Le cittá sono la ricchezza delle nazioni

Un nuovo modo di vedere l’economia

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Olio d’oliva Italiano

Posted by janejacobs su settembre 16, 2008

Negli ultimi cinque anni i cinque maggiori marchi di olio d’oliva sono stati comprati da una societa’ Spagnola, la SOS Cuetara SA che oggi ha  il controllo di meta’ dell’olio d’oliva Italiano ed e’ il leader mondiale. SOS ha comprato dapprima l’olio Sasso, poi l’olio Carapelli, poi ancora l’olio Bertolli, la marca di olio piu’ venduta al mondo.

L’olio Italiano era sinonimo di marchi famosi, ma oggi i produttori Italiani rimasti indipendenti fanno fatica a competere nel mercato internazionale per la mancanza di una distribuzione commerciale efficiente.

Ad esempio la Monini vende 30 milioni di bottiglie all’anno in nove diverse varieta’con prezzi alla bottiglia che vanno dai 4 ai 7 euro. La Monini sponsorizza festival musicali, riviste e mostre d’arte internazionali. Nel 2003 ha aperto un frantoio a Spoleto dove produce piccole quantita’ di olio di altissima qualita’ e dove organizza corsi di cucina. Ma le vendite non sembrano andare molto bene.

Anche Pompeo Farchioni, capo della Farchioni, un produttore di olio da 250 anni, cerca di vendere olio di alta qualita’, ma le bottiglie di altissima qualita’ rappresentano una piccola parte delle vendite, mentre la maggior parte delle bottiglie vengono vendute a prezzi fra i 4 e i 6 euro, con pochi volumi e pochi guadagni. Se Farchioni non riesce a trovare piu’ spazio per le sue bottiglie di olio ai supermercati, fara’ fatica a guadagnare abbastanza per mantenere la sua impresa indipendente.

Nonostante l’idea romantica di oli d’oliva artigianali pressati al frantoio dal contadino toscano, oggi le bottiglie d’olio d’oliva Itaiano sono dei miscugli di olio Italiano Spagnolo, Greco e Africano, anche se il marchio resta Italiano.

La domanda di olio d’oliva e’ cresciuta del 10% all’anno negli ultimi cinque anni e la SOS Cuetara vuole crescere ancora di piu’ per dominare ancora il mercato e la distribuzione dei supermercati.

Peccato, invece di un’impresa Spagnola poteva essere un’impresa Italiana a dominare il mercato dell’olio Italiano. I piccoli produttori Italiani non hanno avuto le capacita’ sufficienti per competere sul mercato e comprendere la distribuzione, ma questa non e’ solo una questione di dimensioni d’impresa, ma anche di capacita’ imprenditoriali.

Per maggiori informazioni: www.ismea.it

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Lezioni di spopolamento

Posted by janejacobs su agosto 11, 2008

 

I Plattenbauten,  i casoni prefabbricati dell’ex Germania Orientale che risalgono al periodo comunista stanno per essere demoliti. Qualche volta vengono demoliti integralmente, qualche altra vengono distrutti solo nei piani superiori. Le strade piu’ vecchie hanno numerose case abbandonate. I paesaggi urbani sono “potati” come piante dei vecchi edifici morenti, nella speranza di salvare gi edifici in condizioni migliori.

Gli urbanisti normalmente mirano a promuovere la costruzione di case, fabbriche e strade, ma in Germania orientale stanno cercando di gestire la crisi demografica che attraversa la regione dalla fine del regime comunista dovuta all’emigraione nell’Ovest ed al calo delle nascite.

Lo Stato della Sassonia-Anhalt, culla dell’industria chimica della Germania Orientale, ha perso quasi tre milioni di abitanti dall’unificazione tedesca del 1990. Entro il 2025 dovrebbe perdere un altro mezzo milione di abitanti. A Köthen, dove Johann Sebastian Bach compose i Concerti di Brandeburgo, cosi’ tanti giovani lavoratori sono emigrati che la distribuzione della popolazione con i giovani sotto e i vecchi sopra anziche’ assomigliare ad una piramide e’ diventata un grande fungo.

Le citta’ dell’Est sanno che non possono piu’ evitare il declino demografico. Invece cercano di gestire le conseguenze di questo inarrestabile fenomeno. La Sassonia-Anhalt, che soffriva della mancanza di alloggi nel periodo comunista, ora ha distrutto 45,000 alloggi con l’aiuto del governo federale.

Anche le infrastrutture che servivano le fabbriche ormai defunte e gli appartamenti vuoti devono essere distrutte perche’ troppo care. Le strade, le tubature dell’acqua, i cavi elettrici costano troppo. Alcune citta’ che contavano 100,000 abitanti nel 1990 ne contano oggi 25,000 e non e’ possible mantenere queste infrastrutture.

Chi resta in queste desolate citta’ diviene spesso vittima della paura del crimine. Le citta’ cercano di attrarre nuove fabbriche, ma oggi le nuove fabbriche sono ipertecnologiche e meccanizzate ed invece di impegare migliaia di persone ne impiegano qualche centinaio ed e’ difficile trovare una nuova strada per il successo.

Le citta’ di Dessau e di Köthen stanno cercando di creare isole cittadine dove il commercio si concentri attorno ad aree concentrate ed espandere le aree verdi (gia’ numerose) nelle zone dove i vecchi edifici vengono distrutti. Alcune ciminiere delle fabbriche in disuso di Dessau ora sono occupate da cicogne e sono diventate monumenti cittadini. Le numerose aree verdi vengono utilizzate dai cittadini per progetti come la raccolta di biomasse per produrre gas per il riscaldamento.

Le citta’ di Dessau e Köthen traggono la loro ispirazione dall’ Internationale Bauausstellung (IBA) 2010, un progetto sognato dalla Fondazione Bauhaus. Lo scopo di questa organizzazione e’ di aiutare a dar forma alla contrazione cittadina anziche’ lasciarla a se stessa. Questa organizzazione porta alle citta’ fondi federali per decine e decine di milioni di Euro assieme al tentativo di generare la partecipazione de pubblico ed un senso di unicita’ e di identita’ nella comunita’.

 

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Palestina terra perduta

Posted by janejacobs su luglio 23, 2008

 

E’ una triste ironia il fatto che una terra la cui bellezza senza tempo sia sopravvissuta senza grandi cambiamenti dai tempi della Bibbia sta per essere trasformata da un popolo che fonda sulla Bibbia la propria identia’. Gli insediamenti israeliani si espandono inarrestabili nella Cisgiordania; grandi strade “sfondano” le dolci colline terrazzate; le zone ancora selvagge sono diventate parchi nazionali a cui i palestinesi non hanno accesso; e i villaggi Arabi che un tempo si mescolavano armoniosamente al paesaggio circostante ora sono ghetti assediati.

