Le cittá sono la ricchezza delle nazioni

Un nuovo modo di vedere l’economia

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Gli Scia’ di Persia

Posted by janejacobs su luglio 21, 2008

Lo Scia’ di Persia voleva un’economia come quella dell’America, del Giappone e del Nord Europa. E per realizzare il suo sogno pensava che  fosse sufficiente dotarsi dei loro stessi macchinari e della loro stessa tecnologia. E cosi’ si mise ad acquistarla, consigliato da un gruppo definito masachuseti  dai sociologi Iraniani, che significa tecnocrati che hanno competenze ed educazione associate al Massachusetts Institute of Technology, dove la maggior parte dei consiglieri dello Scia’ erano stati educati.

Lo Scia’ si mise ad ordinare una fabbrica di elicotteri nel 1975 per la venerabile citta’ di Isfahan, un sistema da lui riteneva opportuno per “comprare” sviluppo economico. I masachuseti negoziarono con una societa’ americana, la Textron, un contratto per disegnare un nuovo elicottero a diciannove posti e per  costruire una nuova fabbrica. Un secondo contratto prevedeva un pagamento alla Textron per addestrare i meccanici Iraniani che avrebbero costruito e fatto la manutenzione agli elicotteri e per addestrare i piloti che li avrebbero fatti volare.

Contratti come questo erano tipici ai tempi dello Scia’ di Persia. La Persia ne aveva stipulati di simili anche con societa’ Giapponesi e Europee per la creazione di fabbriche di fertilizzanti, di cemento, siderurgiche, di elettricita’, per la costruzione di ospedali, impianti automobilistici ed anche per la costruzione di villaggi agricoli. Alcuni impianti erano stati pensati per produrre per il mercato iraniano. Altri, come la fabbrica di elicotteri, erano pensati per esportare anche all’estero. L’Iran pagava per queste fabbriche e macchinari con il petrolio, con l’idea che quando il petrolio fosse finito, l’Iran non avrebbe piu’ avuto bisogno di importare sofisticati beni manufatturieri, avrebbe prodotto il proprio cibo da se’, e avrebbe esportato prodotti finiti anziche’ la materia prima del petrolio – in breve, lo Scia’ voleva creare una economia armoniosa e diversificata in grado di produrre beni abbondanti e diversi per se’ e per altri. Questa era la sua teoria.

La Textron, come suggerisce il nome, inizio’ la sua esistenza come fabbrica tessile ma era diventata un conglomerato diversificato che cresciuto attraverso acquisizioni. Fra queste acquisizioni vi era una fabbirca di elicotteri, la Bell Helicopter di Buffalo, New York, che era stata trapiantata a Fort Worth, Texas. Bell aveva esperienza nel gestire professionalmente progetti complessi: lo Scia’ ed i suoi masachuseti  non volevano che il progetto scivolasse nella confusione, nello spreco e nell’inettitudine che era avvenuta quando l’Uruguay  aveva sperimentato l’impianto di un’intera economia maniufatturiera. La Textron pertanto creo’ una filiale, Bell Operations, ad Eules, Texas, non lontano dalla casa-madre Bell, per dedicarsi esclusivamente a questo progetto. Mentre gli ingegneri di Eules lavoravano sul progetto del nuovo elicottero ed iniziavano a progettare anche la fabbrica, altri ingegneri e direttori della Bell aprivano una filiale ad Isfahan per preparare la progettazione e la produzione. La fabbrica sarebbe stata molto grande, in tutto avrebbe avuto 50 edifici.

Qualche tempo dopo, la Bell Operations fece costruire la fabbrica alla Jones Construction Company di Charlotte, nel Nord Carolina, un’altra impresa competente e con esperienza in materia. La Jones Construction subappalto’ alcuni lavori. Ad esempio, la Howard P. Foley di Washington D.C. era responsabile per la progettazione, la supervisione e l’acquisto di apparecchiature elettroniche. Gli ordini di acquisto inviati da una filiale della Foley di Dallas in Texas, arrivavano a sei grossisti di impianti elettronici fra cui la Graybar Electric Company di New York, che attraverso il suo ufficio di Dallas, ordinava macchinari, componenti e materiali da una variegata gamma di fornitori grandi e piccoli: ad esempio, le micro-stazioni elettriche venivano ordinate alla Dis-Trans Products in Luisiana e gli interruttori elettrici venivano ordinati alla General Electric, che li prouceva in quattordici diverse fabbriche dislocate in parti diverse degli Stati Uniti. Dis-Trans e General Electric erano solo due dei novanta fornitori da cui Graybar comprava la sua quota del lavoro all’impianto di Isfahan. Tutti questi novanta fornitori avevano a loro volta catene di subfornitori per i componenti ed i semilavorati che occorrevano per la produzione dei loro strumenti. E questa catena si ripeteva allo stesso modo per le altre imprese che come la Greybar avevano vinto in subappalto la costruzione dell’impianto di Isfahan.

