Le cittá sono la ricchezza delle nazioni

Un nuovo modo di vedere l’economia

Posts Tagged ‘Lavoratori’

Lavoratori specializzati internazionali

Posted by janejacobs su luglio 14, 2008

Secondo alcuni accademici, il 70% del capitale delle grandi imprese USA e’ costituito da capitale umano. Saper attrarre e trattenere lavoratori qualificati e’ la principale preoccupazione di molte grandi imprese USA. Il motivo per cui si pone cosi’ tanta attenzione al talento e’ che le economie moderne hanno una componente di conoscenza molto piu grande che in passato; infatti, le tecnologie moderne richiedono lavoratori qualificati. La competizione per il talento ha fatto si’ che i lavoratori qualificati siano piu’ richiesti dei lavoratori non qualificati ed ha portato ad una competizione internazionale per accaparrarsi i migliori lavoratori qualificati.

Quando le multinazionali Occidentali iniziarono ad assumere lavoratori in India o in altri paesi in via di sviluppo, molti ingegneri informatici e altri lavoratori altamente qualificati erano disponibili in India e chiedevano salari molto inferiori a quelli richiesti da persone di simili competenze negli Stati Uniti ed in Europa.

Dal momento che il bisogno di lavoratori qualificati e’ elevatissimo non solo in USA e Europa, ma sempre di piu’ anche in paesi come la Cina e l’India, i salari dei lavoratori qualificati sono aumentati velocemente perche’ anche in quei paesi i lavoratori qualificati, sebbene siano molti di piu’ che in Occidente, cominciano a scarseggiare.

Negli ultimi anni in molti casi il salario di ingegneri informatici e di altri lavoratori specializzati in India e’ salito del 10-15% all’anno. Piu’ e’ facile sostituire un lavoro fra Occidente e Paesi in via di sviluppo, piu’ e’ facile che i salari dei lavoratori specializzati Indiani o Cinesi aumentera’. I lavoratori specializzati Indiani pero’ non sono perfetti sostituti dei lavoratori specializzati Occidentali perche’ resta piu’ semplice addestrare, controllare e comunicare con un lavoratore che lavora nello stesso edificio che con uno che siede a 10,000 chilometri di distanza. Pertanto, i salari dei lavoratori specializzati Indiani non arriveranno mai ad essere uguali a qualli dei lavoratori Occidentali.

Recentemente alcune societa’ di software USA hanno iniziato a chiudere i loro uffici in India perche’ il costo dei dipendenti Indiani e’ aumentato al punto tale da erodere il vantaggio competitivo di operare dall’India.

Un altro fenomeno importante per la competizione del talento e’ l’emigrazione di lavoratori qualificati. I lavoratori con piu’ alto livello di educazione e con maggiori conoscene tecnologiche sono in grado di spostarasi piu’ facilmente in direzione delle citta’ che offrono migliori salari e migliori condizioni di citta’ della stessa nazione e di diverse nazioni.

Naturalmente il movimento di persone qualificate e’ spesso ristretto dai vincoli che generalmente le nazioni piu’ ricche impongono alle nazioni povere. Tuttavia, molti paesi ricchi (Canada, Regno Unito, Australia) hanno reso piu’ facile l’immigrazione a lavoratori qualificati come dottori, professori e altri lavoratori nel mondo dell’alta tecnologia.

Lo spostamento internazionale di molti lavoratori di talento ha anche permesso un aumento della globalizzazione all’interno delle societa’ che li assumono. Nelle societa’ globalizzate capita sempre piu’ spesso che un Francese o un Italiano abbiano un capo Africano, Indiano o Cinese. Infine, la Televisione e Internet hanno omogeneizzato le culture di provenienza molto piu’ di quanto avveniva in passato, rendendo piu’ semplice lavorare insieme a persone provenienti da culture diverse.

La diminuzione del costo dei voli consente a chi lavora all’estero di tornare spesso a casa a rivedere la propria terra d’origine e a visitare la famiglia e i vecchi amici. Inoltre, con l’aumento degli immigrati in una citta’, altri immigrati dello stesso paese di provenienza vorranno provare a sperimentare migliori salari e condizioni di vita e possono aspettarsi di trovare amici di simile provenienza etnica ed esperienze pronti a fornire loro consigli e talvolta aiuti.