Raja Shehadeh, un avvocato e scrittore di Ramallah, ha utilizzato la legge internazionale ed Israeliana per combattere l’esproprio della terra dei Palestinesi. Per anni ha lottato con forza e costanza in vari tribunali anche quando si rendeva conto che il governo Israeliano, determinato ad impossessarsi di territori vitali a Gerusalemme Est ed in Cisgiordania, non si curava delle sue critiche. In fin dei conti e’ stato il suo popolo che lo ha costretto a riconoscere la sconfitta: nel 1993 gli accordi di Oslo, secondo Shehadeh, hanno anteposto i principi di mutuo riconoscimento e di creazione di due stati separati al processo Israeliano di colonizzazione che stava tagliando in due uno dei due Stati.

Una consolazione per Shedaheh era passeggiare per le aree ancora non costruite. Il suo libro “Palestinian Walks”, un libro breve, ma scritto splendidamente, racconta sei passeggiate fra il 1978 ed il 2006. Il libro descrive le scene attorno a lui, il colore dei fiori selvatici, l’odore delle erbe, le gazzelle grige, le rocce che “sembra siano esplose dalla terra, piccole isole emerse da un mare verde” – ma ogni passeggiata porta il lettore con gentilezza attreverso le sue conversazioni con i suoi compagni, ai suoi ricordi, ai suoi incontri ad una tema specifico.

Questi temi spaziano dal ricordo di un vecchio e rozzo parente lontano quando ballava di gioia attorno alla sua casa si pietra appena costruita con l’aiuto della sua giovane moglie, alle frustrazioni delle sue battaglie legali, all’incontro con un colono israeliano che pappagalleggiava il gergo senza senso degli ufficiali israeliani ma che amava disperatamente quella la terra e che invitava lo scrittore a ripararsi dalla pioggia e condividere qualche tiro della  sua pipa.

Arrivati alla sesta passeggiata, il protagonista inizia a camminare con molta piu’ circospezione, sapendo che rischia di essere arrestato dalla polizia o ferito dagli spari di un colone sospettoso. Si lamenta degli eventi che hanno reso i Palestinesi “stranieri sgraditi, insicuri e molestati nella propria terra”. I lettori che accompagnano lo scrittore in queste passeggiate e che tremano con lui davanti ai dirupi rocciosi (Shedahe soffre di vertigini) potrebbero trovarsi ad echeggiare il suo lamento per una terra bella e romantica che sta scomparendo

Il libro si puo’ ordinare qui.

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Speranza per il Casertano

Posted by janejacobs su maggio 31, 2008

Effetti della diossina nel Casertano

A questo link potrete leggere il triste presente della provincia di Caserta, una zona deturpata fisicamente dalle tossine, corrotta moralmente dalla criminalita’ organizzata e destinata allo spopolamento.

Con una buona dose di ottimismo, Caserta potrebbe riuscire ad emergere dalla sua miseria ed assomigliare a Hradcany, ua localita’ a due ore da Praga, dove i Sovietici, protetti dal segreto di Stato, seppellirono circa 7.000 tonnellate di cherosene, che rappresentavano uno strato di 6 metri appena sotto il livello dell’acqua corrente. Oggi la zona di Hradcany puzza di ancora petrolio.

I Sovietici avevano utilizzato un aerodromo fatto costruire dai Nazisti dopo l’invasione della Cecoslovacchia e avevano depositato grosse quantita’ di cherosene in depositi sotterranei. Tali depositi non furono mantenuti correttamente e negli anni il cherosene inizio’ ad infiltrarsi nel terreno e nelle acque di superficie.

Quando i Cechi si scrollarono di dosso i Sovietici, iniziarono a bonificare il terreno e le acque di Hradcany. I contadini iniziarono ad usare il cherosene come combustibile per i loro trattori, altri abitanti del luogo recuperarono il cherosene come combustibile per gli aerei. Il lavoro di bonifica dovrebbe terminare nel 2012 e sara’ costato ai Cechi 17 milioni di euro. Ed anche allora, il terreno sara’ troppo contaminato per costruirci sopra.

Il ministro dell’Ambiente Ceco, Martin Bursik, ricorda che nelle zone industriali a Nord di Praga vi furono vari moti di protesta prima della Rivoluzione di Velluto del 1989. I cittadini di Hradcany e di altre zone deturpate dagli scempi ambientali dell’industria chiedevano al governo una spiegazione per l’aria irrespirabile e l’acqua contaminata.

La cacciata dei Sovietici e l’arrivo della democrazia porto’ con se nuove leggi ambientali. Ma fu la prospettiva dell’ingresso in Europa a permettere che tali leggi venissero applicate. Gli ispettori ambientali poterono esercitare pressioni sulle grandi imprese inquinanti imponendo costosi sistemi di depurazione. Le piccole imprese inquinanti che non poterono permettersi le nuove tecnologie di depurazione dovettero dichiarare bancarotta quando la Repubblica Ceca entro’ nell’Unione Europea.

Oggi i Cechi usano il vecchio terreno cementificato del vecchio aerodromo nazista-sovietico per il power kiting attraendo turisti e di appassionati dalle citta’.

Nonostante le deturpazioni ambientali del periodo Sovietico (di cui Hradcany rappresenta solo una pate infinitesima), la Repubblica Ceca sta avvicinandosi agli standard di aria e di acqua del resto dell’Unione Europea. Ma la corruzione resta un grave problema in molte aree d’Europa, tra cui spicca il Casertano. Ma secondo la cultura di alcuni popoli, essere corrotti significava lottare per la liberta’ .

Continua…

Fonte: Economist, Aquamedia

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Lo spopolamento della Romania

Posted by janejacobs su maggio 20, 2008

 

L’uso di vernici come droga ed il suicidio aumenta fra i Rumeni lasciati indietro nella corsa all’inseguimento di lavori all’estero.

 

Il piccolo Andrei Ciurea ha subito un trauma quando sua  madre gli ha detto che tornava a lavorare in Italia dopo la sua prima visita di 10 settimane. Il ragazzino di 12 anni si e’ impiccato vicino al fiume che scorre presso il suo villaggio di Valea Danului. Prima di impiccarsi Andrei ha  scritto un biglietto alla sorellina incoraggiandola ad impegnarsi nello studio. L’esodo di lavoratori emigranti dai villaggi piu’ poveri della Romania sta stravolgendo la societa’ rurale dei villaggi. Il caso del piccolo Andrei non e’ isolato.

