Le cittá sono la ricchezza delle nazioni

Un nuovo modo di vedere l’economia

Archivio per la categoria ‘e. Regioni di emigranti’

Spopolamento Campano

Pubblicato da janejacobs su settembre 15, 2008

Dal blog di Gianni Fiorentino sullo spopolamento della Campania:

Dei 52mila residenti nel Mezzogiorno emigrati nel 2007 al Centro-Nord (soprattutto in Emilia Romagna e Lombardia) quasi la metà è campana (25.200). l’emorragia più forte a Napoli, che perde 15.500 unità, seguita da Caserta con 3.600 unità. A questi si aggiungono le migliaia di pendolari che si spostano fuori regione per lavorare: nella provincia di Napoli sono 32mila persone, il 3,7% del totale, e 9.000 nella provincia di Caserta (il 3,5% del totale). Generalmente giovani, uomini, laureati, alla ricerca di un lavoro anche a tempo determinato o interinale. In base alle stime Svimez sarebbero quindi ben 90mila i campani che complessivamente nel 2007 si sono trasferiti nel Centro-Nord per lavorare, di questi 40 mila circa hanno trasferito la loro residenza al Nord, e altri 50 mila sono pendolari di lungo raggio, una nuova forma (più precaria) di emigrazione.

Pensieri di Jane Jacobs sugli emigranti

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Pane e cioccolata

Pubblicato da janejacobs su aprile 8, 2008

Il film Pane e Cioccolata descrive la solitudine, la discriminazione, lo sfruttamento, i lavori umili e i traumi culturali a cui andavano incontro gli emigrati Italiani nelle citta’ Svizzere. Ad un certo punto del film, uno dei protagonisti Italiani, arrabbiato per la sua condizione, inveisce contro la propria vita, ma non ce l’ha Svizzera, bensi’ contro l’Italia che costringe i propri cittadini ad emigrare. Tuttavia per molte generazioni, le citta’ di Milano, Firenze, Bologna e le grandi reti di citta’ e cittadine che si sovrappongono l’una con l’altra hanno saputo attrarre un gran numero di emigrati meridionali e Siciliani che cercavano di sfuggire alla poverta’ delle loro terre e hanno fornito loro delle opportunita’ che non avevano nelle loro terre.

Questo problema non puo’ essere descritto in termini nazionali, o come una carenza dell’economia nazionale Italiana, ne’ tanto meno come un problema che l’Unione Europea possa risolvere. Pensare a questo problema in chiave nazionale offusca semplicemente la realta’ che il Mezzogiorno e la Sicilia, cosi’ come il Galles e la Vallonia, mancano di citta’ vigorose che sappiano rimpiazzare le importazioni da se’.

Quando comprenderemo questo fenomeno in un numero sufficiente di persone faremo un passo avanti indispensabile per la sua risoluzione, anche se una simile risoluzione non e’ semplice ed immediata. Sapremo almeno capire quali sono i rimedi che non risolvono il problema e come non si debba perdere tempo ad affrontare tali problemi in una prospettiva nazionale che e’ completamente sbagliata. Il tempo scorre e le economie in profonda stagnazione continuano a peggiorare.

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E’ difficile tornarsene a casa

Pubblicato da janejacobs su aprile 8, 2008

I lavoratori emigrati di molte regioni povere sognano di aprire delle imprese una volta tornati al loro paese d’origine. Raramente simili progetti vengono messi in atto, quasi sempre falliscono. Un Egiziano che lavorava in un ufficio di inserimento sociale per immigrati a Rotterdam e che segue appassionatamente le vicende degli immigrati stranieri in quella citta’, dice che anche imprese piuttosto semplici come guidare un taxi o aprire un piccolo negozio di verdure nel Paese d’origine si tramuta spesso in un’esperienza fallimentare.

Il taxi, comprato con i risparmi accumulati in una vita di lavoro a Rotterdam, inizia ad operare nei villaggi del Sud Europa o dell’Africa Settentrionale dai quali gli emigranti provengono, l’emigrato inizia a lavorare. Poi ad un certo punto, l’auto si rompe ed ha bisogno di un pezzo di ricambio e di essere riparato, e al momento della rottura, il taxista non ha guadagnato abbastanza per pagarsi la riparazione. Il negozio di verdure fallisce. Il problema e’ che le economie rurali da cui questi ambiziosi emigranti provengono e alle quali ritornano con nuove idee, sono spesso troppo stagnanti ed inflessibili per far posto a nuove imprese e a nuove attivita’. Le forze che causano l’espansione economica non toccano questi posti.

