Le cittá sono la ricchezza delle nazioni

Un nuovo modo di vedere l’economia

Posts Tagged ‘Importazioni’

Fare sistema

Posted by janejacobs su dicembre 30, 2008

Che cosa vuol dire fare sistema? Vuol dire che una nazione si impegna in transazioni del declino, che si  impegna a fare la carita’, come suggerisce l’immagine simbolica riportata qui sopra. Vediamo brevemente qualche esempio nella storia e analizziamo poi il processo di fare sistema.

 

Quando le nazioni sperimentano un rapido sviluppo economico, le fasi di recessione non arrestano il processo di creazione della della ricchezza nel medio e nel lungo periodo. E’ stato cosi’ in Gran Bretagna, ad esempio, durante la sua rapida espansione industriale nel XVII secolo. E’ stato cosi’ anche negli Stati Uniti fino agli anni della Grande Depressione degli anni ’30 del secolo scorso. E’ stato cosi’ anche in Giappone per i trent’anni che fecero seguito alla Seconda Guerra Mondiale. Ed e’ cosi’ oggi per molte piccole nazioni che si affacciano sull’Oceano Pacifico e per la Cina  e per l’India.

 

Se ammettiamo che i cicli economici sono causati dal proesso cittadino di rimpiazzo delle importazioni, allora l’apparire di inarrestabili depressioni a livello nazionale significherebbe che le citta’ di una nazione, prese nel loro insieme diventano deboli e incapaci di rimpiazzare le importazioni simultaneamente; il gruppo perde la sua vitalita’. In questo caso dobbiamo anche aspettarci una stagflazione, quel fenomeno economico caratteristico delle economie povere e arretrate, dal momento che una nazione in cui le economie cittadine si arrestano diviene povera e arretrata.

Profonde ed inarrestabili depressioni internazionali sono  sintomi che le citta’ in molte nazioni perdono vitalita’. Questo e’ un messaggio che riceviamo crescenti riserve di beni agricoli e materie prime che aspettano di essere trasformati e consumati di mercati cittadini; da imprese cittadine insufficienti ad accogliere le domande per nuovi lavoratori provenienti dalle zone arretrate; da lavori cittadini insufficienti per gente che ha abbandonato la terra o che e’ stata cacciata da essa.

 

Le depressioni quindi si aggiungono alle instabilita’ economiche e agli stress accumulati nelle nazioni con il passare del tempo. Se non si fa nulla contro l’accumulazione di instabilita’, e lascia continuamente che il discontento e la rabbia si accumulino, una nazione puo’ soccombere ai questi stress e diverrebbe incapace di gestire una politica unitaria.

Le transazioni del declino sono tipici rimedi a cui una nazione fa ricorso in questi casi. Come tutte le biforcazioni, queste transazioni sono conseguenze di instabilita’ che si sono accumulate in precedenza. Una volta che capiamo questo, possiamo comprendere che le relazioni fra nazioni e le loro citta’ avvengono in due diversi momenti. Nel primo momento, le instabilita’, i fallimenti, le ineguaglianze e le disparita’ gradualmente si accumulano a causa di meccanismi di controllo fornito alle citta’ da parte delle nazioni. In un secondo momento, le transazioni del declino eliminano temporaneamente le instabilita’ accumulatesi. Nel primo momento le nazioni sono ambienti causali per le citta’. Nel secondo momento diventano un ambiente letale.

 

Consideriamo la piaga che questo processo crea per le nazioni e per le citta’. Per svilupparsi e per continuare a crescere, le nazioni hanno bisogno di un numero sufficiente di citta’ in grado di rimpiazzare le importazioni. Non sono sufficienti regioni che producono materie prime, regioni spopolate, regioni che abbondano di manodopera, regioni in cui i trapiantano industrie da citta’ lontane, ne’ artificiali citta’ regione come la TVA, ne’ citta’ con un’economia in stagnazione. Affinche’ le nazioni diventino un sistema, esse devono drenare risorse dalle citta’ in favore di transazioni del declino e devono ridurre il commercio rischioso fra citta’ in favore di insediamenti che forniscano alle citta’ cio’ che esse non riescono a rimpiazzare. In risposta a queste transazioni, le citta’ decadono. La decadenza riduce la ricchezza e la capacita’ di svilupparsi individualmente e come rete di citta’ e come nazione nel suo completo. Alla fine, si le citta’ che la nazione cadono in rovina.

 

Continua…

 

 

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Espansione e recessione

Posted by janejacobs su ottobre 16, 2008

Ci sono tre caratteristiche che accomunano tutte le economie in fase di espansione, tre grandi cambiamenti che caratterizzano la fioritura economica:
 
1) La vita economica diviene piuurbanizzata e meno rurale. Il lavoro cittadino ed il commercio fra citta‘ crescono in maniera assoluta e proporzionale. La produzione agricola ed il commercio aumentano come conseguenza dell’attivita‘ cittadina.
 
2) Quando la citta‘ si espande, crea una specie di scintilla che fa espandere altre citta‘ soprattutto nelle regioni di sussistenza o di produzione di materie prime.
 
3) Le maggiori quantita‘ e proporzioni di beni e servizi sono importate in citta‘ e quindi iniziano il processo di rimpiazzo delle importazioni. Questa e’ una conseguenza di due cambiamenti precedenti ed e’ anche la condizione necessaria per la usa continuazione.
 
Questi cambiamenti sono il fulcro dello sviluppo e dell’espansione economica.
Quando la vita economica si contrae ed entra in recessione, osserviamo esattamente i cambiamenti opposti.
 
1) La vita economica nel suo insieme diventa meno urbanizzata e piu‘ agricola. Il lavoro ed il commercio fra diverse citta‘ declina in maniera proporzionale e assoluta, mentre la produzione rurale ed il commercio di materie prime aumenta.
 
