Le cittá sono la ricchezza delle nazioni

Un nuovo modo di vedere l’economia

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La bomba del debito pubblico dopo la crisi del 2008

Posted by janejacobs su giugno 13, 2009

Fino all’anno scorso, la bomba del debito pubblico interessava solo due Paesi Ricchi: Giappone e l’Italia. Oggi, dopo la crisi del 2008 che ha portato i governi dei Paesi Ricchi a salvare le loro banche e a cercare di stimolare loro economie, il problema della bomba del debito pubblico riguarda quasi tutti i Paesi Ricchi.

La tabella qui sotto e’ tratta da un recente studio del Fondo Monetario Internazionale. Essa riassume per dieci Paesi Ricchi i seguenti dati:

1) Debito pubblico in percentuale al PIL nel 2007

2) Debito al netto delle partecipazioni pubbliche in percentuale al PIL nel 2007

3) Previsioni del debito pubblico nel 2014 dopo gli interventi anti-crisi del 2008

4) Manovre finanziarie in percentuale al PIL per riportare il debito a livelli sostenibili (debito al 60% del PIL)

Per l’Italia si tratterebbe di manovre di almeno 50 miliardi di euro all’anno.

  Debito pubblico / PIL 2007 (%) Debito pubblico meno partecipazioni pubbliche / PIL 2007 (%) Debito Pubblico / PIL 2014 (%) Manovre finanziarie necessarie / PIL (%)
Australia          15.4                                     -6.0         16.6                        1.2
Gran Bretagna          46.9                                    30.2         87.8                        5.7
Canada          64.1                                    23.4         66.2                        1.0
Francia          70.1                                    34.4          89.7                        4.5
Germania          65.5                                    44.5          91.0                        1.8
Italia         113.2                                    87.6       129.4                        4.8
Giappone         170.6                                    85.9       234.2                      14.3
Corea del Sud           28.9                                   -37.7          51.8                      -0.7
Spagna            42.7                                    19.1          69.2                        3.1
Stati Uniti           62.9                                    43.0        106.7                        3.5

 

Dove si troveranno tutti questi soldi? Non e’ chiaro nel dettaglio. Le strade percorribili secondo gli economisti tradizionali sono solo e sempre quattro:

1) Aumentare l’eta’ pensionabile

2) Ridurre la spesa pubblica

3) Aumentare le tasse

4) Stampare moneta aumentando l’inflazione

Alternativamente si potrebbe Tornare alla realta’.

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La Bolla dei Mari del Sud (Parte Prima)

Posted by janejacobs su aprile 20, 2009

 

La Compagnia dei Mari del Sud era una societa’ per azioni che commerciava con il Sud America nel diciottesimo secolo. La Compagnia fu fondata nel 1711 e ottenne il monopolio del commercio con le colonie Sud Americane della Spagna in seguito al trattato della Guerra di Successione Spagnola. In cambio, la Compagnia si assumeva il debito pubblico che l’Inghilterra aveva contratto per finanziare la Guerra appena conclusa. La speculazione nelle azioni di questa Compagnia condusse ad una bolla economica, che prese il nome di Bolla dei Mari del Sud nel 1720, e che causo’ la rovina finanziaria di molti investitori. Nonostante lo scoppio di questa bolla, la Compagnia dei Mari del Sud venne ristrutturata e continuo’ ad operare per circa un secolo dopo lo scoppio della bolla.

La Compagnia dei Mari del Sud fu fondata nel 1711 dal Ministro delle Finanze Inglese Robert Harley, il quale conferi’ alla Compagnia diritti esclusivi nel commercio con le Colonie Spagnole in Sud America. I diritti di commercio erano il presupposto per la conclusione del trattato di Pace a seguito della Guerra di Successione Spagnola, che non termino’ fino al 1713. Tali diritti finirono per non essere ampi e definitivi come Harley, il ministro Inglese inizialmente sperava.

