinente perche‘ annullo’ i messaggi negativi che le citta‘ Americane ricevevano. All‘inizio del 1816, il governo federale inizio’ a metter in atto una serie di tariffe non tanto per aumentare il reddito degli impiegati doganali, ma con lo scopo specifico di rendere le importazioni piu‘ care. In effetti, le tariffe dicevano ai cittadini e ai produttori la nuda verita‘ delle loro economie: siccome non produci abbastanza esportazioni, allora non puoi permetterti tutti i beni che importi. Le tariffe funzionarono. Il fatto che i beni prodotti al’estero erano ora piu‘ cari ci quelli domestici stimolo’ il processo di rimpiazzo delle importazioni e le economie cittadine si svilupparono molto rapidamente invece di vivere dei guadagni delle loro campagne.

Posted in k. Informazioni sbagliate alle citta' | Contrassegnato da tag: , , , , | Leave a Comment »

Breve storia della moneta

Posted by janejacobs su agosto 12, 2008

Antica moneta Ateniese

 

Le citta‘ preistoriche commerciavano l’una con l’altra barattando pietre, metalli, conchiglie, animali, corna, pigmenti, erbe ed altri beni prodotti nei loro territori. Se ad esempio nell’economia preistorica vi era  molta domanda di bronzo si puo’ ipotizzare che una citta’ che producesse molto bronzo avrebbe ricevuto molti beni in cambio del bronzo che esportava. Ma quando la domanda di bronzo crollo’ perche‘ il bronzo veniva rimpiazzato dal ferro, la citta’ che produceva grandi quantita’ di bronzo avrebbe ricevuto meno beni in cambio delle sue esportazioni di bronzo. Lo stesso accade oggi nei mercati valutari.

 

La citta’ esportatrice di bronzo sarebbe entrata in una crisi economica se non fosse riuscita a trovare altri beni da esportare o se avesse iniziato a produrre da se’ i beni che importava.

 

Quando le citta‘ inventarono le monete ognuna di esse aveva la propria moneta; ogni giovane citta‘-stato  nell’Europa Mediterranea, nel Medio Oriente, in India ed in Cina aveva la propria moneta da utilizzare per il commercio. Le monete erano tipicamente basate sul valore dei metalli utilizzati ed avevano valori intrinseci tipicamente accettati da tutti. Ma anche tale valore intrinseco fluttuava in base ai beni importati ed esportati da ogni singola citta’ in un dato periodo. Se in un certo anno vi fosse stata scarsita’ di grano, il prezzo del grano sarebbe aumentato; se in un altro anno il raccolto fosse stato abbondante, il suo prezzo sarebbe sceso. All’inizio dell’eta’ del ferro, le spade di ferro avevano fatto diminuire il valore delle spade di bronzo. E’ probabile che la ceramica avesse fatto diminuire il valore dei teschi.

Quando una citta‘-stato veniva conquistata da una cittapiu‘ potente e ridotta a citta‘ provinciale, quando rinunciava a fette di indipendenza e sovranita‘ per aggiungersi ad una confederazione, essa smetteva di coniare monete.

 

Lo stesso impero romano procedette gradualmente ad eliminare le monete non Romane delle province che andava a conquistare; piu‘ tardi, ma con scarso successo Diocleziano per combattere l’inflazione nell’impero Romano decreto’ prezzi standard, che di fatto erano valori standard per tutte le monete in circolazione in tutto l’impero romano.

 

Nell Europa Medievale, le monete cittadine divennero ancora la norma. Venezia accettava le monete imperiali Bizantine perche’ commerciava con Bisanzio, ma coniava anche la propria moneta. Le citta‘ che sorsero grazie al rinascimento Veneziano e che cominciarono a generare scambi commerciali tra di loro coniavano anch‘esse le proprie monete. Ad esempio le citta‘ del Nord della Germania e dei Paesi Baltici che costituivano la lega Anseatica erano unite sotto molti aspetti, ma non sotto l’aspetto di una moneta unica. Ogni citta‘ della lega creava le proprie monete e allo stesso tempo i mercanti creavano strumenti finanziari con la funzione di lettere di credito e di certificati di deposito da usare nel commercio tra citta‘ in valute diverse.

