Le cittá sono la ricchezza delle nazioni

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Livorno nel XVIII secolo

Posted by janejacobs su agosto 28, 2008

Alla fine del ‘700 Livorno era la seconda citta’ della Toscana. Livorno era famosa nel resto del mondo quanto Firenze. Non a caso costituiva una tappa obbligatoria del Grand Tour che i viaggiatori stranieri facevano in Italia e del suo nome esistevano varie traduzioni: prerogativa riservata solo alle metropoli e alle capitali. Leghorn in inglese, Livourne in francese, Liburna in Spagnolo. Era anche uno dei porti piu’ noti d’Europa e piu’ frequentati del Mediterraneo, il secondo dopo Marsiglia, e il centro piu’ cosmopolita nel quale si potesse abitare. Una babilonia di lingue, di razze, di costumi, di culti, La patria di tutti, perseguitati politici o religiosi, avventurieri, diseredati, profughi, individui senza scrupoli, criminali o ex criminali. Per popolarla e svilupparne il porto che rimpiazzava quello di Pisa, mangiato dal mare, nel 1590, Ferdinando de’Medici aveva infatti emesso una legge che assicurava ai residenti privilegi assai insoliti: esonero dalle tasse, alloggio gratuito e corredato d’un magazzino o d’un negozio ai pescatori e ai marinai con famiglia, annullamento dei debiti inferiori a cinquecento scudi, condono delle condanne penali subite in patria o all’estero purche’ non derivassero da reati connessi all’eresia o alla lesa maesta’ o al conio di falsa moneta. E nel 1593 una seconda legge che estendendo la cuccagna a qualunque forestiero pronto a diventar residente aggiungeva le seguenti concessioni: diritto d’asilo, liberta’ di mestiere e di culto, regime giudiziario conforme agli usi e alle leggi del paese di provenienza, franchigia di tutte le sue merci depositate in dogana, permesso di esportare senza imposte e senza gabelle i prodotti importati da non piu’ di dodici mesi, nonche’ protezione dai pirati per chi viaggiava sulle rotte seguite dalla flotta dei Cavalieri di Santo Stefano cioe’ le rotte del Mediterraneo. Risultato, nel giro di pochi anni Livorno s’era riempita di fiorentini, lucchesi, genovesi, napoletani, pisani, veneziani, siciliani, ebrei fuggiti o espulsi dalla Spagna e dal Portogallo, Nel giro di pochi decenni s’era riempita anche d’inglesi, francesi, tedeschi, svizzeri, olandesi, scandinavi, russi, persiani, greci, armeni, il porto s’era sviluppato piu’ di quel che Ferdinando avesse ardito sperare e da quasi due secoli offriva uno spettacolo unico al mondo; brigantini, fregate polacche, pinchi, sciabecchi, filughe, tartane, velieri d’ogni tipo all’ormeggio. Cosi’ fitti, cosi’ numerosi, che a vele serrate i loro alberi sembravano tronchi d’una foresta senza foglie. Altre navi che a vele spiegate entravano nella rada o ne uscivano portando tonnellate e tonnellate di ricchezza: il vino e l’olio del Chianti, il baccala’ e le aringhe di Terranova, lo stoccafisso della Norvegia, il caviale della Russia, lo zucchero di Cuba, il grano dell’Ucraina, e della Virginia, l’avorio dell’Africa, i tappeti della Persia, l’oppio e le droghe di Costantinopoli, l’incenso e le spezie delle Indie Orientali, E sul molo, lungo le banchine, un brulicar di scaricatori, marinai, mercanti, mezzani, sensali, passeggeri coi tricorni, i turbanti, le parrucche, i burnus, i barracani. Un bailamme di suoni, rumori, litigi, risate, bestemmie urlate in qualsiasi lingua, Un miscuglio di piacevoli odori e soffocandti miasmi, puzzo di pesce e di fango, profumo di frutta e di fiori, Un baccanale di vita.

