Le cittá sono la ricchezza delle nazioni

Un nuovo modo di vedere l’economia

Milano belle epoque

Posted by janejacobs su luglio 5, 2008

Ci si interroga spesso sul futuro di Milano e qualche volta capita di scordare il suo passato. Ecco un ritratto della città raccontato da Luigi Barzini.

“All’inizio del novecento Milano era una città occupata, dignitosa, pratica e ancora bella. C’erano poche strade davvero moderne. Erano strade costruite per ostentare la nuova prosperità generata dalle industrie che ricordavano un po’ la Berlino guglielmina o le avenidas dell’America Latina. Ma la maggior parte della città rimaneva antica. Molti edifici, tra cui La Scala avevano uno stile neo-classico settecentesco, uno stile amato da Maria Teresa d’Austria, da Napoleone, Eugène de Beauharnais e dal’Arciduca Ranieri. Guerre e rivoluzioni, gli Austriaci, i Francesi e poi ancora gli Austriaci si erano susseguiti l’uno con l’altro senza alcun particolare cambiamento nel gusto architettonico. Qua e la sorgeva ancora orgoglioso qualche palazzo rococo che apparteneva all’aristocrazia, famose chiese antiche, nascoste fra piccole strade che risalivano al Rinascimento o al Medio Evo, e che portavano il nome delle Corporazioni di quell’epoca. La cerchia interna della citta’ aveva ancora il proprio naviglio navigabile, sopra il quale apparivano vecchi giardini che lasciavano cadere romanticamente le foglie dagli alberi sull’acqua verde dei canali.

La modernità era rappresentata dalle biciclette che facevano suonare i loro campanelli, dai tram gialli e dai taxi rossi (Mussolini poi volle taxi verdi) e dalle alte e lustre macchine nere in cui si sedevano ricche signore ricoperte di pellicce e con appuntate al petto mazzi di violette di Parma, o seri gentiluomini con colli inamidati, barbe e baffi. C’erano ancora molti taxi a cavallo, e carrozze private, che si distinguevano dalla forma della frusta e dalla divisa del guidatore.

Alla mattina le signore andavano a fare compere nelle loro carrozze che si fermavano fuori ai rinomati negozi del centro. Fino alla Prima Guerra Mondiale c’erano molti piu’ veicoli a trazione animale che a motore e nelle mattine d’estate il rumore dei frustini, schioppettante come quello degli spari, saliva nelle case attraverso le finestre aperte.

Il mondo dei ricchi industriali stava iniziando a prevalere sul vecchio mondo aristocratico. Parte dell’aristocrazie aveva favorito l’Austria nelle precedenti guerre d’Indipendenza, un’aristocrazia profondamente cattolica e ora forse piu’ attaccata alla nuova casa regnante dei Savoia piuttosto che alla nuova Italia. Il vecchio e baffuto re Umberto I, che viveva nella vecchia villa dei vice Re a Monza, era stato intrattenuto in numerose occasioni dalle grandi famiglie di Milano in vari ricevimenti, d’dapprima con un certo imbarazzo, poi, mano a mano con maggior entusiasmo; qua e la’ in qualche ombroso cortile, c’erano placche che immortalavano un pallido ricordo di qualche sua visita in occasione di un elegante ricevimento nobiliare. I nobili erano prevalentemente occupati dai loro possedimenti terrieri. Come i popolani, anche gli aristocratici parlavano quasi sempre in dialetto, un dialetto duro parlato con una erre moscia, precisa e tagliente, cosi’ come il dialetto del popolo era aperto e cordiale. Solo i nobili ed i popolani ricordavano certi antichi e complicati riti connessi con la loro ricca terra, i tempi ed i modi in cui l’acqua sgorgava nei canali per irrigare i prati o per riempire le risaie, l’allevamento della grasse mucche da latte, le oscure regole che regolavano la proprietà dei corsi d’acqua, l’irrigazione dei canali (le doti delle giovani aristocratiche spesso includevano, fra le altre cose, tratti di canali ed un palco alla Scala).