 

Le valute delle citta‘ dell’Europa Medievale durarono fino al Rinascimento e moltiplicarono la vita economica grazie al moltiplicarsi delle citta‘. Le campagne dove c’erano i feudatari utilizzavano le monete di citta‘ come Firenze, Genova o Amsterdam perche‘ i feudatari non erano in grado di coniare le monete da se’. Ad esempio, la moneta del Brandeburgo era la stessa moneta di Berlino, la moneta della Sassonia era la stessa moneta di Dresda, la moneta del Ducato di Milano era la stessa moneta della citta‘ di Milano, e cosi’ via. Molte di queste monete durarono fino a tempi piuttosto recenti. L’Unione Monetaria Tedesca fu istituita solo nel 1857, come precursore della formazione dell’Impero Tedesco. Le citta‘ Svizzere mantennero ciascuna la capacita’ di stampare la propria moneta fino al 1848.

Continua…

Posted in k. Informazioni sbagliate alle citta' | Contrassegnato da tag: , , , , , , | 1 Comment »

Il piu’ grande Doge di Venezia

Posted by janejacobs su agosto 5, 2008

Ultimamente la cronaca ha portato alla ribalta il fatto che a scuola si imparino i nomi dei sette re di Roma e non quelli dei dogi di Venezia. I dogi a capo della repubbica di Venezia sono stati in tutto centoventi e si sono succeduti al comando per mille e cento anni fino a quando Venezia perse la sua millenaria indipendenza ad opera di Napoleone Bonaparte. 

Sarebbe molto difficile ricorare a scuola tutti i centoventi Dogi di Venezia, anche perche’ (per par condicio) si dovrebbero ricordare anche i Duchi di Mantova, Firenze, Ferrara, Verona, i re della Savoia, i re di Sicilia Normanni, Francesi, Tedeschi e Borboni. Tuttavia, almeno un doge vale davvero la pena di ricordarlo: il suo nome e’ Enrico Dandolo.

 In tutta la storia di Venezia non esiste una figura piu‘ incredibile del doge Enrico Dandolo. Egli divenne il trentanovesimo doge di Venezia il primo gennaio 1193 quando era giavecchio e cieco. Tuttavia Dandolo dimostro’ un’incredibile forza fisica e mentale per la sua eta’. Quando Dandolo divenne doge aveva almeno superato da un pezzo i settant‘anni.

Alla fine del dodicesimo secolo l’Europa era in un grande stato di confusione. L’impero Romano d’Oriente e quello d’Occidente erano in agitazione. In Germania vi era una guerra civile, Inghilterra e Francia erano occupate in problemi di successione dovuti alla morte di Riccardo Cuor di Leone. A Roma, Papa Innocenzo III aveva proclamato nel 1198 una nuova Crociata che sarebbe arrivata in Terra Santa con una spedizione navale attraverso Il Cairo considerato allora il tallone d’Achille dei Mussulmani.

Pertanto conveniva trasportare i Crociati via mare e a quel tempo c’era una sola potenza in Europa in grado di fornire le navi sufficienti a questa impresa. Questa potenza era la la Repubblica di Venezia.

Nel 1201, una delegazione di sei cavalieri guidati da Goffredo di Villehardouin arrivarono a Venezia, la quale acconsenti’ a offrire trasporto a 4,500 cavalieri con i loro cavalli, 9,000 scudieri e 20,000 fanti, con provviste per 9 mesi. Il costo sarebbe stato di 84,000 marchi d’argento. In aggiunta, la Repubblica avrebbe fornito le necessarie imbarcazioni (galee) a proprie spese a condizione che le si fossero consegnate la meta’ delle Terre conquistate. Fu Enrico Dandolo a condurre le trattative con la delegazione dei crociati.
Il capo dei Crociati Goffredo di Villehardouin e Dandolo si accordarono a radunare i crociati a Venezia per l’anno seguente nella festa di San Giovanni il 24 Giugno 1202. Ma quando venne il fatidico giorno, i militari che si radunarono al lido erano meno di un terzo di quelli che ci si aspettava. Venezia aveva mantenuto la sua promessa, i suoi moli avevano le galee pronte ad ospitare il triplo degli uomini che si erano radunati. Ed in tali circostanze era impossibile che i Crociati avrebbero trovato sufficienti fondi per ripagare i Veneziani per aver procurato tutte quelle navi per cosi’ pochi uomini.