Coi suoi quarantaquattromila abitanti, cifra che escludeva gli stranieri in transito e i marinai che vivevano a bordo, nel 1773 era fantastica anche la citta’ dentro le mura: fino al millecinquecento un borgo di pescatori e un penitenziario per i fiscalini cioe’ gli schiavi ai remi delle galere. Cinta da un maestoso fosso d’acqua salata, il Fosso Reale e nella zona chiamata Nuova Venezia percorsa dai bei canali con graziosissimi ponti, sembrava un’isola nata per sortilegio in mezzo alla terra ferma. E tutto li’ esprimeva novita’, eccentricita’, benessere. Le case alte perfino sei piani, sempre fornite di sevizi igienici e vegri alle finestre, che insieme alle palazzine ora rosa e ora azzurre bordavano ogni canale proprio come a Venezia. (Unica variazione, il fatto che ne fossero separate da strade dette Scali e chiuse da una spalletta). I magazzini sottostrada che su quei canali si affacciavano lambiti dale acque, i navicelli, cioe’ i barconi che a quei magazzini approdavano per caricare o scaricare la merce e che attraverso rogge connesse al fiume Arno facevan la spola con Pisa e Firenze. La struttura razionale che gli architetti medicei avevano dato al resto del complesso urbano cioe’ le via che parallele o perpendicolari fra loro agevolavano il traffico, e in particolare l’ampia via Ferdinanda (o via Grande) che da Porta Pisa andava dritta al porto. Circa settecento passi di selciato su cui i carri e le carrozze sfrecciavano in due sensi passando dinanzi a edifici fastosi, locande pulite, negozi colmi di ogni bendiddio. Poi la gran piazza al centro, la piazza d’Arme, che impreziosita dalla cattedrale si stendeva per ben trecento-sessanta passi di lunghezza e centodieci di larghezza. I massicci bastioni che cingendo il Fosso Reale si ergevano con immense terrazze dove potevi andare a passeggio e goderti dall’alto la baia col faro, la tonda torre di Matilde, il rosso baluardo dell Fortezza Vecchia, il santuario di Montenero, le squisite ville degli iInglesi e degli olandesi. Nonche’ l’ineguagliabile scenario delle moschee e delle sinagoghe, delle chiese cattoliche e protestanti, copte e greco-ortodosse: simbolo d’una tolleranza e d’una convivenza altrove sconosciute. Non esistevano ghetti a Livorno. Nonostante i quartieri nei quali alcuni etnici mantenevano le loro usanze, il quartiere de’ greci. il quartiere degli ebrei, il quartiere degli armeni, non si indulgeva in pregiudizi razziali o a pratiche discriminatorie. Non si rispettavano neanche le leggi suntuarie, Ricchi e poveri potevano vestirsi di velluto o seta o broccato, portare fiocchi e nastri e cappelli e piume, e insieme al lusso molte altre cose erano permesse. Il gioco d’azzardo , ad esempio. Il libertinaggio, i bordelli. Nelle altre citta’ del Granducato le donne pubbliche venivano arrestate e messe alla gogna come i giocatori, i libertini, gli adulteri. A Livorno invece circolavano e adescavano senza problemi. Lo stesso vicario dell’Inquisizione lo consentiva “in segno di riguardo verso gli stranieri e i marittimi che in questo sito si fermano per qualche giorno o qualche settimana”.