2) Le citta‘ esistenti si spengono, producono meno enrgia e ristagnano. Nuovi insediamenti rurali e sempre meno produttivi sorgono al di fuori delle citta’.
 
3) I beni e servizi cittadini vengono importati in quantita’ progressivamente inferiori da altre citta‘ e le citta‘ che un tempo erano fiorenti perche’ rimpiazzavano le importazioni, vengono escluse da questo processo. Mentre le citta‘ ristagnano e riducono il processo di rimpiazzo delle importazioni, anche le importazioni che ricevono non servono per rimpiazzare le importazioni.

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Le armi non rimpiazzano le importazioni

Posted by janejacobs su ottobre 12, 2008

 
Il bombardiere Boeing X-45C
Una prolungata produzione militare non crea una prolungata espansione economica. Una volta che l’effetto del moltiplicatore della produzione militare viene assimilato, l’economia smette di crescere. In seguito, ogni ulteriore espansione economica proveniente dalla produzione militare richiede che il lavoro militare si espanda ulteriormente. Ad un certo punto una citta’ inizia a dipendere dai militari e considera la produzione militare come parte integrante della sua base economica. Pertanto la produzione militare deve essere mantenuta indefinitamente, altrimenti quell’economia cade in depressione.
Il piu’ grande datore di lavoro della citta’ si Seattle era la Boeing Aircraft Company, che produce aerei commerciali ma che dipende anche in misura determinante dai contratti che vince per la costruzione di bombardieri. All’inizio degli anni ’70 quando i contratti della Boeing per i bombardieri si ridussero, la citta’ di Seattle registro’ una forte depressione economica. La disoccupazione aumento’ notevolmente; i commercianti diminuirono le loro vendite; in molte case non si potevano piu’ pagare i mutui e intere famiglie finivano in bancarotta; si organizzarono stazioni per distribuire cibo ai poveri le cui elevate spese mensili, previste in tempi in cui l’economia andava meglio, non avevano lasciato spazio per far fronte nemmeno alle necessita’ di base in tempi di crisi. Seattle stava perdendo non solo il suo lavoro militare, ma il suo effetto di moltiplicatore economico proveniente da quel lavoro. In pochi anni, il governo Americano torno’ ad aumentare la spesa militare e l’economia di Seattle si riprese.
Le citta’, essendo i piu’ grandi raccoglitori di ricchezza nelle nazioni o negli imperi, sono in grado di sopportare una forte e continua produzione militare essa non e’ un fattore centrale della propria economia. Ma la produzione di armi sottrae sempre e comunque ricchezza nel lungo periodo, perche’ crear la sostituzione da lavoro cittadino a lavoro militare. Per sostenere il lavoro militare i guadagni delle citta’ devono sempre essere usati indefinitamente.
Quasi tutte le esportazioni militari delle citta’ rappresentano un tipo di produzione sterile per il processo di rimpiazzo delle importazioni, cioe’ per il processo centrale della vita economica. Il rimpiazzo delle importazioni non avviene nemmeno quando i beni militari sono “consumati” in battaglia, ne’ tanto meno quando si producono beni militari in tempi di pace.

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Gli USA si sono sviluppati grazie (anche) ai dazi

Posted by janejacobs su agosto 16, 2008

Boston all’inizio dell’800
I messaggi sbagliati che dicono a una citta‘ che il suo commercio esterno va bene, anche se non e` vero non sono sempre letali come nel caso di Montevideo. Tali messaggi possono spesso essere “corretti” dai dazi, cosa che avvenne nel caso degli Stati Uniti, che nell’ 800 usarono i dazi usarono per evadere i meccanismi di controllo delle loro giovani citta‘.
Quando le colonie americane vinsero la loro indipendenza e per quasi tutto il secolo successivo il commercio internazionale degli Stati Uniti era simile a quello dell’Uruguay – cioe‘ le esportazioni erano prevalentemente agricole. Il Sud contribuiva maggiormente a questo commercio grazie al suo tabacco ed al suo indaco e piu‘ tardi al suo cotone. Ma nel anche Nord degli Stati Uniti le esportazioni internazionali erano principalmente risorse naturali e beni agricoli: pellicce, pesce, legname, grano. Le esportazioni prodotte nelle citta‘ che le piccole citta‘ del Nord degli Stati Uniti producevano l’una per l’altra erano inutili nel commercio internazionale perche‘ le citta‘ del Nord degli Stati Uniti non producevano nulla che le citta‘ Europee non producessero gia‘ da se’ a prezzi piu‘ bassi. In realta‘ le importazioni di prodotti finiti provenienti dalle citta’ Europee erano piu’ convenienti per le citta‘ Americane che la produzione interna grazie al forte potere d’acquisto della forte valuta Americana. Questo non vuol dire che erano cosi’ a buon mercato che tutti gli Americani potessero permettersi beni importati dall’Europa, ma che erano piu‘ a buon mercato dei beni prodotti dagli Americani. Le importazioni sarebbero rimaste relativamente a buon mercato e relativamente abbondanti fino a che gli USA non fossero precipitati in una crisi simile a quella in cui precipito’ l’Uruguay piu‘ di cento anni piu‘ tardi. La crisi per gli USA non arrivo’ perche’ la sua valuta rimase forte. Ma intanto le importazioni entravano negli USA senza che le citta’ Americane riuscissero a rimpiazzarle e le giovani citta‘ Statunitensi avevano raggiunto in poco tempo un punto di non ritorno economico.
La situazione critica di punto di non ritorno non fu percepita per quello che era, cioe‘ per un errore del meccanismo di controllo dei tassi di cambio, ma fu percepita come una piaga dell’industria manifatturiera Americana. Tuttavia, la risposta che gli USA diedero fu pertinente perche‘ annullo’ i messaggi negativi che le citta‘ Americane ricevevano. All‘inizio del 1816, il governo federale inizio’ a metter in atto una serie di tariffe non tanto per aumentare il reddito degli impiegati doganali, ma con lo scopo specifico di rendere le importazioni piu‘ care. In effetti, le tariffe dicevano ai cittadini e ai produttori la nuda verita‘ delle loro economie: siccome non produci abbastanza esportazioni, allora non puoi permetterti tutti i beni che importi. Le tariffe funzionarono. Il fatto che i beni prodotti al’estero erano ora piu‘ cari ci quelli domestici stimolo’ il processo di rimpiazzo delle importazioni e le economie cittadine si svilupparono molto rapidamente invece di vivere dei guadagni delle loro campagne.