Dandolo si rifiuto’ di far partire anche una sola nave e stava considerando di tagliare anche i viveri ai crociati confinati al Lido e a cui non aveva consentito l’accesso in citta‘. I Crociati quindi dovettero svuotare le loro tasche e dare ai veneziani praticamente tutto quello che avevano, ma essi riuscirono a raccogliere solo 50,000 marchi rispetto agli 84,000 marchi dovuti.

Dandolo mantenne i crociati nell’incertezza fino all ‘ultimo, poi quando si rese conto che non avevano piu‘ nulla da dare, fece loro un’offerta. La citta‘ Veneziana di Zara era stata conquistata dagli Ungheresi e se i Crociati avessero aiutato Venezia a riconquistarla i Veneziani avrebbero accettato di riscuotere il mancato pagamento in un secondo momento. I Crociati erano essenzialmente Franchi, un popolo piuttosto rozzo (almeno allora) rispetto ai Veneziani. I Franchi rimasero incantati quando Dandolo, in una solenne cerimonia ufficiale nella chiesa di San Marco, offri’ solennemente di farsi crociato con i Crociati Franchi e di lasciare il governo di Venezia al figlio. Enrico Dandolo scese dal pulpito sali’ sull’altare si inginocchio’ e si fece cucire la croce sul suo grande cappello di cotone, significando che era pronto a “portare la croce” e a conquistare la Terra Santa.
L’8 Novembre 1202 l’esercito della quarta crociata partiva da Venezia. Ma le sue 480 navi non erano destinate ne’ in Terra Santa, ne’ al Cairo, bensi‘ a Zara. Il papa, oltraggiato, scomunico’ l’intera spedizione.
Nel frattempoAlessio, imperatore di Costantinopoli, era stato spodestato dallo zio Isacco e si era rifugiato in Germania. Alessio nel 1203 offri’ a Dandolo di finanziare la conquista dell’Egitto con diecimila soldati e di mantenere a sue spese un presidio militare di cinquecento soldati in Terra Santa a patto che i Veneziani avessero fatto tappa a Costantinopoli e cacciato l’usurpatore Isacco dal trono.

Il vecchio Doge accetto’ l’Offerta di Alessio con entusiasmo. Anche i crociati furono felici di accettare l’offerta e dopo aver riconquistato per Venezia Zara si avviarono alla volta di Costantinopoli. Nella capitale dell’Impero Romano d’Oriente, l’usurpatore Isacco non aveva posto sufficienti difese per un attacco via mare. I Crociati ed i Veneziani trovarono pertanto gioco facile a sconfiggere la debole flotta bizantina. Ma la citta‘ di Costantinopoli aveva mura alte e possenti inviolate da piu’ di mille anni e ben difese da soldati mercenari Inglesi e Danesi. Intanto l’esercito crociato iniziava ad attaccare le mura della citta’ con apposite catapulte montate sulle navi.
Goffredo di Villehardouin riporta che anche se le navi Veneziane erano ormai vicinissime alla costa i marinai esitavano, ma fu Dandolo a prendere la situazione in pugno:
 
 Il Doge di Venezia, un uomo vecchio e cieco, si mise in piedi alla prua della sua galea con la bandiera di San Marco e ordino’ ai suoi uomini di sbarcare. Quando essi sbarcarono, egli salto’ giu’ dalla prua e pianto’ la bandiera di San Marco davanti a se’. E quando gli altri videro lo stendardo di San Marco davanti alla galea del Doge, provarono un enorme senso di vergogna, si fecero coraggio e iniziarono a sbarcare.”