I soli sogni che riescono a realizzarsi, dice il nostro amico Egiziano, sono i sogni degli agricoltori che vogliono lavorare la terra con nuove macchine, ad esempio con i trattori. Gli emigranti che tornano a casa e che hanno comprato trattori con i loro risparmi spesso guadagnano abbastanza per giustificare il loro investimento coltivando prodotti agricoli per i lontatni mercati cittadini. Ma i trattori creano disoccupazione per i contadini che usano vecchi metodi manuali e li portano a cercare lavori in citta’ lontane come Rotterdam.

Continua…

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Napizaro

Pubblicato da janejacobs su aprile 8, 2008

Nel Nord del Messico, a circa 400 miglia da Citta’ del Messico, si trova un paese chiamato Napizaro. Per circa quarant’anni, Napizaro riceveva sussidi dai suoi emigranti. Quasi tutti gli abitanti di Napizaro lavoravano nel settore agricolo, e molti di loro lavorano ancora nei campi; per lo piu’, i prodotti agricoli servono a sostentare gli abitanti del villaggio. Le famiglie dei contadini erano chiamati in quella zona morosos, i senza speranza. Per loro, la vita e’ davvero dura. Ma circa un paio di generazioni fa, nella vita del villaggio di Napizaro, e’ arrivata una novita’: la promessa di un nuovo lavoro negli Stati Uniti. Anche se al lavoro negli USA ci si arriva per vie illegali, le prospettive di una vita meno dura sono troppo promettenti. Cosi’ molti abitanti di Napizaro si sono trasferiti a Houston e a Los Angeles; oggi, l’economia di Napizaro dipende da quella di Los Angeles.

Napizaro e’ diventato un villaggio prospero, come lo sono diventati altri villaggi nella zona. I milleduecento abitanti del villaggio vivono per la maggior parte in comode casette in mattoni con graziosi giardini e antenne per la televisione. Le strade del paese hanno illuminazione elettrica, una piccola infermeria, un centro comunale ed una piccola arena per i tori chiamata il North Hollywood in onore dell’area industriale di Los Angeles che si trova a piu’ di mille miglia di distanza e da cui dipende il benessere di Napizaro.

Piu’ di tre quarti degli uomini del villaggio lavorano a North Hollywood. Nonostante le sue comodita’, Napizaro e’ un paese triste dove i mariti lasciano le mogli per lunghi anni a vivere vite sole e desolate. Dal momento che gli uomini di Napizaro non possono permettersi di lasciare il lavoro per lungo tempo e non possono permettersi i soldi per il viaggio, i lavoratori di Napizaro sono lontani dal loro villaggio per anni interi. I soldi che inviano a casa hanno un potere d’acquisto molto maggiore di quello che avrebbero a Los Angeles. Nel 1980, una casa in mattoni costa circa $6,000 e comprende per lo piu’ i costi dei materiali importati perche’ gli abitanti si costruiscono da se’ le case e perche’ la manodopera costa poco. A Los Angeles, una casa del genere costerebbe dieci volte tanto, senza contare il costo del terreno su cui costruire la casa. L’illuminazione di Napizaro, l’infermeria e l’arena del villaggio venivano finanziate dagli uomini di North Hollywood, che si auto-tassavano i loro salari per costruire queste opere pubbliche. Quando la piccola arena fu terminata, gli uomini misero parte dei loro salari in un fondo per comprare tubature, pompe e altre attrezzature per fornire il villaggio di un sistema fognario.

Quando i giovani maschi di Napizaro raggiungono i 16 anni, gli viene loro fornito un corso di orientamento su cosa li aspetta nelle fabbriche di Los Angeles. Il corso viene impartito da un uomo anziano in pensione, che ha lavorato a Los Angeles per decenni. Gli emigrati si preoccupano di trovare lavoro ai loro figli, fratelli e compaesani nella grande citta’. Una delle imprese che assume il maggior numero di loro e’ stata fondata da un emigrante di Napizaro.

