Le cittá sono la ricchezza delle nazioni

Un nuovo modo di vedere l’economia

Posts Tagged ‘Stagflazione’

Nuova Babilonia

Posted by janejacobs su Mag 16, 2008

Burj Dubai

A Dubai si sta costruendo il Burj Dubai il grattacielo piu’ alto del mondo, alto piu’ di 660 metri, piu’ alto di 200 metri del grattacielo di Taipei con tanto di albergo di 40,000 mq. firmato firmato da Giorgio Armani. Siamo davanti ad una nuova torre di Babele o ad un nuovo World Trade Center?

La maggior parte delle citta’ di successo si guadagnano fama e ricchezza grazie al rimpiazzo delle importazioni. Le citta’ del Golfo Persico si stanno guadagnando fama e ricchezza grazie alla geologia. Piu’ India e Cina lavorano duramente, piu’ il prezzo del petrolio sale.

Le citta’ del Golfo Persico risplendono grazie al petrolio. Il prezzo del petrolio era a 9 dollari al barile a meta’ degli anni novanta, e poco prima dell’11 Settembre 2001 era al disotto dei trenta dollari al barile.

In quegli anni l’Arabia Saudita stava affrontando l’insorgere di Al Qaeda. Gli immigrati in Arabia Saudita, anche se vivevano una vita di lusso, avevano residenze blindate da alte cinta e avevano carri armati parcheggiati fuori dalle cinta. Ora, con il prezzo del petrolio ai massimi storici, e’ tornata la fiducia nel futuro. La ribellione in Arabia e’ stata sedata e le citta’ del Golfo Persico sono ora l’individa di tutti.

E’ possibile che solo del bene nasca da tanta ricchezza? Non proprio. Negli anni ’70 i petroldollari del Golfo Persico si rivelarono un disastro per le citta’ dell’America Latina, perche’ i petroldollari, riciclati attraverso le banche Occidentali, causarono una crisi del debito pubblico di quelle nazioni. Anche i Paesi del Golfo subirono gli effetti della stagflazione che aveva colpito i paesi Occidentali causando una caduta del prezzo del petrolio che duro’ per 20 anni. Gli Arabi costruirono progetti assurdi e costosissimi che arricchirono pochissimi sceicchi, molti di loro trafficanti d’armi. A quei tempi i petrolieri Arabi distorsero l’economia al punto tale da creare campi di grano nel deserto.

Ce la faranno le citta’ del Golfo Persico a gestire meglio questa improvvisa ed immensa ricchezza? Per quanto possa sembrare assurdo, non e’ facile gestire quest’enorme quantita’ di denaro. Le piccole economie cittadine di Dubai, Abu Dhabi e degli altri emirati non riescono a spendere e ad investire tutti questi fantastilioni di dollari e quindi questa enorme quantita’ di denaro contante si e’ andata ad aggiungere agli eccessi finanziari di questi anni. Alcuni economisti vedono molte analogie con gli anni ’70. I petroldollari del Golfo Persico questa volta non sono stati riciclati nei titoli di stato dei paesi dell’America Latina, ma negli sprovveduti compratori di case Americani (incoraggiati dalle banche Occidentali) che hanno acceso mutui sapendo che non potevano permetterseli. Il Golfo Persico sta facendo del suo meglio per spendere quest’enorme quantita’ di denaro. Sulle coste del Golgo fioriscono isole artificiali dove e’ possibile soddisfare ogni piacere e ogni lusso, anche il piu’ sfrenato.

Isola artificiale di Dubai
L’Arabia Saudita ha intenzione di costruire ben sette megalopoli sul deserto con lo scopo di creare nuovi posti di lavoro per le sue numerose e “vivaci” masse di giovani disoccupati. Ci sono molte tracce degli sprechi fatti negli anni ’70. Ma questa volta, sono le societa’ private ad investire piu’ dei governi, con una maggiore attenzione ai bisogni dei clienti, piuttosto che alle manie di grandezza di principi ed emiri.

Tommy Lee e Pamela Anderson frequentano spesso Dubai

Innondati di capitale, i paesi del Golfo hanno bisogno di forza lavoro. Negli Emirati Arabi Uniti, ad esempio, la forza lavoro e’ costituita per il 90% da stranieri. Molti dei progetti faraonici delle citta’ del Golfo sono costruiti da Indiani, Bangladeshesi, Cinesi e Filippini. Tali progetti non avranno buoni rendimenti economici, ma almeno aiutano a diffondere la ricchezza.

Dov’e’ il sindacato?

Tuttavia, il denaro nel Golfo Persico potrebbe essere speso meglio se i governi evitassero di sperperarlo in progetti faraonici. Il governo Saudita e’ ancora innamorato di progetti grandiosi e troppo lento per far funzionare i progetti piu’ utili. La giustizia Saudita e’ tra le piu’ lente al mondo.

Per ora i governi del Golfo si comprano la pace sociale distribuento sussidi di ogni genere alle popolazioni, come case popolari, cure mediche, alti gli stipenti ai lavoratori pubblici e forzature alle imprese private ad assumere manodopera locale in nome della patria (Saudiga o Omanita che sia). Troppi abitanti delle citta’ del golfo ricevono generosi salari per fare lavori senza senso o hanno lavoro solo grazie al loro passaporto (Saudita o Omanita che sia). Essi credono che il lavoro sia un diritto acquisito dalla nascita e non hanno ne’ voglia ne’ incentivi per acquisire competenze tecniche o professionalita’.