Annunci

Posted in tecnologia | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Il tracollo economico dell’Unione Sovietica

Posted by janejacobs su aprile 16, 2008

 

Nel’Unione Sovietica, il redimendo dell’agricoltura era scandalosamente basso. Regioni che avrebbero potuto essere i granai del mondo, non erano nemmeno in grado di nutrire la propria popolazione. Anno dopo anno, l’Unione Sovietica comprava tonnellate di grano dal Canada, un paese dal clima simile a molte aree dell’Unione Sovietica. Di più, l’Unione Sovietica addirittura importava grano dagli Stati Uniti. L’Unione Sovietica non era in grado di produrre abbastanza carne, verdure, frutta, pollame e latte in misura sufficiente per sfamare il proprio popolo. La produzione rurale nell’Unione Sovietica era bassissima e i tentativi di migliorarla avevano richiesto uno sforzo economico sproporzionato rispetto ai risultati ottenuti; l’Unione Sovietica per decenni continuo’ a distruggere circa un quarto dei suoi investimenti annuali in investimenti agricoli. Gli scarsi risultati furono imputati all’inabilita’ di programmare efficientemente l’economia, alla burocrazia corrotta, alle infrastrutture di trasporto carenti, all’indolenza dei lavoratori, al clima, e al fatto che i lavoratori delle fattorie socializzate non guadagnavano e non rischiavano in proprio se la qualità dei loro prodotti era eccellente o pessima e quindi non investivano e non lavoravano duramente. Queste ultime considerazioni sono senz’altro importanti fattori che hanno contribuito al tracollo dell’Unione Sovietica, e cio’ e dimostrato dal fatto che i pochi appezzamenti privati consentiti dall’Unione Sovietica avevano rendimenti molto maggiori di quelli collettivizzati. Ogni economista Sovietico o straniero che abbia studiato le fattorie collettivizzate ha raccontato storie orribili: fertilizzante che non arrivava nella stagione in cui andava applicato ai raccolti; macchine per la distribuzione di fertilizzanti che si rompevano facilmente o che non arrivavano in tempo per la raccolta anche se il fertilizzante era arrivato in tempo; mandrie che aumentavano di numero proprio quando veniva a mancare il cibo per allevarle; lavoratori che venivano assegnati a compiti per cui non era richiesto maggior lavoro, mentre c’erano altre mansioni alla che erano disperatamente richieste; servizi di trasporto inefficienti che lasciavano che i raccolti marcivano prima di arrivare a destinazione; e cosi’ via.

 

Pero’, possiamo guardare a questa orribile situazione anche da un punto di vista leggermente diverso. Supponiamo che le politiche dell’Unione Sovietia fossero state in grado di aumentare notevolmente il rendimento dei raccolti. Con tale miglioramento decine di milioni di lavoratori dei Soviet sarebbero stati automaticamente in esubero. Pertanto, se i tassi di rendimento dei raccolti fosse aumentato notevolmente, un numero immenso di emigranti, specialmente di giovane eta’, si sarebbe riversato sulle citta’. Anche se la produttivita’ fosse aumentata della meta’ di quanto era aumentata negli Stati Uniti in quello stesso periodo, circa 40 milioni di contadini Sovietici si sarebbero ritrovata senza lavoro. Considerando che il numero totale di abitanti dell’Unione Sovietica era di 100 milioni, dove se ne sarebbero potuti andare?

L’Unione Sovietica aveva poche citta’, nessuna di esse in grado di rimpiazzare vigorosamente le importazioni, ne’ tanto meno aveva vigorose aree metropolitane. L’aumento della produttivita’ avrebbe causato un numero troppo elevato di immigrati per le citta’ Russe, relativamente piccole e poco dinamiche dal punto di vista economico.

 Non sto insinuando che le autorita’ Sovietiche abbiano mantenuto i tassi di produttivita’ agricola deliberatamente bassi. Una simile affermazione non avrebbe senso alla luce delle enormi somme di denaro che il Governo Sovietico tento’ di investire per migliorare i rendimenti dei raccolti e la produttivita’ agricola. Dubito che i politici Sovietici capissero meglio dei loro colleghi americani la connesione vitale fra rendimenti dell’agricoltura e produttivita’, tra disponibilita’ di lavori cittadini connessa al ruolo delle citta’ in grado di rimpiazzare le importazioni .