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Il meccanismo dei tassi di cambio

Posted by janejacobs su agosto 12, 2008

Oggi diamo per scontata l’eliminazione di una moltitudine di monete in favore di poche valute “imperiali” e nazionali, e vediamo questo fatto come un progresso atto a promuovere stabilita’. Ma questa idea convenzionale deve essere messa in discussione almeno in virtu’ del ruolo informativo che le valute svolgono all’interno di un’economia. Le valute nazionali o “imperiali” sono meccanismi di controllo sbagliati per le economie cittadine e questo porta a errori di politica economica strutturali, alcuni dei quali non possono essere superati.

 

Quando la valuta di una nazione si svaluta relativamente alle valute di altre nazioni con cui essa commercia, la svalutazione dovrebbe aiutare l’economia di quella data nazione. Automaticamente le esportazioni di quell’economia diventano meno care per le altre nazioni, quindi le sue esportazioni dovrebbero aumentare. Contemporaneamente le importazioni per la nazione che vede la propria moneta svalutata dovrebbero diventare piu‘ care e dovrebbero quindi aiutare i produttori nazionali.

 

In teoria una moneta nazionale che perdesse di valore dovrebbe lavorare come un sussidio economico automatico e come un sistema di dazi, poiche’ tale meccanismo entra in gioco precisamente quando una nazione comincia ad avere un debito nella bilancia dei pagamenti internazionali perche‘ esporta troppo poco e importa troppo.

 

Inoltre, questo sussidio-dazio automatico rappresentato dal tasso di cambio non dovrebbe rimanere in atto piu‘ a lungo di quanto necessario. Se le valute nazionali fossero in grado di registrare correttamente tali informazioni e di fornire meccanismi di controllo appropriati al sistema economico registrerebbero le informazioni necessarie e innescherebbero le correzioni appropriate.

Continua…

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Venezia embrionale

Posted by janejacobs su agosto 1, 2008

Perche’ nuove citta’ nascano e fioriscano devono eserci mercati di sbocco per il loro lavoro iniziale in citta’ gia’ esistenti. E’ importante che citta’ arretrate confinino con altre citta’ arretrate perche’ tale commercio faccia da “molla” per un positivo tipo di commercio tra di esse. Le citta’ arretrate devono commerciare essenzialmente con altre citta’ arretrate, altrimenti, il divario fra cio’ che importano e cio’ che possono rimpiazzare con le importazioni attraverso la propria produzione e’ troppo grande e non puo’ essere superato. In effetti, questo e’ cio’ che l’amareggiato maestro di Isfahan pensava, ed aveva ragione.

Nell’Europa tale processo di sviluppo e’ stato inizato dalla citta’ di Venezia, che usava il proprio commercio con Costantinopoli, allora piu’ avanzata di lei, per iniziare nuove imprese. Si crede che i fondatori di Venezia, i Veneti, abbiano costruito palafitte sulla laguna per rifugiarsi dalle invasioni e dalle scorrerie di popoli invasori; ad ogni modo, nel sesto secolo, Venezia esisteva almeno in forma embrionale ed i suoi abitanti usavano la laguna per produrre il sale attraverso il processo di evaporazione nelle secche della laguna. All’inizio probabilmente producevano il sale solo per se stessi, ma il sale era un bene prezioso a quel tempo e a Costantinopoli c’era un ampio mercato di sbocco in quanto Costantinopoli a quel tempo non era solo il centro amministrativo dell’impero romano, ma era un grande centro commerciale ed un grande produttore e distributore di beni prodotti per le esigenze ed i lussi di quel tempo. Cio’ che i Veneti ottenevano in cambio del sale non e’ risaputo; forse tappeti, forse articoli di vetro, forse abiti lussuoisi, gioielli. Quasi certamente compravano arnesi per tagliare il legno, visto che essi erano necessari per costruire navi e per sviluppare un altro elemento di esportazione che Venezia inizio’ ad esportare a Costantinopoli: il legno.

La Venezia embrionale aveva questi beni primari con cui iniziare: aveva risorse naturali da vendere , un mercato cittadino lontano che li comprava e quindi aveva un modo per guadagnarsi le importazioni da un’economia piu’ avanzata. Insomma, aveva esattamente cio’ che ogni regione fornitrice di beni primari ha ora.

Supponiamo che Venezia avesse continuato a concentrarsi su questo semplice commercio con la piu’ avanzata Costantinopoli. In quel caso Venezia non avrebbe svilupato la propria economia. Ogni bene che Venezia avesse prodotto – probabilmente un’imitazione di minore qualita’ dei beni che importava da Costantinopoli – non avrebbe avuto molto interesse per Costantinopoli. Ne’ la Venezia embrionale in queste circostanze, avrebbe rimpiazzato le molte importazioni che importava da Costantinopoli con i suoi prodotti. Il divario fra cio’ che poteva comprare e cio’ che produrre era troppo grande per essere colmato. Cio’ di cui Venezia aveva bisogno era un mercato per i beni prodotti in citta’ che potesse produrre lei stessa. Solo allora avrebbe potuto iniziare a svilupparsi.