Infine, e sebbene non ci fossero universita’,sebbene la cultura si concentrasse a Pisa, Firenze e Siena,vi fioriva il commercio dei libri. A meta’ del secolo era sorto infatti un circolo di letterati decisi a diffondere le idee dell’Illuminismo, il tipografo Marco Coltellini aveva fondato una casa editrice con lo stampatore Giuseppe Aubert, e in Italia le prima edizioni delle piu’ importanti opere illuministiche si dovevano a oro. Erano stati Coltellini e Aubert a pubblicare nel 1764, Dei delitti e delle pene del Beccaria. E nel 1763 avevano pubblicato le Meditazioni sulla felicita’ di Pietro Verri, nel 1771 le Meditazioni sull’economia politica, due anni dopo il Discorso sull’indole del piacere e del dolore. Nel 1770 s’erano addirittura assunti l’impegno i ristampare integralmente l’Encyclopedie: dai preti giudicata eretica e scandalosa, quindi apparsa solo in Francia e a Pietroburgo. Ne’ e’ tutto. Perche’ nella bottega del Coltellini trovavi anche gli introvabili testi del pensiero libertario: gli opuscoli e i pamphlets che il non meno audace libertario Pietro Molinari stampava a Londra poi faceva spedire a Livorno, Genova, Civitavecchia, Napoli, Messina. La materia di Dio, L’inferno spento, Il paradiso annichilato, Il purgatorio fischiato, I santi banditi dal Cielo, Spaccio de la Bestia Triofante: roba da togliere il sonno allo stesso Satana. Non a caso nel 1765 quand’era venuto da Londra con la scusa di recarsi a Venezia e comprarvi uno stock di perle orientali, in realta’ per portare varie casse di quei testi, Mazzei l’aveva vista brutta. Accusato dal Sant’Uffizio di contrabbandare volumi perniciosi cioe’ contrari alla religione e al buon costume, smerciarli in quantità’ tali da impestarne l’intero paese, era dovuto fuggire a Napoli e restarvi tre mesi. Quanto a Marco Coltellini e a Giuseppe Aubert, Pietro Molinari, avevan corso il rischio di beccarsi il carcere a vita. Pero’ bando alle chimere: la stragrande maggioranza dei quarantaquattromila abitanti che la citta’ contava nel 1773 non assomigliava per nulla a certi personaggi. Di libri la gente ne comprava pochi, di raffinatezze intellettuali ne ostentava pochissime, e per sapere quale fosse la nomea che Livorno aveva in quegli anni basta leggere il giudizio che ne da’ Pietro Leopoldo nelle sue Relazioni sul governo della Toscana. Ecco qua, appena riveduto e corretto per rendere piu’ comprensibile il suo Italiano non eccellente: “I forestieri non ci stanno che per interesse personale, senza alcun attaccamento al paese, e non hanno altra veduta che di var molti quattrini in forma lecita o illecita e poterli spendere in lusso o capricci o stabilirsi altrove con i guadagni, Regna fra di loro la discordia, la malignita;, lo spirito di partito e ogni sistema e’ buono pur di fare i quattrini presto: scritture false, conti simulati o alterati, lettere e calunnie per screditarsi reciprocamente… I procuratori, gli scritturali eccetera ne imitano l’esempio. I preti sono ignoranti, il popolo e’ ignorantissimo, punto religioso, superstizioso, fanatico, rissoso, dedito ai ferimenti, al furto, al gioco, al libertinaggio e ha bisogno d’esser tenuto con grandissimo rigore”.

Da: Un cappello pieno di ciliege

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Tangeri sara’ il piu’ grande porto del Mediterraneo

Posted by janejacobs su luglio 13, 2008

Vecchia Tangeri

Lo stretto di Gibilterra e’ largo solo 14 chilometri. Nella sua parte meridionale si trova il porto di Tangeri in Marocco dove c’e un vasto lavoro di costruzione. Il nuovo porto Tanger Med ha aperto lo scorso Luglio il suo primo molo polifunzionale. E’ in grado di accogliere 3.5 milioni di container all’anno ed e’ gia’ grande quanto il piu’ grande porto del Regno Unito (Felixstowe).

Un secondo terminale aprira’ quest’estate e nel giro di sette anni il porto di Tangeri avra’ una capacita’ di 8.5 milioni di container all’anno. Sara’ il piu’ grande porto del Mediterraneo solo di poco inferiore al piu’ grande porto Europeo di Rotteram (anche se sara’ solo circa un terzo dei grandi porti asiatici di Singapore e Hong Kong).

Simili porti stanno per esere ultimati in Algeria, Egitto, Malta ed Tunisia. Il costo della costruzione del nuovo  porto di Tangeri e’ di cierca 3.5 miliardi di euro. I container che arriveranno a Tangeri saranno spezzettati e consegnati in parti piu’ piccole negli altri porti del mediterraneo.