Quando Saddam Hussein mando’ i suoi carri armati in Kuwait fu festeggiato dai molti Arabi che non avevano vinto la lotteria della geologia o che non avevano beneficiato dei petroldollari degli sceicchi e che quindi covavano un profondo astio verso i ricchi Arabi. Oggi Saddam non c’e’ piu’, ma i Paesi del Golfo sono minacciati dalla caotica politica in Iraq e dalla rivalita’ tra America e Iran per influenzare la regione. Vista la forte intabilita’ politica, gli sceicchi non possono pretendere di stare per sempre al sicuro. Magari potrebbero pensare di investire meno in progetti faraonici e piu’ in tecniche per fornire le loro citta’ della capacita’ di rimpiazzare le importazioni. Altrimenti, se e quando il prezzo del petrolio crollera’ o se e quando il petrolio si esaurira’ avremo altri 11 Settembre. Continua…

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Il collasso dell’Uruguay

Posted by janejacobs su aprile 2, 2008

Mandria di vacche in Uruguay 

Le forze economiche di una citta’ si manifestano e si equilibrano all’interno delle aree metropolitane di cui abbiamo parlato in precendeza. Tali forze non i manifestano con pari forza ed equilibrio nelle regioni distanti. Quando le cinque forze economiche che definiscono una citta’ -mercati, lavoro, tecnologia, trasferimenti e capitale – si separano l’una dall’altra prendendo direzioni diverse,  le citta’ generano economie zoppicanti e bizzarre in ragioni distanti.

Le piu’ grottesche fra queste economie sono le regioni produttrici di beni primari. Queste regioni sono modellate in maniera sproporzionata da citta’ distanti. Le regioni produttrici di beni primari sono spesso povere , e quindi l’azzoppamento delle loro economie e’ spesso attribuito alla loro poverta’. Ma le mancanze di queste regioni vanno ricercate piu’ in profondita’ che nella semplice poverta’. In realta’ sono le mancanze di queste regioni a determinarne la poverta’.

L’Uruguay, ad esempio, era una regione produttrice di beni primari particolarmente ricca per molte generazioni. L’Uruguay fu per molto tempo un grande successo nel campo dell’allevamento di bestiame. Forniva carne, lana e cuoio a molte citta’ in Europa e produceva poco altro oltre a carne, lana e cuoio. Tuttavia, il Paese non mancava di nulla perche’ tutto quello che non produceva lo importava. L’Uruguay non era una citta’ di miseri paesani dominati da latifondisti. La maggior parte della popolazione era immigrata dall’Europa nella seconda meta’ del diciannovesimo secolo. Il Paese fu fondato da agricoltori che lavoravano duramente e con intelligenza su terreni fertili , utilizzando pochi dipendenti perche’ la manodopera era moto cara. A partire dal 1911 l’Uruguay costrui’ quello che probabilmente era lo stato sociale piu’ generoso dell’epoca, piu’ generoso della Scandinavia. In Uruguay non c’erano ricchezza e poverta’ estreme; l’educazione era accessibile a tutti fino all’Universita’; Montevideo, la capitale dell’Uruguay era una citta’ prospera dal punto di vista amministrativo, educativo, culturale ed era anche un centro di distribuzione ed un centro portuale. In Uruguay era facile trovare lavoro, si era ben pagati e si lavorava poco. Coloro che non raggiungevano l’educazione universitaria, potevano trovare lavoro negli uffici governativi, che assumevano piu’ personale di quanto ne avessero bisogno o nei centri di produzione della carne, nelle concerie, nell’edilizia o nei vari settori collegati all’importazione di prodotti importati dall’Europa.

L’Uruguay era definito la “Svizzera del Sud America“, un confronto che evocava le piccole dimensioni della nazione, le sue belle montagne, la sua stabilita’ e la sua democrazia. Naturalmente, tale sentimento patriottico non doveva essere proprio preso alla lettera, ma questo confronto e’ interessante perche’ e’ quanto di piu’ lontano dalla realta’ economica di quello che si possa immaginare. Basta riflettere un attimo su quanto limitata sarebbe stata l’economia Svizzera se gli Svizzeri si fossero limitati ad allevare vacche per esportarle in paesi lontani e avessero trascurato di sviluppare la loro economia in altre direzioni.

Negli anni 40 e 50, l’economia dell’Uruguay era in boom economico e le importazioni arrivavano in maniera sempre crescente. Per la maggior parte le importazioni erano beni di consumo. Fra i beni importati c’erano anche frigoriferi per il refrigeramento delle carni, impianti per il sollevamento delle carcasse delle vacche al’interno delle macellerie, coltelli, turbine, macchine a raggi x, posate e piatti per i ristoranti, carta, telefoni e le migliaia di altri beni che mantengono operativo il sistema di comunicazioni e trasporti, assieme agli ospedali, alle scuole, agli uffici governativi, ai teatri, alle fattorie e agli impianti di macellazione della carne.