Venezia fini’ per svilupparsi: agendo come Costantinopoli senza l’economia di Costantinopoli. Questo puo’ sembrare ridicolo, che un insediamento primitivi di pescatori e produttori di sale e di tagliatori di legna potessero iniziare a comportarsi come i ricchi abitanti di Costantinopoli, la citta’ piu’ grande e piu’ ricca dell’Impero Romano, la sua capitale. Il modo con cui Venezia riusci’ a fare questo fu quello di lanciarsi nel commercio con altre regioni arretrate come lei che avevano bisogno di prodotti a basso costo imitazioni di quelli prodotti a Costantinopoli e che Venezia riusci’ a copiare e a rimpiazzare. Per quegli insediamenti, Venezia rappresentava un mercato di sbocco per i loro beni primari e le loro materie prime proprio come Costantinopoli lo era per Venezia.

Venezia oltre a vendere semplici beni artigianali (o almeno cio’ che oggi consideriamo semplici ma che allora non lo erano affatto), poteva esportare anche alcuni articoli di lusso che comprava da Costantinopoli. I suoi clienti eranoi grandi feudatari arroccati nei castelli e nei manieri di mezza Europa. In cambio di questi beni e prodotti – propri e queli di Costantinopoli- Venezia otteneva prodotti primari come il cuoio, la lana, la latta, il rame, l’ambra e il ferro, cioe’ materiali che poteva incorporare nella propria collezione sempre piu’ diversificata e ramificata di manifatturieri e di imprese produttive.

Tutto andava piuttosto lentamente. Le economie arretrate con cui Venezia faceva affari stavano iniziando praticamente da zero perche’ sopravvivevano in una difficile vita di sussistenza periodicamente spazzata via da carestie; un’economia senza aratri di ferro, al punto che quando un aratro di ferro potesse essere torvato in qualche mercato, era considerato un tesoro degno di un re. Cio’ nondimeno, grazie al commercio con questi centri abitati molto arretrati dell’Europa Occidentale, Venezia riusci’ entro il decimo secolo ad espandere un’economia cittadina che gradualmente divenne in grado di produrre arnesi e prodotti sofisticati da se’ ed era diventata il piu’ grande mercato dell’Europa Occidentale per le materie prime. Venezia, in qualita’ di mercato cittadino di sbocco principale dell’Europa Occidentale aveva cosi’ traasformato anche alcune parti dell’Europa stagnante in economie di sussistenza in regioni fornitirci di materie prime , proprio come Costantinopoli prima aveva prima trasformato la sussistenza dei Veneti in un’economia in grado di fornire materie prime, una specie di avamposto.

Se gli altri avamposti in Europa con cui Venezia commerciava si fossero accontentati con un semplice commercio bilaterale con Venezia, avrebbero solo avuto economie in grado di fornire materie prime a vicolo chiuso. Ma invece iniziarono a comportarsi come Venezia. Cioe’, usando il loro commercio con Venezia come molla iniziarono a commerciare le une con le altre.

I mercanti di Anversa, oltre a comperare lana e ad incanalarla a Venezia, iniziarono a produrre panni da esportare nelle citta’ arretrate di Londra e Parigi. Londra non aveva molto da offrire a Venezia perche’ il primo bene che Londra aveva da esportare era il pesce essicato con il sale. Ma c’erano altre citta’ all’interno del continente in grado di fornire al pesce salato di Londra mercati liquidi. In seguito Londra sviluppo’ la produzione della lana destinata ai telai delle fiandre. Londra inizio’ a copiare, cioe’ a rimpiazzare alcune delle importazioni; ad esempio, comprando prodotti di cuoio da Cordova, come ad esempio faceva Venezia,  e poi in seguito produceva lei stessa prodotti di cui dapprima con il cuoio proveniente da Cordova, in seguito dal cuoio piu’ rozzo proveniente dall’Inghilterra. Anche se questi beni non erano probabilmente molto interessanti per Venezia, erano considerati di valore a Londra e negli insediamenti allora simili a Londra per livello di sviluppo.

Se queste piccole e fragili citta’ avevano semplicemente prodotto beni da esportare le une per le altre, avrebbero creato sviluppo e avrebbero aumentato la dimensione delle loro economie di molto poco. La chiave per il rafforzamento delle economie di queste citta’, la diversificazione e ramificazione di esse stesse e di altre citta’. Le citta’ potevano operare questo processo perche’ la differenza fra quello che importavano dalle citta’ vicine e quello che potevano produrre da se’ non era insormontabile. Cio’ che una citta’ arretrata puo’ produrre, puo’ essere replicato con relativa facilita’ anche da un’altra citta’ arretrata.

Il mutuo processo di rimpiazzo delle importazioni stimolava anche mercati per le inovazioni cittadine. Quando le citta’ rimpiazzano un ampio spettro delle importazioni con la loro produzione locale non importano meno di quanto potrebbero o vorrebbero; piuttosto spostano la loro importazione invece di produrli localmente.

Inoltre e’ ancora piu’ importante, per quanto riguarda la vita economica, il fatto che le citta’ rimpiazzano e quindi spostino le importazioni per nuovi tipi di beni prodotti in altre citta’. Diventano mercati incredibilmente adatti alle innovazioni perche’ se le possono permettere. In questo modo, le citta’ che rimpiazzano le importazioni possono stimolare le vendite di nuoci tipi di esportazioni piu’ avanzate provenienti da altre citta’. Questo meccanismo e’ il mezzo con cui fiumi di innovazioni vengono introdotte quotidianamente nalla vita economica. Poi a loro volta vengono rimpiazzati con produzioni locali aprendo nuovi mercati cittadini per altre nuove importazioni.

Il commercio fra citta’ con un vigoroso sviluppo economico e’ volatile, cambia continuamente perche’ le citta’ creano nuovi tipi di esportazioni per se’ e per altre citta’ e poi si mettono a rimpiazzare velocemente i beni prodotti dalle altre citta’.