Akos Derzsi, sottosegretario del ministero per il lavoro e gli affari sociali dice che anche se non ci sono statistiche precise, i suicidi fra i minorenni sono aumentati negli ultimi anni a causa dell’abbandono dei figli da parte dei genitori che li lasciano a vivere con i nonni per andare in Italia o in Spagna a lavorare.

I dati ufficiali dicono che ci sono 2 milioni e mezzo di Rumeni che lavorano all’estero, anche se gli ufficiali del governo rumeno sono scettici. “Dieci anni fa la Romania aveva 24 milioni di abitanti, oggi credo che la popolazione sia di circa 20 milioni” dice Derzsi.

Mentre in Italia si percepisce l’immigrazione Rumena sopratutto per aver reso le periferie  delle citta’ Italiane simili alle favelas Brasiliane, Bucarest ha enormi difficolta’ a gestire i costi sociali ed economici dell’ emigrazione di massa che e’ iniziata dieci anni fa.

I villaggi spopolati nella parte meridionale ed orientale del paese sono delle vere e proprie tragedie sociali. In quei villaggi i bambini fanno usod di solventi come droga e abbandonano giovanissimi la scuola, creando le premesse per un totale spopolamento di quelle terre nel giro di qualche decennio.

Ciononostante, l’economia Rumena si sta espandendo grazie ai trapianti di fabbriche provenienti dall’Europa Occidentale che vogliono sfruttare il costo basso della  manodopera rumena. Tuttavia, la Banca per lo Sviluppo Europea ha avvertito che il Paese sta avendo difficolta’ dovute alla crisi finaziaria uin atto e le stimpe di pcrescita del PIL sono scese da 6.5% a 5%.

Per adesso, il mercato del lavoro rimane molto forte con livelli di disoccupazione molto bassi, in particolare nelle citta’ della Transilvania dove la disoccupazione e’ solo al 2%. Gli stipendi medi in Aprile sono aumentati del 5% rispetto Marzo.

In seguito allo scandalo lo scorso anno in cui uno zingaro Rumeno accusato di avere violentato e ucciso una donna di Roma, il governo di Bucarest ha iniziato a promuovere iniziative per ricordare ai suoi cittadini che ci sono molte opportunita’ di lavoro anche in patria.Il Governo Rumeno ha tenuto delle fiere del lavoro con gli emigrati Rumeni a Roma e a Castillon, una citta’ della Spagna, dove il 18% della popolazione e’ Rumena. Il sottosegretario Derszi dice che queste fiere del lavoro hanno convinto centiania di rumeni a tornare a casa, anche se i  numeri sono bassi rispetto al  milione di Rumeni che vivono tra Italia e Spagna.

Il forte rallentamento del settore delle costruioni in Spagna potrebbe portare al ritorno a casa di molti connazionali rumeni, dice Derzi, perche’ i Rumeni perderanno il lavoro prima degli Spagnoli.

Le misure contro l’immigrazione clandestina lanciate dal governo Italiano la scorsa settimana dovrebbero incoraggiare molti Rumeni residenti in Italia a tornare in patria.

Per ora c’e’ solo un segnale che i flussi migratori provenienti dalla Romania si stanno stabilizzando. Ma Cristina Preda, una Rumena che lavora per una societa’ di trasporti du Autobus basata in Spagna, dice che gli autobus di immigrati Rumeni sono meno pieni di un tempo. Oggi arrivano circa 50-100 rumeni per autobus, circa la meta’ di quelli che arrivavano nel 2007. Cristina Preda dice che sara’ difficile per lei tornare a casa. “Sono arrivata in Spagna per trovare una vita migliore e credo di averla trovata, anche se ho nostalgia di casa.” 

 Fonte: FT

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Banca Mondiale e Paesi Poveri

Posted by janejacobs su aprile 20, 2008

 

 Disastri come la Rivoluzione Verde o come gli schemi per l’industrializzazione promossi negli anni ’50 e ’60, portarono i burocrati della Banca Mondiale a ripensare le loro politiche assistenzialiste e il sistema con cui fornivano prestiti ai Paesi Poveri. A partire dal 1968, la Banca Mondiale utilizzo’ un nuovo approccio. Prima di allora la Banca Mondiale preferiva finanziare dighe, generatori elettrici, strade ed altre simili infrastrutture. Queste infrastrutture dovevano essere, nelle intenzioni della Banca Mondiale, il fondamento dell’industrializzazione, perché ad esse sarebbe seguito il processo di trapianto di fabbriche ed impianti di multinazionali. Tali progetti non comprendevano che l’industrializzazione si può generare solo con il processo di rimpiazzo delle importazioni, non con il trapianto di fabbriche ed impianti, ovvero di cattedrali nel deserto simili a quelle di cui abbiamo parlati in precedenza, ad esempio, nel caso del collasso dell’Uruguay. Infatti, dopo la costruzione di queste grandi infrastrutture, le industrie non si materializzavano: venivano costruiti i forni, ma il pane non c’era. E anche quando il pane si materializzava, il lavoro ed i redditi erano bassissimi rispetto ai bisogni, e la popolazione locale non avevano niente a che fare con quello che succedeva nelle economie in grado di produrre per se’ numerosi e diversi beni .

Dopo questi fallimenti, la Banca Mondiale riconsidero’ il suo approccio. Robert McNamara, il Segretario della difesa Americano fu nominato presidente della Banca Mondiale nel 1968. McNamara volle concentrarsi sui miglioramenti della vita agricola con l’obiettivo di trattenere gli agricoltori nei villaggi anziché di farli emigrare nelle città. Questo approccio era stato difeso anche da Gunnar Myrdal, il famoso esperto Svedese di poverta’ delle nazioni del Terzo Mondo. Myrdal sperava che ci potesse essere qualche espediente per migliorare il rendimento dei raccolti dei poveri villaggi agricoli e, allo stesso tempo, mantenere un’elevata ocupazione nell’agricoltura. Ma ne’ Myrdal, ne’ nessun altro esperto riusci’ a trovare un sistema per raggiungere questo obiettivo. Tale politica era un sogno senza una soluzione.

La Banca Mondiale pote’ introdurre gradualmente innovazioni per migliorare il rendimento dei raccolti; ma il passo di tale gradualità era cosi’ lento che di fatto non genero’ nessun visibile miglioramento nei rendimenti dei raccolti. Questo naturalmente fini’ per generare una forte delusione.