Harley doveva inventarsi un modo per ripagare i debiti che la Corona Inglese si era accollata per le spese di Guerra. Tuttavia, non poteva fondare una banca, perche’ secondo le leggi vigenti dell’epoca, l’unica Banca a capitale diffuso a quei tempi poteva essere solo la Banca d’Inghilterra. Pertanto fondo’ una societa’ Commerciale, la Compagnia dei Mari del Sud, appunto, il cui scopo ultimo era ripagare i debiti della Corona.

In cambio di questi diritti esclusivi, il governo vide un’opportunita’ per un profitevole scambio. Il governo convinse i detentori di buona parte del debito pubblico Inglese di allora a scambiarlo in cambio di azioni della nuova Compagnia. In cambio il Governo garantiva finanziamenti e fondi alla Compagnia per un ammontare di dieci milioni di sterline e pagava agli azionisti un tasso del sei per cento. Questo scambio garanti’ ai nuovi azionisti della Compagnia una cedola annuale per il loro rischio. Il governo era in una posizione favorevole perche’ avrebbe finanziato il pagamento degli interessi attraverso una tariffa sui beni importati dal Sud America.

Il Trattato di Utrecht del 1713 garanti’ alla Compagnia il diritto di inviare una nave merci all’anno e conferi’ alla Compagnia di fornire schiavi Africani alle colonie Spagnole.

Ma la Compagnia non imbarco’ la prima nave per il Sud America fino al 1717 e fece un magro profitto. Inoltre, i rapporti fra la Spagna e la Gran Bretagna deteriorarono nel 1718 e le prospettive per la Compagnia dei Mari del Sud deteriorarono con essi. Nonostante     questo i direttori della Compagnia continuavano a rassicurare gli investitori che avrebbero fatto enormi profitti nelle future spedizioni.

 Continua…

 

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Il cavaliere tedesco

Posted by janejacobs su febbraio 18, 2009

German Finance Minister Peer Steinbrück: He's been under fire, but now he's having a laugh.

Ieri il ministro delle finanze tedesco Peer Steinbrück ha affermato in una conferenza a Dusseldorf che un paio di Nazioni dell’Euro stanno incontrando grosse difficolta’ finanziarie e che e’ un dovere delle Nazioni piu’ forti dell’area Euro correre in loro aiuto.

 

Molti commentatori hanno ipotizzato che il ministro si riferisse in particolar modo all’Irlanda, una Nazione in grosse difficolta’ finanziarie dopo lo scoppio della sua enorme bolla speculativa immobiliare e finanziaria.

 

Steinbrück ha ricordato che il trattato di Maastricht con il quale si e’ creato l’Euro non prevede alcuna forma di solidarieta’ verso le Nazioni in bancarotta, ma ha detto che in pratica le Nazioni forti devono aiutare quelle deboli.

 

Una possibile soluzione sarebbe quella di far comperare titoli di Stato Irlandesi alla Banca Centrale Europea per evitare il fallimento di quella Nazione. Una simile soluzione, pero’, distruggerebbe il principio di indipendenza della Banca Centrale e porterebbe alla progresiva creazione di una Super Nazione che gravita sempre piu’ attorno a Berlino e Francoforte.

 

Ma poi, possiamo davvero immaginare che le Nazioni di Germania, Francia e Olanda, le nazioni forti dell’area Euro possano salvare oltre all’Irlanda le altre Nazioni deboli dell’area Euro se queste difficolta’ si presentassero tutte assieme?

 

Secondo i mercati finanziari, oggi i paesi piu’ in difficolta’ nell’Area Euro sono: Austria, Belgio, Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna.

Fonte: Reuters 

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I.O.U.S.A.

Posted by janejacobs su settembre 9, 2008

 

 

 

In America sta avendo un certo successo un nuovo film documentario chiamato “I.O.U.S.A.”.

 

Se “Inconvenient Truth” di Al Gore ha scoperchiato il vaso di Pandora del riscaldamento gloale e “Sicko” di Michael Moore ha scoperchiato il vaso di Pandora della sanita’ USA, questo film si propone di scoperchiare il problema del debito USA, il piu’ grande del mondo.

 

Questo film si basa su un’intervista ai responsabili della commissione bilancio USA che porta lo spettatore in un viaggio nell’America del debito e della spesa facile e conclude che se il governo americano non ridurra’ la sua spesa, gli Stati Uniti andranno incontro ad una crisi finanziaria da cui non si riprenderanno piu’.