Questo e’ avvenuto per le citta’ arretrate d’Europa nei secoli successivi alla caduta dell’impero Romano d’Occidente. Essi producevano sempre nuove esportazioni: campane, tessuti, lacci, articoli per la tessitura, seghe, medicinali, aratri, forche e articoli per la coltivazione rimpiazzandoli poi con la produzione locale e diventando clienti per altre nuove innovazioni. Si stavano sviluppando gli uni sulle spalle degli altri.

Questo e’ il processo che ha sviluppato le citta’ Europee fino ai tempi in cui Pietro il Grande, e questo processo e’ continuato anche dopo Pietro il Grande anche se Pietro il Grande non capi’ mai che questo processo non si poteva comprare. Fino ad oggi la Russia fa parte di questo processo solo in maniera marginale. Le citta’ Sovietiche hanno prodotto esportazioni le une per le altre, ma non hanno rimpiazzato molti prodotti. Per i governanti che vogliono conoscere nel dettaglio cio’ che sara’ prodotto da qui a cinque anni e dove e come tali beni e servizi saranno prodotti, la volatilita’ dei mercati cittadini rappresenta un caos intollerabile. Naturalmente questo non e’ un caos. E’ una forma complessa di ordine simile alle forme organiche di ordine tipiche di tutte le cose viventi in cui si  generano instabilita’ (in questo caso , fondi di importazioni potenzialmente rimpiazzabili) seguite da correzioni. Tali instabilita’ e correzioni sono una parte essenziale dei processi di vita stessi.

Continua…

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Il collasso dell’Uruguay

Posted by janejacobs su aprile 2, 2008

Mandria di vacche in Uruguay 

Le forze economiche di una citta’ si manifestano e si equilibrano all’interno delle aree metropolitane di cui abbiamo parlato in precendeza. Tali forze non i manifestano con pari forza ed equilibrio nelle regioni distanti. Quando le cinque forze economiche che definiscono una citta’ -mercati, lavoro, tecnologia, trasferimenti e capitale – si separano l’una dall’altra prendendo direzioni diverse,  le citta’ generano economie zoppicanti e bizzarre in ragioni distanti.

Le piu’ grottesche fra queste economie sono le regioni produttrici di beni primari. Queste regioni sono modellate in maniera sproporzionata da citta’ distanti. Le regioni produttrici di beni primari sono spesso povere , e quindi l’azzoppamento delle loro economie e’ spesso attribuito alla loro poverta’. Ma le mancanze di queste regioni vanno ricercate piu’ in profondita’ che nella semplice poverta’. In realta’ sono le mancanze di queste regioni a determinarne la poverta’.

L’Uruguay, ad esempio, era una regione produttrice di beni primari particolarmente ricca per molte generazioni. L’Uruguay fu per molto tempo un grande successo nel campo dell’allevamento di bestiame. Forniva carne, lana e cuoio a molte citta’ in Europa e produceva poco altro oltre a carne, lana e cuoio. Tuttavia, il Paese non mancava di nulla perche’ tutto quello che non produceva lo importava. L’Uruguay non era una citta’ di miseri paesani dominati da latifondisti. La maggior parte della popolazione era immigrata dall’Europa nella seconda meta’ del diciannovesimo secolo. Il Paese fu fondato da agricoltori che lavoravano duramente e con intelligenza su terreni fertili , utilizzando pochi dipendenti perche’ la manodopera era moto cara. A partire dal 1911 l’Uruguay costrui’ quello che probabilmente era lo stato sociale piu’ generoso dell’epoca, piu’ generoso della Scandinavia. In Uruguay non c’erano ricchezza e poverta’ estreme; l’educazione era accessibile a tutti fino all’Universita’; Montevideo, la capitale dell’Uruguay era una citta’ prospera dal punto di vista amministrativo, educativo, culturale ed era anche un centro di distribuzione ed un centro portuale. In Uruguay era facile trovare lavoro, si era ben pagati e si lavorava poco. Coloro che non raggiungevano l’educazione universitaria, potevano trovare lavoro negli uffici governativi, che assumevano piu’ personale di quanto ne avessero bisogno o nei centri di produzione della carne, nelle concerie, nell’edilizia o nei vari settori collegati all’importazione di prodotti importati dall’Europa.

L’Uruguay era definito la “Svizzera del Sud America“, un confronto che evocava le piccole dimensioni della nazione, le sue belle montagne, la sua stabilita’ e la sua democrazia. Naturalmente, tale sentimento patriottico non doveva essere proprio preso alla lettera, ma questo confronto e’ interessante perche’ e’ quanto di piu’ lontano dalla realta’ economica di quello che si possa immaginare. Basta riflettere un attimo su quanto limitata sarebbe stata l’economia Svizzera se gli Svizzeri si fossero limitati ad allevare vacche per esportarle in paesi lontani e avessero trascurato di sviluppare la loro economia in altre direzioni.

Negli anni 40 e 50, l’economia dell’Uruguay era in boom economico e le importazioni arrivavano in maniera sempre crescente. Per la maggior parte le importazioni erano beni di consumo. Fra i beni importati c’erano anche frigoriferi per il refrigeramento delle carni, impianti per il sollevamento delle carcasse delle vacche al’interno delle macellerie, coltelli, turbine, macchine a raggi x, posate e piatti per i ristoranti, carta, telefoni e le migliaia di altri beni che mantengono operativo il sistema di comunicazioni e trasporti, assieme agli ospedali, alle scuole, agli uffici governativi, ai teatri, alle fattorie e agli impianti di macellazione della carne.

Verso il 1953, le cose iniziarono ad andare storte per l’Uruguay. La produzione di carne e di lana nelle aree Europee travolte dalla guerra erano rifiorite. I paesi Europei, e in particolare la Francia volevano proteggere la loro economia dalla competizione, mentre gli allevatori dell’Australia e della Nuova Zelanda,  fra gli altri, cercavano di allrgare i propri mercati di sbocco con successo. Nel frattempo, prodotti sostitutivi della lana iniziavano a fare il loro ingresso sui mercati Europei e Americani.