I nobili piu’ in vista, molti dei quali non avevano antichi titoli nobiliari ma che avevano guadagnato le loro fortune dall’industria della seta e dalle loro proprieta’ nel diciottesimo secolo, o come fornitori dell’esercito Napoleonico, disprezzavano gli industriali, anche se invidiavano la loro nuova ricchezza e i loro modi meno formali. Allo stesso modo, spesso essi lasciavano che le loro figlie sposassero questi homines novi, che spesso si accontentavano delle loro modeste doti; le nuove spose portavano in dote relativamente poco denaro, ma arricchivano le nuove case con i loro modi e le loro abitudini aristocratiche e insegnavano ai figli le buone maniere della vecchia elite. I nobili mostravano senza imbarazzo il loro amore per gli Austriaci. Essi preferivano andare ai bagni di Bad Gastein, Karlsbad o Marienbad anziche’ a Montecatini o a Salsomaggiore. Andavano a caccia in Ungheria, Romania e Croazia. Le loro camice, le loro cravatte, i loro sigari “Virginia” (gli stesi fumati da Francesco Giuseppe), le loro maniere, il loro modo di fare la corte alle donne, il loro caffe’, le loro stesse facce avevano qualcosa di Viennese. La loro seconda lingua comunque era il Francese, non il Tedesco, poiche’ quella era la seconda lingua di tutta l’aristocrazia Europea e i nobili milanesi parlavano molto bene il francese, aiutati da quel loro dialetto cosi’ simile al Francese.

Il potere di Milano in quegli anni era nelle mani degli industriali che per lo piu’ lavoravano nell’industria tessile, in particolare del cotone. Questi industriali erano signori seri, quasi torvi. Avevano molto denaro, possedevano Il Corriere della Sera, esercitavano autorita’ morale e politica e avevano acquistato prestigio sociale. La loro esperienza e le loro macchine erano Inglesi. Essi quasi sempre parlavano in Inglese, cosi’ come i preti parlavano in Latino, il linguaggio della loro religione; spesso andavano in Inghilterra, in Lancastershire per affari e a Londra per piacere, cosi’ come i preti stranieri vanno a Roma. Vestivano secondo lo stile Inglese, compravano ogni articolo d’importazione al Bellini’s English Goods, un negozio nella Galleria; i loro abiti erano fabbricati da Prandoni con materiali e stili importati ogni anno dall’Inghilterra. Prandoni era un famoso sarto che aveva imparato il mestiere a Londra, dove vi aveva lavorato sino alla fine dell’Ottocento; nelle sue stanze sopra il teatro Manzoni aveva i ritratti autografati dei suoi nobili clienti Inglesi in cappotti rosa, come per assicurare tutti coloro che venivano li che se ne sarebbero andati via con un un aspetto piu’ Inglese di prima. Luigi Albertini. l’editore del Corriere della Sera, andava da Prandoni per i suoi abiti, e cosi’ faceva l’amministratore Eugenio Balzan. L’interno delle case dei cotonieri non era decorato in stile art nouveau che era ritenuto uno stile frivolo e privo di tradizione, ma in uno stile piu’ “decoroso” chiamato “Stile Inglese”, legno chiaro, cotone stampato, chintz e cretonnes comprati da Liberty a Regent Street. Essi avevano maggiordomi che non parlavano mai (il personale di servizio degli aristocratici milanesi era allegro e amava chiacchierare con i loro “padroni”), e avevano stampe di caccia alla volpe e di gare a cavallo alle pareti di casa; bevevano the (con una goccia di latte freddo versata prima del the nella tazza); usavano pregiata carta da lettera con l’indirizzo all’angolo come a Bond Street; e avevano le collezioni rilegate di Illustrated London News e di Punch nelle loro librerie. Fino agli anni trenta Beppino de Montel, che non era un industriale del cotone, ma della seta, un’occupazione egualmente prestigiosa, possedeva stalle di cavalli da corsa (cosa c’era di piu’ Inglese che possedere cavalli da corsa?), era presidente del Clubino, il club dei giovani uomini, e mandava la sue camicie ad essere lavate e stirate a Londra, come i dandies del Secondo Impero. Era risaputo che solo gli Inglesi riuscivano a dare alle camicie inamidate la flessibile e morbida rigidezza considerata allora indispensabile. La maggior parte dei cotonieri erano liberali, allo stesso modo in cui lo era Albertini, il che significa conservatori, ma aperti alle nuove idee del ventesimo secolo. Il commercio, le banche, e le nuove industrie erano nelle mani di uomini tenaci e poco conosciuti, che stavano iniziando la loro ascesa nella societa’. Pochi di questi uomini erano gia’ conosciuti: i fratelli Bocconi, l’ingegnere Pirelli, i Broletti, i Falck. La maggior parte di questi uomini arrivavano dalle campagne circostanti o dai laghi, dove le prime industrie fiorivano utilizzando la corrente elettrica generata delle cascate d’acqua. Molte di queste nuove attivita’ erano supportate dalle nuove banche, la Commerciale in particolare, che era finanziata dal capitale e che era gestita da due Ebrei tedeschi: Toeplitz e Goldschmidt. Molti di questi piccoli industriali infatti parlavano tedesco, non il tedesco soffice degli Austriaci, che solo pochi aristocratici con parenti a Vienna ancora conoscevano, ma il tedesco piu’ duro e tecnico di Guglielmo II, o il tedesco gutturale degli Svizzeri; alcuni avevano studiato ingegneria e finanza nella zona del Reno o del Palatinato; altri avevano studiato ingegneria a Zurigo. Tecnici e capi d’azienda Tedeschi erano assunti nelle nuove imprese produttive e commerciali.