Tuttavia, dal momento che tali connessioni esistono, ne consegue che in ogni nazione dove manchi lavoro nelle citta’, l’agricoltura e le campagne devnono mantenere rendimenti e produttivita’ basse. Non c’e’ alternativa. Questo e’ stato dimostrato sia dagli Stati Uniti, che hanno sviluppato molte grandi citta’ in grado di rimpiazzare le importazioni e un’agricoltura avanzata, sia dall’Unione Sovietica, che in mancanza di citta’ vigorose in grado di rimpiazzare le esportazioni, ha manetnuto un’agricoltura arretrata.

 

Posted in f. Tecnologia e spopolamento | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Da Adam Smith a Karl Marx

Posted by janejacobs su marzo 11, 2008

Molti paesi, tra cui gli Stati Uniti, sono diventati vittime di un fenomeno insidioso chiamato stagflazione, un fenomeno che combina elevata disoccupazione ed elevata inflazione.
Secondo la teoria economica, questo fenomeno non dovrebbe esistere. Ma di fatto esiste e nessuno sa come combattere la stagflazione senza aumentare la disoccupazione da un lato o l’inflazione dall’altro. Il dilemma della stagflazione ha causato enormi problemi nei paesi più’ avanzati. Tali paesi credevano di poter governare l’economia dall’alto con politiche monetarie e fiscali.
Ma la stagflazione ha distrutto due secoli di teorie economiche. I prezzi crescenti non sono un grande problema se i posti di lavoro ed i salari crescono più’ velocemente. Questo “lato benefico” dell’inflazione ha interessato generazioni di economisti che hanno offerto eleganti spiegazioni al fenomeno.

Richard Cantillon, un economista Francese scrisse nel 1730:

“Se il numero di monete in circolazione aumenta grazie ad aumenti della produzione di oro e argento nelle miniere, i proprietari di queste miniere, i minatori, gli operai delle fonderie e dei conii aumenteranno le loro spese in proporzione all’oro e all’argento prodotti in eccesso. Nelle loro case consumeranno più carne, più’ vino o birra di prima, essi si abitueranno ad indossare indumenti più’raffinati, useranno lenzuola e coperte piu’ pregiate, avranno case meglio arredate […]. La domanda di carni, vino, lana ecc. aumenterà’ e i prezzi di questi beni aumenteranno. L’aumento dei prezzi determinerà’ un maggiore impiego della terra da parte dei contadini; gli stessi contadini trarranno maggiore profitto dall’incremento dei prezzi e spenderanno più’ denaro nelle loro famiglie come gli altri.
In virtu’ di tutto questo:
Considero in generale che un incremento della moneta in circolazione in una Nazione generi un corrispondente incremento del consumo di beni che gradualmente porta ad un aumento dei prezzi.”

Per quanto questa spiegazione paia antiquata, e’ anche molto familiare. Cantillon aveva cercato di rispondere alle quattro grandi domande dell’economia:

1) perche’ l’attivita’ economica cresce?

2) perche’ i prezzi salgono?

3) qual’e’ il rapporto tra crescita e prezzi?

4) se esiste un rapporto fra crescita e prezzi, come funziona?

Le risposte di Cantillon portano a quella che oggi chiamiamo teoria di espansione economica dal punto di vista della domanda, il che significa che la domanda di beni e servizi porta alla crescita economica, mentre l’offerta di beni e servizi si adatta alla domanda. Quella che Cantillon teorizzo’ era l’influsso della moneta a procurare un aumento della domanda.
In modo un po’ primitivo, Cantillon fu il primo economista Keynesiano duecento anni prima di Keynes.
Ora, proviamo a riprendere le quattro domande fondamentali dell’economia in senso negativo:
1) perche’ l’attività economica decresce?
2) perché i prezzi scendono?
3) qual’e’ il rapporto tra decrescita economica e decrescita dei prezzi? 
4) in che modo tale rapporto funziona?

 Alcuni pensatori, come Marx, sono partiti proprio da queste domande in negativo; ma ovviamente le quattro domande in positivo dovevano avere la stessa e speculare risposta delle quattro domande in negativo.