Verso il 1953, le cose iniziarono ad andare storte per l’Uruguay. La produzione di carne e di lana nelle aree Europee travolte dalla guerra erano rifiorite. I paesi Europei, e in particolare la Francia volevano proteggere la loro economia dalla competizione, mentre gli allevatori dell’Australia e della Nuova Zelanda,  fra gli altri, cercavano di allrgare i propri mercati di sbocco con successo. Nel frattempo, prodotti sostitutivi della lana iniziavano a fare il loro ingresso sui mercati Europei e Americani.

I lontani mercati di sbocco per la carne, la lana e il cuoio dell’Uruguay, stavano riduendosi pericolosamente. L’Uruguay non poteva piu’ permettersi le importazioni che si era concesso negli anni precedenti. L’Uruguay doveva fare a meno di molti prodotti che fino ad ora aveva importato o doveva ottenere tali prodotti in modi diversi. Per ottenerli l’Uruguay avrebbe potuto sviluppare altri prodotti da esportare o rimpiazzare le importazioni, anziche’ importare praticamente ogni cosa. Dal momento che l’Uruguay non produceva praticamente nulla, era molto piu’ semplice per l’Uruguay spingere su esportazioni alternative che potevano essere richieste in mercati lontani. Il governo dell’Uruguay decise invece di spingere un programma di industrializzazione forzata, basato sulla costruzione di fabbriche che producessero dall’acciaio, ai tessuti, alle scarpe, all’elettronica.

Ne risulto’ un fiasco.

Quando queste fabbriche potevano produrre, i loro prodotti costavano molto di piu’ dei prodotti importati e la gente comprava comprava i prodotti importati perche’ non era poteva permettersi i prodotti domestici. Nel frattempo, la costruzione e la messa in opera delle fabbriche richiedeva ulteriori costose importazioni di macchinari e semilavorati. Il programma del governo dapprima esauri’ le proprie risorse, poi acquisto’ a credito i prodotti necessari per le fabbriche, poi divenne insolvente.

L’Uruguay fece bancarotta.

I governatori dell’Uruguay, non sapendo che il processo di rimpiazzo delle importazioni e’ un processo delle citta’, colloco’ le industrie nei luoghi in cui vi era maggiore disoccupazione. Questa decisione avrebbe decretato il fallimento di questa politica in ogni Paese, ma in un Paese come l’Uruguay, non avrebbe comunque fatto alcuna differenza. Anche se tutte le fabbriche si fossero collocate nei pressi di Montevideo, il progetto non avrebbe funzionato, perche’ la cita; mancava delle competenze, del sistema simbiotico di produttori di beni e servizi, e delle pratiche di improvvisazione e adattamento necessarie a nutrire il processo di rimpiazzo dele importazioni. Montevideo, non avendo mai prodotto quasi nulla, non era in grado di generare quel lavoro versatile di cui aveva disperatamente bisogno.

Il paese non poteva piu’ sopportare la spesa del suo generoso stato sociale, ma ci provo’ ugualmente, e per sostenere lo stato sociale, inizo’ a stampare moneta. L’inflazione schizzo’ a livelli mai visti. E mentre i prezzi e la disoccupazione crearono una forte stagflazione, la poverta’ e la miseria aumentarono, creando forti tensioni politiche, incluse rivolte popolari. Mezzo milione di cittadini, circa un sesto della popolazione,  abbandonarono il paese. Sui cittadini rimasti si instauro’ una brutale dittatura, che porto’ la pace e l’ordine tipiche di un “cimitero economico”.

Nel 1980, il potere di acquisto degli abitanti dell’Uruguay era circa la meta’ del potere d’acquisto che avevano nel 1968, l’anno in cui il Paese tento l’industrializzazione forzata. Nel 1968, il potere di acquisto si era gia’ dimezzato rispetto al 1950.

L’Uruguay di oggi e’ allo sbando e sta cercando di ricostruire un’economia basata sulle esportazioni di beni primari  (cuoio e lana) con salari da miseria. Anche se queste patetiche esportazioni producono miseri proventi, essi non bastano a mantenere il tenore di vita dei lavoratori; un terzo dei guadagni viene mangiato dal pagamento degli interessi sul debito pubblico che il governo e’ riuscito a rinegoziare a piu’ lunghe scadenze e il resto e’ usato per importare gas e petrolio.

L’Uruguay ha sempre avuto un’economia da “Terzo Mondo” anche quando era un paese prospero, perche’ era arretrato e sottosviluppato. L’Uruguay ha semplicemente avuto un periodo di ricchezza, e la differenza tra un’economia arretrata ricca e un’economia arretrata povera non e’ cosi’ grande come si creda. Ricca o povera, una regione che fornisce esclusivamente beni primari subisce una specializzazione eccessiva e un’economia sproporzionata, quindi fragile e insicura, che dipende da mercati di sbocco lontani.

I disastri che sono capitati all’Uruguay non fanno dormire sonni tranquilli ai governanti di regioni ricche di petrolio.