Molti dei negozi che vendevano apparecchiature, macchinari e fissaggi vari erano Tedeschi, cosi’ come quelli che vendevano strumenti musicali. Molti chimici erano tedeschi. Un rinomato macellaio veniva da Praga. Giovani uomini che avevano studiato in Svizzera ed in Germania, dove erano diventati duri, precisi, puntuali e meticolosi, erano diventati direttori d’azienda; appena potevano essi consegnavano i loro figli alle cure di governanti tedesche, di cui c’era abbondanza fino al 1914. Il gas nelle case, tuttavia, era fornito da una societa’ francese dal nome elegante: Union des Gaz Universelle, e gli addetti alla misurazione del gas portavano cappelli con visiere piatte come quelli dei conducenti di treno o come i fanti dell’esercito della Terza Repubblica Francese. La cultura degli intellettuali, dei giornalisti, dei commediografi era Francese e gli intellettuali si davano del “voi” alla Francese anziché’ darsi del “lei” all’Italiana. Due o tre commercianti di cotone ed un paio di dentisti erano Americani, visto che l’ortodonzia ed il cotone del Sud degli Stati Uniti erano due cose in cui a quell’epoca gli Americani eccellevano.”

“All’inizio del secolo Milano sembrava ancora quello che era, una vecchia citta‘ Europea, una citta‘ fatta di piccoli industriali, mercanti, artigiani e finanzieri. Vecchie case, vecchie strade, vecchi archi e chiese antiche; le ville erano circondate da vecchi giardini e da centinaia di giardini segreti nel mezzo della citta; il fiorire di hotels che aveva conosciuto Stendhal;, la Scala, i ristoranti che risplendevano di ottoni e di velluti rossi (uno di essi portava il nome di un cuoco Egiziano al seguito di Napoleone nel viaggio di ritorno da Alessandria verso Milano); la gentile onesta’ di persone bene educate; lo spirito pieno di risorse e piacevole delle classi operaie; buon cibo; cavalli ben curati; carrozze leggere; case ospitali; tutto indicava che Milano era una citta‘ commerciale, ma anche una citta‘ ricca, acculturata e civile. Le fabbriche fumose erano in periferia; le grandi strade simili a quelle di Berlino o dell’America non erano molte. Uomini d’affari affamati di successo vivevano in case nuove, in nuovi distretti separati, senza essere notati, e l’odio sociale correva come in un fiume sotterraneo per sprigionarsi in superficie nei momenti di crisi, quando i lavoratori scioperavano.

I vecchi membri del piu‘ vecchio club di Milano, l’Unione non si sentivano al sicuro. Spesso i suoni soffusi e distanti dei tumulti arrivavano alle finestre del club assieme al suono della tromba quando un Commissario di polizia, con fascia tricolore e bombetta disperdeva un assembramento di operai in protesta ed il suono degli zoccoli dei cavalli che correvano sulle strade simile a quello della grandine. I nobili proprietari di terre, case di campagna e di grandi case in citta‘, gli uomini del cotone e i banchieri, i grandi mercanti e gli industriali dell’elettricita‘, della chimica, del ferro e delle apparecchiature meccaniche si chiedevano chi fosse ad infiammare cosi’ il popolo. Era un fatto noto che se le classi operaie fossero lasciate a se stesse esse sarebbero state rimaste fedeli alla Chiesa, alla casa reale, fedeli a Sant’Ambrogio, il Santo patrono della citta‘, rispettose dei ricchi, nuovi e vecchi, attaccate alle migliori tradizioni, lavoratori indefessi al pari delle classi medie e anche degli aristocratici, per la verita‘ e sempre pronti a lasciare il passo ad una bella carrozza o a qualcuno con un aspetto autoritario. I ricchi si chiedevano cosa potesse indurre i poveri a dimenticare il loro tradizionale atteggiamento prudente di obbedienza alla legge, e invadere le strade sconfiggendo la cavalleria, cosi’ come avevano sconfitto la cavalleria ed i cannoni del Generale Bava Beccaris durante le rivolte del 1898.