I lontani mercati di sbocco per la carne, la lana e il cuoio dell’Uruguay, stavano riduendosi pericolosamente. L’Uruguay non poteva piu’ permettersi le importazioni che si era concesso negli anni precedenti. L’Uruguay doveva fare a meno di molti prodotti che fino ad ora aveva importato o doveva ottenere tali prodotti in modi diversi. Per ottenerli l’Uruguay avrebbe potuto sviluppare altri prodotti da esportare o rimpiazzare le importazioni, anziche’ importare praticamente ogni cosa. Dal momento che l’Uruguay non produceva praticamente nulla, era molto piu’ semplice per l’Uruguay spingere su esportazioni alternative che potevano essere richieste in mercati lontani. Il governo dell’Uruguay decise invece di spingere un programma di industrializzazione forzata, basato sulla costruzione di fabbriche che producessero dall’acciaio, ai tessuti, alle scarpe, all’elettronica.

Ne risulto’ un fiasco.

Quando queste fabbriche potevano produrre, i loro prodotti costavano molto di piu’ dei prodotti importati e la gente comprava comprava i prodotti importati perche’ non era poteva permettersi i prodotti domestici. Nel frattempo, la costruzione e la messa in opera delle fabbriche richiedeva ulteriori costose importazioni di macchinari e semilavorati. Il programma del governo dapprima esauri’ le proprie risorse, poi acquisto’ a credito i prodotti necessari per le fabbriche, poi divenne insolvente.

L’Uruguay fece bancarotta.

I governatori dell’Uruguay, non sapendo che il processo di rimpiazzo delle importazioni e’ un processo delle citta’, colloco’ le industrie nei luoghi in cui vi era maggiore disoccupazione. Questa decisione avrebbe decretato il fallimento di questa politica in ogni Paese, ma in un Paese come l’Uruguay, non avrebbe comunque fatto alcuna differenza. Anche se tutte le fabbriche si fossero collocate nei pressi di Montevideo, il progetto non avrebbe funzionato, perche’ la cita; mancava delle competenze, del sistema simbiotico di produttori di beni e servizi, e delle pratiche di improvvisazione e adattamento necessarie a nutrire il processo di rimpiazzo dele importazioni. Montevideo, non avendo mai prodotto quasi nulla, non era in grado di generare quel lavoro versatile di cui aveva disperatamente bisogno.

Il paese non poteva piu’ sopportare la spesa del suo generoso stato sociale, ma ci provo’ ugualmente, e per sostenere lo stato sociale, inizo’ a stampare moneta. L’inflazione schizzo’ a livelli mai visti. E mentre i prezzi e la disoccupazione crearono una forte stagflazione, la poverta’ e la miseria aumentarono, creando forti tensioni politiche, incluse rivolte popolari. Mezzo milione di cittadini, circa un sesto della popolazione,  abbandonarono il paese. Sui cittadini rimasti si instauro’ una brutale dittatura, che porto’ la pace e l’ordine tipiche di un “cimitero economico”.

Nel 1980, il potere di acquisto degli abitanti dell’Uruguay era circa la meta’ del potere d’acquisto che avevano nel 1968, l’anno in cui il Paese tento l’industrializzazione forzata. Nel 1968, il potere di acquisto si era gia’ dimezzato rispetto al 1950.

L’Uruguay di oggi e’ allo sbando e sta cercando di ricostruire un’economia basata sulle esportazioni di beni primari  (cuoio e lana) con salari da miseria. Anche se queste patetiche esportazioni producono miseri proventi, essi non bastano a mantenere il tenore di vita dei lavoratori; un terzo dei guadagni viene mangiato dal pagamento degli interessi sul debito pubblico che il governo e’ riuscito a rinegoziare a piu’ lunghe scadenze e il resto e’ usato per importare gas e petrolio.

L’Uruguay ha sempre avuto un’economia da “Terzo Mondo” anche quando era un paese prospero, perche’ era arretrato e sottosviluppato. L’Uruguay ha semplicemente avuto un periodo di ricchezza, e la differenza tra un’economia arretrata ricca e un’economia arretrata povera non e’ cosi’ grande come si creda. Ricca o povera, una regione che fornisce esclusivamente beni primari subisce una specializzazione eccessiva e un’economia sproporzionata, quindi fragile e insicura, che dipende da mercati di sbocco lontani.

I disastri che sono capitati all’Uruguay non fanno dormire sonni tranquilli ai governanti di regioni ricche di petrolio.

Sarebbe semplice subire la tentazione di addossare agli abitanti e ai governanti dell’Uruguay l’accusa di incompetenza, mancanza di programmare l’economia, superficialita’, pigrizia. Ma in realta’ gli abitanti dell’Uruguay facevano funzionare la loro regione esportatrice di beni primari in maniera efficente ed solidale. Quello che facevano. lo facevano bene. La cosa che non fecero, fu di creare citta’ produttiva, una citta’ che rimpiazzasse le importazioni nei periodi di crescita, e che quindi generasse quella complessa rete economica che genera una area metropolitana e che produce beni per la propria gente, per i propri produttori e per gli altri.

Il motivo per cui queste regioni rimangono povere e’ che producono essenzialmente per altre citta’ e regioni, ma non per se stesse.