Sarebbe semplice subire la tentazione di addossare agli abitanti e ai governanti dell’Uruguay l’accusa di incompetenza, mancanza di programmare l’economia, superficialita’, pigrizia. Ma in realta’ gli abitanti dell’Uruguay facevano funzionare la loro regione esportatrice di beni primari in maniera efficente ed solidale. Quello che facevano. lo facevano bene. La cosa che non fecero, fu di creare citta’ produttiva, una citta’ che rimpiazzasse le importazioni nei periodi di crescita, e che quindi generasse quella complessa rete economica che genera una area metropolitana e che produce beni per la propria gente, per i propri produttori e per gli altri.

Il motivo per cui queste regioni rimangono povere e’ che producono essenzialmente per altre citta’ e regioni, ma non per se stesse.

Lo sbilancio di quest’economia era particolarmente rilevante per due ragioni. La prima era che i lontani mercati Europei erano selettivi nelle loro importazioni dall’Uruguay. La seconda era che, tutti i mercati in cui l’Uruguay esportava, anche se si trovavano in citta’ e Paesi diversi, volevano tutti lo stesso prodotto, e quindi agivano di fatto come un unico mercato di sbocco. Questa circostanza rendeva i mercati di sbocco dell’Uruguay enormemente potenti nel determinarne la sua ricchezza o la sua poverta’. Continua…

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L’indice della miseria

Posted by janejacobs su marzo 25, 2008

Disoccupazione + Inflazione = Miseria 

Nessuna delle teorie esposte ha trovato una spiegazione soddisfacente al problema dell’inflazione. Invece di spiegare cosa sia e cosa si possa fare per combatterla, tutte le teorie economiche degli ultimi 200 anni hanno negato che la stagflazione possa esistere! I prezzi crescenti di cui parlava Cantillon nel 1730 erano indissolubilmente legati all’aumento dell’attivita’ (diminuzione della disoccupazione). Se si rompe questo legame, l’intera catena di ragionamenti si disintegra. Lo stesso vale per la teoria dei salari; rompete il legame tra prezzi crescenti e bassi tassi di disoccupazione e non vi rimane nulla. Mill prova a spiegare la stagflazione con la teoria del credito; il credito ai produttori, sia che si espanda o che si contragga, non produce stagflazione perche’ mette in modo l’altalena di cui abbiamo parlato: inflazione su, disoccupazione giu’, inflazione giu’ , disoccupazione su. Se si rompe il meccanismo dell’altalena non rimane nulla. Marx, che ha cosi’ poco in comune con Mill e con i monetaristi aveva una cosa in comune: nemmeno lui riusciva a spiegare la stagflazione. In fondo, la sovra-produzione, implica sia disoccupazione che prezzi decrescenti, una tesi che Marx riprendeva continuamente. Ma se si rimuovono le cause della sovra-produzione, tutta la logica Marxista collassa. Insomma, davanti alla stagflazione tutta la teoria economica degli ultimi 200 anni collassa.

Arthut M. Okun, che era un esperto della curva di Phillips e che aveva lavorato come consigliere del presidente Lyndon Johnson, era stato uno dei primi keynesiani a diventare sospettoso della sua dottrina. Dopo che l’emersione della stagflazione negli anni 60, Okun suggeri’ che disoccupazione e stagflazione fossero congiunte in un’unica curva chiamata “il tasso della miseria“.
Okun fece un’analogia fra il suo tasso della miserie ed il tasso di malessere fisico riportato dagli uffici metereologici nei periodi estivi per misurare il malessere causato da elevate temperature ed elevata umidita’. Secondo Okun se l’inflazione era al 10% e la disoccupazione era al 6%, non si guadagnava molto aumentando l’inflazione all’11% e facendo scendere il tasso di disoccupazione al 5%; le due quantita’, sommate nel suo tasso della miseria erano comunque al 16%.

 

Gli economisti non presero sul serio il tasso di malessere di Okun, anche se lo trovarono interessante. Per gli economisti, il tasso della miseria di Okun era come mischiare le mele con le pere, poteva servire a spiegare un malessere politico, ma non serviva a risalire alle radici del problema.Supponiamo tuttavia di portare avanti l’analogia di Okun. Il motivo per cui l’Ufficio Metereologico americano produceva il tasso di malessere (calore + umitida’) serviva a spiegare una condizione.
Allo stesso modo Okun poteva spiegare una condizione in cui si trovava l’economia in quegli anni: prezzi alti + poco lavoro.