Nel giro di poco tempo, venticinque delle torri di Costantinopoli erano state prese dai Veneziani. Nel frattempo i Crociati Franchi erano sbarcati in una zona poco lontana, avevano accerchiato la citta’ ed erano riusciti a penetrarvi. La forza congiunta dei Veneziani e dei Franchi mise in fuga l’imperatore Isacco. I Crociati ed i Veneziani nominarono come imperatore il padre di Alessio in attesa che egli tornasse dalla Germania, compiendo la missione secondo i patti presi con Alessio. Nel frattempo Franchi e Veneziani si accamparono a Galata, il quartiere dei mercanti di Costantinopoli fuori dalle mura della citta’.
Il 1 Agosto 1203 Alessio fu incoronato co-imperatore con suo padre, ma si penti’ molto delle promesse fatte ai Veneziani. Le casse di Costantinopoli erano vuote; Alessio dovette aumentare notevolmente le tasse che erano odiate dai suoi sudditi, non solo perche’ erano alte, ma anche perche’ sapevano che servivano a a ripagare i debiti contratti con gli stranieri. I Crociati Franchi, ormai disseminati in ogni angolo della citta‘ facevano continuamente aumentare la tensione. Una notte, un gruppo di Franchi brucio’ una moschea nel quartiere arabo di Costantinopoli e le fiammo si sparsero per tutta la citta’ causando il peggiore incendio che della storia di Costantinopoli.
Quando qualche giorno dopo una delegazione di Crociati e Veneziani venne a chiedere all’Imperatore il pagamento immediato delle somme pattuite, Alessio non pote’ fare nulla; pertanto i Crociati ed i Veneziani dichiararono guerra, una guerra che ne’ i crociati ne’ gli abitanti di Costantinopoli volevano. Gli abitanti di Costantinopoli volevano solo liberarsi dei rozzi Crociati che stavano distruggendo la loro citta‘ e che li stavano dissanguando attraverso le alte tasse contratte dai debiti del loro nuovo imperatore. I Franchi non sopportavano piu‘ di stare in mezzo a quel popolo decadente ed effeminato mentre avrebbero dovuto essere al Cairo e a Gerusalemme a combatter contro gli infedeli. Anche se il debito di Alessio sarebbe stato ripagato, essi non avrebbero avuto alcun vantaggio materiale, perche‘ i soldi sarebbero entrati nelle casse dei Veneziani.

Presa di Costantinopoli da parte dei Crociati

Enrico Dandolo aveva la chiave per risolvere il problema. In ogni momento egli avrebbe potuto ordinare alla sua flotta di partire. I crociati ne sarebbero stati sollevati e gli abitanti di Costantinopoli sarebbero stati esultanti. Ma Dandolo aveva rifiutato di ripartire perché i Franchi non avrebbero mai ripagato il loro debito, ma poi si rassegno’ a non ricevere il pagamento dai Franchi e la sua mente si era soffermata su un obiettivo piu‘ ambizioso: la conquista dell’Impero Romano d’Oriente.

Dandolo decise di sfruttare la debolezza dei suoi debitori e di prendere quest’unica opportunita‘ storica. Mentre Dandolo consolidava il suo potere diventando di fatto il capo della spedizione, Costantinopoli si ribellava all’imperatore Alessio e stava per cacciare anche i Franchi quando Franchi e Veneziani si accordarono per prendere solidamente e definitivamente il controllo della citta‘. Essi erano molto meno preoccupati di come attaccare la citta‘ e molto piu‘ preoccupati di come spartirsi il potere una volta conquistata Costantinopoli. Ci si accordo’ perché Franchi e Veneziani incaricassero ciascuno sei delegati in un comitato elettorale per scegliere il nuovo imperatore di Costantinopoli. L’imperatore avrebbe ricevuto un quarto della citta‘ e dell’impero. I rimanenti tre quarti sarebbero stati divisi a meta’ tra i crociati ed i Veneziani.

L’attacco inizio’ Venerdi‘ 9 Aprile. I Veneziani riuscirono ad aprire brecce in due torri con grazie alle loro catapulte. Contemporaneamente i Franchi entrarono nelle mura scatenando la fuga della popolazione e dei governanti di Costantinopoli che erano stati mesi in piedi dopo la recente rivolta.

A Costantinopoli ci fu una carneficina. Solo a notte fonda gli occupanti chiamarono una tregua per tornare al loro campo. La mattina seguente si svegliarono e trovarono sconfitta ogni resistenza. Ma per la gente di Costantinopoli la tragedia era appena incominciata. Non per nulla i Franchi avevano aspettato cosi‘ a lungo  al di fuori della cittapiu‘ ricca del mondo. Ora che i tradizionali tre giorni di saccheggio erano stati loro garantiti, i Crociati saccheggiarono Costantinopoli come locuste. Nemmeno ai tempi delle invasioni barbariche a Roma si era vista una tale orgia di brutalità e di vandalismo; mai prima d’ora tante bellezze e creazioni artistiche furono distrutte in cosi’ poco tempo. Tra i testimoni oculari dell’epoca scrisse Nicete Coiante:

Essi distrussero le immagini sacre e gettarono le reliquie dei Martiri in posti che non riesco a nominare, spargendo ovunque il corpo ed il sangue del nostro Salvatore… Per quanto riguarda la profanazione di Santa Sofia, distrussero l’altare e si divisero i pezzi fra se’.. E portarono i cavalli ed i muli in nella Chiesa, per trasportare meglio le ricchezze fuori da essa, ed il pulpito, e le porte, ed i mobili sacri; e se i cavalli ed i muli scivolavano, li ammazzavano con le loro spade, sporcando la Chiesa con il loro sangue e le interiora. Una prostituta si sedette sulla sedia del Patriarca, per gettare insulti a Gesu‘ Cristo; si mise a cantare canzoni sconce.. non ci fu pieta‘ per le virtuose madri di famiglia o per le giovani vergini consacrate a Dio…questi uomini portavano la croce sulle loro spalle, la Croce su cui avevano giurato di astenersi dai piaceri della carne fino a che il compito di riconquestare Gerusalemme non fosse portato a termine.

Questa fu l’ora piu‘ buia i Costantinopoli, forse ancora piu‘ buia di quando la citta‘ fu conquistata nel 1453 dai Turchi Ottomani. Ma non tutti i tesori furono distrutti. Mantennero il controllo e trasportarono tutto cio‘ che poterono a Venezia. Iniziando dai quattro grandi cavalli di bronzo che, dalla loro alta piattaforma sopra la porta principale di San Marco, dominano ancora principale Piazza di Venezia dopo otto secoli.

 Dopo tre giorni di terrore a Costantinopoli fu ristorato l’ordine. Si raccolse il bottino e si riparti’ in questo modo: un quarto per all’imperatore, quando sarebbe stato eletto, il resto da distribuire equamente tra Veneziani e Franchi. Non appena la distribuzione termino’, i crociati saldarono i debiti a Enrico Dandolo. Baldovino di Fiandre venne eletto imporatore. In cambio, Venezia si approprio’ del meglio del meglio. Essa ottenne tre ottavi della citta‘ e dell’Impero, assieme vantaggiosi scambi commerciali con il resto dell’impero, da cui le sue principali rivali, Genova e Pisa sarebbero state rigorosamente escluse. Inoltre Venezia ottenne tutte le regioni e le colonie ed i peorti e le lagune attorno al Mar Nero, incluso il Peloponneso e la strategica isola di Creta.

L’enorme successo dei Veneziani durante la quarta crociata fu quasi esclusivamente dovuto ad Enrico Dandolo. Egli rifiuto’ il titolo di imperatore d’Oriente per se’ perche‘ questo avrebbe creato insormontabili problemi costituzionali a Venezia e avrebbe potuto distruggere la Repubblica. Tuttavia assicuro’ a Venezia il successo del suo candidato Baldovino di Fiandre. Per un uomo cieco con poco meno di novant‘anni questo fu un risultato incredibile. Dandolo mori’ nel 1205 a Costantinopoli. Il suo corpo non torno’ mai a Venezia ma fu seppellito a Santa Sofia – dove la sua pietra tombale e’ ancora visibile. Le sue ossa furono prese dagli abitanti di Costantinopoli durante una rivolta e date in pasto ai cani.

Costantinopoli non si riprese piu‘ da questa invasione. Venezia, grazie all’abilita’ ed alle doti carismatiche del vecchio Dandolo ne eredito’ ricchezze, commerci e secoli di prosperita‘ e gloria, fino a che le rotte d’Oriente non furono bloccate secoli dopo dagli Ottomani. Ma questa e’ un’altra storia. 

 

Posted in c. Le aree metropolitane, citta' | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , | 2 Comments »

Venezia embrionale

Posted by janejacobs su agosto 1, 2008

Perche’ nuove citta’ nascano e fioriscano devono eserci mercati di sbocco per il loro lavoro iniziale in citta’ gia’ esistenti. E’ importante che citta’ arretrate confinino con altre citta’ arretrate perche’ tale commercio faccia da “molla” per un positivo tipo di commercio tra di esse. Le citta’ arretrate devono commerciare essenzialmente con altre citta’ arretrate, altrimenti, il divario fra cio’ che importano e cio’ che possono rimpiazzare con le importazioni attraverso la propria produzione e’ troppo grande e non puo’ essere superato. In effetti, questo e’ cio’ che l’amareggiato maestro di Isfahan pensava, ed aveva ragione.