Chi fossero questi agitatori era chiaro, essi non avevano fatto alcuno sforzo per nascondersi. Essi erano scrittori di scarso successo, avvocati senza clienti, giornalisti affamati e piccoli politici che arrivavano da non si sa dove con rasatura, cravatte allentata, cappelli a larghe tese e con idee radicali e di scarsa praticita‘. Si chiamavano radicali, repubblicani, democratici, positivisti, progressisti, socialisti, massoni, materialisti, atei. Pubblicavano piccoli giornali, pubblicavano manuali di scienza basati sul Darwinismo o traduzioni di testi rivoluzionari stranieri; organizzavano cooperative, societa’ di mutuo soccorso, e sindacati. Alcuni convivevano con emigrate Russe nichiliste senza contrarre matrimonio (Filippo Turati, il capo del Partito Socialista, convisse con Anna Kuliscioff, o Mussolini convisse piu‘ tardi con Angelica Balabanoff). C’erano anche alcuni preti in questa nuova Italia secolare, preti che sotto il dominio Austriaco sarebbero stati presi per pazzi e sospesi a divinis dall’arcivescovo, scomunicati senza alcun indugio e denunciati alle autorita‘ civili, ma che ora, nella confusione delle anime dopo la conquista di Roma da parte dei Savoia, non venivano toccati ne’ messi in discussione.

Anche se erano uniti di fronte alle rivolte e agli scioperi popolari, i nobili, i cotonieri, e i nuovi industriali rimanevano sospettosi gli uni degli altri. I nobili erano stanchi di vedere crescere a dismisura le fortune degli industriali; gli industriali di seconda e terza generazione rifiutavano di credere che la classe media, cosi’ svergognata ed aggressiva e pronta ad arricchirsi ovunque potesse, sarebbe durata a lungo. Ad esempio prendevano in giro i fratelli Bocconi, che avevano aperto un grande negozio a piu‘ piani in Via Santa Radegonda dove vendevano vestiti gia‘ confezionati e dicevano che si occupavano di “nastrini e lacci delle scarpe”; ridevano dei Pirelli, che facevano “tacchi di gomma”. Continuavano a vivere le loro vite separate, salutandosi per strada con freddezza, ritenendo che bastasse lasciare i nuovi ricchi fuori dall’uscio di casa, escluderli dai loro eleganti inchini, o dalla lista degli ospiti dei loro ricevimenti per cancellarli dalla storia. Si guardavano l’uno con l’altro con curiosita‘, i nuovi ricchi imitando le maniere dei vecchi ricchi la classe media imitando i ricchi, ognuno cercando lentamente di penetrare la classe superiore alla propria. Inevitabilmente vi erano infiltrazioni. Tra i pochi collegamenti vi erano le scuole tatali, che univano i giovani di classi diverse; a Milano (come in altre parti d’Italia) le scuole private all’inglese, dove le buone famiglie educavano i loro figli ad essere coscienti della loro superiorita‘ sociale, e attraverso ala quale gli uomini di ogni livello trovavano compagni di scuola piu‘ tardi nel corso della vita, non fu mai un successo. Poi c’erano gli affari, dietro i quali ognuno cercava di arricchirsi, senza preoccuparsi troppo da dove i compratori o i venditori venissero; e c’erano i matrimoni, che gradualmente mescolavano i vecchi e i nuovi ricchi, i nobili alle classi medie , in modo tale da tramandare i loro vizi e le loro virtu’ ai propri discendenti. Ad esempio, Giuseppe Visconti di Modrone sposo’ la nipote di Carlo Erba, fondatore di una grossa impresa chimica.”

Continua…

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2 Risposte to “Milano belle epoque”

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