Se ci pensiamo un attimo, possiamo concludere che questa condizione non e’ ne’ cosi’ strana, ne’ cosi’ nuova. Al contrario, la miseria e’ la condizione normale in cui si trovano le economie povere e arretrate in tutto il mondo. La condizione sembra strana se si manifesta improvvisamente nelle economie sviluppate.
Spesso non ci rendiamo conto di quanto alti siano i prezzi nei paesi poveri perche’ a noi sembrano prezzi molto bassi. Quando visitai il Portogallo nel 1974, i prezzi al mercato del pesce di Lisbona, del biglietto dell’autobus, di un pranzo al ristorante (non un ristorante per turisti, si intende) mi sembravano prezzi stracciati. Gli oggetti e gli elettrodomestici che una qualsiasi famiglia negli Stati Uniti poteva tranquillamente permettersi ed erano considerati normali, in Portogallo erano appannaggio solo delle classi privilegiate. Qualsiasi lavoro, e non solo lavori ben remunerati, era difficile da trovare per gran parte della popolazione Portoghese e questa situazione non era strana o ciclica. Era la condizione normale per il Portogallo. Questo e’ il motivo per cui molti lavoratori portoghesi sono emigrati per decenni e per generazioni. Insomma, una condizione di prezzi elevati e disoccupazione elevata era normale in Portogallo. Tuttavia, un Portoghese medio che negli anni 70 avesse visitato Madras, avrebbe trovato estremamente convenienti i prezzi di Madras; ma quei prezzi non erano poi cosi’ convenienti per gli Indiani. La condizione di prezzi elevati e alta disoccupazione e’ una condizione ancora piu’ estrema in India che in Portogallo, ma in India non viene considerata strana. Quando Adam Smith osservava alta disoccupazione e prezzi alti in Scozia, Smith si trovava davanti alla stagflazione, una condizione che nella Scozia arretrata e povera di allora era normale. In realta’, la stagflazione non e’ una cosa anormale ne’ senza precedenti in molte parti degli Stati Uniti. Basta brevemente documentarsi sulla vita delle zone dei Monti Appalachi, o del Sud, per realizzare che prezzi alti e scarso lavoro sono stati a lungo una condizione normale in quelle regioni. Solo di recente entrambe queste disgrazie si sono messe a colpire all’unisono la totalita’ degli Stati Uniti. Questa e’ l’unica cosa anormale, che la stagflazione abbia colpito la nazione piu’ potente della terra tutto d’un colpo.C’e’ una differenza tra l’essere malati e l’essere moribondi, cosi’ come c’e’ una differenza tra l’affacciarsi della stagflazione e la stagflazione cronica. Un’economia davvero moribonda ha raggiunto la condizione di stagflazione cronica. Non vi e’ piu’ ritorno. Un’economia in cui i prezzi e la disoccupazione hanno da poco iniziato a crescere contemporaneamente non e’ ancora moribonda.Io non riesco a concepire nessuna spiegazione della stagflazione se non come una normale conseguenza della stagnazione economica, cosi’ come l’arretratezza e la bassa produttivita’ sono conseguenze normali della stagflazione. Se ho ragione, l’emergenza della stagflazione nelle economie sviluppate avra’ conseguenze devastanti. Il problema non e’ solo di contenere la crescita dei prezzi aumentando la disoccupazione o di contenere la disoccupazione facendo salire i prezzi di un po’. La stagflazione e’ una condizione di per se’, la condizione di un profondo declino economico.Recentemente, alcuni monetaristi hanno provato a spiegare i risultati deludenti della lotta alla stagflazione inventando il cosiddetto “tasso di disoccupazione naturale”. Questi monetaristi sostengono che se un’economia matura un elevato tasso di disoccupazione naturale, e se tale tasso viene poi spinto sotto il suo livello naturale, la disoccupazione pu’ restare alta ed allo stesso tempo l’inflazione puo’ restare elevata perche’ si e’ cercato di turbare l’ “equilibrio naturale” della disoccupazione di quella data economia in maniera “non naturale”. Questo tortuoso tentativo di spiegare perche’ l’altalena disoccupazione-inflazione funziona ancora rappresenta un tentativo dei teorici di salvare le proprie teorie.Parlare di difetti strutturali o di tassi di disoccupazione “naturalmente” elevati ci riporta all’esempio del Piano Marshall descritto precedentemente e di come aiuti economici siano stati recepiti in maniera diversa in diverse nazioni e in diverse comunità. Non capiamo come catalizzare lo sviluppo economico in economie arretrate, e non capiamo come prevenire le economie avanzate dallo scivolare nell’arretratezza; due lati dello stesso mistero.Ma una cosa che sappiamo, dato che la Storia ce l’ha stampata davanti alla faccia: non siamo cosi’ sciocchi da pensare che la macro-economia, per come ci e’ stata spiegata sino ad oggi, possa essere di aiuto per capire lo sviluppo economico. Secoli e secoli di teorie sulla domanda che insegue l’offerta e dell’offerta che insegue la domanda non ci hanno praticamente spiegato nulla su come la ricchezza cresca o si riduca. Dobbiamo trovare linee di pensiero piu’ realistiche e produttive. Scegliere fra le scuole di pensiero di economisti esistenti non porta da nessuna parte. 

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Da Adam Smith a Karl Marx

Posted by janejacobs su marzo 11, 2008

Molti paesi, tra cui gli Stati Uniti, sono diventati vittime di un fenomeno insidioso chiamato stagflazione, un fenomeno che combina elevata disoccupazione ed elevata inflazione.
Secondo la teoria economica, questo fenomeno non dovrebbe esistere. Ma di fatto esiste e nessuno sa come combattere la stagflazione senza aumentare la disoccupazione da un lato o l’inflazione dall’altro. Il dilemma della stagflazione ha causato enormi problemi nei paesi più’ avanzati. Tali paesi credevano di poter governare l’economia dall’alto con politiche monetarie e fiscali.
Ma la stagflazione ha distrutto due secoli di teorie economiche. I prezzi crescenti non sono un grande problema se i posti di lavoro ed i salari crescono più’ velocemente. Questo “lato benefico” dell’inflazione ha interessato generazioni di economisti che hanno offerto eleganti spiegazioni al fenomeno.