Si impianteranno fabbriche in zone esentasse che si costruiranno attorno ai moli, si invieranno i componenti da varie parti del mondo che si comporranno a Tangeri per servire i mercati del Mediterraneo. Grazie ai soldi del petrolio provenienti da Dubai e dai paesi del Golfo, ma anche ad investimenti Europei ed Indiani, la costa meridionale del Mediterraneo e’ seconda solo alla Cina per ammontare di investimenti ricevuti negli ultimi anni.

Le grandi compagnie navali come la Maersk e DP World hanno gia’ installato a Tangeri grandi terminali. La Renault ha gia’ iniziato a costruire una grande fabbrica e forse un giorno non troppo lontano sara’ seguita dalla Fiat o addirittura dagli operatori di call center che sfrutteranno la buona conoscenza della lingua Italiana da parte di molti marocchini lasciando a casa i precari Italiani dei call center. Intanto i porti Italiani come Genova continuano a decadere, soffocati dall’imbecillita’ della classe politica.

Non e’ detto che tutti questi nuovi porti del Nord Africa si svilupperanno e prospereranno all’infinito. Se non riusciranno ad importare competenze e a sviluppare una classe di piccoli e medi imprenditori, saranno cattedrali nel deserto come Gioia Tauro  il porto calabrese che si distingue quasi esclusivamente per essere il serbatoio di traffico di cocaina della ‘Ndrangheta.

Il video sul nuovo porto di Tagneri e’ qui sotto:

Continua…

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Genova: l’umiliazione della “Superba”

Posted by janejacobs su aprile 29, 2008

Un’ orribile sopraelevata taglia il centro della citta’ di Genova dal suo porto

Per ottocento anni, Genova e’ stata la più grande città marittima d’Europa, Genova e’ stata una repubblica indipendente, prospera, fiera. La sua potenza era tale che la città veniva definita “la Superba”.

Ma dov’e’ oggi la traccia di tale superbia? Oggi Genova e’ ridotta in cenere, e’ vecchia, fragile, isterica, spaventata da ogni cambiamento, incapace di proiettarsi verso il futuro, schiacciata fra la rabbia dei suoi
camalli precari, fra un’amministrazione portuale corrotta, e fra i famelici appetiti delle lobbies politiche che ormai si scannano per le carcasse di ciò che e’ rimasto di Genova. In questa immobile confusione, l’unica
organizzazione che ne beneficia e’ la criminalità organizzata.

Il fulcro della grandezza di Genova e’ sempre stato il suo porto. Fino a che Genova ha mantenuto un porto attivo e vigoroso, fino a che e’ stata lasciata libera di commerciare, i Genovesi sono stati in grado di mantenere un primato commerciale, nonostante il periodico avvicendamento di potenti stati nazionali. In tali avvicendamenti, Genova non solo riusciva a mantenere il suo primato di potenza marittima e commerciale, ma grazie alla sua politica di neutralità’, approfittava delle guerre fra le grandi nazioni Europee
accrescendo il suo potere. Fino alla fine del settecento Genova era l’equivalente di quello che oggi sono il miglio d’oro di Londra, la Svizzera, e il porto di Rotterdam. Genova era tutte queste cose in una.

Il simbolo di Genova: la croce di San Giorgio

Nel Medioevo, i Genovesi erano i padroni del Mediterraneo e del Mar Nero. Genova controllava le rotte commerciali che la collegavano a Marsiglia, Barcellona alle Fiandre all’Inghilterra, alla Turchia e alla Russia. Quello che oggi e’ il Mar Nero era chiamato il mare dei Genovesi. Durante la prima crociata, la croce di San Giorgio, simbolo di Genova, fu usata dai crociati Inglesi in viaggio per Gerusalemme. Gli Inglesi dovettero pagare per il privilegio di usare la protezione dei Genovesi. Agli Inglesi la croce di San Giorgio dovette piacere, visto che finirono per usarla come bandiera nazionale.

Espansione di Genova.png

L’espansione di Genova, metropoli del mare

Genova era libera e prospera. I ricchi ed i governanti erano caritatevoli con i poveri poveri. Genova possedeva una organizzazione ospedaliera e assistenziale che non aveva confronti in Europa ed uno stato sociale in
grado di assicurare anche ai più poveri un tenore di vita sicuro. Nessun Genovese, finché la città rimase indipendente, soffri’ mai la fame, una bestia nera, che ripetutamente colpiva i poveri di tutta Europa, m non i
poveri di Genova.

