Le cittá sono la ricchezza delle nazioni

Un nuovo modo di vedere l’economia

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L’economia ai tempi di Oliver Twist

Posted by janejacobs su giugno 11, 2008

Oliver Twist in una casa d’accoglienza

Tra la fine del 1830 e l’inizio del 1840 la vita in Inghilterra era molto dura.

C’era forte instabilita’ politica dovuta alle rivolte degli attivisti contrari alla Legge dei cereali, che bandiva le importazioni di grano e cereali dagli altri paesi per proteggere i produttori Inglesi. Poi c’erano le rivolte ed i moti dei Ciartisti, un movimento politico che si batteva per il suffragio universale, per una equa ripartizione dei distretti elettorali, per il voto segreto e per dare uno stipendio ai parlamentari.

Dal punto di vista economico, la Gran Bretagna stava entrando in un forte periodo di recessione, secondo lo storico dell’Universita’ di Oxford Humprhreys.

Dopo la vittoria contro Napoleone ci fu un boom economico, ma le esportazioni furono in breve tempo ostacolate dalla sempre piu’ forte competizione del resto dell’Europa. I lavoratori del settore tessile, e in particolare quelli dei cotonifici, nella parte industriale del Nord dell’Inghilterra e della Scozia erano quelli che se la passavano peggio.

Intere comunita’ dipendevano da una sola industria e questa era una nuova esperienza dovuta all’industrializzazione. Prima di allora, se un’industria adava male, c’erano altri settori che compensavano. Ma dopo l’industrializzazione dell’Inghilterra intere comunita’ si erano dedicate a produrre solo una cosa.

C’era anche un problema di forte incremento demografico, che fece sentire ancora di piu’ il problema della disoccupazione. Il prezzo del ciboera alto per effetto del protezionismo della Corn Law, la legge suiCereali e i salari erano bassi. Per coloro che scivolavano nell’abisso economico, la vita era orribile e portava con se’ disocupazione, fame, freddo, mancanza di casa.

Continua…

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Il collasso dell’Uruguay

Posted by janejacobs su aprile 2, 2008

Mandria di vacche in Uruguay 

Le forze economiche di una citta’ si manifestano e si equilibrano all’interno delle aree metropolitane di cui abbiamo parlato in precendeza. Tali forze non i manifestano con pari forza ed equilibrio nelle regioni distanti. Quando le cinque forze economiche che definiscono una citta’ -mercati, lavoro, tecnologia, trasferimenti e capitale – si separano l’una dall’altra prendendo direzioni diverse,  le citta’ generano economie zoppicanti e bizzarre in ragioni distanti.

Le piu’ grottesche fra queste economie sono le regioni produttrici di beni primari. Queste regioni sono modellate in maniera sproporzionata da citta’ distanti. Le regioni produttrici di beni primari sono spesso povere , e quindi l’azzoppamento delle loro economie e’ spesso attribuito alla loro poverta’. Ma le mancanze di queste regioni vanno ricercate piu’ in profondita’ che nella semplice poverta’. In realta’ sono le mancanze di queste regioni a determinarne la poverta’.

L’Uruguay, ad esempio, era una regione produttrice di beni primari particolarmente ricca per molte generazioni. L’Uruguay fu per molto tempo un grande successo nel campo dell’allevamento di bestiame. Forniva carne, lana e cuoio a molte citta’ in Europa e produceva poco altro oltre a carne, lana e cuoio. Tuttavia, il Paese non mancava di nulla perche’ tutto quello che non produceva lo importava. L’Uruguay non era una citta’ di miseri paesani dominati da latifondisti. La maggior parte della popolazione era immigrata dall’Europa nella seconda meta’ del diciannovesimo secolo. Il Paese fu fondato da agricoltori che lavoravano duramente e con intelligenza su terreni fertili , utilizzando pochi dipendenti perche’ la manodopera era moto cara. A partire dal 1911 l’Uruguay costrui’ quello che probabilmente era lo stato sociale piu’ generoso dell’epoca, piu’ generoso della Scandinavia. In Uruguay non c’erano ricchezza e poverta’ estreme; l’educazione era accessibile a tutti fino all’Universita’; Montevideo, la capitale dell’Uruguay era una citta’ prospera dal punto di vista amministrativo, educativo, culturale ed era anche un centro di distribuzione ed un centro portuale. In Uruguay era facile trovare lavoro, si era ben pagati e si lavorava poco. Coloro che non raggiungevano l’educazione universitaria, potevano trovare lavoro negli uffici governativi, che assumevano piu’ personale di quanto ne avessero bisogno o nei centri di produzione della carne, nelle concerie, nell’edilizia o nei vari settori collegati all’importazione di prodotti importati dall’Europa.