Richard Cantillon, un economista Francese scrisse nel 1730:

“Se il numero di monete in circolazione aumenta grazie ad aumenti della produzione di oro e argento nelle miniere, i proprietari di queste miniere, i minatori, gli operai delle fonderie e dei conii aumenteranno le loro spese in proporzione all’oro e all’argento prodotti in eccesso. Nelle loro case consumeranno più carne, più’ vino o birra di prima, essi si abitueranno ad indossare indumenti più’raffinati, useranno lenzuola e coperte piu’ pregiate, avranno case meglio arredate […]. La domanda di carni, vino, lana ecc. aumenterà’ e i prezzi di questi beni aumenteranno. L’aumento dei prezzi determinerà’ un maggiore impiego della terra da parte dei contadini; gli stessi contadini trarranno maggiore profitto dall’incremento dei prezzi e spenderanno più’ denaro nelle loro famiglie come gli altri.
In virtu’ di tutto questo:
Considero in generale che un incremento della moneta in circolazione in una Nazione generi un corrispondente incremento del consumo di beni che gradualmente porta ad un aumento dei prezzi.”

Per quanto questa spiegazione paia antiquata, e’ anche molto familiare. Cantillon aveva cercato di rispondere alle quattro grandi domande dell’economia:

1) perche’ l’attivita’ economica cresce?

2) perche’ i prezzi salgono?

3) qual’e’ il rapporto tra crescita e prezzi?

4) se esiste un rapporto fra crescita e prezzi, come funziona?

Le risposte di Cantillon portano a quella che oggi chiamiamo teoria di espansione economica dal punto di vista della domanda, il che significa che la domanda di beni e servizi porta alla crescita economica, mentre l’offerta di beni e servizi si adatta alla domanda. Quella che Cantillon teorizzo’ era l’influsso della moneta a procurare un aumento della domanda.
In modo un po’ primitivo, Cantillon fu il primo economista Keynesiano duecento anni prima di Keynes.
Ora, proviamo a riprendere le quattro domande fondamentali dell’economia in senso negativo:
1) perche’ l’attività economica decresce?
2) perché i prezzi scendono?
3) qual’e’ il rapporto tra decrescita economica e decrescita dei prezzi? 
4) in che modo tale rapporto funziona?

 Alcuni pensatori, come Marx, sono partiti proprio da queste domande in negativo; ma ovviamente le quattro domande in positivo dovevano avere la stessa e speculare risposta delle quattro domande in negativo.

In una situazione “normale” il livello dei prezzi e il tasso di disoccupazione sembravano funzionare come un’altalena, i prezzi stavano da una parte e la disoccupazione stava dall’altra. In periodi di espansione economica, come quelli a cui si riferiva Cantillon, i prezzi salivano e la disoccupazione scendeva. Durante i periodi di recessione o depressione, i prezzi tendevano a scendere e la disoccupazione tendeva a salire.
 
 

Prezzi su, disoccupazione giu’; prezzi giu’, disoccupazione su.

Ma la stagflazione non obbedisce a queste regole, perche’ manifesta prezzi crescenti e disoccupazione crescente, rendendo l’immagine dell’altalena assurda. Per descrivere la stagflazione dovremmo immaginare che la tavola dell’altalena si trovi contemporaneamente in due punti diversi.
Ad esempio, negli Stati Uniti la stagflazione inizio’ nel 1968 e in seguito la staglfazione si intensifico’ sia in periodi positivi che in periodi negativi del ciclo economico, rovinando i periodi positivi e rendendo i periodi negativi orribili. In parole povere, durante ogni periodo di prosperita’ ed espansione, i livelli di disoccupazione non scendevano cosi’ in basso come durante la precedente espansione. Cosi’ il livello minimo di disoccupazione strutturale aumentava ad ogni periodo del ciclo. E durante le recensioni, la disoccupazione tendeva ad essere piu’ severa di quella del ciclo precedente.
Durante ogni recessione, i prezzi continuavano a salire invece di scendere o almeno rimanevano uguali. Il tasso di crescita dell’inflazione rallentava. Durante ogni ripresa economica, il tasso di inflazione iniziava a salire prima di quanto aveva fatto nella recessione precedente, e tendeva ad accelerare piu’ rapidamente. Insomma, a partire dalla fine degli anni sessanta gli Stati Uniti hanno prodotto un ciclo economico che non funzionava.
Cosi’, dietro ai movimenti dell’economia, disoccupazione e prezzi aumentavano contemporaneamente. Solo in alcuni anni il tasso di inflazione era superiore al 10 per cento, ma siccome l’inflazione si moltiplica nel tempo, i prezzi tra il 1967 ed il 1983 salirono del 200 per cento e continuarono a salire anche nel 1983 quando la disoccupazione raggiunse il 10 per cento.
L’elevata disoccupazione e i fallimenti societari nel 1982 ricordavano quelli della Grande Depressione degli anni 30. Ma durante la Grande Depressione, mentre saliva la disoccupazione, i prezzi scendevano.