 

Sebbene il debito Americano rappresenti “solo” il 70% de PIL Americano (in Italia e’ superiore al 100% da molti anni), in America ci si sta rendendo conto che presto non si potranno piu’ pagare le pensioni e le cure sanitarie ad un numero sempre crescente di pensionati.

 

Oltre a criticare le forti spese del goveno americano, in particolare le spese militari, gli autori del film accusano anche la mentalita’ dei consumatori americani di spendere piu’ di quello che guadagnano.

 

 

 

 

 

 

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Il collasso dell’Uruguay

Posted by janejacobs su aprile 2, 2008

Mandria di vacche in Uruguay 

Le forze economiche di una citta’ si manifestano e si equilibrano all’interno delle aree metropolitane di cui abbiamo parlato in precendeza. Tali forze non i manifestano con pari forza ed equilibrio nelle regioni distanti. Quando le cinque forze economiche che definiscono una citta’ -mercati, lavoro, tecnologia, trasferimenti e capitale – si separano l’una dall’altra prendendo direzioni diverse,  le citta’ generano economie zoppicanti e bizzarre in ragioni distanti.

Le piu’ grottesche fra queste economie sono le regioni produttrici di beni primari. Queste regioni sono modellate in maniera sproporzionata da citta’ distanti. Le regioni produttrici di beni primari sono spesso povere , e quindi l’azzoppamento delle loro economie e’ spesso attribuito alla loro poverta’. Ma le mancanze di queste regioni vanno ricercate piu’ in profondita’ che nella semplice poverta’. In realta’ sono le mancanze di queste regioni a determinarne la poverta’.

L’Uruguay, ad esempio, era una regione produttrice di beni primari particolarmente ricca per molte generazioni. L’Uruguay fu per molto tempo un grande successo nel campo dell’allevamento di bestiame. Forniva carne, lana e cuoio a molte citta’ in Europa e produceva poco altro oltre a carne, lana e cuoio. Tuttavia, il Paese non mancava di nulla perche’ tutto quello che non produceva lo importava. L’Uruguay non era una citta’ di miseri paesani dominati da latifondisti. La maggior parte della popolazione era immigrata dall’Europa nella seconda meta’ del diciannovesimo secolo. Il Paese fu fondato da agricoltori che lavoravano duramente e con intelligenza su terreni fertili , utilizzando pochi dipendenti perche’ la manodopera era moto cara. A partire dal 1911 l’Uruguay costrui’ quello che probabilmente era lo stato sociale piu’ generoso dell’epoca, piu’ generoso della Scandinavia. In Uruguay non c’erano ricchezza e poverta’ estreme; l’educazione era accessibile a tutti fino all’Universita’; Montevideo, la capitale dell’Uruguay era una citta’ prospera dal punto di vista amministrativo, educativo, culturale ed era anche un centro di distribuzione ed un centro portuale. In Uruguay era facile trovare lavoro, si era ben pagati e si lavorava poco. Coloro che non raggiungevano l’educazione universitaria, potevano trovare lavoro negli uffici governativi, che assumevano piu’ personale di quanto ne avessero bisogno o nei centri di produzione della carne, nelle concerie, nell’edilizia o nei vari settori collegati all’importazione di prodotti importati dall’Europa.

L’Uruguay era definito la “Svizzera del Sud America“, un confronto che evocava le piccole dimensioni della nazione, le sue belle montagne, la sua stabilita’ e la sua democrazia. Naturalmente, tale sentimento patriottico non doveva essere proprio preso alla lettera, ma questo confronto e’ interessante perche’ e’ quanto di piu’ lontano dalla realta’ economica di quello che si possa immaginare. Basta riflettere un attimo su quanto limitata sarebbe stata l’economia Svizzera se gli Svizzeri si fossero limitati ad allevare vacche per esportarle in paesi lontani e avessero trascurato di sviluppare la loro economia in altre direzioni.