Ad esempio il riscaldamento, l’aria condizionata e le condutture idrauliche vennero subappaltate dalla Jones Construcion alla Sam P. Wallace Company di Dallas. Wallace attinse da 150 fornitori come la Texas Automatic Sprinkler, che progettava sistemi di protezione anti-incendio e che a sua volta ordinava parte dei propri semilavorati e componenti da altri fornitori, cosi’ coime facevano gli altri 149 fornitori della Sam P. Wallace.

Per organizzare il trasporto a Isfahan di tutti questi componenti e di molti altri, la Jones Construction, la Wallace e la Foley assunsero una societa’ di trasporti specializzata, la Daniel F. Young Inc., che apri’ un ufficio apposta a Fort Worth. Young organizzo’ e coordino’ la raccolta dei componenti da spedire in Iran nei porti di Houston, New Orleans, Charleston, Norfolk, Baltimora e New York. Per il trasporto su nave, Young utilizzo’ navi di linea e finalmente a questo punto troviamo un coinvolgimento di soggetti Iraniani. Il principale trasportatore che prendeva i carichi di spedizione da un porto americano all’altro ogni due settimane, mese dopo mese, era Iran Express: il 49% di questa societa’ era posseduto dalla Ulterwyk Corporation di Tampa, Florida ed il 51% era posseduto dal Governo Iraniano. L’Iran aveva anche la maggioranza di altre due linee cargo.

Anche se centinaia di simili contratti che totalizzavano decine di miliardi di dollari furono portati a compimento, i contratti della Textron non furono portati a termine. Nell’Agosto del 1978, quando la fabbrica di elicotteri di Isfahan era quasi finita, violente proteste contro lo Scia’ esplosero nella citta’ di Isfahan. Un’autobomba fece esplodere un pullman che trasportava impiegati della Bell, ma le autorita’ imposero la legge marziale e la costruzione continuo’. Tuttavia, in quello nello stesso periodo, il governo si rendeva conto di aver ipotecato le rendite provenienti dalla produzione di petrolio, che erano l’unico modo con cui l’Iran poteva permettersi di comprare beni dall’estero. Per avere piu’ valuta estera, il governo prese in prestito a garanzia delle rendite provenienti dal petrolio, e per coprire le sempre piu’ elevate spese, si era messo a stampare moneta ad un tasso cosi’ elevato che i prezzi lievitarono alle stelle distruggendo il commercio locale.

Nell’Ottobre del 1978 l’Iran non onoro’ un pagamento alla Textron. Non appena tale pagamento non venne pagato, la Textron termino’ il lavoro. Tutta la catena dei lavoratori dalle sale di progettazione della Textron a Eules, fino a quelli dei sub sub sub sub appaltatori di Chicago, Brooklyn e Filadelfia persero il lavoro, mentre i direttori vendite cercavano di riciclare la merce in surplus ed i semilavorati destinati ad Isfahan ad altri clienti. La Bell cerco’ provvisoriamente di riconsiderare i piani di produzione degli elicotteri e si adopero’ a cercare un altro partner straniero. Due mesi dopo che i pagamenti alla Textron si erano fermati e poco dopo che lo Scia’ era statao deposto, il governo Iraniano cancello’ ufficialmente i contratti alla Textron.

Continua…

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Imperialismo e sussidi

Posted by janejacobs su aprile 7, 2008

La struttura economica della Sardegna e della Nuova Zelanda stanno dietro ai loro problemi attuali, ma fra i paesi moderni, la piaga maggiore si e’ sviluppata in Francia. Anche se la Francia sembrerebbe avere molte citta’, in reata’ ne ha solo una che e’ in grado di rimpiazzare le importazioni: Parigi. La maggior parte delle campagne Francesi consiste in regioni produttrici di beni primari incapaci di realizzare una crescita economica autonoma. Per proteggere le regioni agricole Francesi (e di altre regioni Europee), l’Unione Europea ha introdotto dazi per evitare che la competizione internazionale li spazzi via. Se l’Unione Europea non proteggesse queste regioni, dovrebbe fornire aiuti economici ancora maggiori. I sussidi agricoli rappresentano circa un terzo del budget dell’Unione Europea. L’Uruguay  fu una delle prime vittime delle tariffe dell’Unione Europea e degli accordi di mercato che favorivano le regioni agricole della Francia. La Nuova Zelanda e’ stata vitima dell’Unione Europea in seguito perche’ il suo mercato principale per la carne era la Gran Bretagna e la Gran Bretagna si uni’ all’Unione Europea nel 1973. Il fatto che tali accordi politici avessero degli effetti cosi’ devastanti su ralcune egioni agricole dimostra che troppe regioni agricole sono alla ricerca degli stessi vigorosi (ma scarsi) mercati  cittadini.