Nella Grande Depressione il meccanismo dell’altalena aveva funzionato. A partire dal 1967 fino ai primi anni 80 c’era un fenomeno nuovo e intrattabile: la stagflazione. Gli Stati Uniti non furono l’unica vittima della stagflazione. La Gran Bretagna ha avuto una stagflazione per un periodo piu’ lungo di quella apparsa negli Stati Uniti. Pochi anni dopo che la stagflazione apparve negli Stati Uniti, apparve anche in Canada, e apparve anche nelle economie Europee. Ma non tutto il mondo era in stagflazione, ad esempio la Svizzera ed il Giappone in quegli anni seguivano ancora le regole espresse da Cantillon. Dietro questo dilemma c’e un terribile vuoto teorico nei volumi di teoria economica, non si trova nessuna teoria economica classica che riconosca la realta’ della stagflazione, va da se’ che non esistono rimedi contro la stagflazione .
La linea di pensiero di Cantillon non fu seguita da Adam Smith, che inizio’ a pubblicare le sue opere quaranta cinque anni dopo Cantillon.

Adam Smith 

Le teorie di Smith erano fondate sull’offerta. Smith attribuiva l’espansione economica all’espansione della produzione e del commercio e vedeva la domanda di beni come una conseguenza dell’espansione dell’offerta. Tuttavia, al contrario di altri economisti che partivano dall’offerta per giustificare la crescita economica, Smith non collego’ il nesso fra aumento dei prezzi e discesa della disoccupazione. Smith non defini’ mai la moneta come un fattore che potesse stimolare o deprimere la produzione. Egli attribui’ l’aumento generale dei prezzi soltanto alla propensita’ dei governi di praticare il signoraggio diluendo le monete preziose con metalli meno preziosi, in particolare quando volevano finanziare guerre; o per diminuire gli aumenti di oro ed argento in circolazione. Smith pensava che questi aumenti “nominali” dei prezzi come poco importanti rispetto ai prezzi “reali” dei beni e dei servizi. I veri prezzi, cosi’ come la vera ricchezza, erano rintracciabili nel lavoro. Smith considerava la ricchezza (incluso il capitale) come prodotto della fatica del produrre. Pertanto il lavoro era il costo di ogni cosa, il vero prezzo, la vera misura che dava il prezzo a cui venivano scambiate le materie prime ed i beni. A onor del vero, Smith disse che il valore monetario del lavoro oscillava in funzione della domanda di lavoro da parte di produttori e di mercanti. Dove il lavoro e’ molto richiesto – disoccupazione bassa – i salari aumentano nonostante i tentativi dei datori di lavoro di tenere i salari bassi. E dove la forza lavoro abbonda – la disoccupazione e’ alta – i salari diminuiscono. Ma Smith faceva fatica a slegare nelle sue teorie queste dinamiche dall’andamento dei prezzi. Smith identificava l’aumento dei prezzi come un fenomeno nazionale. Smith portava ad esempio gli alti salari in Inghilterra e i bassi salari in Scozia, ma siccome i due paesi appartenevano alla stessa nazione, la Gran Bretagna, non si curava del fenomeno, perche’ credeva che alla fine Scozia e Gran Bretagna sarebbero stati soggetti a a prezzi “nazionali”. Insomma, Smith non solo non offri’ nessuna spiegazione sulla connessione fra andamento dei prezzi e livelli di disoccupazione, me nego’ che vi fosse una connessione. Cio’ nonostante, basta tralasciare l’insistenza di Smith nel dire che i salari si misurano a livello nazionale e il suo esempio di aggiustamento dei prezzi a livello locale si presenta come una chiara connessione fra salari e inflazione. Perche’ se e’ vero che tutti i costi derivano dal costo del lavoro, e se e’ anche vero che i salari tendono a salire quando la disoccupazione scende; prima, forte domanda di lavoro; poi, i salari salgono; poi tutti i costi salgono; e alla fine i prezzi salgono. Questo sembra, almeno teoricamente, essere una spiegazione plausibile per i movimenti dell’altalena di cui parlavamo sopra: bassa domanda di lavoro; salari decrescono; costi scendono; e alla fine i prezzi scendono.