Negli anni 40 e 50, l’economia dell’Uruguay era in boom economico e le importazioni arrivavano in maniera sempre crescente. Per la maggior parte le importazioni erano beni di consumo. Fra i beni importati c’erano anche frigoriferi per il refrigeramento delle carni, impianti per il sollevamento delle carcasse delle vacche al’interno delle macellerie, coltelli, turbine, macchine a raggi x, posate e piatti per i ristoranti, carta, telefoni e le migliaia di altri beni che mantengono operativo il sistema di comunicazioni e trasporti, assieme agli ospedali, alle scuole, agli uffici governativi, ai teatri, alle fattorie e agli impianti di macellazione della carne.

Verso il 1953, le cose iniziarono ad andare storte per l’Uruguay. La produzione di carne e di lana nelle aree Europee travolte dalla guerra erano rifiorite. I paesi Europei, e in particolare la Francia volevano proteggere la loro economia dalla competizione, mentre gli allevatori dell’Australia e della Nuova Zelanda,  fra gli altri, cercavano di allrgare i propri mercati di sbocco con successo. Nel frattempo, prodotti sostitutivi della lana iniziavano a fare il loro ingresso sui mercati Europei e Americani.

I lontani mercati di sbocco per la carne, la lana e il cuoio dell’Uruguay, stavano riduendosi pericolosamente. L’Uruguay non poteva piu’ permettersi le importazioni che si era concesso negli anni precedenti. L’Uruguay doveva fare a meno di molti prodotti che fino ad ora aveva importato o doveva ottenere tali prodotti in modi diversi. Per ottenerli l’Uruguay avrebbe potuto sviluppare altri prodotti da esportare o rimpiazzare le importazioni, anziche’ importare praticamente ogni cosa. Dal momento che l’Uruguay non produceva praticamente nulla, era molto piu’ semplice per l’Uruguay spingere su esportazioni alternative che potevano essere richieste in mercati lontani. Il governo dell’Uruguay decise invece di spingere un programma di industrializzazione forzata, basato sulla costruzione di fabbriche che producessero dall’acciaio, ai tessuti, alle scarpe, all’elettronica.

Ne risulto’ un fiasco.

Quando queste fabbriche potevano produrre, i loro prodotti costavano molto di piu’ dei prodotti importati e la gente comprava comprava i prodotti importati perche’ non era poteva permettersi i prodotti domestici. Nel frattempo, la costruzione e la messa in opera delle fabbriche richiedeva ulteriori costose importazioni di macchinari e semilavorati. Il programma del governo dapprima esauri’ le proprie risorse, poi acquisto’ a credito i prodotti necessari per le fabbriche, poi divenne insolvente.

L’Uruguay fece bancarotta.

I governatori dell’Uruguay, non sapendo che il processo di rimpiazzo delle importazioni e’ un processo delle citta’, colloco’ le industrie nei luoghi in cui vi era maggiore disoccupazione. Questa decisione avrebbe decretato il fallimento di questa politica in ogni Paese, ma in un Paese come l’Uruguay, non avrebbe comunque fatto alcuna differenza. Anche se tutte le fabbriche si fossero collocate nei pressi di Montevideo, il progetto non avrebbe funzionato, perche’ la cita; mancava delle competenze, del sistema simbiotico di produttori di beni e servizi, e delle pratiche di improvvisazione e adattamento necessarie a nutrire il processo di rimpiazzo dele importazioni. Montevideo, non avendo mai prodotto quasi nulla, non era in grado di generare quel lavoro versatile di cui aveva disperatamente bisogno.

Il paese non poteva piu’ sopportare la spesa del suo generoso stato sociale, ma ci provo’ ugualmente, e per sostenere lo stato sociale, inizo’ a stampare moneta. L’inflazione schizzo’ a livelli mai visti. E mentre i prezzi e la disoccupazione crearono una forte stagflazione, la poverta’ e la miseria aumentarono, creando forti tensioni politiche, incluse rivolte popolari. Mezzo milione di cittadini, circa un sesto della popolazione,  abbandonarono il paese. Sui cittadini rimasti si instauro’ una brutale dittatura, che porto’ la pace e l’ordine tipiche di un “cimitero economico”.