L’Uruguay era definito la “Svizzera del Sud America“, un confronto che evocava le piccole dimensioni della nazione, le sue belle montagne, la sua stabilita’ e la sua democrazia. Naturalmente, tale sentimento patriottico non doveva essere proprio preso alla lettera, ma questo confronto e’ interessante perche’ e’ quanto di piu’ lontano dalla realta’ economica di quello che si possa immaginare. Basta riflettere un attimo su quanto limitata sarebbe stata l’economia Svizzera se gli Svizzeri si fossero limitati ad allevare vacche per esportarle in paesi lontani e avessero trascurato di sviluppare la loro economia in altre direzioni.

Negli anni 40 e 50, l’economia dell’Uruguay era in boom economico e le importazioni arrivavano in maniera sempre crescente. Per la maggior parte le importazioni erano beni di consumo. Fra i beni importati c’erano anche frigoriferi per il refrigeramento delle carni, impianti per il sollevamento delle carcasse delle vacche al’interno delle macellerie, coltelli, turbine, macchine a raggi x, posate e piatti per i ristoranti, carta, telefoni e le migliaia di altri beni che mantengono operativo il sistema di comunicazioni e trasporti, assieme agli ospedali, alle scuole, agli uffici governativi, ai teatri, alle fattorie e agli impianti di macellazione della carne.

Verso il 1953, le cose iniziarono ad andare storte per l’Uruguay. La produzione di carne e di lana nelle aree Europee travolte dalla guerra erano rifiorite. I paesi Europei, e in particolare la Francia volevano proteggere la loro economia dalla competizione, mentre gli allevatori dell’Australia e della Nuova Zelanda,  fra gli altri, cercavano di allrgare i propri mercati di sbocco con successo. Nel frattempo, prodotti sostitutivi della lana iniziavano a fare il loro ingresso sui mercati Europei e Americani.

I lontani mercati di sbocco per la carne, la lana e il cuoio dell’Uruguay, stavano riduendosi pericolosamente. L’Uruguay non poteva piu’ permettersi le importazioni che si era concesso negli anni precedenti. L’Uruguay doveva fare a meno di molti prodotti che fino ad ora aveva importato o doveva ottenere tali prodotti in modi diversi. Per ottenerli l’Uruguay avrebbe potuto sviluppare altri prodotti da esportare o rimpiazzare le importazioni, anziche’ importare praticamente ogni cosa. Dal momento che l’Uruguay non produceva praticamente nulla, era molto piu’ semplice per l’Uruguay spingere su esportazioni alternative che potevano essere richieste in mercati lontani. Il governo dell’Uruguay decise invece di spingere un programma di industrializzazione forzata, basato sulla costruzione di fabbriche che producessero dall’acciaio, ai tessuti, alle scarpe, all’elettronica.

Ne risulto’ un fiasco.

Quando queste fabbriche potevano produrre, i loro prodotti costavano molto di piu’ dei prodotti importati e la gente comprava comprava i prodotti importati perche’ non era poteva permettersi i prodotti domestici. Nel frattempo, la costruzione e la messa in opera delle fabbriche richiedeva ulteriori costose importazioni di macchinari e semilavorati. Il programma del governo dapprima esauri’ le proprie risorse, poi acquisto’ a credito i prodotti necessari per le fabbriche, poi divenne insolvente.

L’Uruguay fece bancarotta.