Lo sbilancio di quest’economia era particolarmente rilevante per due ragioni. La prima era che i lontani mercati Europei erano selettivi nelle loro importazioni dall’Uruguay. La seconda era che, tutti i mercati in cui l’Uruguay esportava, anche se si trovavano in citta’ e Paesi diversi, volevano tutti lo stesso prodotto, e quindi agivano di fatto come un unico mercato di sbocco. Questa circostanza rendeva i mercati di sbocco dell’Uruguay enormemente potenti nel determinarne la sua ricchezza o la sua poverta’. Continua…

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Quando le aree metropolitane declinano

Posted by janejacobs su aprile 2, 2008

Le aree metropolitane, cosi’ come le citta’ metropolitane, comprendono moltissima vita economica in aree relativamente ristrette. Copenhagen e la sua area metropolitana, occupa solo una piccola parte del territoio Danese, tuttavia produce la maggior parte della ricchezza della nazione, possiede in se’ la maggiore la specializzazione e diversificazione economica, ed e’ abitata da piu’ della meta’ della popolazione Danese. 

La parte Sud Orientale dell’Inghilterra ha una densita di popolazione molto maggiore al resto del paese, e questo non solo grazie a Londra e alla sua periferia, ma anche alla regione economica e produttiva che alimenta e viene alimentata da Londra.

Molti di voi probabilmente vivono in una citta’, nei sobborghi di una citta’ o in un’area metropolitana.

Quando il nucleo di una citta’ metropolitana, l’originario centro cittadino, non attraversa piu’ il processo di rimpiazzo delle importazioni, inevitabilmente declina. Gradualmente la crescita economica della citta’ si affievolisce, invecchia. Non riesce piu’ a compensare attraverso la perdita di importazioni con le sue esportazioni e quindi i propri mercati si impoveriscono. Le regioni metropolitane naturalmente ne risentono anch’esse. I problemi pratici della citta’ e della sua area metropolitana si acuiscono e diventano intrattabili. La gente diviene piu’ pigra e svogliata. I giovani dell’area metropolitana, mentre prima emigravano nella vicina citta’, ora iniziano ad emigrare in metropoli lontane.

Le imprese continuano a spostarsi in aree sempre piu’ periferiche, ma questo non avviene piu’ perche’ giovani imprenditori nelle citta’ inventano nuovi prodotti facendo concorrenza alle imprese meno agili, ma perche’ le imprese scappano dai problemi irrisolti delle citta’ e lasciano il vuoto dietro di se’. Alla fine anche la fuga dalla citta’ in declino cessa, perche’ la fonte si e’ prosciugata.

Le regioni metropolitane hanno molte caratteristiche di rimpazzo delle importazioni delle citta’ stese, ma non sono citta’.  Nel bene e nel male sono creature delle citta’.

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Le cinque forze della citta’

Posted by janejacobs su aprile 1, 2008

 

Ogni insedimaneto urbano che riesce a rimpiazzare le importazioni diventa una citta’. Ogni citta’ che sperimenta di tanto in tanto episodi di esplosioni di rimpiazzi di importazioni mantiene la propria economia al passo con i tempi e competitiva. Tra un’esplosione di innovazione ed un’altra, la citta’ riuscira’ a mantenere la sua ricchezza attraverso le esportazioni. Ma perche’ parliamo di esplosione e di episodi? Nella vita reale, ogni volta che il rimpazzo delle importazioni avviene, non avviene come in un flusso continuo, ma avviene in maniera episodica ed esplosiva e funziona come una reazione a catena.

Il processo si alimenta da se’ e, una volta innescato, non si estingue fino a che non si realizzano ulteriori rimpiazzi di importazioni.

Quando il rimpiazzo delle importazioni inizia per un prodotto esso stimola altri rimpiazzi. Quando questi episodi terminano, una citta’ dovra’ iniziera’ ad importare nuovi beni da altre citta’ e se la citta’ mantiene la sua vitailta’, ptrea’ sperimentare un’altra esplosione di innovazione. Questo processo allarga le economie cittadine e le diversifica, e fa si che le citta’ crescano in maniera irregolare e – se vogliamo- caotica. Ma la crescita non e’ un processo continuo. Molta parte del processo di rimpiazzo delle importazioni, specialmente nelle grandi citta’, si accompagana alla perdita di posti di lavoro in settori in declino. Le citta’ hanno sempre perso i lavori obsoleti; qualche volta perche’ le loro citta’ clienti si mettono a rimpiazzare le loro esportazioni e diventano piu’ competitivi nel produrre cio’ che prima importavano; qualche volta perche’ imprese di successo, dopo essersi sviluppate nel nido intricato delle citta’, trasportano le loro operazioni in posti piu’ isolati; altre volte perche’ alcuni prodotti ed alcune competenze diventano obsolete.

Quando una citta’ rimpiazza le importazioni con la propria produzione, altre citta’ subscono perdite nelle loro esportazioni. Tuttavia, altri insediamenti guadagnano un vaolre equivalente di nuovo lavoro dalle esportazioni. Questo perche’ una citta’ che rimpiazza le importazioni non riduce generalmente le importazioni, ma inizia ad acquistare altri e nuovi beni. La vita eonomica nel suo complesso si e’ espansa al punto che le citta’ che rimpiazzano le importazioni hanno tutto quello che avevano prima ed in piu’ hanno altri prodotti a complemento di nuove e differenti importazioni.

Il rimpiazzo delle importazioni e’ la radice dell’espanzione economica.

Per capire i concetti di crescita e declino economico, e’ importante utiizzare un linguaggio piu’ preciso. L’espansione che deriva dal processo di rimpiazzo delle importazioni consiste in cinque specifiche forme di espansione:

(1)  espansione dei mercati cittadini per nuove e diverse importazioni;

(2) espansione delle competenze dei lavoratori;

(3) espansione delle unita’ produttive al di fuori dei confini cittadini;

(4) espansione tecnologica per aumentare produzione e produttivita’;

(5) espansione del capitale

Queste cinque forze esercitano effetti che si riverberano al di fuori e all’interno delle citta’ fino ai posti piu’ remoti come Bardou .