Fino al settecento, i banchieri Genovesi erano in grado di influenzare le campagne militari di Spagna, di Francia e degli Asburgo. Le famiglie di banchieri dei Centurione e degli Spinola, dei Grimaldi rimpiazzarono i
Fugger e si impossessarono dell’oro proveniente dalle Americhe. I palazzi di Genova erano presi a modello dal grande pittore Rubens come sfondo dei suoi capolavori commissionati dai piu’ grandi sovrani Europei.

Il declino di Genova inizio’ con l’invasione da parte di Napoleone. Quel farabutto e’ generalmente ritratto dai nostri libri di storia come il portatore degli ideali di democrazia della Rivoluzione Francese. A Genova
invece, Napoleone porto’ solo saccheggio e fame, comportandosi piu’ come un dittatore che come un liberatore. I Genovesi la democrazia ce l’avevano già, se l’erano costruita da se’ era fatta apposta per loro, su misura. Napoleone defini’ Genova una “turgida vacca da mungere” e si premuro’ di mungere tutto il suo latte. Napoleone rubo’ a Genova tutte le sue riserve auree, le piu’ grandi riserve auree di ogni citta’ Europea e
utilizzo’ l’oro di Genova per finanziare i suoi famelici eserciti che distrussero mezza Europa.

Con la sconfitta di Napoleone del 1815, Genova fu tradita dai vincitori Inglesi i quali anziché riconsegnarle l’indipendenza dovutale dai trattati internazionali, preferirono impossessarsi delle sue rotte marittime e darla in pasto ai rozzi Savoia, una mediocre casata di agricoltori, che non avevano niente a che fare la grandezza della repubblica Genovese. Incapaci di sfruttare le qualità’ commerciali dei Genovesi, i Piemontesi preferirono imporre dazi protezionistici per favorire la loro agricoltura a vantaggio dei propri proprietari terrieri.

L’odio dei Genovesi contro i Piemontesi non fu mai sopito ed esplose nella Rivoluzione die Genova del 1849, repressa con violenza dal generale La Marmora che bombardo’ la città uccidendo rivoluzionari e civili. Anche
questo non e’ evidenziato nei nostri libri di storia, ma si sa, la storia la scrivono i vincitori.

Dopo l’unificazione Italiana, Genova vide fasi alterne di sviluppo, ma il suo sviluppo era lento, stentato, diretto da forze esterne. Il porto non riusci’ mai a decollare, ne’ tanto meno a raggiungere il primato del suo
passato glorioso.

Il Porto di Genova era diventato il punto di partenza per i poveri Italiani verso il sogno Americano, verso l’Argentina, il Brasile, l’Uruguay, gli Stati Uniti.

Gli Italiani impiantarono a Genova l’industria pesante, credendo che per sviluppare una regione ormai in decadenza, bastasse qualche impresa siderurgica e qualche cantiere navale. Ma l’industria pesante conobbe
sporadici momenti di successo a Genova, principalmente nei periodi bellici.

Finite le guerre, la riconversione era sempre difficile, problematica. Lo stato Italiano dovette salvare dal fallimento prima l’Ansaldo e poi le fabbriche di armi Genovesi che entrarono a far parte della Finmeccanica. Lo sviluppo di Genova era quindi diretto dal governo di Roma.

Gli impianti industriali dell’industria di Stato rese i Genovesi dipendenti dagli aiuti pubblici. Genova dipendeva dalla carita’ di Roma ed il suo porto languiva, non riusciva piu’ ad esprimere le sue potenzialita’. Arrancava sempre in ritardo in termini di crescita infrastrutturale, e quindi di lavoro e crescita economica.

La fase di industrializzazione del paese durante il boom economico degli anni 50 e 60, non miglioro’ le condizioni di vita dei suoi lavoratori portuali, i suoi camalli. Gli armatori ed i direttori del Porto di Genova non erano piu’ ormai all’avanguardia e cercavano di aumentare i loro profitti a scapito dei salari e della sicurezza dei camalli. Genova vedeva i suoi traffici affievolirsi sempre piu’ in favore di altri porti come Marsiglia, il Pireo, ma soprattutto Rotterdam ed Amburgo.