Naturalmente, gli uomini di Napizaro hanno pensato di fondare fattorie nel loro paese d’origine, un’idea che ha senso viste le capacita’ degli abitanti del villaggio nel produrre, gestire, organizzare formare nuovi operai e curare i rapporti con i clienti in un’impresa tessile. Ma hanno, loro malgrado, dovuto abbandonare l’idea, perche’ un’impresa tessile non potrebbe sopravvivere. Le competenze e l’esperienza che gli uomini di Napizaro hanno conquistato a Los Angeles sono utili solo nel contesto di una dinamica economia cittadina con i suoi nidi simbiotici di fornitori, con i suoi mercati, non nella terra isolata di Napizaro. Tale isolamento fa si’ che i lavoratori di Napizaro se ne vadano cosi’ lontano a cercare lavoro , perche’ e’ per loro impossibile trovare lavoro vicino a casa.

Citta’ del Messico, sebbene piu’ vicina di Los Angeles non e’ abbastanza vicina da attrarre gli abitanti di Napizaro. Pertanto, Citta’ del Messico e’ come se fosse piu’ lontana di Los Angeles, perche’ la sua energia economica.

Dopo che per quarant’anni i lavoratori di North Hollywood provenienti da Napizaro hanno inviato soldi a casa, il villaggio e’ fiorito, e’ diventato prospero ed i soldi sono stati usati con parsimonia ed intelligenza; tuttavia, se il flusso di rimesse dei lavoratori emigrati dovesse interrompersi, Napizaro tornerebbe alla condizione di estrema poverta’ in cui si trovava prima che i suoi abitanti iniziassero ad emigrare e a inviare soldi al paese. Piu’ probabilmente, sarebbe la gente del paese che abbandonerebbe del tutto il villaggio. Nonostante i soldi inviati da Los Angeles e le televisioni e gli altri beni di consumo importati dagli Stati Uniti, la vita economica della regione resta immobile, come nel paese di Bardou.  Continua…

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Emigranti

Pubblicato da janejacobs su aprile 8, 2008

 