In una situazione “normale” il livello dei prezzi e il tasso di disoccupazione sembravano funzionare come un’altalena, i prezzi stavano da una parte e la disoccupazione stava dall’altra. In periodi di espansione economica, come quelli a cui si riferiva Cantillon, i prezzi salivano e la disoccupazione scendeva. Durante i periodi di recessione o depressione, i prezzi tendevano a scendere e la disoccupazione tendeva a salire.
 
 

Prezzi su, disoccupazione giu’; prezzi giu’, disoccupazione su.

Ma la stagflazione non obbedisce a queste regole, perche’ manifesta prezzi crescenti e disoccupazione crescente, rendendo l’immagine dell’altalena assurda. Per descrivere la stagflazione dovremmo immaginare che la tavola dell’altalena si trovi contemporaneamente in due punti diversi.
Ad esempio, negli Stati Uniti la stagflazione inizio’ nel 1968 e in seguito la staglfazione si intensifico’ sia in periodi positivi che in periodi negativi del ciclo economico, rovinando i periodi positivi e rendendo i periodi negativi orribili. In parole povere, durante ogni periodo di prosperita’ ed espansione, i livelli di disoccupazione non scendevano cosi’ in basso come durante la precedente espansione. Cosi’ il livello minimo di disoccupazione strutturale aumentava ad ogni periodo del ciclo. E durante le recensioni, la disoccupazione tendeva ad essere piu’ severa di quella del ciclo precedente.
Durante ogni recessione, i prezzi continuavano a salire invece di scendere o almeno rimanevano uguali. Il tasso di crescita dell’inflazione rallentava. Durante ogni ripresa economica, il tasso di inflazione iniziava a salire prima di quanto aveva fatto nella recessione precedente, e tendeva ad accelerare piu’ rapidamente. Insomma, a partire dalla fine degli anni sessanta gli Stati Uniti hanno prodotto un ciclo economico che non funzionava.
Cosi’, dietro ai movimenti dell’economia, disoccupazione e prezzi aumentavano contemporaneamente. Solo in alcuni anni il tasso di inflazione era superiore al 10 per cento, ma siccome l’inflazione si moltiplica nel tempo, i prezzi tra il 1967 ed il 1983 salirono del 200 per cento e continuarono a salire anche nel 1983 quando la disoccupazione raggiunse il 10 per cento.
L’elevata disoccupazione e i fallimenti societari nel 1982 ricordavano quelli della Grande Depressione degli anni 30. Ma durante la Grande Depressione, mentre saliva la disoccupazione, i prezzi scendevano.

Nella Grande Depressione il meccanismo dell’altalena aveva funzionato. A partire dal 1967 fino ai primi anni 80 c’era un fenomeno nuovo e intrattabile: la stagflazione. Gli Stati Uniti non furono l’unica vittima della stagflazione. La Gran Bretagna ha avuto una stagflazione per un periodo piu’ lungo di quella apparsa negli Stati Uniti. Pochi anni dopo che la stagflazione apparve negli Stati Uniti, apparve anche in Canada, e apparve anche nelle economie Europee. Ma non tutto il mondo era in stagflazione, ad esempio la Svizzera ed il Giappone in quegli anni seguivano ancora le regole espresse da Cantillon. Dietro questo dilemma c’e un terribile vuoto teorico nei volumi di teoria economica, non si trova nessuna teoria economica classica che riconosca la realta’ della stagflazione, va da se’ che non esistono rimedi contro la stagflazione .
La linea di pensiero di Cantillon non fu seguita da Adam Smith, che inizio’ a pubblicare le sue opere quaranta cinque anni dopo Cantillon.