La soluzione di McNamara fu quella di evitare l’annoso problema dei rendimenti e della produttività dei raccolti. Egli decise, invece, che il miglioramento dei raccolti non era alla alla base della poverta’ dei Paesi Poveri. McNamara decise che le basi di tale poverta’ erano l’insufficienza di salute, educazione, nutrizione, alloggi e di un numero di figli troppo elevato. Sotto una dottrina chiamata delle ” necessita’ basilari”, la Banca Mondiale inizio’ a fare una serie di prestiti a tassi agevolati o addirittura a tasso zero ai paesi poveri, affinché finanziassero salute, educazione, nutrizione, alloggi e riduzione del numero di figli. Nel corso degli anni, l’aumento delle condizioni di vita dei Paesi Poveri avrebbero creato ricchezza e quindi tali nazioni sarebbero riuscite a ripagare i prestiti. L’ipotizzata ricchezza che questi investimenti avrebbero generato giustificavo l’obiettivo della banca in qualità di fornitore di prestiti e non di ente caritatevole.

Il costo del tentato soddisfacimento di queste necessita’ basilari fu elevatissimo. Nel 1968, l’anno in cui la Banca Mondiale fece questo mutamento di indirizzo, i prestiti della Banca Mondiale ammontavano a un miliardo di dollari. Nel 1980, l’anno in cui McNamara lascio’ la Banca Mondiale, i prestiti ammontavano a undici miliardi e mezzo di dollari. Non tutti i prestiti finirono in investimenti in salute, educazione, nutrizione, alloggi e in controlli delle nascite. Quasi un terzo dei fondi erogati dalla Banca Mondiale continuarono ad investire in progetti per la generazione di elettricita’ e altri programmi classificati come industriali, ma furono i nuovi prestiti alle comunita’ rurali che fecero aumentare l’indebitamento in misura maggiore. La cosa piu’ sconcertante e’ che oltre ai prestiti della Banca Mondiale si aggiunsero anche i prestiti di banche commerciali private per circa novanta miliardi di dollari nel corso degli anni ’70. Nel 1980 la Banca Mondiale andò dai suoi azionisti (i cinque piu’ grandi azionisti sono: Francia, Giappone, Germania, Regno Unito e Stati Uniti) a chiedere nuovi fondi; gli azionisti decisero di fare un aumento di capitale di 25 miliardi di dollari.

Questi prestiti potevano venire ripagati se e solo se i rendimenti nei paesi poveri e prevalentemente agricoli fossero aumentati in maniera significativa e se quei paesi avessero trovato dei mercati liquidi in grado di acquistare i prodotti agricoli che esportavano. E questo fenomeno ci riporta indietro al problema delle “necessita’ basilari”, la domanda su come aumentare i rendimenti dei raccolti ed evitare che gli agricoltori dei paesi poveri perdano il loro lavoro.

I prestiti della Banca Mondiale non furono mai ripagati. Questa politica ha convertito paesi poveri, ma relativamente autosufficienti in paesi mendicanti. Mentre questa azione si potrebbe o meno definire filantropica, senza dubbio non e’ una azione che ha portato i paesi poveri a svilupparsi economicamente. Ne’ tanto meno questa era l’intenzione originaria della Banca Mondiale, la quale aveva illuso i Paesi Poveri che i suoi programmi sarebbero serviti a  raggiungere lo sviluppo economico, non la carita’.

La dura realtà e’ che non esiste un modo semplice per superare la poverta’ rurale dove la gente non ha accesso a lavori cittadini piu’ produttivi. Questo era vero ai tempi dello spopolamento delle Highlands Scozzesi  ed e’ ugualmente vero per i poveri clienti della Banca Mondiale. Una semplice iniezione di tecnologia e’ sufficiente a sradicare milioni di contadini. Ma cio’ che non e’ disponibile a piacimento dei governanti della Banca Mondiale, sono citta’ adattabili, vigorose, in grado di rimpiazzare le importazioni. In loro assenza, la tecnologia che arriva come per magia da citta’ lontane, non diventa un’opporunita’ di progresso, ma una maledizione, ed il benessere economico che tali innovazioni tecnologiche portano, e’ per lo piu’ illusorio.

 

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La rivoluzione verde

Posted by janejacobs su aprile 17, 2008

 
Prima della rivoluzione verde

  Nei paesi poveri ad economia prevalentemente rurale la connessione fra disponibilità di lavori cittadini e  città’ in grado di rimpiazzare le importazioni non e’ compresa molto bene. Nemmeno le organizzazioni inernzionali come il Fondo Monetario Internazionale o la Banca Mondiale hanno compreso bene questa connessione. Pertanto, la ricerca di soluzioni per le economie di questi paesi poveri ha sempre generato aspre controversie. In superficie, puo’ sembrare ragionevole sostenere che la poverta’ e la fame dei paesi poveri possano essere migliorate con il miglioramento della produttività dell’agricoltura dei paesi poveri.

Non sembrerebbe una soluzione ragionevole?

Questa e’ la teoria che sta dietro alla Rivoluzione Verde degli anni ’70, che ha portato migliori metodi di coltivazione, migliori sementi e migliori tecnologie in molte povere regioni agricole del mondo. A suo modo, la Rivoluzione Verde ebbe successo, cosi’ come ebbe successo lo spopolamento delle Highlands Scozzesi e la rivoluzione agricola del Sud America. Ma siccome esiste un forte legame fra il miglioramento dei rendimenti agricoli e la riduzione della manodopera agricola, la Rivoluzione Verde ha dislocato milioni di persone, senza procurare loro in compenso lavori nelle citta’.

Come gli Highlanders sfrattati dalle loro terre si riversarono a Edimburgo e a Glasgow e trovarono solo disoccupazione e poverta’, cosi’ i popoli del Terzo mondo furono sfrattati dalla rivoluzione verde e raggiunsero citta’ che non potevano offrire loro lavoro.

Alcune volte, invece di affollare le periferie delle città del Terzo Mondo, gli agricoltori senza lavoro cercano di restare nelle loro terre; e questo puo’ essere anche peggio. Nell’isola Indonesiana di Giava, i migliori rendimenti dei raccolti iniziarono grazie a due miglioramenti relativamente tecnologici relativamente insignificanti: la pompa azionata dala bicicletta e l’aratro meccanico.