Nell’Europa tale processo di sviluppo e’ stato inizato dalla citta’ di Venezia, che usava il proprio commercio con Costantinopoli, allora piu’ avanzata di lei, per iniziare nuove imprese. Si crede che i fondatori di Venezia, i Veneti, abbiano costruito palafitte sulla laguna per rifugiarsi dalle invasioni e dalle scorrerie di popoli invasori; ad ogni modo, nel sesto secolo, Venezia esisteva almeno in forma embrionale ed i suoi abitanti usavano la laguna per produrre il sale attraverso il processo di evaporazione nelle secche della laguna. All’inizio probabilmente producevano il sale solo per se stessi, ma il sale era un bene prezioso a quel tempo e a Costantinopoli c’era un ampio mercato di sbocco in quanto Costantinopoli a quel tempo non era solo il centro amministrativo dell’impero romano, ma era un grande centro commerciale ed un grande produttore e distributore di beni prodotti per le esigenze ed i lussi di quel tempo. Cio’ che i Veneti ottenevano in cambio del sale non e’ risaputo; forse tappeti, forse articoli di vetro, forse abiti lussuoisi, gioielli. Quasi certamente compravano arnesi per tagliare il legno, visto che essi erano necessari per costruire navi e per sviluppare un altro elemento di esportazione che Venezia inizio’ ad esportare a Costantinopoli: il legno.

La Venezia embrionale aveva questi beni primari con cui iniziare: aveva risorse naturali da vendere , un mercato cittadino lontano che li comprava e quindi aveva un modo per guadagnarsi le importazioni da un’economia piu’ avanzata. Insomma, aveva esattamente cio’ che ogni regione fornitrice di beni primari ha ora.

Supponiamo che Venezia avesse continuato a concentrarsi su questo semplice commercio con la piu’ avanzata Costantinopoli. In quel caso Venezia non avrebbe svilupato la propria economia. Ogni bene che Venezia avesse prodotto – probabilmente un’imitazione di minore qualita’ dei beni che importava da Costantinopoli – non avrebbe avuto molto interesse per Costantinopoli. Ne’ la Venezia embrionale in queste circostanze, avrebbe rimpiazzato le molte importazioni che importava da Costantinopoli con i suoi prodotti. Il divario fra cio’ che poteva comprare e cio’ che produrre era troppo grande per essere colmato. Cio’ di cui Venezia aveva bisogno era un mercato per i beni prodotti in citta’ che potesse produrre lei stessa. Solo allora avrebbe potuto iniziare a svilupparsi.

Venezia fini’ per svilupparsi: agendo come Costantinopoli senza l’economia di Costantinopoli. Questo puo’ sembrare ridicolo, che un insediamento primitivi di pescatori e produttori di sale e di tagliatori di legna potessero iniziare a comportarsi come i ricchi abitanti di Costantinopoli, la citta’ piu’ grande e piu’ ricca dell’Impero Romano, la sua capitale. Il modo con cui Venezia riusci’ a fare questo fu quello di lanciarsi nel commercio con altre regioni arretrate come lei che avevano bisogno di prodotti a basso costo imitazioni di quelli prodotti a Costantinopoli e che Venezia riusci’ a copiare e a rimpiazzare. Per quegli insediamenti, Venezia rappresentava un mercato di sbocco per i loro beni primari e le loro materie prime proprio come Costantinopoli lo era per Venezia.

Venezia oltre a vendere semplici beni artigianali (o almeno cio’ che oggi consideriamo semplici ma che allora non lo erano affatto), poteva esportare anche alcuni articoli di lusso che comprava da Costantinopoli. I suoi clienti eranoi grandi feudatari arroccati nei castelli e nei manieri di mezza Europa. In cambio di questi beni e prodotti – propri e queli di Costantinopoli- Venezia otteneva prodotti primari come il cuoio, la lana, la latta, il rame, l’ambra e il ferro, cioe’ materiali che poteva incorporare nella propria collezione sempre piu’ diversificata e ramificata di manifatturieri e di imprese produttive.