Adam Smith 

Le teorie di Smith erano fondate sull’offerta. Smith attribuiva l’espansione economica all’espansione della produzione e del commercio e vedeva la domanda di beni come una conseguenza dell’espansione dell’offerta. Tuttavia, al contrario di altri economisti che partivano dall’offerta per giustificare la crescita economica, Smith non collego’ il nesso fra aumento dei prezzi e discesa della disoccupazione. Smith non defini’ mai la moneta come un fattore che potesse stimolare o deprimere la produzione. Egli attribui’ l’aumento generale dei prezzi soltanto alla propensita’ dei governi di praticare il signoraggio diluendo le monete preziose con metalli meno preziosi, in particolare quando volevano finanziare guerre; o per diminuire gli aumenti di oro ed argento in circolazione. Smith pensava che questi aumenti “nominali” dei prezzi come poco importanti rispetto ai prezzi “reali” dei beni e dei servizi. I veri prezzi, cosi’ come la vera ricchezza, erano rintracciabili nel lavoro. Smith considerava la ricchezza (incluso il capitale) come prodotto della fatica del produrre. Pertanto il lavoro era il costo di ogni cosa, il vero prezzo, la vera misura che dava il prezzo a cui venivano scambiate le materie prime ed i beni. A onor del vero, Smith disse che il valore monetario del lavoro oscillava in funzione della domanda di lavoro da parte di produttori e di mercanti. Dove il lavoro e’ molto richiesto – disoccupazione bassa – i salari aumentano nonostante i tentativi dei datori di lavoro di tenere i salari bassi. E dove la forza lavoro abbonda – la disoccupazione e’ alta – i salari diminuiscono. Ma Smith faceva fatica a slegare nelle sue teorie queste dinamiche dall’andamento dei prezzi. Smith identificava l’aumento dei prezzi come un fenomeno nazionale. Smith portava ad esempio gli alti salari in Inghilterra e i bassi salari in Scozia, ma siccome i due paesi appartenevano alla stessa nazione, la Gran Bretagna, non si curava del fenomeno, perche’ credeva che alla fine Scozia e Gran Bretagna sarebbero stati soggetti a a prezzi “nazionali”. Insomma, Smith non solo non offri’ nessuna spiegazione sulla connessione fra andamento dei prezzi e livelli di disoccupazione, me nego’ che vi fosse una connessione. Cio’ nonostante, basta tralasciare l’insistenza di Smith nel dire che i salari si misurano a livello nazionale e il suo esempio di aggiustamento dei prezzi a livello locale si presenta come una chiara connessione fra salari e inflazione. Perche’ se e’ vero che tutti i costi derivano dal costo del lavoro, e se e’ anche vero che i salari tendono a salire quando la disoccupazione scende; prima, forte domanda di lavoro; poi, i salari salgono; poi tutti i costi salgono; e alla fine i prezzi salgono. Questo sembra, almeno teoricamente, essere una spiegazione plausibile per i movimenti dell’altalena di cui parlavamo sopra: bassa domanda di lavoro; salari decrescono; costi scendono; e alla fine i prezzi scendono.

La teoria dei salari e’ attraente perche’ e’ semplice e probabilmente e’ per questo che e’ sempre stata molto popolare. Il suo difetto e’ che e’ troppo semplice. Lascia troppi fenomeni inspiegati. Soprattutto, non getta alcuna luce sul perché la domanda di lavoro debba oscillare. Questo e’ il problema centrale, che tuti i seri economisti da Cantillon in avanti, hanno provato a spiegare. La parte mancante e’ cruciale. Se la domanda di lavoro e’ la forza che fa muovere l’altalena, rimaniamo con una forza proveniente dal nulla e che non riusciamo a spiegare.In associazione a questa teoria, vi sono varie spiegazioni sull’inflazione spinta dai costi; i costi salgono, i prezzi salgono, quindi i salari devono salire; quindi i costi devono salire ancora di piu’; quindi i prezzi devono salire ancora; quindi i costi devono salire ancora; ecc. Mentre questa sembra una spiegazione plausibile per spiegare la spirale dell’inflazione, soffre della stessa fatale semplicita’ della teoria dei salari esposta sopra.
John Stuart Mill nel 1884 propose che la forza cruciale per muovere l’altalena fosse l’espansione o la contrazione del credito dalle banche alle aziende.
Mill era un economista che spiegava l’economia dal lato dell’offerta. Le sue idee sul credito completavano quelle di David Ricardo in Inghilterra e di Jean Baptiste Say in Francia, due dei piu’ influenti economisti del primo Novecento. Ricardo e Say pensavano che la produzione guidasse l’espansione economica e che non c’e’ limite pratico alla capacita’ di una nazione di utilizzare il capitale in maniera produttiva. Mill disse che se il capitale in circolazione per le aziende, per i produttori si doveva contrarre, allora la produzione stessa doveva contrarsi, riducendo quindi la domanda i lavoro, il consumo e i prezzi.
Per Mill, la produttivita’ ed il capitale potevano espandersi illimitatamente, a condizione che il credito venisse remunerato con tassi di interesse positivi. Mill, come Cantillon e diversamente da Adam Smith, sottolineava l’effetto stimolante della moneta (nella forma di credito), ma essendo un economista che spiegava l’economia dal lato dell’offerta, percorreva un sentiero diverso da Cantillon.
 Karl Marx