I governatori dell’Uruguay, non sapendo che il processo di rimpiazzo delle importazioni e’ un processo delle citta’, colloco’ le industrie nei luoghi in cui vi era maggiore disoccupazione. Questa decisione avrebbe decretato il fallimento di questa politica in ogni Paese, ma in un Paese come l’Uruguay, non avrebbe comunque fatto alcuna differenza. Anche se tutte le fabbriche si fossero collocate nei pressi di Montevideo, il progetto non avrebbe funzionato, perche’ la cita; mancava delle competenze, del sistema simbiotico di produttori di beni e servizi, e delle pratiche di improvvisazione e adattamento necessarie a nutrire il processo di rimpiazzo dele importazioni. Montevideo, non avendo mai prodotto quasi nulla, non era in grado di generare quel lavoro versatile di cui aveva disperatamente bisogno.

Il paese non poteva piu’ sopportare la spesa del suo generoso stato sociale, ma ci provo’ ugualmente, e per sostenere lo stato sociale, inizo’ a stampare moneta. L’inflazione schizzo’ a livelli mai visti. E mentre i prezzi e la disoccupazione crearono una forte stagflazione, la poverta’ e la miseria aumentarono, creando forti tensioni politiche, incluse rivolte popolari. Mezzo milione di cittadini, circa un sesto della popolazione,  abbandonarono il paese. Sui cittadini rimasti si instauro’ una brutale dittatura, che porto’ la pace e l’ordine tipiche di un “cimitero economico”.

Nel 1980, il potere di acquisto degli abitanti dell’Uruguay era circa la meta’ del potere d’acquisto che avevano nel 1968, l’anno in cui il Paese tento l’industrializzazione forzata. Nel 1968, il potere di acquisto si era gia’ dimezzato rispetto al 1950.

L’Uruguay di oggi e’ allo sbando e sta cercando di ricostruire un’economia basata sulle esportazioni di beni primari  (cuoio e lana) con salari da miseria. Anche se queste patetiche esportazioni producono miseri proventi, essi non bastano a mantenere il tenore di vita dei lavoratori; un terzo dei guadagni viene mangiato dal pagamento degli interessi sul debito pubblico che il governo e’ riuscito a rinegoziare a piu’ lunghe scadenze e il resto e’ usato per importare gas e petrolio.

L’Uruguay ha sempre avuto un’economia da “Terzo Mondo” anche quando era un paese prospero, perche’ era arretrato e sottosviluppato. L’Uruguay ha semplicemente avuto un periodo di ricchezza, e la differenza tra un’economia arretrata ricca e un’economia arretrata povera non e’ cosi’ grande come si creda. Ricca o povera, una regione che fornisce esclusivamente beni primari subisce una specializzazione eccessiva e un’economia sproporzionata, quindi fragile e insicura, che dipende da mercati di sbocco lontani.

I disastri che sono capitati all’Uruguay non fanno dormire sonni tranquilli ai governanti di regioni ricche di petrolio.

Sarebbe semplice subire la tentazione di addossare agli abitanti e ai governanti dell’Uruguay l’accusa di incompetenza, mancanza di programmare l’economia, superficialita’, pigrizia. Ma in realta’ gli abitanti dell’Uruguay facevano funzionare la loro regione esportatrice di beni primari in maniera efficente ed solidale. Quello che facevano. lo facevano bene. La cosa che non fecero, fu di creare citta’ produttiva, una citta’ che rimpiazzasse le importazioni nei periodi di crescita, e che quindi generasse quella complessa rete economica che genera una area metropolitana e che produce beni per la propria gente, per i propri produttori e per gli altri.

Il motivo per cui queste regioni rimangono povere e’ che producono essenzialmente per altre citta’ e regioni, ma non per se stesse.

Lo sbilancio di quest’economia era particolarmente rilevante per due ragioni. La prima era che i lontani mercati Europei erano selettivi nelle loro importazioni dall’Uruguay. La seconda era che, tutti i mercati in cui l’Uruguay esportava, anche se si trovavano in citta’ e Paesi diversi, volevano tutti lo stesso prodotto, e quindi agivano di fatto come un unico mercato di sbocco. Questa circostanza rendeva i mercati di sbocco dell’Uruguay enormemente potenti nel determinarne la sua ricchezza o la sua poverta’. Continua…