Tutto andava piuttosto lentamente. Le economie arretrate con cui Venezia faceva affari stavano iniziando praticamente da zero perche’ sopravvivevano in una difficile vita di sussistenza periodicamente spazzata via da carestie; un’economia senza aratri di ferro, al punto che quando un aratro di ferro potesse essere torvato in qualche mercato, era considerato un tesoro degno di un re. Cio’ nondimeno, grazie al commercio con questi centri abitati molto arretrati dell’Europa Occidentale, Venezia riusci’ entro il decimo secolo ad espandere un’economia cittadina che gradualmente divenne in grado di produrre arnesi e prodotti sofisticati da se’ ed era diventata il piu’ grande mercato dell’Europa Occidentale per le materie prime. Venezia, in qualita’ di mercato cittadino di sbocco principale dell’Europa Occidentale aveva cosi’ traasformato anche alcune parti dell’Europa stagnante in economie di sussistenza in regioni fornitirci di materie prime , proprio come Costantinopoli prima aveva prima trasformato la sussistenza dei Veneti in un’economia in grado di fornire materie prime, una specie di avamposto.

Se gli altri avamposti in Europa con cui Venezia commerciava si fossero accontentati con un semplice commercio bilaterale con Venezia, avrebbero solo avuto economie in grado di fornire materie prime a vicolo chiuso. Ma invece iniziarono a comportarsi come Venezia. Cioe’, usando il loro commercio con Venezia come molla iniziarono a commerciare le une con le altre.

I mercanti di Anversa, oltre a comperare lana e ad incanalarla a Venezia, iniziarono a produrre panni da esportare nelle citta’ arretrate di Londra e Parigi. Londra non aveva molto da offrire a Venezia perche’ il primo bene che Londra aveva da esportare era il pesce essicato con il sale. Ma c’erano altre citta’ all’interno del continente in grado di fornire al pesce salato di Londra mercati liquidi. In seguito Londra sviluppo’ la produzione della lana destinata ai telai delle fiandre. Londra inizio’ a copiare, cioe’ a rimpiazzare alcune delle importazioni; ad esempio, comprando prodotti di cuoio da Cordova, come ad esempio faceva Venezia,  e poi in seguito produceva lei stessa prodotti di cui dapprima con il cuoio proveniente da Cordova, in seguito dal cuoio piu’ rozzo proveniente dall’Inghilterra. Anche se questi beni non erano probabilmente molto interessanti per Venezia, erano considerati di valore a Londra e negli insediamenti allora simili a Londra per livello di sviluppo.

Se queste piccole e fragili citta’ avevano semplicemente prodotto beni da esportare le une per le altre, avrebbero creato sviluppo e avrebbero aumentato la dimensione delle loro economie di molto poco. La chiave per il rafforzamento delle economie di queste citta’, la diversificazione e ramificazione di esse stesse e di altre citta’. Le citta’ potevano operare questo processo perche’ la differenza fra quello che importavano dalle citta’ vicine e quello che potevano produrre da se’ non era insormontabile. Cio’ che una citta’ arretrata puo’ produrre, puo’ essere replicato con relativa facilita’ anche da un’altra citta’ arretrata.

Il mutuo processo di rimpiazzo delle importazioni stimolava anche mercati per le inovazioni cittadine. Quando le citta’ rimpiazzano un ampio spettro delle importazioni con la loro produzione locale non importano meno di quanto potrebbero o vorrebbero; piuttosto spostano la loro importazione invece di produrli localmente.

Inoltre e’ ancora piu’ importante, per quanto riguarda la vita economica, il fatto che le citta’ rimpiazzano e quindi spostino le importazioni per nuovi tipi di beni prodotti in altre citta’. Diventano mercati incredibilmente adatti alle innovazioni perche’ se le possono permettere. In questo modo, le citta’ che rimpiazzano le importazioni possono stimolare le vendite di nuoci tipi di esportazioni piu’ avanzate provenienti da altre citta’. Questo meccanismo e’ il mezzo con cui fiumi di innovazioni vengono introdotte quotidianamente nalla vita economica. Poi a loro volta vengono rimpiazzati con produzioni locali aprendo nuovi mercati cittadini per altre nuove importazioni.