A Giava, era sufficiente una pompa azionata da una bicicletta ed un aratro meccanico per rendere di quattordici agricoltori obsoleti e disoccupati, mentre allo stesso tempo, perche’ la produttivita’ del lavoro aumentava. Gli agricoltori di Giava sono rimasti nelle campagne, spostandosi nelle colline piu’ in alto ed estendendo l’agricoltura nelle foreste ad alta quota. L’uso agricolo di quelle terre e’ stato un disastro; la deforestazione ha causato l’erosione della terra  e ha causato alluvioni nelle stagioni della pioggia e siccità nelle stagioni secche, perche’ la distruzione delle foreste distruggeva anche la loro funzione di “spugne”. Quando le colline senza foreste e campi fertili divennero inutili per gli agricoltori, questi si spostarono ancora piu’ ad alta quota deforestando ancora piu’ terre.

Dopo la rivoluzione verde

In Africa, la Rivoluzione Verde ha prodotto un aumento della produttivita’ dei prodotti agricoli destinati alla vendita e all’esportazione come le arachidi nell’Africa Occidentale e il caffe’ ed il the nell’Africa Orientale; ma il risultato piu’ eclatante di questa Rivoluzione Verde e’ stato la malnutrizione dell’Africa. Le donne, che erano i tradizionali agricoltori della gran parte dell”Africa, erano di troppo nelle nuove agricolture meccanizzate. Continua…

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Il tracollo economico dell’Unione Sovietica

Posted by janejacobs su aprile 16, 2008

 

Nel’Unione Sovietica, il redimendo dell’agricoltura era scandalosamente basso. Regioni che avrebbero potuto essere i granai del mondo, non erano nemmeno in grado di nutrire la propria popolazione. Anno dopo anno, l’Unione Sovietica comprava tonnellate di grano dal Canada, un paese dal clima simile a molte aree dell’Unione Sovietica. Di più, l’Unione Sovietica addirittura importava grano dagli Stati Uniti. L’Unione Sovietica non era in grado di produrre abbastanza carne, verdure, frutta, pollame e latte in misura sufficiente per sfamare il proprio popolo. La produzione rurale nell’Unione Sovietica era bassissima e i tentativi di migliorarla avevano richiesto uno sforzo economico sproporzionato rispetto ai risultati ottenuti; l’Unione Sovietica per decenni continuo’ a distruggere circa un quarto dei suoi investimenti annuali in investimenti agricoli. Gli scarsi risultati furono imputati all’inabilita’ di programmare efficientemente l’economia, alla burocrazia corrotta, alle infrastrutture di trasporto carenti, all’indolenza dei lavoratori, al clima, e al fatto che i lavoratori delle fattorie socializzate non guadagnavano e non rischiavano in proprio se la qualità dei loro prodotti era eccellente o pessima e quindi non investivano e non lavoravano duramente. Queste ultime considerazioni sono senz’altro importanti fattori che hanno contribuito al tracollo dell’Unione Sovietica, e cio’ e dimostrato dal fatto che i pochi appezzamenti privati consentiti dall’Unione Sovietica avevano rendimenti molto maggiori di quelli collettivizzati. Ogni economista Sovietico o straniero che abbia studiato le fattorie collettivizzate ha raccontato storie orribili: fertilizzante che non arrivava nella stagione in cui andava applicato ai raccolti; macchine per la distribuzione di fertilizzanti che si rompevano facilmente o che non arrivavano in tempo per la raccolta anche se il fertilizzante era arrivato in tempo; mandrie che aumentavano di numero proprio quando veniva a mancare il cibo per allevarle; lavoratori che venivano assegnati a compiti per cui non era richiesto maggior lavoro, mentre c’erano altre mansioni alla che erano disperatamente richieste; servizi di trasporto inefficienti che lasciavano che i raccolti marcivano prima di arrivare a destinazione; e cosi’ via.

 

Pero’, possiamo guardare a questa orribile situazione anche da un punto di vista leggermente diverso. Supponiamo che le politiche dell’Unione Sovietia fossero state in grado di aumentare notevolmente il rendimento dei raccolti. Con tale miglioramento decine di milioni di lavoratori dei Soviet sarebbero stati automaticamente in esubero. Pertanto, se i tassi di rendimento dei raccolti fosse aumentato notevolmente, un numero immenso di emigranti, specialmente di giovane eta’, si sarebbe riversato sulle citta’. Anche se la produttivita’ fosse aumentata della meta’ di quanto era aumentata negli Stati Uniti in quello stesso periodo, circa 40 milioni di contadini Sovietici si sarebbero ritrovata senza lavoro. Considerando che il numero totale di abitanti dell’Unione Sovietica era di 100 milioni, dove se ne sarebbero potuti andare?

L’Unione Sovietica aveva poche citta’, nessuna di esse in grado di rimpiazzare vigorosamente le importazioni, ne’ tanto meno aveva vigorose aree metropolitane. L’aumento della produttivita’ avrebbe causato un numero troppo elevato di immigrati per le citta’ Russe, relativamente piccole e poco dinamiche dal punto di vista economico.

 Non sto insinuando che le autorita’ Sovietiche abbiano mantenuto i tassi di produttivita’ agricola deliberatamente bassi. Una simile affermazione non avrebbe senso alla luce delle enormi somme di denaro che il Governo Sovietico tento’ di investire per migliorare i rendimenti dei raccolti e la produttivita’ agricola. Dubito che i politici Sovietici capissero meglio dei loro colleghi americani la connesione vitale fra rendimenti dell’agricoltura e produttivita’, tra disponibilita’ di lavori cittadini connessa al ruolo delle citta’ in grado di rimpiazzare le importazioni .

Tuttavia, dal momento che tali connessioni esistono, ne consegue che in ogni nazione dove manchi lavoro nelle citta’, l’agricoltura e le campagne devnono mantenere rendimenti e produttivita’ basse. Non c’e’ alternativa. Questo e’ stato dimostrato sia dagli Stati Uniti, che hanno sviluppato molte grandi citta’ in grado di rimpiazzare le importazioni e un’agricoltura avanzata, sia dall’Unione Sovietica, che in mancanza di citta’ vigorose in grado di rimpiazzare le esportazioni, ha manetnuto un’agricoltura arretrata.

 

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Regioni di emigrazione e regioni spopolate

Posted by janejacobs su aprile 14, 2008

Raccoglitrice di cotone o creatrice di disoccupazione?

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La situazione nelle zone di spopolamento e’ diversa da quella delle regioni abbandonate dai lavoratori in cerca di lavori cittadini , perche’ hanno cause ed effetti diversi. Quando la tecnologia che arriva dalle lontane citta’ causa lo spopolamento di buona parte di una regione , le persone che devono lasciare la terra spesso stanno peggio di prima, ma quelli che rimangono stanno meglio. Le regioni dove la gente semplicemente emigra alla ricerca di lavori cittadini, presenta un’immagine speculare: quelli che partono migliorano la loro situazione, mentre queli che restano stanno peggio.