Negli Stati Uniti, il piu’ grande mercato di esportazioni agricole e’ quello dela soia, un bene per lo piu’ destinato ai mercati delle citta’ Giapponesi. Nel 1970, il Governo Americano noto’ che che il consumo Americano di olii vegetali negli Stati Uniti stava crollando e che gli Stati Uniti importavano olio di palma. Pertanto, il Governo USA restrisse le importazioni di olio di palma proveniente dalla Malesia dall’Africa, e minaccio’ tali paesi di interrompere i prestiti al Terzo Mondo se avessero promosso sussidi all’olio di palma. Nel riportare questa situazione, il Wall Street Journal commento’: “Ma se i produttori di semi di soia sono preoccupati della concorrenza estera, dovrebbero diversificare la loro produzione producendo semi di soia.”

“I Paesi Poveri“, continuava il Journal, “dipendono dalle esportazioni di al massimo tre beni primari per la maggior parte delle loro esportazioni, e hanno bisogno di queste esportazioni per pagare per le loro importazioni, ma questo ragionamento non viene apprezzato negli Stani Uniti.” Al contrario, questo ragionamento era apprezzato negli Stati Uniti. Questo era esattamente il ragionamento degli agricoltori delle regioni Americane produttrici di cotone, mais, frumento quando diversificavano la loro produzione di olii vegetali aggiungevano la produzione della soia. Di solito, tendiamo a non accomunare il ruolo di regioni produttrici di beni primari nelle nazioni ricche a quelli delle nazioni povere, ma qualche volta, queste similitudini vengono alla luce e non possiamo trascurare il fatto che tutte le regioni produttrici di beni agricoli hanno le stesse esigenze, sia che esse siano nei confini dell’Unione Europea o degli USA o dell’Africa.

Se aggiungiamo le minacce a cui le economie scarsamente diversificate delle regioni fornitrici di beni primari sono soggette, possiamo parlare di “poverta’ comparativa”. Nel corso della storia, con lo svilupparsi di citta’ e produttori distanti, le importazioni per le regioni produttrici di beni primari diventano piu’ complesse, diversificate e costose. Le esportazioni delle regioni fornitrici di beni primari che bastavano per comprare semplici utensili, aratri o articoli artigianali e decorativi non bastano a comprare  computer, camion ed ascensori meccanici. Questo tipo di poverta’ comparativa striscia insidiosamente anche nelle regioni produttrici di beni primari di Europa e Stati Uniti.

Le regioni produttrici di beni primari sono state definite anche economie coloniali. Le potenze coloniali hanno generalmente modellato le economie dei territori conquistati in regioni produttrici di beni primari. Spesso pero’, hanno anche instillato fabbriche produttrici di beni con l’intenzione di forzare tali mercati a comprare materie prime provenienti da altre regioni controllate dalle stesse potenze coloniali.

Qui sotto forniro’ un esempio di trasformazione economica operata dalla Francia in Indocina, come venne descritto da Frances Fitzgerald in Fuoco nel Lago:

La Francia dovette dapprima trasformare un’economia di sussitenza per i contadini ed i proprietari terrieri Vietnamiti in un’economia che produceva beni per esportazioni nei mercati internazionali. Data la particolare geografia del Paese, le nuove imprese fondate dai Francesi erano per lo piu’ grandi piantagioni e miniere per estrarre i ricchi depositi di carbone, zinco e latta. Per incoraggiare e supportare l’emigrazione in Vietnam di colonialisti ed imprenditori Francesi, l’amministrazione Francese costrui’ strade, canali, ferrovie che collegassero l’entroterra del Vietnam ai porti delle grandi rotte navali asiateiche. Queste infrastrutture beneficiavano quasi esclusivamente i Francesi, ma gli ufficiali Francesi le finanziavano con un aumento delle tasse sulla popolazione locale.