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L’indice della miseria

Posted by janejacobs su marzo 25, 2008

Disoccupazione + Inflazione = Miseria 

Nessuna delle teorie esposte ha trovato una spiegazione soddisfacente al problema dell’inflazione. Invece di spiegare cosa sia e cosa si possa fare per combatterla, tutte le teorie economiche degli ultimi 200 anni hanno negato che la stagflazione possa esistere! I prezzi crescenti di cui parlava Cantillon nel 1730 erano indissolubilmente legati all’aumento dell’attivita’ (diminuzione della disoccupazione). Se si rompe questo legame, l’intera catena di ragionamenti si disintegra. Lo stesso vale per la teoria dei salari; rompete il legame tra prezzi crescenti e bassi tassi di disoccupazione e non vi rimane nulla. Mill prova a spiegare la stagflazione con la teoria del credito; il credito ai produttori, sia che si espanda o che si contragga, non produce stagflazione perche’ mette in modo l’altalena di cui abbiamo parlato: inflazione su, disoccupazione giu’, inflazione giu’ , disoccupazione su. Se si rompe il meccanismo dell’altalena non rimane nulla. Marx, che ha cosi’ poco in comune con Mill e con i monetaristi aveva una cosa in comune: nemmeno lui riusciva a spiegare la stagflazione. In fondo, la sovra-produzione, implica sia disoccupazione che prezzi decrescenti, una tesi che Marx riprendeva continuamente. Ma se si rimuovono le cause della sovra-produzione, tutta la logica Marxista collassa. Insomma, davanti alla stagflazione tutta la teoria economica degli ultimi 200 anni collassa.

Arthut M. Okun, che era un esperto della curva di Phillips e che aveva lavorato come consigliere del presidente Lyndon Johnson, era stato uno dei primi keynesiani a diventare sospettoso della sua dottrina. Dopo che l’emersione della stagflazione negli anni 60, Okun suggeri’ che disoccupazione e stagflazione fossero congiunte in un’unica curva chiamata “il tasso della miseria“.
Okun fece un’analogia fra il suo tasso della miserie ed il tasso di malessere fisico riportato dagli uffici metereologici nei periodi estivi per misurare il malessere causato da elevate temperature ed elevata umidita’. Secondo Okun se l’inflazione era al 10% e la disoccupazione era al 6%, non si guadagnava molto aumentando l’inflazione all’11% e facendo scendere il tasso di disoccupazione al 5%; le due quantita’, sommate nel suo tasso della miseria erano comunque al 16%.

 

Gli economisti non presero sul serio il tasso di malessere di Okun, anche se lo trovarono interessante. Per gli economisti, il tasso della miseria di Okun era come mischiare le mele con le pere, poteva servire a spiegare un malessere politico, ma non serviva a risalire alle radici del problema.Supponiamo tuttavia di portare avanti l’analogia di Okun. Il motivo per cui l’Ufficio Metereologico americano produceva il tasso di malessere (calore + umitida’) serviva a spiegare una condizione.
Allo stesso modo Okun poteva spiegare una condizione in cui si trovava l’economia in quegli anni: prezzi alti + poco lavoro.