Questa differenza che per migliorare le condizioni di coloro che restano e coloro che emigrano, sia l’abbandono che lo spopolamento, dovrebbero avvenire allo stesso tempo e nello stesso posto. Questo avviene nelle citta’ regioni dove alcune persone emigrano alla ricerca di lavori cittadini mentre al contempo arrivano nuove tecnologie che rimpiazzano quelle vecchie. Questo e’ avvenuto nel paese Giapponese di Shinohata di cui abbiamo parlato in precedenza. Ma in altri tipi di regioni, le forze economiche provenienti dalle citta’, non sempre si dispiegano con regolarita’ ed armonia. Se la gente delle campagne che ha abbandonato le proprie terre lasciando il Galles , la vecchia Bardou avessero dovuto aspettare il giorno in cui nuove tecnologie avessero causato il loro spopolamento, quei cittadini sarebbero ancora li’ ad aspettare dopo generazioni e generazioni.

Sir John Sinclair ed il suo piano di portare un cambiamento graduale nelle Highlands ricorda l’inventore della macchina raccoglitrice di cotone negli Stati Uniti. Quest’ultimo non volle rivelare la sua invenzione fino a che la Grande Depressione degli anni 1930 non fosse finita, e anche allora, autorizzo’ l’introduzione di tale macchina in misura controllata e graduale. Tuttavia, tale macchina realizzo’ comunque lo spopolamento delle terre agricole del Sud.

Il miglioramento della produttività delle campagne e il miglioramento dei raccolti, non sono la stessa cosa, ma dal punto di vista pratico potrebbero anche esserlo. Alti rendimenti e poca manodopera sono due componenti fondamentali delle moderne imprese agricole. Cio’ significa che le zone agricole dove fino all’80% delle persone lavorano la terra, sono generalmente le zone piu’ affamate, e cio’ spiega perche’ le zone in cui una piccola parte della popolazione si occupa di agricoltura sono generalmente quelle dove le persone sono meglio nutrite. In pratica, sembra che ogni misura per aumentare il rendimento dell’agricoltura riduce anche il bisogno di lavoratori agricoli, o, per dirla in un altro modo, ogni misura per risparmiare sul costo del lavoro degli agricoltori aumenta il rendimento dell’agricoltura. Uno strumento semplice e rudimentale come la pompa ad acqua azionata da una bicicletta e da muscoli umani, puo’ aumentare il rendimento agricolo di campi dove l’irrigazione era prima fatta a mano; ma una singola pompa rimpiazza circa duemila giorni di lavoro all’anno, ovvero, elimina circa sette lavoratori. Questo vale per ogni altra misura che aumenta il rendimento, perche’ riduce il bisogno di lavoratori. Continua…

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Povero Sud

Posted by janejacobs su aprile 14, 2008

Povera Georgia

Anche gli Stati Uniti hanno avuto un grande processo di spopolamento al Sud, che fino agli anni ’30 fu la parte piu’ arretrata della nazione. L’ex presidente Jimmy Carter, descrivendo la sua infanzia nella Georgia, diceva: ” la vita dei contadini della Georgia assomigliava piu’ alla vita dei contadini di 2,000 anni fa che alla vita dei contadini di oggi”. Questo potrebbe sembrare un’esagerazione, ma non piu’ di tanto se si pensa ad una fattoria Italiana di 2,000 anni fa. Quello che Carter voleva dire era che quasi tutto il lavoro nella sua giuoventu’ doveva essere svolto da animali e bestie anziche’ da macchinari. Muli, uomini, donne e bambini erano indispensabili. Dal momento che la produttivita’ era bassa, per quanto i contadini lavorassero duramente, rimanevano poveri; e dal momento che erano poveri, non potevano permettersi di aumentare la loro produttivita’.

Per rompere questo circolo vizioso, il governo nazionale forniva denaro e cercava di migliorare i metodi agricoli delle fattorie del Sud. Le citta’ distanti giocarono la loro parte grazie al loro sviluppo economico: esse producevano i macchinari necessari e, grazie alle tasse che pagavano al governo centrale, fornivano il denaro necessario per l’acquisto di tali macchinari. I sussidi a molti beni agricoli, fornirono agli agricoltori del Sud un prezzo minimo a cui vendere i loro raccolti; essi ricevevano sussidi per ridurre i loro raccolti dalle loro terre, ricevevano prestiti a tassi agevolati per installare elettricità’ e assistenza da esperti assunti dallo stato sul controllo dell’erosione dei terreni, sull’erosione e la diversificazione dei raccolti. I sussidi erano automaticamente collegati alla dimensione dei fondi e fornivano maggiori benefici ai grandi proprietari terrieri; questi erano anche gli agricoltori capaci di fare un uso piu’ rapido e piu’ produttivo dei loro fondi, grazie a maggior capitale a loro disposizione che permetteva loro di acquistare moderni macchinari e assumere meno manodopera. Pertanto, i proprietari terrieri, e soprattutto i grandi proprietari terrieri potevano finalmente permettersi i macchinari di cui fino ad ora avevano fatto a meno.

La tecnologia che inizio’ a rivoluzionare la vita contadina per i membri della famiglia del Presidente Carter e per le altre migliaia di braccianti nel Sud non era rivoluzionaria, non era particolarmente innovativa o senza precedenti. Le macchine che permettevano la coltivazione, l’inseminazione, la disinfestazione automatica, le pompe, le seghe meccaniche,  i nastri meccanici, i ventilatori industriali, le gru, i sistemi refrigeranti, i trattori, i camion, le riviste specializzate di agricoltura, e tutti quei piccoli e grandi articoli che trasformarono l’agricoltura del Sud negli anni seguenti consistevano in macchinari, materiali e metodi che erano stati sviluppati prima negli Stati del Nord. Tali strumenti erano gia’ stati estesi alle regioni del Far West, ma nel periodo in cui i coltivatori di grano delle praterie e i coltivatori di frutta e verdura nelle valli del Far West iniziavano a possedere trattori, camion, macchine per l’aratoria e la disinfestazione, le vigorose economie delle citta’ dell’Ovest e del Nord erano in grado di alterare la vita di persone di cui tali regioni  fornitrici di materie prime non avevano bisogno.