La teoria dei salari e’ attraente perche’ e’ semplice e probabilmente e’ per questo che e’ sempre stata molto popolare. Il suo difetto e’ che e’ troppo semplice. Lascia troppi fenomeni inspiegati. Soprattutto, non getta alcuna luce sul perché la domanda di lavoro debba oscillare. Questo e’ il problema centrale, che tuti i seri economisti da Cantillon in avanti, hanno provato a spiegare. La parte mancante e’ cruciale. Se la domanda di lavoro e’ la forza che fa muovere l’altalena, rimaniamo con una forza proveniente dal nulla e che non riusciamo a spiegare.In associazione a questa teoria, vi sono varie spiegazioni sull’inflazione spinta dai costi; i costi salgono, i prezzi salgono, quindi i salari devono salire; quindi i costi devono salire ancora di piu’; quindi i prezzi devono salire ancora; quindi i costi devono salire ancora; ecc. Mentre questa sembra una spiegazione plausibile per spiegare la spirale dell’inflazione, soffre della stessa fatale semplicita’ della teoria dei salari esposta sopra.
John Stuart Mill nel 1884 propose che la forza cruciale per muovere l’altalena fosse l’espansione o la contrazione del credito dalle banche alle aziende.
Mill era un economista che spiegava l’economia dal lato dell’offerta. Le sue idee sul credito completavano quelle di David Ricardo in Inghilterra e di Jean Baptiste Say in Francia, due dei piu’ influenti economisti del primo Novecento. Ricardo e Say pensavano che la produzione guidasse l’espansione economica e che non c’e’ limite pratico alla capacita’ di una nazione di utilizzare il capitale in maniera produttiva. Mill disse che se il capitale in circolazione per le aziende, per i produttori si doveva contrarre, allora la produzione stessa doveva contrarsi, riducendo quindi la domanda i lavoro, il consumo e i prezzi.
Per Mill, la produttivita’ ed il capitale potevano espandersi illimitatamente, a condizione che il credito venisse remunerato con tassi di interesse positivi. Mill, come Cantillon e diversamente da Adam Smith, sottolineava l’effetto stimolante della moneta (nella forma di credito), ma essendo un economista che spiegava l’economia dal lato dell’offerta, percorreva un sentiero diverso da Cantillon.
 Karl Marx

 Karl Marx, i cui scritti erano contemporanei a quelli di Mill, era furioso con Mill, Ricardo e Say per quanto riguardava le loro idee sul credito. Che ciarlatani! Che creature miserabili; che tranelli che disseminavano! Marx spiegava l’economia dal lato della domanda. La domanda che lui identificava come i bisogni della popolazione, era illimitata per definizione. Mill, Ricardo e Say non avevano capito nulla con i loro discorsi sulla crescita illimitata del capitale. Non sono i produttori che hanno bisogno di denaro, ma il popolo dei lavoratori. Cio’ che costringe l’economia e’ a mancanza di denaro nelle tasche dei lavoratori, non dei produttori.Marx sosteneva che dal momento che il profitto proveniva dalla vendita di beni e servizi, i lavoratori che producevano beni ed servizi spesso non potevano permettersi di comprare cio’ che producevano. Questo fenomeno portava inesorabilmente alla sovrapproduzione a cui seguiva il collasso dei prezzi e dell’occupazione.Marx pensava che la discrepanza fra salari e prezzi, creando delle interruzioni della domanda di beni, portava a cicli economici di disoccupazione e di deflazione e doveva anche portare prima o poi al collasso del capitalismo. Al capitalismo sarebbe succeduto il socialismo, che – attraverso l’eliminazione dei profitti – avrebbe rimediato alle inefficienze che causavano le interruzioni della domanda di beni.

Le teorie di Max erano difficili da controbattere perché i profitti non evaporano. Marx diceva che i profitti sono usati per comprare beni di consumo e servizi, in particolare beni di lusso. In parte venivano usati per comprare beni capitali, come i macchinari, le navi mercantili, macchine agricole. I beni capitali, insieme ad i salari, costituivano la domanda aggregata. E allora, come poteva emerger l’interruzione della domanda?Il problema, secondo le spiegazioni di Marx, era largamente un problema di proporzioni: la proporzione delle vendite trattenuta come profitto in rapporto alla proporzione del profitto usata per pagare i salari. Marx riteneva che il capitale finisse inesorabilmente per finire nelle mani di pochi con il passare del tempo, e che il monopolio del capitale permetteva ai capitalisti di trattenere fette piu’ larghe di ricchezza per se stessi, lasciando fette sempre piu’ piccole di ricchezza ai lavoratori. I lavoratori che lavoravano in economie capitaliste, secondo Marx, erano destinati ad impoverirsi sempre di piu’.
I profitti esorbitanti dei capitalisti non venivano usati in maniera produttiva, come Ricardo e Say credevano; infatti, Marx diceva che i profitti dei capitalisti non potevano essere usati produttivamente in virtu’ del fatto che i loro clienti, cioe’ i lavoratori, continuavano ad impoverirsi.Per varie ragioni – creazione di nuove imprese che contrastavano le vecchie, azioni politiche, lotte sindacali, aumenti dei salari dovuti alla crescita economica – il dramma di un irreversibile impoverimento dei lavoratori non si era ancora manifestato nelle economie europee avanzate. Lasciando perdere l’analisi di come un’interruzione della domanda possa accadere e quali siano le sue cause, il pensiero di tale interruzione appare una spiegazione elegante dal punto di vista teorico per il funzionamento della nostra altalena che vede da una parte la disoccupazione e dall’altra l’inflazione. Se e’ vero che un’interruzione della domanda fa abbassare i prezzi e aumenta la disoccupazione allora anche l’opposto deve essere vero (come Cantillon aveva dimostrato). Una domanda amplificata deve abbassare la disoccupazione e spingere i prezzi verso l’alto. Inoltre, se il capitale non utilizzato in maniera produttiva crea un’interruzione della domanda, secondo Marx, le rendite non dovrebbero appartenere ai capitalisti. Le rendite potrebbero essere i risparmi accumulati dai lavoratori stessi. Con queste modifiche del pensiero Marxista, arriviamo alla teoria Keynesiana dell’altalena. Continua…

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