Nel 1980, il potere di acquisto degli abitanti dell’Uruguay era circa la meta’ del potere d’acquisto che avevano nel 1968, l’anno in cui il Paese tento l’industrializzazione forzata. Nel 1968, il potere di acquisto si era gia’ dimezzato rispetto al 1950.

L’Uruguay di oggi e’ allo sbando e sta cercando di ricostruire un’economia basata sulle esportazioni di beni primari  (cuoio e lana) con salari da miseria. Anche se queste patetiche esportazioni producono miseri proventi, essi non bastano a mantenere il tenore di vita dei lavoratori; un terzo dei guadagni viene mangiato dal pagamento degli interessi sul debito pubblico che il governo e’ riuscito a rinegoziare a piu’ lunghe scadenze e il resto e’ usato per importare gas e petrolio.

L’Uruguay ha sempre avuto un’economia da “Terzo Mondo” anche quando era un paese prospero, perche’ era arretrato e sottosviluppato. L’Uruguay ha semplicemente avuto un periodo di ricchezza, e la differenza tra un’economia arretrata ricca e un’economia arretrata povera non e’ cosi’ grande come si creda. Ricca o povera, una regione che fornisce esclusivamente beni primari subisce una specializzazione eccessiva e un’economia sproporzionata, quindi fragile e insicura, che dipende da mercati di sbocco lontani.

I disastri che sono capitati all’Uruguay non fanno dormire sonni tranquilli ai governanti di regioni ricche di petrolio.

Sarebbe semplice subire la tentazione di addossare agli abitanti e ai governanti dell’Uruguay l’accusa di incompetenza, mancanza di programmare l’economia, superficialita’, pigrizia. Ma in realta’ gli abitanti dell’Uruguay facevano funzionare la loro regione esportatrice di beni primari in maniera efficente ed solidale. Quello che facevano. lo facevano bene. La cosa che non fecero, fu di creare citta’ produttiva, una citta’ che rimpiazzasse le importazioni nei periodi di crescita, e che quindi generasse quella complessa rete economica che genera una area metropolitana e che produce beni per la propria gente, per i propri produttori e per gli altri.

Il motivo per cui queste regioni rimangono povere e’ che producono essenzialmente per altre citta’ e regioni, ma non per se stesse.

Lo sbilancio di quest’economia era particolarmente rilevante per due ragioni. La prima era che i lontani mercati Europei erano selettivi nelle loro importazioni dall’Uruguay. La seconda era che, tutti i mercati in cui l’Uruguay esportava, anche se si trovavano in citta’ e Paesi diversi, volevano tutti lo stesso prodotto, e quindi agivano di fatto come un unico mercato di sbocco. Questa circostanza rendeva i mercati di sbocco dell’Uruguay enormemente potenti nel determinarne la sua ricchezza o la sua poverta’. Continua…

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I disastri dei Keynesiani

Posted by janejacobs su marzo 12, 2008

John Maynard Keynes

John Maynard Keynes, l’economista piu’ influente del ventesimo secolo, riteneva che le economie attraversassero periodi in cui l’investimento si affievoliva, non diventava piu’ profittevole, e quindi il capitale si accumulava sotto forma di risparmi, di rendite. La gente differiva la spesa in favore del risparmio, e i risparmi non aiutavano a spingere la domanda di beni capitali. L’interruzione della domanda porta al declino della produzione di beni capitali, disoccupazione, declino di domanda per beni di consumo con l’aumento della disoccupazione, ulteriore disoccupazione, prezzi decrescenti, profitti decrescenti, fallimenti e bancarotte. I risparmi stessi evaporano nel corso di questa debacle e la situazione diventa irreversibile.
Nel formulare questa teoria, Keynes cercava di spiegare la Grande Depressione degli anni 30, e si prefiggeva di trovare strumenti adatti per combattere simile depressioni in futuro. Keynes pensava che il governo nazionale potesse aiutare l’economia aumentando la spesa pubblica piu’ di quanto il governo nazionale non ricevesse dalle entrate fiscali.