Le tasse venivano estratte secondo i metodi del fisco Francese in moneta anziche’ econdo la tradizione Vietnamita che esigeva imposte pagate in prodotti agricoli. I Francesi avevano anche stabilito monopoli sul commercio di fiammiferi, alcool, oppio, ed i prezzi di questi beni erano aumentati fino a sei volte. La combinazione dell’aumento dei prezzi e delle tasse aumento’ notevolmente il numero di disoccupati in cerca di lavoro malpagato nei terreni agricoli e nelle miniere.

Quando i minatori Canadesi nelle regioni minerarie si lamentano di venire trattati come in “un’economia coloniale”, non vogliono dire dire che sono dissanguati come i Vietnamiti sotto i Francesi. Essi non finanziano le grandi infrastrutture del Canada; al contrario sono le citta’ Canadesi e non le regioni minerarie ed agricole a pagare la grande maggioranza delle spese infrastrutturali. Ne’ tantomeno i minatori vogliono dire che vedono un pericolo per le loro esportazioni in mercati lontani. Al contrario questo e’ il motivo per cui i lavoratori si rammaricano maggiormente quando pensano ad un’economia “colonialista”.

Il problema nel chiamare “colonie” tutte le regioni produttrici di beni primari rende il termine troppo generico e troppo “ottimistico”. L’ottimismo della parola “colonie” implica che se un ipotetico dominatore coloniale venisse cacciato, un’economia non diversificata si diversificherebbe, migliorerebbe e diventerebbe capace di produrre piu’ beni e di diversificarsi senza importare tali beni dagli altri.

A dire il vero, ci sono spesso ottime ragioni per cacciare dominatori coloniali: queste ragioni sono politiche, sociali, culturali ed emotive e qualche volta sono anche economiche. Tuttavia, la debolezza delle regioni produttrici di beni primari non puo’ semplicemente essere corretta eliminando l’aggettivo “coloniale”.

Quando Fidel Castro libero’ Cuba dagli Americani, non libero’ Cuba dalla servitu’ dei mercati della canna da zucchero.

Molte regioni fornitrici di beni primari, scivolano lentamente verso il collasso finanziario.

I giornali locali di Grand Cache, una cittadina di minatori dell’Alberta esultavano perche’ dieci imprese Giapponesi decisero di importare carbone da quelle miniere e il contratto avrebbe dato a quella citta’ altri due anni di vita, altrimenti i 4,000 abitanti di quella citta’ avrebbero dovuto emigrare in massa.

Nelle economie produttrici di beni primari, ci sono sempre consulenti del lavoro ed altri simili intellettuali pronti a suddividere il lavoro su scala regionale o internazionale. Essi sostengono che la specializzazione del lavoro migliori le condizioni di arretratezza di un’economia. Questo ragionamento implica che il risultato di essere efficienti e’ causa di se’ stesso. E’ come dire che la pioggia fa bene alle piante ed e’ per questo che piove. Le forze economiche che causano il rimpiazzo delle importazioni modellano la vita economica delle citta’ e quando le importazoni non vengono rimpiazzate ne risultano regioni specializzate. Le regioni produttrici di beni primari continuano ad esistere perche’ le cinque forze delle citta’ non sono armoniose.

Lo storico Tunisino Ibn Khaldun racconta che nel 1381i Beduini del deserto vendevano animali e granaglie alla gente delle citta’ costiere della Tunisia e ne diventavano economicamente dipendenti. Secondo Khaldun, questo fenomeno avveniva perche’ i Beduini restavano nel deserto e non raggiungevano il controllo delle citta’. Questo a mio avviso e’ vero fino a un certo punto. Infatti, i Beduini avrebbero potuto risolvere i loro probemi creando una citta’ da se’.

Le economie fornitrici di beni primari non sono mai autosufficienti. Questo e’ il motivo per cui sono povere e perche’ ricevono sussidi. I beni primari spesso sono prodotti in modo efficiente. Ma questo non significa che tali economie sono efficienti.

Un’economia che contiene solo poche nicchie di persone con diverse competenze, interessi ed idee non e’ efficiente.

Un’economia che non ha risorse e che non si adatta non e’ efficiente.

Un’economia che soddisfa solo pochi dei bisogni della propria gente e delle proprie imprese non e’ efficiente.

Anche quando le regioni produttrici di materie prime diventano efficientissime, le citta’ spesso sono troppo distanti e non hanno abbastanza potere per “raddrizzarle”. Storicamente, molte regioni produttrici di beni primari sono state in grado di rimpiazzare le importazioni. Hong Kong, Seoul e Singapore – non Montevideo e Havana – sono riuscite a superare le loro funzioni precedentemente limitate di centri amministrativi e distributivi di beni primari e diventare delle vere e proprie citta’.

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