Se ci pensiamo un attimo, possiamo concludere che questa condizione non e’ ne’ cosi’ strana, ne’ cosi’ nuova. Al contrario, la miseria e’ la condizione normale in cui si trovano le economie povere e arretrate in tutto il mondo. La condizione sembra strana se si manifesta improvvisamente nelle economie sviluppate.
Spesso non ci rendiamo conto di quanto alti siano i prezzi nei paesi poveri perche’ a noi sembrano prezzi molto bassi. Quando visitai il Portogallo nel 1974, i prezzi al mercato del pesce di Lisbona, del biglietto dell’autobus, di un pranzo al ristorante (non un ristorante per turisti, si intende) mi sembravano prezzi stracciati. Gli oggetti e gli elettrodomestici che una qualsiasi famiglia negli Stati Uniti poteva tranquillamente permettersi ed erano considerati normali, in Portogallo erano appannaggio solo delle classi privilegiate. Qualsiasi lavoro, e non solo lavori ben remunerati, era difficile da trovare per gran parte della popolazione Portoghese e questa situazione non era strana o ciclica. Era la condizione normale per il Portogallo. Questo e’ il motivo per cui molti lavoratori portoghesi sono emigrati per decenni e per generazioni. Insomma, una condizione di prezzi elevati e disoccupazione elevata era normale in Portogallo. Tuttavia, un Portoghese medio che negli anni 70 avesse visitato Madras, avrebbe trovato estremamente convenienti i prezzi di Madras; ma quei prezzi non erano poi cosi’ convenienti per gli Indiani. La condizione di prezzi elevati e alta disoccupazione e’ una condizione ancora piu’ estrema in India che in Portogallo, ma in India non viene considerata strana. Quando Adam Smith osservava alta disoccupazione e prezzi alti in Scozia, Smith si trovava davanti alla stagflazione, una condizione che nella Scozia arretrata e povera di allora era normale. In realta’, la stagflazione non e’ una cosa anormale ne’ senza precedenti in molte parti degli Stati Uniti. Basta brevemente documentarsi sulla vita delle zone dei Monti Appalachi, o del Sud, per realizzare che prezzi alti e scarso lavoro sono stati a lungo una condizione normale in quelle regioni. Solo di recente entrambe queste disgrazie si sono messe a colpire all’unisono la totalita’ degli Stati Uniti. Questa e’ l’unica cosa anormale, che la stagflazione abbia colpito la nazione piu’ potente della terra tutto d’un colpo.C’e’ una differenza tra l’essere malati e l’essere moribondi, cosi’ come c’e’ una differenza tra l’affacciarsi della stagflazione e la stagflazione cronica. Un’economia davvero moribonda ha raggiunto la condizione di stagflazione cronica. Non vi e’ piu’ ritorno. Un’economia in cui i prezzi e la disoccupazione hanno da poco iniziato a crescere contemporaneamente non e’ ancora moribonda.Io non riesco a concepire nessuna spiegazione della stagflazione se non come una normale conseguenza della stagnazione economica, cosi’ come l’arretratezza e la bassa produttivita’ sono conseguenze normali della stagflazione. Se ho ragione, l’emergenza della stagflazione nelle economie sviluppate avra’ conseguenze devastanti. Il problema non e’ solo di contenere la crescita dei prezzi aumentando la disoccupazione o di contenere la disoccupazione facendo salire i prezzi di un po’. La stagflazione e’ una condizione di per se’, la condizione di un profondo declino economico.Recentemente, alcuni monetaristi hanno provato a spiegare i risultati deludenti della lotta alla stagflazione inventando il cosiddetto “tasso di disoccupazione naturale”. Questi monetaristi sostengono che se un’economia matura un elevato tasso di disoccupazione naturale, e se tale tasso viene poi spinto sotto il suo livello naturale, la disoccupazione pu’ restare alta ed allo stesso tempo l’inflazione puo’ restare elevata perche’ si e’ cercato di turbare l’ “equilibrio naturale” della disoccupazione di quella data economia in maniera “non naturale”. Questo tortuoso tentativo di spiegare perche’ l’altalena disoccupazione-inflazione funziona ancora rappresenta un tentativo dei teorici di salvare le proprie teorie.Parlare di difetti strutturali o di tassi di disoccupazione “naturalmente” elevati ci riporta all’esempio del Piano Marshall descritto precedentemente e di come aiuti economici siano stati recepiti in maniera diversa in diverse nazioni e in diverse comunità. Non capiamo come catalizzare lo sviluppo economico in economie arretrate, e non capiamo come prevenire le economie avanzate dallo scivolare nell’arretratezza; due lati dello stesso mistero.Ma una cosa che sappiamo, dato che la Storia ce l’ha stampata davanti alla faccia: non siamo cosi’ sciocchi da pensare che la macro-economia, per come ci e’ stata spiegata sino ad oggi, possa essere di aiuto per capire lo sviluppo economico. Secoli e secoli di teorie sulla domanda che insegue l’offerta e dell’offerta che insegue la domanda non ci hanno praticamente spiegato nulla su come la ricchezza cresca o si riduca. Dobbiamo trovare linee di pensiero piu’ realistiche e produttive. Scegliere fra le scuole di pensiero di economisti esistenti non porta da nessuna parte. 

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