Dal 1921, il Galles ha perduto un terzo della sua popolazione. La campagna del Galles e’ punteggiata da fattorie; i campi non vengono piu’ utilizzati, anche se un tempo i giardini e i cereali crescevano e le pecore pascolavano. Interi villaggi erano svaniti, gli edifici crollavano, bruciavano o si afflosciavano, mangiati dalle tarme e dai topi, le loro tracce potrebbero essere utili agli archeologi del futuro che riscopriranno la zona e si si chiederanno cosa accadde alle campagne del Galles. La campagna del Galles si svuoto’ perche’ si nutriva della poverta’ e della struttura di mercato produttore di beni agricoli. Cardiff, la capitale del Galles era una citta’ inerte, non offriva molte opportunita’, e cosi’ la maggior parte dei gallesi che voleva una vita migliore lasciava il Galles.
Allo stesso modo, buona parte della Sicilia  della Spagna  che avevano un tempo aree densamente popolate, ora sono semi-deserte. Anche molte zone del Canada e degli Stati Uniti hanno zone di emigrazione, in particolare il Nord dello Stato del New Jeresey, hanno avuto nella loro storia molti giovani che lasciavano la loro terra in cerca di una vita migliore, il piu’ della volte a Manhattan.
La differenza tra regioni stagnanti che perdono popolazione e regioni stagnanti dove la gente rimane e’ che certe persone pensano di poter trovare una vita migliore, sta nella possibilita’ della gente di andarsene dal Paese d’origine.
Se e’ stato possibile per i Gallesi, per i Siciliani, per gli Spagnoli e gli abitanti del New Jersey abbandonare la propria terra per Londra, Milano, Madrid e Manhattan, non e’ stato lo stesso per gli abitanti di Haiti o dell’Etiopia. Ad Haiti, la gente non riesce ad andarsene. In Etiopia, uno dei Paesi piu’ poveri al mondo, quasi nessuno lascia il Paese, perche’ i poveri non hanno posti dove andare. e non hanno i mezzi per andarsene. Lo stesso vale per la gente di tutte quelle regioni che non ha i mezzi per andarsene in molte parti dell’America Latina, dell’India, del Medio Oriente e dell’Africa. Se la gente di tutte le regioni povere del mondo avesse accesso ai lavori delle citta’, vi si trasferirebbero in massa, non importa quanto distanti siano le citta’.
Questo non vuol dire che le persone che vivono in regioni con economie stagnanti abbiano poco attaccamento alla loro terra o che amino emigrare. Lasciare una cultura familiare per una cultura straniera e lontana dovendo lasciare famiglia e persone care e’ sempre difficile. Ma spesso si prende questo rischio per sfuggire alla poverta’e alla mancanza di opportunita’ di lavoro nella propria terra d’origine.
Quello che mi interessa in questa sezione, non e’ la destinazione degli emigranti, ma le regioni da cui provengono e cosa ha spinto gli emigranti a lasciare tali regioni. Il fatto piu’ sconvolgente e’ che l’abbandono non ha particolari effetti sulle economie stagnanti – se non il ridurre la loro dimensione. Prendiamo il vecchio esempio del villaggio di Bardou. Per quasi settant’anni la gente se ne e’ andata da questo piccolo villaggio per emigrare a Parigi. Mentre la popolazione diminuiva, cosi’ diminuiva anche la dimensione dell’economia di Bardou, ma null’altro mutava. Naturalmente, la gente che arrivo’ a Parigi muto’ radicalmente la propria condizione economica, ma quelli che restavano al villaggio rimanevano nella solita e familiare condizione di poverta’.
Anche nel Galles agricolo, quelli che rimanevano restavano poveri, indipendentemente da quello che facessero i loro vicini; i vicini che se ne andavano non creavano maggiori opportunita’, ma lasciavano una minore crescita economica dietro di se’ per un futuro migliore. Ecco perche’ continuavano ad andarsene. La Sicilia, per tutte le fattorie ed i villaggi spopolati, rimane povera e con un’alta disoccupazione. Quando le regioni abbandonate dagli emigranti tornano a rifiorire economicamente, lo si deve a ragioni diverse dallo spopolamento, ragioni come quelle che hanno portato gli attuali abitanti del vilaggio di Bardou.
Ritengo che le sole forze in grado di trasformare un’economia regionale siano le cinque forze di cui ho parlato in precedenza che hanno origine nelle citta; in grado di rimpiazzare le importazioni: i i mercati, il lavoro, la tecnologi, gli impianti produttivi ed il capitale; ed e’ quando una di queste zone raggiunge una forza sporoporzionata in regioni distanti quella mancanza di citta’ che rimpiazzano le importazioni, che si raggiungono risultati sbilanciati e bizzarri. Nel caso delle regioni di emigrazione, la forza sproporzionata e’ quella dell’attrazione dei lavori della citta’. Questa forza puo’ spopolare una regione, ma non puo’ trasformarne l’economia.
Gli emigranti di regioni abbandonate spesso mandano soldi a casa dai loro lontani lavori cittadini, e gli emigranti a tempo determinato, quando tornano, spesso riportano a casa i loro risparmi. Negli ultimi trent’anni (*). decine di milioni di lavoratori hanno lasciato poveri villaggi nelle economie stagnanti di Egitto, Turchia, Italia, Grecia, Iugoslavia, Marocco, Algeria, Spagna, Portogallo e delle Azzore per lavorare a contratto nelle citta’ e nelle aree metropolitane delle regioni del Nord Europa. Molti hanno famiglia nel paese d’origine. In totale, le rimesse che spediscono a casa sono ingenti. In Turchia ed in Yugoslavia, ad esempio, gli emigranti hanno contribuito con le loro rimesse a tal punto da essere stati la principale fonte di valuta straniera, eccedendo quello che quei paesi guadagnavano dalle esportazioni e dal turismo. Tuttavia, quando i lavoratori tornavano al paese d’origine, non trovavano una situazione economica migliore. Nel 1974, quando la disoccupazione aumento’ in maniera notevole in tutto il Nord Europa per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale, e un gran numero di immigrati furono licenziati e tornarono ai loro paesi d’origine – mezzo milione solo nella Germania Occidentale – i lavoratori che tornavano al paesello trovavano la medesima disoccupazione e poverta’ da cui erano scappati. La stessa situazione la trovarono quando un’altra crisi colpi’ i Paesi del Nord Europa sei anni dopo.
Si potrebbe pensare che almento i redditi ricevuti dalle rimesse avrebbe cambiato le loro economie, forse le avrebbe rimesse sulla rotta dello sviluppo, ma questo non avviene nella vita reale. Le rimesse alleviano la poverta’ delle regioni abbandonate, cosi; come ogni trasferimento dalle regioni ricche alle regioni povere. I soldi vengono usati per comprare beni importati di cui si potrebbe forse fare a meno, questo e’ tutto quello che le rimesse generano.La perdita delle rimesse dei lavoratori lontani ha imposta austerità in Iugoslavia (*)e ha anche giocato un ruolo fondamentale nella sua crisi finanziaria. Tuttavia, anche se le rimesse erano abbastanza grandi da fare tali differenze, non fecero nulla per convertire la stagnazione in sviluppo. Continua…

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