Il commercio fra citta’ con un vigoroso sviluppo economico e’ volatile, cambia continuamente perche’ le citta’ creano nuovi tipi di esportazioni per se’ e per altre citta’ e poi si mettono a rimpiazzare velocemente i beni prodotti dalle altre citta’.

Questo e’ avvenuto per le citta’ arretrate d’Europa nei secoli successivi alla caduta dell’impero Romano d’Occidente. Essi producevano sempre nuove esportazioni: campane, tessuti, lacci, articoli per la tessitura, seghe, medicinali, aratri, forche e articoli per la coltivazione rimpiazzandoli poi con la produzione locale e diventando clienti per altre nuove innovazioni. Si stavano sviluppando gli uni sulle spalle degli altri.

Questo e’ il processo che ha sviluppato le citta’ Europee fino ai tempi in cui Pietro il Grande, e questo processo e’ continuato anche dopo Pietro il Grande anche se Pietro il Grande non capi’ mai che questo processo non si poteva comprare. Fino ad oggi la Russia fa parte di questo processo solo in maniera marginale. Le citta’ Sovietiche hanno prodotto esportazioni le une per le altre, ma non hanno rimpiazzato molti prodotti. Per i governanti che vogliono conoscere nel dettaglio cio’ che sara’ prodotto da qui a cinque anni e dove e come tali beni e servizi saranno prodotti, la volatilita’ dei mercati cittadini rappresenta un caos intollerabile. Naturalmente questo non e’ un caos. E’ una forma complessa di ordine simile alle forme organiche di ordine tipiche di tutte le cose viventi in cui si  generano instabilita’ (in questo caso , fondi di importazioni potenzialmente rimpiazzabili) seguite da correzioni. Tali instabilita’ e correzioni sono una parte essenziale dei processi di vita stessi.

Continua…

Posted in j. Perche' le citta' arretrate hanno bisogno le une del | Contrassegnato da tag: , , , , , , | Leave a Comment »

Pietro il Grande

Posted by janejacobs su luglio 23, 2008

 

Lo Scia’ di Persia (link) non era il primo sovrano assoluto a pensare che si poteva acquistare lo sviluppo economico. Nella prima parte del diciotteesimo secolo, Pietro il Grande cerco’ di acquistare  un’economia sviluppata per la Russia attraverso l’acquisto di beni produzione provenienti dall’Olanda e da altre economia sviluppate dell’epoca. Assistito e consigliato da esperti dell’Europa Occidentale, i masachuseti della sua epoca, Pietro compro’ centinaia di fabbriche provenienti dall’Europa Occidentale, dalle fonderie alle chiuse dei canali, dalle fabbriche tessili e le importo’ tutte nella sua nuova citta’ modello a cui San Pietroburgo aspirava. Pietro era molto ammirato nei circoli intellettuali illuministi dell’Europa Occidentale per aver iniziato la modernizzazione della Russia, proprio come lo Scia’ era ammirato dagli Occidentali per aver iniziato la moderizzazione dell’Iran. Nel caso di Pietro, i soldi provenivano dalle tasse pagate dai suoi sudditi, in particolare dai contadini delle campagne, visto che la maggior parte della ricchezza delle Russia proveniva dall’agricolutra. Nonostante tutti soldi spesi per comprare queste fabbriche e trasportarle a San Pietroburgo, l’economia Russa non procedette nel modo in cui Pietro il Grande aveva previsto, cioe’ come le avanzate economie dell’Olanda e dell’Inghilterra di allora. Come lo Scia’, Pietro il Grande penso’ allo sviluppo come ad una collezione di mezzi di produzione, non come ad un processo di cambiamento. Il processo in se’ era qualcosa che Pietro non poteva comprare e che l’Europa Occidentale non poteva vendere. L’Europa Occidentale era coinvolta nei processi che continuavano a svilupparsi in molti e variegati modi, mentre la Russia, non avendo un’economia complessa, aveva una economie arretrata e poco efficace a creare ricchezza. Per cui, negli anni seguenti ai costosi acquisti di Pietro, il divario fra le economie dell’Europa Occidentale e della Russia anziche’ ridursi, si amplio’.

 Continua…

Posted in j. Perche' le citta' arretrate hanno bisogno le une del | Contrassegnato da tag: , , , | 1 Comment »

 
Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.