Quando infine la tecnologia fu messa al lavoro dell’agricoltura del sud, il rendimento dei raccolti aumento’ prodigiosamente. Certo, anche la produttivita; degli agricoltori e dei loro aiutanti aumento’ prodigiosamente e quindi non c’era piu’ bisogno di molti braccianti. Coloro che lavoravano terre in affitto o che possedevano piccoli appezzamenti furono incorporati dai grandi proprietari terrieri. In Georgia, lo Stato di Henry Grady  e di Jimmy Carter, negli anni 1930 c’erano circa 1.5 milioni di lavoratori agricoli. Cinquant’anni dopo ce n’erano 225 mila e piu’ di 300 mila fattorie si erano consolidate in 70 mila fattorie. L’agricoltura oggi occupa solo il 4% dei lavoratori nello stato della Georgia, mentre ai tempi della Georgia di Carter, ne occupava circa il 50%. Mentre avvenivano questi cambiamenti in Georgia, simili cambiamenti avvenivano in Texas, nella Luisiana, nel Missouri, nell’Arkansas, nel Mississipi, nell’Alabama, nella Florida, nel Tennessee, nel Kentuky nella Carolina e nella Virginia. Su tutti questi territori, i lavoratori agricoli e le loro famiglie venivano spodestati della propria terra per via dell’aumento della produttivita’ dell’agricoltura.

Dove andarono a finire tutte queste famiglie? Dal momento che questo spopolamento era iniziato agli albori della Seconda Guerra Mondiale, i primi ad emigrare erano i primi ad essere assorbiti. I giovani agricoltori che non venivano arruolati nell’esercito trovavano facilmente lavoro nelle industrie della Guerra e nell’industria dei servizi a San Francisco, Oakland, Los Angeles, Chicago, Cleveland, Cincinnati, Pittsburgh, Philadelphia, Baltimora, Detroit, Boston e New Tork.

I lavoratori di colore, che rappresentavano una grossa percentuale dei lavoratori costretti ad emigrare, anche se prima venivano discriminati, venivano assimilati nell’economia della guerra.  Ma quando la Guerra fini’ i nuovi lavori, specialmente quelli dei lavoratori di colore, non aumentarono proporzionalmente ai lavori persi nell’agricoltura; e molti lavoratori che avevano trovato lavoro durante l’economia di Guerra venivano licenziati, specialmente se erano di colore.

Nonostante questo, lo spopolamento delle campagne, non solo continuo’, ma accelero’, particolarmente fra il 1945 ed il 1960. Alcuni di coloro che si ritrovavano senza lavoro rimanevano nel Sud in piccoli appezzamenti di terreno improduttivi in cui riuscivano a sopravvivere solo grazie a sussidi provenienti dal governo centrale. Alcuni trovarono lavori in citta’ del Sud che erano riuscite ad attrare il “trapianto” di fabbriche del Nord al Sud. Ma le fabbriche del Sud non erano in grado di fornire impiego a tutti i lavoratori agricoli che perdevano il lavoro per colpa delle innovazioni tecnologiche nell’agricoltura. Molti di loro continuarono ad emigrare nelle citta’ – e dove altro potevano emigrare? – particolarmente nelle citta’ del Nord e dl Far West che potevano offrire lavoro a nuovi emigrati provenienti dall’America e dall”Estero.

Ma in quel periodo qualcosa di straordinario stava accadendo in America. Le citta’non erano in grado di generare nuovo lavoro sufficiente per le persone che lasciavano le campagne. Anzi, proprio nel momento in cui le campagne Americane si spopolavano, molte citta’ si ritrovavano in stagnazione ed in recessione economica. Pertanto, a tutt’oggi nessun nuovo lavoro si e’ materializzato per i milioni di emigrati provenienti dalle campagne del Sud e per i loro discendenti. Dal loro punto di vista, sono rimasti in disgrazia per generazioni a lavorare duramente, mal pagati e con una agricoltura meccanizzata che non aveva piu’ bisogno di loro. Dal punto di vista delle citta’ in cui cercavano lavoro, gli immigrati rappresentavano un grosso fardello. E’ un fardello trovare per loro case, e’ un fardello educarli, fornire servizi di polizia, di assistenza e di sanita’.

Cio’ che incomincio’ come un miglioramento delle condizioni agricole porto’ ad effetti indesiderati perche’, come nello spopolamento delle Highlands Scozzesi il cambiamento non era correlato alla completo ed armonioso dispiegamento delle cinque forze delle citta’ (link). Invece, alcune forze sbilanciate – la tecnologia delle citta’ accompagnata al capitale – hanno raggiunto zone lontane ed inaspettate. Molta della maggiore produttivita’ e ricchezza provenienti da questa rivoluzione tecnologica si e’ rivelata illusoria a livello nazionale. Il costo dell’avere persone spostate dalle loro terre che sono disoccupate ed improduttive, povere e demoralizzate, violente e drogate, sono impossibili da calcolare, ma sono enormi.

Nel Sud, coloro che lavorano nell’agricoltura mecanizzata, ora stanno molto meglio di prima, cosi’ come gli Scozzesi  rimasti ad allevare pecore Cheviot in Scozia, stavano meglio degli agricoltori Scozzesi prima che le questa nuova razza di pecore fosse importata dall’Inghilterra. Gli agricoltori lavorano meno ore e hanno lavori meno faticosi. La raccolta del cotone e’ un lavoro miserabile, se fatto a mano; guidare una macchina raccoglitrice di cotone, invece, e’ un mestiere molto meno faticoso. Se non fosse per la conseguenza dei molti lavoratori sconfitti dalle nuove tecnologie, questa sarebbe una storia a lieto fine. Ma la rivoluzione tecnologica nell’agricoltura del Sud fu generata dall’esterno e fu vulnerabile a forze esterne che generarono conseguenze impreviste. Continua…

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Lo spopolamento delle Highlands Scozzesi

Posted by janejacobs su aprile 10, 2008

Una minaccia per l’uomo delle Highlands

Nelle aree metropolitane, l’aumento della produttività dei lavoratori agricoli dipende dal fatto che tali lavoratori abbandonano la terra per altre occupazioni. Nelle regioni agricole lontane dalle aree metropolitane e che mancano di economie in grado di rimpiazzare le importazioni, l’aumento della produttività non ha nulla a che vedere con la ricerca di nuove occupazioni, ma ha a che fare con un aumento della poverta’ causata dalla disoccupazione.

I principi economici che operano in queste economie bizzarre e sbilanciate possono essere illustrati dallo Spopolamento delle Highlands Scozzesi, che inizio’ nel 1792, duro’ circa mezzo secolo e trasformo’ una regione poverissima che forniva agricoltura per la sussistenza in una regione meno povera che forniva beni primari destinati all’esportazione. Lo strumento che porto’ a questo cambiamento fu una nuova razza di pecora.