Negli anni ‘70 e ‘80 i camalli, fecero esplodere la loro rabbia, ma le lotte sindacali non portarono il porto di Genova ad espandersi. I camalli si illusero di poter migliorare le proprie condizioni di lavoro impossessandosi della gestione portuale, ma non avevano ne’ le capacita’ imprenditoriali per
stare al passo con gli altri porti d’Europa, ne’ i capitali necessari ad avviare tale sviluppo.

Intanto l’Italia, sotto spinta della Fiat, aveva sviluppato una fitta rete di autostrade che faceva concorrenza al movimento merci del porto, perche’ le autostrade erano collegate ai valichi Alpini da cui transitavano le merci provenienti dai porti del Nord Europa. Le merci oggi attraversano la Germania, la Svizzera e l’Austria, arricchendo i concessionari delle strade ed i camionisti Lombardi, Veneti e del centro Europa. Questo non danneggia solo i Genovesi, ma tutto il tradizionale bacino di utenza del porto di Genova: Torino, Milano, Ginevra, Parma e tutte le citta’ vicine. Questo sistema di trasporti non solo e’ piu’ costoso per i consumatori di queste citta’, ma e’ anche piu’ dannoso per danneggia l’ambiente.

I camalli non solo non seppero sviluppare il porto, ma negli ultimi 30 anni non seppero nemmeno fornire ai loro lavoratori condizioni minime di sicurezza. I recenti morti sul lavoro nel porto hanno tristemente portato alla ribalta il fallimento delle lotte dei camalli.

Recentemente il Presidente del Porto di Genova e’ stato arrestato per un giro di tangenti che coinvolge politici, armatori e camalli. Il piano di rilancio del Porto ideato da Renzo Piano, uno dei piu’ illustri Genovesi
viventi, langue nel cassetto e forse non vedra’ la luce per altre generazioni.

I Genovesi sono non riescono a creare ricchezza dal loro porto in maniera minimamente comparabile a quanto avevano fatto i loro avi. La citta’ e’ pervasa da distruttivi odi faziosi che sono sfociati nei recenti episodi di violenza del G8.

Genova e’ incapace di venire a capo della sua vocazione marittima, la sua classe dirigente e’ mediocre e corrotta stupidita’ della sua classe dirigente. I Genovesi preferiscono attaccarsi a quel poco che hanno,
impauriti di guardare al mare, rinnegando cosi’ la loro storia, la loro vocazione, il loro orgoglio passato.

Rotterdam, Anversa, Marsiglia, Barcellona e Valencia, un tempo colonie di Genova, ora hanno porti piu’ efficienti, moderni e prosperi. Il trasporto di merci da regioni lontane su gomma o su rotaia, crea piu’
inquinamento di quanto non ne creerebbe se le merci all’Italia centro settentrionale e alle regioni Alpine di Francia e Svizzera arrivassero invece direttamente da Genova.

Il porto di Rotterdam

La popolazione locale fa referendum contro qualsiasi cosa, non ha fiducia nel progresso, non innova, lascia che i camalli blocchino ancora il porto una settimana si’ e una no, anche se quando muoiono gli operai sul posto di lavoro, la societa’ gestita da loro e’ la prima a trascurare le norme di sicurezza.

Chi ci guadagna da questa decadenza del porto? Non i Genovesi, che ormai guardano al porto con orrore, con l’eccezione del porto vecchio restaurato recentemente da Renzo Piano, ma che non e’ piu’ un porto, ma un centro commerciale. Non i camalli, che lavorano in una situazione molto piu’ precaria dei loro genitori negli anni ‘70 e ‘80. Posso ipotizzare che la criminalita’ organizzata abbia molta convenienza a lasciare le cose come sono. La Mafia prospera nell’infefficienza e nella corruzione. Tra un molo bloccato ed un terminale in subbuglio, il porto di Genova potrebbe essere ideale per far arrivare entrare la droga nel cuore d’Europa.

Continua…

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