Cosi’ Keynes teorizzo’ di aumentare il deficit pubblico non solo per mantenere le spese correnti del governo, ma anche per aiutare l’economia. Un governo, in breve, puo’ liberamente scegliere di correggere le interruzioni della domanda se la domanda non era in grado di correggersi da se’. In tempi migliori, poi, il governo avrebbe dovuto tornare a far quadrare i conti. Naturalmente, Keynes capi’ che piu’ domanda richiede una maggiore quantita’ di capitale. Da economista che vede l’economia dal lato della comanda, Keynes pensava alla guidasse e l’offerta seguisse la domanda, e per questo se il governo avesse finanziato la domanda con un po; piu’ di debito in favore di programmi che facilitavano la spesa e il trasferimento di ricchezza, in questo modo, Keynes aiutava i consumatori.

I seguaci di Keynes, alcuni dei quali divennero consiglieri a presidenti e primi ministri, e molti dei quali lavorarono nei ministeri di tutto il mondo Occidentale, volevano usare le leve fiscali Keynesiane con responsabilita’ e precisione, stando nei vincoli purtroppo meno responsabili e precisi tipici della politica. L’obiettivo era di mantenere i tassi di disoccupazione bassi, di evitare gli eccessi di domanda – troppi soldi che inseguono troppi pochi beni – che avrebbero causato spinte inflazionistiche; l’obiettivo, insomma, era di mantenere l’altalena ferma ed in equilibrio.

A tutti questi economisti, la strategia sembro ‘ chiara, costruttiva e corretta; gli economisti Keynesiani pensavano che il problema principale era il raffinamento di queste tattiche; manipolazioni fiscali, manipolazioni dei tassi di interesse, ammontare e qualita’ della spesa pubblica, creazione di bilanci statali, scelte su come finanziare tali bilanci e tempismo con cui effettuare questi interventi. I Keynesiani erano concentrati nella creazione di una scienza dell’intervento pubblico – una vera scienza, come la fisica o la chimica, in cui si possono analizzare e quantificare precisamente gli interventi pubblici nell’economia ed i loro risultati.

Arrivati al 1960, i Keynesiani credettero di avere nelle loro mani strumenti che servivano come guida agli interventi pubblici del governo nell’economia e strumenti di misurazione precisa della qualita’ di tali interventi. Un ingegnere elettronico neozelandese di nome A. W. H. Phillips era diventato un professore di economia di stampo Keynesiano alla London School of Economics e aveva inventato la cosiddette curve di Phillips.

Phillips aveva studiato economia negli anni immediatamente successivi alla seconda Guerra mondiale imparando vari modelli economici. I modelli economici erano, e sono ancora, esercizi che si prefiggono di dimostrare matematicamente come una certa economia si comportera’ al variare di certi fattori. Studiando la principale opera Kynesiana, La Teoria Generale dell’Impiego, dell’Interesse e della Moneta, Phillips costrui’ un modellino di un’economia Keynesiana che ritenne affidabile come i suoi modellini di idraulica. Questo modellino era un giocattolo con tanto di tubi e di valvole che si muovevano con la pressione dell’acqua e che rappresentavano i prezzi, la disoccupazione e la moneta. Questo giocattolo fu brevettato e per un certo periodo ottenne un notevole successo nelle Universita’ Britanniche, Americane e Australiane. Anche al fondazione Ford acquisto’ il modellino; dopodiche’ Phillips delego’ la produzione del suo giocattolo economico ad una societa’ Inglese e torno’ all’analisi matematica.
La Gran Bretagna e’ una splendida miniera di dati economici, e fra i tesori degli archivi negli anni 40 e 50 c’era una taola di cambiaenti dei prezzi e della produzione Britannici dal 1858 al 1914. Confrontando prezzi e produzione nel 1954, Phillips trovo’ che la produzione aumentava in tempi di prezzi crescenti e diminuiva in tempi di prezzi decrescenti; insomma, la nostra solida altalena. Ma Phillips porto’ questa relazione piu’ avanti. Phillips quantifico’ i movimenti dell’altalena analizzando a quale livello dell’altalena si trovavano inflazione e produzione ogni anno e comparava le percentuali. Phillips noto’ che un cambiamento di una quantita’ corrispondeva al cambiamento dell’altra quantita’. Pochi anni dopo, Phillips fece un simile confronto, questa volta fra i tassi di disoccupazione della forza lavoro Britannica nella prima meta’ del 1900 e le paghe sindacali nello stesso periodo. Nel 1958 distillo’ i risultati di questa ricerca in un grafico che assomigliava ad una linea concava. Cio’ che la linea sembrava dimostrare e’ che ad ogni tasso di aumento dei salari corrispondeva un aumento del tassi di disoccupazione.