Prima che le campagne scozzesi venissero spopolate per far posto a queste nuove pecore, gli Scozzesi allevavano nelle loro fattorie pecore poco piu’ grandi di cani, con una lana sottile di poco uso per le industrie tessili delle citta’. Le pecore erano magre e non avevano cibo a sufficienza, perche’ gli Scozzesi utilizzavano di ogni metro quadro della loro arida terra per produrre cibo per se’ stessi. Le creature che finirono per rimpiazzare queste pecore, e gran parte degli abitanti delle Highlands Scozzesi, erano state create attraverso una serie di incroci da un allevatore Inglese.

Il prodotto di tali incroci si chiamava Cheviot; nel 1790 la Cheviot fu introdotta in via sperimentale nelle Highlands per vedere se sarebbero sopravvissute al rigido clima scozzese. L’esperimento ebbe successo. Ne risulto’ che la Societa’ della Lana Britannica, un’organizzazione dominata dai mercanti di lana di Londra e dai grandi allevatori Inglesi, offri’ di fornire greggi di Cheviot a un prezzo di favore a tutti i pastori Scozzesi “che avessero un carattere attivo e intelligente”. Secondo John Prebble uno storico Canadese di origine Scozzese, c’erano “abbastanza pastori Scozzesi, che vedevano se stessi in questa descrizione”. Inoltre, molti di questi pastori erano talmente poveri da non poter dire di no ad un’offerta cosi’ vantaggiosa.

L’allevamento delle Cheviot richiedeva molta manodopera in meno rispetto all’allevamento delle tradizionali pecore scozzesi. Pertanto, i pastori scozzesi dediti all’allevamento delle pecore tradizionali e le loro famiglie, che traevano sostentamento da esse, non solo non erano piu’ necessari all’allevamento delle Cheviot, ma davano fastidio. Gli Inglesi pertanto decisero di spopolare tali terre, e lo fecero con metodi brutali, cacciando dalle loro terre uomini, donne e bambini utilizzando forze di polizia e soldati. Dove fosse necessario, gli Inglesi usarono manganelli, baionette, arrivando ad appiccare fuoco alle case dei pastori. Anche se tali nefandezze sono lontane nel tempo, le colline tutt’oggi restano deserte e Edimburgo e Glasgow restano le capitali di spopolate.

Sir John Sinclair, il primo Scozzese a portare la Cheviot nelle Highlands Scozzesi, imploro’ le autorita’ di non procedere allo spopolamento delle Highlands con tale brutalita’. Egli aveva previsto uno spopolamento piu’ graduale e gentile. Il suo piano era di incoraggiare i piccoli proprietari terrieri ad unire le loro terre, formare cooperative di acquisto ed allevamento delle nuove pecore. Lo storico Canadese Prebble sostiene che questa alternativa venne ignorata vista l’ignoranza e la disorganizzazione degli uomini dei clan delle Highlands, e visto il morale degli stessi pastori, che erano gia’ stati sconfitti nelle rivolte del 1745 e che avevano in seguito subito una brutale occupazione nella loro economia povera e obsoleta.

Se il piano di Sir John Sinclair fosse stato adottato, lo spopolamento delle Higlands Scozzesi sarebbe avvenuto probabilmente in maniera piu’ graduale e piu’ umana. Ma tale spopolamento sarebbe comunque avvenuto. Le cooperative di allevamento delle nuove pecore avrebbero comunque avuto bisogno di meno manodopera e avrebbero avuto bisogno dipiu’ terre per i pascoli. La nuova razza di pecore richiedeva lo spopolamento delle Highlands, indipendentemente da chi possedesse le nuove pecore e indipendentemente da chi ricevesse i profitti di tale allevamento. La poca gente rimasta nelle Highlands se la passo’ meglio di quelli che vi abitarono prima dello spopolamento. I pastori ricevevano maggiori profitti, avevano redditi piu’  sicuri e non vivevano costantemente con la minaccia delle fame. Se focalizziamo la nostra attenzione sull’economia della regione, possiamo concludere che tutto sommato la regione ne ha guadagnato, perche’ la produttivita’ e’ aumentata e con essa la ricchezza.

Ma se pensiamo alle disgrazie causate alle persone che abitavano le Highland sprima dello spopolamento, la loro ricchezza non era aumentata, ma era diminuita. Molti morirono di fame, malattie e altre disgrazie che accompagnarono lo sfratto dalle loro case. Alcuni Highlanders emigrarono nelle citta’ piu’ vicine, Glasgow ed Edimburgo, ma Glasgow ed Edimburgo erano anch’esse citta’ piuttosto povere con un’economia stagnante. Esse potevano offrire solo poverta’ e disoccupazione nei loro poveri sobborghi, dove i tassi di tubercolosi, a quell’epoca, erano i piu’ alti del mondo. Alcuni emigrarono a Londra. Altri emigrarono nell’Ulster, nell’Irlanda del Nord, aggiungendosi agli Scozzesi che erano stati deportati dalle autorita’ Inglesi durante le deportazioni del diciassettesimo secolo, spodestando le terre degli Irlandesi. Altri ancora furono assorbiti dai reggimenti degli Highlanders nell’esercito Britannico, in cui si distinsero per le conquiste in India. Alcuni furono venduti dai loro clan come servi nelle piantagioni di cotone delle Indie Occidentali e della Carolina del Sud, dove gli Scozzesi erano apprezzarti come supervisori di schiavi Africani. Molti emigrarono in Canada, specialmente nelle Nuova Scozia (nomen omen), dove in quelle terre iniziarono un’agricoltura di sussistenza e dove aggiunsero in breve tempo l’allevamento delle pecore alla coltivazione del grano.Nel tempo, gli Scozzesi e gli immigrati Tory del New England che abbandonarono le colonie Americane dopo la Rivoluzione aiutarono ad espropriare delle loro terre gli Acadi Francesi, i quali naturalmente avevano precedentemente espropriato gli Indiani d’America. In tutte queste emigrazioni e dislocazioni, i lavori cittadini non ebbero alcun ruolo.

L’enorme differenza tra lo spopolamento di una nazione povera come la Scozia e una nazione ricca come gli Stati Uniti d’America e’ questa:

Le nazioni ricche possono permettersi di fare l’elemosina.

Ma a parte questa differenza, le conseguenze del bizzarro sbilanciamento  tra il miglioramento della produttivita’ agricola e la disponibilita’ di stili di vita alternativi nelle citta’ non sono molto diverse fra regioni ricche e regioni povere. Continua…

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