 Karl Marx, i cui scritti erano contemporanei a quelli di Mill, era furioso con Mill, Ricardo e Say per quanto riguardava le loro idee sul credito. Che ciarlatani! Che creature miserabili; che tranelli che disseminavano! Marx spiegava l’economia dal lato della domanda. La domanda che lui identificava come i bisogni della popolazione, era illimitata per definizione. Mill, Ricardo e Say non avevano capito nulla con i loro discorsi sulla crescita illimitata del capitale. Non sono i produttori che hanno bisogno di denaro, ma il popolo dei lavoratori. Cio’ che costringe l’economia e’ a mancanza di denaro nelle tasche dei lavoratori, non dei produttori.Marx sosteneva che dal momento che il profitto proveniva dalla vendita di beni e servizi, i lavoratori che producevano beni ed servizi spesso non potevano permettersi di comprare cio’ che producevano. Questo fenomeno portava inesorabilmente alla sovrapproduzione a cui seguiva il collasso dei prezzi e dell’occupazione.Marx pensava che la discrepanza fra salari e prezzi, creando delle interruzioni della domanda di beni, portava a cicli economici di disoccupazione e di deflazione e doveva anche portare prima o poi al collasso del capitalismo. Al capitalismo sarebbe succeduto il socialismo, che – attraverso l’eliminazione dei profitti – avrebbe rimediato alle inefficienze che causavano le interruzioni della domanda di beni.

Le teorie di Max erano difficili da controbattere perché i profitti non evaporano. Marx diceva che i profitti sono usati per comprare beni di consumo e servizi, in particolare beni di lusso. In parte venivano usati per comprare beni capitali, come i macchinari, le navi mercantili, macchine agricole. I beni capitali, insieme ad i salari, costituivano la domanda aggregata. E allora, come poteva emerger l’interruzione della domanda?Il problema, secondo le spiegazioni di Marx, era largamente un problema di proporzioni: la proporzione delle vendite trattenuta come profitto in rapporto alla proporzione del profitto usata per pagare i salari. Marx riteneva che il capitale finisse inesorabilmente per finire nelle mani di pochi con il passare del tempo, e che il monopolio del capitale permetteva ai capitalisti di trattenere fette piu’ larghe di ricchezza per se stessi, lasciando fette sempre piu’ piccole di ricchezza ai lavoratori. I lavoratori che lavoravano in economie capitaliste, secondo Marx, erano destinati ad impoverirsi sempre di piu’.
I profitti esorbitanti dei capitalisti non venivano usati in maniera produttiva, come Ricardo e Say credevano; infatti, Marx diceva che i profitti dei capitalisti non potevano essere usati produttivamente in virtu’ del fatto che i loro clienti, cioe’ i lavoratori, continuavano ad impoverirsi.Per varie ragioni – creazione di nuove imprese che contrastavano le vecchie, azioni politiche, lotte sindacali, aumenti dei salari dovuti alla crescita economica – il dramma di un irreversibile impoverimento dei lavoratori non si era ancora manifestato nelle economie europee avanzate. Lasciando perdere l’analisi di come un’interruzione della domanda possa accadere e quali siano le sue cause, il pensiero di tale interruzione appare una spiegazione elegante dal punto di vista teorico per il funzionamento della nostra altalena che vede da una parte la disoccupazione e dall’altra l’inflazione. Se e’ vero che un’interruzione della domanda fa abbassare i prezzi e aumenta la disoccupazione allora anche l’opposto deve essere vero (come Cantillon aveva dimostrato). Una domanda amplificata deve abbassare la disoccupazione e spingere i prezzi verso l’alto. Inoltre, se il capitale non utilizzato in maniera produttiva crea un’interruzione della domanda, secondo Marx, le rendite non dovrebbero appartenere ai capitalisti. Le rendite potrebbero essere i risparmi accumulati dai lavoratori stessi. Con queste modifiche del pensiero Marxista, arriviamo alla teoria Keynesiana dell’altalena. Continua…

Posted in a. Il paradiso degli sciocchi | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , | 2 Comments »