Phillips stesso avverti’ che la sua curva forniva una teoria dell’inflazione, e almeno a quel tempo, penso’ che la sua non era una scoperta, ma semplicemente una quantificazione di cio’ che tutti sapevano comunque. Ma gli economisti, i quali sono impareggiabili nel travestire da scienza il comportamento imprevedibile e misterioso del mondo reale si innamorarono di questa curva in maniera inaspettata. I tassi di inflazione specifici corrispondevano, sembrava, precisamente ai tassi di disoccupazione. Questo poteva essere logicamente significare che il governo voleva un cambiamento nel tasso di disoccupazione, molto probabilmente, una riduzione, ed il tasso desiderato si poteva ottenere modificando la pressione fiscale e la spesa pubblica. Al contrario, se un governo voleva un certo taso di inflazione, molto probabilmente una riduzione, anche quello si poteva ottenere attraverso la manipolazione, e il coso in lavori sarebbe prevedibile, quindi sarebbe giudicato accettabile, non accettabile, ma comunque pianificabile.
In poco tempo, gli economisti di tuto il mondo creavano e rifinivano le loro curve di Phillips e le insegnavano in tutte le scuole di economia del mondo occidentale. La prima curva basata su dati americani fu realizzata nel 1960, uno dei suoi autori era Paul A. Samuelson, il principale autori di testi di economia americani e piu’ tardi vincitore del premio Nobel in economia. Negli Stati Uniti un tasso di disoccupazione tra il 3 ed il 4 per cento era ritenuto rappresentare il pieno impiego dal momento che questa percentuale rappresentava la naturale disoccupazione che si crea quando i lavoratori si spostano fra un lavoro ed un altro o quando i lavoratori fanno il loro primo ingresso nel mercato del lavoro. In Svizzera un tasso di disoccupazione dell’1 per cento o meno indicava il pieno impiego; tale differenza era dovuta agli usi divari paesi.

In America l’obiettivo era di mantenere la disoccupazione al 4 per cento o sotto il quattro per cento. Storicamente, sembra che questo era associato con un’inflazione di meno del 3 per cento annuale. Quindi quelli erano i valori che mantenevano l’economia in equilibrio. Nel 1964, il tasso di occupazione aumento’ al 5.2 per cento. Ma non c’era da preoccuparsi; il taso di inflazione si poteva abbassare all’1.3 per cento. Questo tipo di politiche economiche erano applicate da Kennedy e Johnson negli anni 60.

A partire dal 1967, l’aumento dell’inflazione non compensava piu’ la diminuzione della disoccupazione, ed il fenomeno andava peggiorando negli anni. All’inizio, il fatto che l’economia non si comportasse come previsto dalle curve di Phillips fu ritenuto temporaneo e, quando ci si rese conto che il fenomeno non era piu’ temporaneo, si trovavano diverse scuse: le tasse non erano sufficienti perche’ andavano a iniziare la guerra in Vietnam, e poi si trovo’ la scusa che il prezzo del petrolio saliva troppo. Ma gia’ nel 1971 alcuni Keynesiani iniziavano a sospettare che la loro fiducia nelle curve di Phillips era ml riposta; entro il 1975, quando la disoccupazione negli Stati Uniti era all’8.5 per cento e l’inflazione era al 9.1 per cento, la maggior parte dei Keynesiani, incluso Samuelon, non funzionavano, ma non sapevano il perche’.

Abbandonare le curve di Phillips fu difficile per gli economisti keynesiani, perche’ la mancata fiducia in tali curve, minava dalle fondamenta la teoria economica keynesiana. Se le prescrizioni non raggiungevano i risultati previsti dalla teoria keynesiana, significava che la teoria poteva avere un errore fondamentale. Continua…

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