Henry Grady vide gia’ piu’ di un secolo fa che c’era una grossa mancanza nelle economie colpite dalla poverta’ e dall’arretratezza, e cioe’ che non erano in grado di produrre i beni di cui avevano bisogno. Ma non capi’ la connessione fra bisogno di beni e rimpiazzo delle importazioni da parte delle citta’.

A dire il vero, questa connessione non l’avevano capita nemmeno gli esperti dello sviluppo di questo secolo con tutta la loro statistica,  le loro teorie,  i loro grafici e le loro curve . Cio’ che Grady aveva pensato in termini di economie regionali, loro lo pensavano in termini di economie nazionali, commettendo lo stesso errore.

Pensando in termini di economie nazionali, gli economisti ritenevano che il rimpiazzo delle importaizioni coinvolgesse solo paesi stranieri senza capire che la citta’ importano da altre citta’ anche se si trovano negli stessi confini nazionali e sono protette dagli stessi eserciti.

L’economia di una citta’ che non sappia rimpiazzare le importazioni con la propria produzione e’, alla meglio, debole e incapace di uscire dall’arretratezza in cui si trova.

Questo concetto pare misterioso anche se la realta’ dei fatti ce lo presenta davanti agli occhi. Nel normale funzionamento dell’economia di una citta’ non fa nessuna differenza quale delle use importazioni origini nella sua nazione o in altre nazioni, e lo stesso e’ vero per le destinazioni delle esportazioni.Qualunque sia la fonte delle importazioni, la conseguenza di rimpiazzarle che il processo del rimpiazzo genera le cinque grandi forze dell’espansione economica elencate sopra.

Un’altra sfortunata conseguenza della preoccupazione per le economie nazionali e’ che gli esperti di sviluppo non pensano al impiazzo delle importazioni come ad un processo cittadino. Ma pensano che sia un processo a livello nazionale e quindi difendono l’idea che fabbriche e industrie completamente sviluppate siano spostati arbitrariamente in piccole citta’ di campagna, generalmente dove c’e molta disoccupazione.

Tutto questo, sebbene ricada sotto il nome di rimpiazzo delle importazioni, e’ lontano dalla sue realta’; questi schemi hanno portato alla bancarotta di molte nazioni invece di aiutarle a prosperare.  Queste sono conseguenze che ricadono indirettamente anche su di noi che ascoltiamo i consigli di persone intelligenti ed istruite, ma che non non si sono prese la briga di verificare ipotesi che risalgono alla teoria mercantilista e al suo peccato originale, quello di sostenere che le nazioni sono la misura esenziale dell’attivita’ economica.

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Rimpiazzare le importazioni

Posted by janejacobs su marzo 30, 2008

Le citta’ Asiatiche primeggiano nel rimpiazzare le importazioni 

Le citta’ che rimpiazzano le importazioni non solo rimpiazzano i prodotti finiti, ma anche un’infinita’ di prodotti intermedi funzionali alla produzione, in particolare rimpiazzano utensili e i macchinari. Il processo di rimpiazzo delle importazione emerge attraverso catene di produzione locali.

Ad esempio, in una citta’ che non producesse marmellate, prima  arriva la lavorazione locale della marmellata di frutta che prima venivano importata da altre citta’, poi arriva la produzione dei vasetti  di vetro e dei coperchi di metallo che prima venivano importati.

Oppure, prima si costruisce un impianto di assemblaggio per la produzione di cuscinetti metallici che prima venivano importati; in seguito, dopo che l’impianto e’ stato costruito, si importano i metalli necessari per la costruzione dei cuscinetti; poi si iniziano a fondere i metalli appropriati all’interno dell’impianto di assemblaggio.

Quando Tokyo inizio’ il business delle biciclette, prima venne il lavoro di manutenzione, poi si iniziarono a produrre alcule parti delle parti delle biciclette piu’ richieste nelle riparazioni, poi si inizio’ la manutenzione di altre parti e  finalmente si arrivo’ all’assemblaggio completo delle biciclette. E non appena Tokyo inizio’ ad esportare biciclette ad altre citta’ Giapponesi, anche in queste citta’ inizio’ il processo di rimpiazzo delle importazioni che aveva avuto luogo precedentemente a Tokyo.

Quando le citta’ esportano prodotti, le esportazioni “nutrono” il lavoro che paga per le importazioni, cioe’ “nutre” il processio di rimpiazzo di importazioni.

Ad esempio, un’impresa che produce posate e pentole in acciaio inossidabile per le esportazioni puo’ iniziare a produrre nello stesso materiale anche sedie e tavoli in acciaio, e quindi puo’ giocare un ruolo importante nel rimpiazzare importazioni di arredamenti in acciaio. Oppure, i lavoratori della fabbrica che croma le posate in acciaio, possono mettersi in proprio, ma questa volta, gli operai possono trsformarsi in imprenditori abbandonando la produzione di posate e dedicandosi alla produzione di sedie e tavoli. Questo e’ un processo ancora migliore perche’ ora ci sono due imprese a nutrire il processo di rimpiazzo delle importazioni.

Il rimpiazzo delle importazioni e’ un processo tipico delle citta’ perche’ la produzione locale di beni che prima venivano imporati non e’ economicamente possibile in piccoli villaggi isolati che non hanno rapporti con i mercati cittadini e che non hanno sufficiente versatilita’ per poter cambiare i metodi di produzione.

Le citta’ possono stimolare questo tipo di versatilita’ grazie al risultato del lavoro di esportatori in parte perche’ hanno gia’ rimpiazzato molte importazioni, in parte attraverso le complesse relazioni simbiotiche che si formano tra i vari produttori. In secondo luogo, i mercati cittadini – dei produttori o dei consumatori – sono piu’ vari e piu’ diversificati. Queste due qualita’ dei mercati cittadini generano una produzione diversificata a costi bassi. Tale diversita’ non sarebbe possibile in insediamenti rurali. Continua…

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